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Full text of "Ateneo Veneto: revista di scienze, lettere ed arti."

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è 

Anno XXVII. - Voi. I. Fascicolo 1 



L'ATENEO VEIETO 



RIVISTA BIMESTRALE 

DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 



Gennaio -< pebbtraio 1904 



VENEZIA 
Tip. Orkandtkofh) di A. Pkllizzato 

1904 



insriDiCE 



Memorie : 

Cfirulamo Sìivorguano — Co: Filippo Natii Mocevi(/o . Pag. 3 

Motti rlel popolo veneziano. — Due conferenze tenute 
all'Ateneo Veneto dal D/' Cemre Mumtti (Continua) 

La Poesia di Aleardo Aleardi. — Marco Padoa . 

Il Divorzio di Aldo Manuzio il giovane. — Anfoìiio Pi/ot 

Note sui Toniunì Rurali Bellunesi. — Prof\ Gianluigi 
Andrich. (Contin.) 

Da Venezia a Milano per il Po. — Truffi Doti, Ferruvvii) 



RanAegna Bibliof^rafioa : 

Nota letteraria — Alfonso de Lainartine e l'Italia — 
(A proposito di un libro di Gemma Cenzatti). — 
Luigi Temoni Pag. 121 

Ultime pubblicazioni arrivate all'Ateneo ...» 12() 



» 


28 


» 


42 


» 


62 


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75 


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1)9 



L' ATENEO YEIETO 



RIVISTA BIMESTRALE 

DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 



Anno XXVII. . Voi. I. » Fase. I. 



VENEZIA 
Tip. Orfanotrofio di A. Pellizzàto 

1904 






HARVARD COLLECE ÙftlURV 
IN6RAHAM niNP 

JUN 101942 






GIROLAMO SAVORGNANO 



€gregi Colleghi 



Dopo il silenzio di alcuni mesi, oggi l'Ateneo comincia 
e riprende i suoi lavori, pel nuovo anno accademico. 

Per adempiere quindi al mio dovere di Socio e Pre- 
cidente, io mi onoro di aprire la serie delle nostre adunanze, 
mandando un affettuoso saluto a tutti voi onorandi colleghi 
nella lusinga, anzi nella ferma persuasione, che questo 
nostro patrio istituto, col concorso della vostra opera, 
esplicherà ognora più la sua attività laboriosa, e con- 
tribuirà, secondo la esigenza dei tempi all' incremento delle 
discipline scientifico - letterarie, e al movimento della nostra 
vita cittadina. — Dal mio canto i miei pochi studii, e il 
mio molto piccolo ingegno, mi permettono di offrirvi assai 
poco. Scusate quindi se non posso darvi che quel che ho. 

Voi sapete che taluna fiata ebbi la predilezione di 
rivolgermi verso la nostra storia casalinga, che pur ofi're 
tanti esempii di luminosa grandezza, ed anche questa volta 
non potei dipartirmi da essa, per intrattenermi questa sera 
con voi. Pensai essere dì comune consenso che quanto 
riguarda alla incolumità della patria ed alla difesa Sua, 



III. 

.-4- 

è il sentimento costante che predomina in ogni buon cit- 
tadino ; e questa nobilissima preoccupazione noi la riscon- 
triamo ognora nella storia della nostra Antica Venezia. 
Noi da essa possiamo trarre ammaestramenti, ed applicazione 
anche pei nostri giorni. La circostanza, che al di là dei 
nostri confini Orientali, per quanto ci si riferisce, si sia voluto 
eternare con monumento, queir Imperatore Massimiliano, 
che fu nel principiare del 1500 nemico Jicerrimo dei 
Veneziani, inimicizia che egli conservò fino alla sua morte, 
lauto da non voler giammai, segnar pace formale, con 
essi, mi fece sorgere il desiderio di dare uno sguardo a 
queir epoca. Essendosi pbi anche da ultimo rivolta T at- 
tenzione pubblica alla difesa . del paese nostro verso i 
predetti confini, io volli ingegnarmi a porre in luce, seb- 
bene non ne avessero bisogno, i meriti di Colui, che fu 
di Massimiliano, costante e' valido avversario, tenace e 
virtuosissimo difensore delle ragioni e dei diritti della 
patria. 

Quest' uomo di gran fede, e di molta virtù militare, 
nato a reprimere la baldanza dei tedeschi come fu detto, 
è duopo rintracciarlo in quella fortissima Casa Savorgnana, 
la prima e la più potente del Friuli, benemerita per ser- 
vigii insigni resi a Venezia. È questi Girolamo Savorgnan, 
appartenuto a quel ramo di famiglia Savorgnana che nella 
persona di Federico, come vedremo, era stata ascritta al 
Veneto Patriziato, e onorata del titolo di Conti di Belgrado, 
e Signori del Monte e della fortezza di Osoppo. 

E qui non credo sia ozioso, anzi è necessario il rias- 
sumere brevemente le notizie che riguardano la famiglia 
Savorgnana, affine di conoscerne il passato e le tradizioni, 
al culto delle quali certamente, il nostro Girolamo era 
stato allevato. 

Alcuni Storici pretendono che alla discesa dei Longo- 
bardi in Italia nel 568, Alboino, creato duca del Friuli 
Gisulfo, i Savorgnani fossero chiamati ad essere Gastaldi od 
Intendenti della Corona ad Udine; e che i Savorgnani fossero 



— 5 — 

discendenti dagli Scauri venuti in Friuli coli' Imperatore 
Teodosio. Altri li vogliono discendenti da un Severino 
di Aquileja, della gente Severa; e che il Castello loro si 
chiamasse Severiano, e quindi Savorgnano, e che così 
anche il nome della famiglia fosse dapprima Severiano, 
mutatosi poi in Savorgnano. Ad ogni modo si ricor- 
da di questa famiglia, un nipote di Federico Patriarca 
di Aquileja, che nel tempo di Carlo III il Semplice 
di Francia, si oppose ad una invasione degli Ungheri 
nel Friuli, e si sa che V investitura del Castello di Sa- 
vorgnano venne fatta del 921 da Berengario a Pietro 
Savorgnano. I Savorgnani molto contribuirono all'aumento 
della città di Udine, e usarono come propria 1' arma di 
quel Comune. 

La influenza e la potenza della casa Savorgnana 
andando ognora più ad aumentarsi, consigliarono la 
Republica Veneta a dimostrarle la sua confidenza, e Francesco 
Savorgnano Marchese di Istria, Visdomino del Patriarca 
d' Acquileja, mentre si trovava in quelle parti, ebbe nel 
1356 lettere ducali da Venezia, perchè volesse informare 
la Signoria, sopra quanto concerneva il Re d' Ungheria, 
e aflFinchè dovessse avvertire i Veneti rettori, per quanto 
si reputava fosse da farsi per 1' onore e la sicurezza della 
republica. 

Federico Savorgnano nell' anno 1381 fu Ambasciatore 
del Patriarca d' Aquileja a Torino pel maneggio del trattato 
di pace colà conchiuso, fra la Republica di Venezia e 
quella di Genova e gli alleati di quest' ultima, colla media- 
zione del conte Amedeo di Savoja. Federico Savorgnano 
sebbene incaricato del Patriarca d' Arquleja, mostrossi 
fautore validissimo degli interessi della Republica Veneta. 

Ma dove più chiaramente dimostrò Federico il suo 
carattere propenso ai Veneziani si fu quando fece entrare 
in lega la Patria del Friuli colla Signoria di Venezia me- 
diante il trattato di Grado del 1385. 



— G — 

Diede a questa lega occasione il fatto che T ambizio- 
sissimo Francesco da Carrara, nelF anno 1383 avea 
comperato da Leopoldo Duca d' Austria, la città di Treviso; 
e incominciava già anche ad intaccare il Friuli. Avvenuta 
la lega accennata, Francesco Carrara temette di essere da 
essa soprafatto, e per rendersi forte rimpetto ad essa, 
neir anno 1386, comperò dagli stessi duchi d' Austria 
per ottantamila ducati Feltre e Belluno, occupando inoltre 
diversi paesi del Friuli. Ma Venezia, alleatasi allora con 
Gian Galeazzo Visconti conte di Virtù Duca di Milano, 
questi luoghi tutti capitarono in mano della Republica 
Veneta. 

Il trattato di Grado del 1385 è talmente importante 
perle grandi sue politiche conseguenze avvenire, che credo 
indispensabile darne una sommaria contezza. Quel trattato 
lega, aperse direttamente la via, all' influenza Veneta, 
sulle cose del Patriarcato d' Aquileja, ma doveva riuscire 
fatale alla persona di Federico Savorgnano che lo promosse, 
come vedremo. 

Per l'autorità adunque di Federico Savorgnano esso 
trattato venne conchiuso V 8 febbraio 1385 nel capitolo 
di S. Gio. Batta di Grado, allo scopo di proteggere la 
libertà e le franchigie del Friuli. 

Il trattato venne stipulato senza V intervento del 
Patriarca Filippo d' Alengon anzi contro sua voglia, nò 
egli mandò suoi incaricati a Grado. 

Al contrario il doge Antonio Venier, acconsenti in- 
tervenire alla lega, e per esso si presentarono Giovanni 
Gradenigo, Leonardo Dandolo, e Michele Steno. 

Per Federico Savorgnano si recarono a Grado, Biagio 
di Lisona, e Nicolò Manin da Udine. Intervennero pure a 
Grado, Veuceslao da Spilimbergo, Doymo di Castello, 
Giacomo e Giovanni Colloredo, Nicoluccio e Matteuccio 
Prampero, Odorico, Luchino, Bartolomeo di Maniago e 
Federico Savorgnano dalla Bandiera, Vi erano pure rap- 
presentate le Comunità, di Udine, Venzone, Sacile, e Marano. 



La lega veniva fatta, diceva il trattato, per opporsi 
a coloro che avessero voluto invadere le terre della Chiesa 
d'Aquileja e patria del Friuli, eccettuati però il papa, 
r Imperatore, il Re d' Ungheria, i duchi d' Austria e i 
Conti di Gorizia. La lega quindi era conchiusa in sostanza per 
opporsi a Francesco da Carrara, che agognava ognora 
estendere il suo dominio, e che dava ombra alla repubblica 
Veneta che in lui vedeva un pericoloso rivale. 

La lega stabilita per tre anni, dava ad ogni altro Signore 
del Friuli la facoltà di entrarvi dentro un mese, che se si 
fosse scoperto contrario al bene della lega, dovea esser 
considerato come nemico. 

La lega armava 500 lancie ; metà delle quali il Comune 
di Venezia, e metà i Signori Friulani. Ognuna delle due 
parti aveva un proprio Capitano. 

In caso di guerra contro Venezia, eccetto il Papa, 
r Imperatore, e il Re d' Ungheria, la lega dovea proibire 
ai nemici dei Veneziani i porti, i fiumi e i luoghi marittimi 
e prestar ajutie rinfrescamenti alle sole genti del Comune 
di Venezia. 

Che se poi alcuno fosse venuto ai danni del Comune 
di Venezia a Mestre, Mestrino, Musestre e Ponte di Piave, 
sole terre che Venezia allora possedeva sul continente, i 
Signori del Friuli doveano accorrere in di lei ajuto, colle 
loro lancie. 

Fella inosservanza dei patti della lega venne stabilita 
una pena di 15 m. ducati d' oro. Per i meriti solenni, e 
pel favore accordato con questa lega alla Signoria di 
Venezia, P'ederico Savorgnano con parte 3 aprile 1385 
del Maggior Consiglio di Venezia, uomo nobile, e ben 
disposto air onore del Veneto dominio, intimo e caro 
amico, venne chiamato a far parte coi figli suoi legittimi 
maschi e i figli maschi e legittimi discendenti da quelli 
in perpetuo, del Maggior Consiglio. Ma tali favori, come 
si disse, doveano riuscire fatali a Federico. Nel Patriar- 
cato era succeduto a Filippo d'Alengon, Giovanni di Moravia. 



— 8 - 

Ora Federico non sospettando male, mentre udiva la 
messa del proprio Cappellano ad Udine nella sua cappella 
di S. Stefano, finita la messa essendo entrati alla sprov- 
vista nella detta cappella certi dei più stretti di casa del 
Patriarca, armati con altri complici, avendo finto voler 
parlare col detto Federico, che era disarmato, a lui av\àci- 
natisi, snudate le spade, lo uccisero. 

Dopo il fatto, gli assassini fuggirono dalla terra di 
Udine, e furono conservati senza offesa dal predetto 
Patriarca, non avendo esso mai fatta giustizia, né men- 
zione di farne. Cosi è narrato dalla Bolla di Papa Boni- 
facio IX il primo Agosto 1401 anno undecimo del suo 
pontificato. Ma spettava a Tristano il figlio di Federico il 
far giustizia. E tradizione che la vedova di Federico, 
Orsina d' Este, avesse conservate le vesti insanguinate del 
marito, e le spiegasse innanzi ai figli facendoli giu- 
rare di vendicare il padre. Nel 1394, Tristaao alla 
sola età di 16 anni e mezzo, assieme a Nicolò Sa- 
vorgnano, e Guarnieri Favarotta da S. Daniele consi- 
derando che la morte di Federico era avvenuta di 
consentimento, mandato e volontà del patriarca, sendo 
esso per fama e per fatti, crudele feroce e pericoloso, per 
schivare la morte pur ad essi sovrastante, presa comoda 
occasione, se ne andarono al Castello d' Udine, e trovato 
il patriarca 1' uccisero. Cosi è pure narrato dalla citata 
Bolla di Bonifazio IX. 

Scorsi sette anni da questo fatto e cioè nel ì40ì 
Papa Bonifacio IX, in seguito alla contrizione di cuore 
per la grave offesa fatta a Dio, ed al chiesto perdono, con 
siderato che la Clemenza dell' Apostolica Sede non nega il 
perdono ai pentiti, né pietà a coloro che si ravvedono 
accordava ai Vescovi di Castello e di Torcello, la facoltà 
(li assolvere Tristano e i suoi Compagni dalla scomunica 
in cui erano incorsi. 

Veniva però imposto loro per penitenza, maritare 
dieci donzelle secondo la condizione loro, dotare sufficieu- 



— 9 — 

temente una cappella per un sacerdote nella chiesa di 
Acquileja; venivano privati dei feudi e patronati con- 
cessi dalla chiesa d' Aquileja, era loro proibito di devenire 
chierici e prelati fino alla quarta generazione, erano 
invitati a prender la croce al passaggio in terra santa, o se 
impediti, mandare idonei combattitori a spese loro. Do- 
veano visitare tre volte le chiese degli Apostoli Pietro, 
Paolo, e Giacomo in Compostella e finalmente venivano 
loro imposti digiuni e preghiere. 

Tristano profugo dal Patriarcato di Acquileja e dal 
Friuli, se ne viveva a Venezia privo dei suoi beni che 
erano stati confiscati. La Republica per provvedere alla 
sorte di lui nell' anno 1404, lo approviggionò per tutta 
la sua vita con ciuquecento ducati d' oro ali' anno, e ciò 
affinchè si dovesse inanimare per V onore e il buono stato 
del Dominio Veneto; e Tristano si obbligava con i suoi 
discendenti, ad esser nemico dei nemici della Signoria di 
Venezia, e nominatamente d' esser nemico pubblico del 
Signor Sigismondo Re d' Ungheria, del Regno e Corona 
d' Ungheria, e dei suoi aderenti, complici, e sudditi, ogni 
qual volta, volessero offendere il ducal dominio, e Comune 
di Venezia. 

Celebrato resta nella storia, la difesa, del- Castello 
fl'Ariis, sostenuta per opera di Tristano, contro Sigismondo 
re d' Ungheria che in persona era venuto all' assedio. 

La fermezza e. la costanza di Tristano Savorgnano 
salvarono col castello d' Ariis, l' intero Friuli dalle armi 
straniere ; imperocché intromessosi come intermediario 
Papa Giovanni 23, Sigismondo dovette conchiudere una. 
tregua di cinque anni colla signoria di Venezia. Questa 
però, pochi anni appresso, conquistato il Friuli, restituì 
a Tristano tutti i suoi castelli, giurisdizioni e facoltà che 
pel corso di nove anni erano state vendute dal Fisco, e 
comperate dai suoi emuli e nemici che cosi restarono 
senza i beni comperati e senza i danari esborsati. Cosi 
si esprime una cronaca. 



— 10 — 

Ma egli è tempo finalmente che parliamo di Girolamo 
Savorgoano. Esso era figlio di Pagano, e di Maddalena dei 
ignori di Zucco e nacque nel Friuli nel 14G6. Ebbe quattro 
mogli. Maddalena della Torre, Felicita Tron, Bianca Mali- 
piero e Orsina Canal. La prima moglie gli diede 4 figli, la 
seconda 3, la terza 5, la quarta 12, complessivamente fra 
maschi e femmine ebbe 23 figli. Alcuni di essi come il 
padre seguirono la carriera delle armi, e presero parte 
alle guerre d' Italia di quei tempi. Ben presto Girolamo 
si fece notare perii suo valore, e fino dal suo ventesimo 
anno, coi fratelli Giacome e Tristano, nell' anno I4So, 
essendo calati gli Tngheri fino a Pordenone, si prestò alla 
difesa del paese, protesse Gradisca, e a Montecroce nella 
Carnia assaliva e scacciava i nemici tedeschi. 

In benemerenza di questi suoi atti ai 22 Luglio del 
1487, il Collegio gli accordava una condotta, di 300 fanti 
cioè un terzo balestrieri, un terzo archibusieri e T altro 
terzo lanceruoli, eoli' ordine di recarsi prima in Valsugana 
quindi a Feltre. Nello stesso tempo, suo fratello Giacomo, 
condottiere di gente d' anni della Signoria di Venezia 
perdeva la vita nella guerra di Pisa. 

Continuava Girolamo a prestare il suo fedele servizio 
militare alla Signoria di Venezia, fino a che dopo circa 
un ventennio dalla sua nomina a Condottiere, si presentò 
l'occasione opportuna, nella quale doveano rispleudere a 
luce di sole, il suo insigne valore personale e la fermezza 
dei suoi propositi. 

Nel 22 Giugno dell'anno 1507, vennero innanzi alla 
Signoria di Venezia, legati dell' Imperatore Massimiliano 
d' Austria, per chiedere il passo pel loro padrone, per 
r Italia e in armi e ciò per andare a prendere la corona, 
come Imperatore dei Romani, a Roma. 

In senato parlò opponendosi a tal richiesta, Andrea 
G ritti, e il suo parere prevalse. Il Venerando consesso 
oppose un reciso rifiuto alla pretesa di Massimiliano, al 



— 11 — 

quale coiicedevasi il passo alla condizione, che venisse pur 
in Italia, ma disarmato. 

Adontatosi Massimiliano per la ripulsa, concesse un 
mese di tempo per riflettere, minacciando rovine, e facendo 
intravedere che si sarebbe unito con altri ai danni della 
Repubblica. In quel momento i francesi, col mezzo del 
Trivulzio e dello Chaumont, appoggiarono la condotta dei 
Veneziani, e Massimiliano volendo porre in esecuzione le 
sue minacce, in suU' aprirsi dell' anno 1508, fece ammas- 
sare le sue genti al confine del Tirolo^ coli' intenzione di 
invadere il territorio veneziano. 

La Repubblica in tale frangente pensò alla propria 
difesa, e spedi a quelle parti Giorgio Cornare col carico 
di Provveditore Generale del Friuli, e Bartolomeo Alvi ano 
con molte Milizie. Girolamo Savorgnano veniva preposto 
al Comando delle Cernide friulane. 

Ai 22 febbrajo calarono i tedeschi per il passo di 
Misurina, alla villa di Cortina d' Ampezzo, dove furono 
amichevolmente accolti da quegli abitanti, che dimenti- 
carono per tal modo il patrio Cadore e Venezia ; né più 
furono essi a questa ricongiunti, perchè Cortina d' Ampezzo , 
col Castello di Botestagno furono ceduti definitivamente 
a Massimiliano qualche anno dopo, come vedremo. 

I tedeschi scesi a Cortina, proseguirono ad avvanzars 
per la chiusa di Venas, e ottennero il Castello, d! Pieve 
di Cadore. L' Alviano ricevette allora 1' ordine di recarsi 
in Cadore, e Girolamo Savorgnano raccolse a sue spese 
una massa di 4000 Cernide e cavalli Albanesi con 
Francesco Sbrojavacca, Antonio dei Pii ed altri castellani. 
Egli si volse per il ragliamento a prendere il passo della 
Mauria, facendo indietreggiare il nemico. Scrisse al Senato, 
sulla posizione dei tedeschi, e suggerì quanto doveva 
operare il corpo soggetto air Alviano ; inanimò gli abitanti 
col prometter soccorsi, e raccolti ancora altri soldati si 
incaminò per congiungersi all' Alviano. 



— 12 — 

L' Alviano condusse la sua milizia per il Zoldano a 
Cibiana. La neve aveva una altezza di 5 piedi, e il generale 
dovette farsi strada coli' ajuto di pali di buoi e di cavalli, 
per inoltrarsi infiao a Valle in Cadore. Nello stesso tempo 
il Savorgnano, calando per Lorenzago, prendeva Tre Ponti, 
il passo che vien da Misurina ed Auronzo, chiudendo cosi 
di concerto coli' Alviano ai tedeschi^ ogni via di scampo 
e di soccorso. L' Alviano piombò sopra di loro, e riportò 
la vittoria di Cadore o di Rusecco nella quale quanti 
erano gli imperiali furono morti, compreso il loro coman- 
dante Sistrauss, ed erano duemila, mentre i Veneti ebbero 
perdite insignificanti. Il Savorgnano arrivava sul campo 
due ore dopo la battaglia, restava però a lui il merito di 
aver saputo completamente accerchiare il nemico (1). 

Dopo questo fatto d' armi il Savorgnano presentavasi 
al Collegio in Venezia, dove venne ampiamente lodato; 
s' affrettava quindi esso a ritornare in Friuli, imprese a mu- 
nire i passi della Carnia e del Cadore, e impegnavasi ad avan- 
zare contro il nemico, intraprendendo una campagna offen- 
siva. L' Alviano e il Savorgnano si impadronirono di Cormons 
incendiandolo e saccheggiandolo, occuparono Gorizia, Duino, 
Vipacco, Trieste, Pisino, Fiume ed altri luoghi. Ma in questo 
frattempo il Savorgnano collocatosi con trecento dei suoi nel 
Castello di Bren presso Trieste, e il nemico molto numeroso 
essendosi stretto d'attorno, e dato fuoco al Castello, il Savor- 
gnano i 14 Giugno 1508 dovette promettere al Conte Cristo- 
foro Frangipane capo delle genti imperiali, peila propria libe- 
razione, e per quella del suo cancelliere e due servi, ducati 
1300. Massimiliano intanto avea chiesto alla Repubblica 
pochi giorni prima di questi avvenimenti una tregua di tre 
anni. Il Senato vi acconsentiva, e il trattato venne segnato 
r 11 Giugno 1508 nel Convento di Santa Maria fra Riva 
ed Arco. 



(1) Vedi il mio Castello di Cadore. Venezia 1884. 



— 13 — 

Il modo come fu conclusa la tregua dalla Repubblica 
disgustò la Francia^ che la avrebbe voluta estesa a tutti 
quanti ; e se da principio essa sosteneva Venezia, dimostrava 
ora verso di questa il suo malumore perchè nelle ostilità 
contro Massimiliano, non si era limitata a difendersi, ma 
aveva proceduto ad una trionfale campagna offensiva, 
impadronendosi sopra tutto di Gorizia e di Trieste il che 
fu causa della imminente rovina della Repubblica. — 
Difatti la tregua richiesta dal Massimiliano, non era stata 
che una insidia, ed essa non doveva servire che a mascherare 
la formidabile lega che si stava concertando contro Venezia, 
e che fu stipulata a Cambray il 10 dicembre 1508, fra 
l'Austria, la Francia, la Spagna, il papa, e i principi italiani. 

Il manifesto della lega proclamava : 

che essa era stata fatta allo scopo di far cessare le 
ingiurie, le perdite, le rapine i danni che i Veneziani 
avevano recato non solo alla Santa Sede Apostolica, ma 
al Santo Romano Impero, alla casa d'Austria, ai duchi di 
Milano, ai re di Napoli e a molti altri principi, occupando 
e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, 
le loro città, e castella, come se cospirato avessero al male 
di tutti. Laonde si era trovato, non solo utile ed onorevole, 
ma necessario, di chiamare tutti ad una giusta vendetta, 
per ispegnere come un incendio comune, la insaziabile 
cupidigia dei Veneziani, e la loro sete di dominio. 

Riconoscente la Repubblica verso Girolamo Savorgnano 
per le imprese da lui operate, nella prima metà dell' anno 
1508, neir ottobre dello stesso anno esso veniva chiamato 
a far parte della Giunta del Senato, onore che non era 
mai toccato ai Savorgnani. Avuta nuova, della conclusa 
lega, la Repubblica prendeva i necessarii provvedimenti, 
per la propria difesa; ammassava truppe sotto gli ordini 
dell' Alviano e del Pitigliano ; faceva scrivere sui proprii 
stendardi, che essa pugnava per la defensio Italiae, e i suoi 
soldati alzavano il grido : Italia e libertà. 



— 14 — 

Nel dicembre del 1508 il Savorgnano veniva dal Senato 
creato, Collaterale Generale colla sorveglianza suir esercito 
di terra cessando par tal carica di far parte del Senato. 

Nel marzo del 1509, il Consiglio dei X spediva il 
Savorgnano in Svizzera affine di trattare con quei Cantoni, 
per ottenere soccorsi di truppe. 

Da principio egli trovò colà le migliori disposizioni, 
ma le pratiche andavano in lungo, sia per gli intrighi del 
re di Francia, che pure per se voleva accapparrare genti 
di quel paese, sia per gli indugii e le indecisioni della Signo- 
ria di Venezia che non veniva mai a definitive conclusioni. 

I cantoni Svizzeri alla fine decisero di attendere le 
risoluzioni della Signoria fino alla metà del mesa di Maggio 
1509. Ai 14 del detto mese avvenne la fatale rotta dei 
Veneziani alla Ghiara d' Ad-da, ed ogni trattativa fra la 
Svizzera e la Signoria venne rimandata a termine indefinito. 

II Savorgnano, dolente, che la sua missione non avesse 
ottenuto alcun efl^etto, nel Luglio 1509 ritornava a Venezia. 
Egli non doveva però restare inoperoso, e neir agosto del 
1509, la signoria a lui si rivolse, e lo nominò capitano 
delle genti e dei fanti del paese. Il Savorgnano obbedendo 
agli ordini ricevuti, raccolse 3500 uomini, e con essi 
s' avviò ad Udine, per attendere colà altre truppe, facendo 
la massa ad un miglio dalla città, ai prati di San Canciauo. 

Finalmente nel Settembre 1509, finito il congentra- 
mento delle truppe, il Savorgnan levava il campo a 
ordinanza da Udine, colle forze seguenti ; Prima di tutti 
una squadra di cavalli leggeri poi Girolamo Savorgnano 
gran capitano delle fanterie del paese con settemila 
uomini, 500 cavalli leggieri fra stradioti e balestrieri, 
150 cavalli della Patria 700 fanti usati, e 63 uomini 
d' arme. Con queste genti il Savorgnano, respinse 10,000 
tedeschi che avevano invaso il Friuli fino a Pontebba 
si impadroni di Cormons, cui diede il sacco, completamente 
brucciandolo e devastandolo ; distrusse le biade per le 
campagne, prese alcune artiglierie, quindi ueir ottobre si 



-- 15 — 

impadronì di Gasteliiuovo, colla resa a discrezione dei 
difensori. — Ottenuti questi successi, il Savorgnano recossi 
a Venezia, e presentossi al collegio per render conto 
del suo operato. A ricompensa delle sue fatiche venne 
eletto della Giunta del Senato per la seconda volta ; ma 
creato ancora Collateral Generale, dovette rinunziare al 
posto di .Senatore e si recò a Padova per la mostra che 
colà si faceva delle milizie. Nel novembre si avviò a 
Vicenza, per toglierla dalle mani degli imperiali, e se ne 
impadronì ; questo fatto lo descrisse egli stesso, in una 
1 eteraaì co;gnati Tron. 

Egli prima battè la terra colle artiglierie, e assaltò 
il Borgo Pusterla, dopo di che concesse la resa ai tedeschi 
salve le vite con le loro robbe ; narra il Savorgnano delle 
diverse squadre degli uscenti che ascendevano a circa 
quattro migliaja d'armati, con numerosa turba di femmine, 
sguatteri, ed altra canaglia inutile. Non soddisfatto però 
della Carica di Collateral generale, il Savorgnano deside- 
rava ritornare nel suo Friuli, dichiarando voler servire 
la Repubblica in altro modo, e rinunciava al posto di 
Collateral generale, e in vece sua fu nominato Battajon 
IJattaja. I tedeschi nuovamente si presentarono verso il 
Friuli, e il Savorgnano portatosi a quella volta, stabilivasi 
nel suo castello di Osoppo, posto ai piedi delle ultime 
diramazioni delle alpi, sopra un piccolo monte. 

In quel monte egli avea posti tutti i suoi pensieri, e 
per se dichiarava, che con cento cavalli gli bastava il core 
di affrontarne mille. 

Egli faceva rilevare l'importanza di Osoppo, che se 
fosse caduto in mano dei nemici, questi si sarebbero 
impadroniti di tutto il Friuli sebbene in mano della Signoria. 
Stette egli ad Osoppo fino al giugno 1510, quindi essendosi 
i nemici ingrossati verso la chiusa, si recò colà a sni- 
dameli. — Frattanto avveniva il clamoroso tradimento, 
di Antonio Savorgnano, cugino di Girolamo, il quale attratto 
dalle imperiali promesse ed in seguito a civili discordie, 



— le- 
da osso promosse, passava alla parte di Massimiliano, e 
minacciava le terre del Friuli da Gorizia, ove aveva con- 
centrate le sue genti. Girolamo Savorgnauo, dichiarandosi 
fedelissimo alla Signoria, con tremila fanti e 50 cavalli 
leggeri era pronto alla difesa. Nella speranza che Girolamo, 
seguisse la stessa via del cugino, Massimiliano spedi un 
trombetto ad Osoppo, chiedendo il loco, ma Girolamo 
Savorgna.n rispose che non voleva seguire le vestigia 
esecrabili, e le perfidie dell' agnato di Casa Savorgnau, 
traditore che aveva venduta la patria e la propria libertà. 
Girolamo dichiarava aver deliberato con 1' ajuto del Sommo 
Dio difender la propria patria e libertà, tanto propria 
quanto quella di coloro, che si trovavano nell' invittissimo 
castello di Osoppo altre volte illustrato dagli antichi romani, 
ed ora per opera e cura sua, rinnovato a gloria sempre 
ed onore del divino ed eterno nome del serenissimo Dominio, 
e che prò viribus lo avrebbe difeso usque ad mortein. Cosi 
da un castello anticamente romano, romanamente o vene- 
zianamente, rispondeva al tedesco imperatore il Savorgnano. 

Eccitato dal forte contegno del Savorgnauo, il Senato 
ordinava a Giovanni Vetturi di recarsi ad Osoppo con 400 
cavalli leggeri, e a compensare la fede di Girolamo Savor- 
gnano, il Consiglio dei X decideva di distribuire i beni 
del traditore Antonio Savorgnano, per metà a Girolamo e 
r altra metà al Condottiere Baldassare di Scipione. 

La Signoria dava inoltre un altro chiaro segno di 
illimitata confidenza nel Savorgnano colla sua deliberazione 
del 29 settembre del 1511 che ratificava le promesse che 
egli avea fatte ai Friulani peli a fede ed alacrità da essi 
dimostrate in favore di Venezia, rimettendo nell' arbitrio 
di esso Savorgnano, tutto quanto volesse promettere in 
nome della Signoria, secondo che gli fosse per sembrare 
opportuno. 

Neir ottobre del 1511 il nemico si avvicinava ad Osoppo 
e Girolamo mandava ad assicurare nuovamente la Signoria 



— 17 — 

della fedeltà sua, chiedendo solo che il nemico venisse 
molestato dalle genti di fuori. 

Tua strana voce era corsa in Venezia, in quei giorni ; 
e cioè che il Savorgnano si fosse reso all' Imperatore. 
Ciò però non era vero — egli collo scopo di guadagnar 
tempo per attendere soccorsi da Venezia, apri trattative 
coi tedeschi, e con salvocondotto si recò al campo nemico, 
per trattare la sospensione delle ostilità per uu mese, invi- 
tato da Massimiliano andò a Toblach presso di lui, ma non 
accettando le condizioni offertegli tornò a Osoppo e per la 
via di Marano si diresse a Venezia, per ricoverarvi la 
moglie ed i figliuoli. Egli tenue una conferenza col doge, 
assistè alle sedute in Senato, quindi presentavasi in Collegio 
in solenne udienza, dove espose la situazione degli affari, 
e dichiarò esser fedelissimo fillo stato, pel quale voleva 
vivere e morire, e che era venuto a Venezia per condurvi 
la moglie e i figli. - Nel novembre dello stesso anno 1511 
parti per la Carnia, e si accinse alle imprese di Venzon 
e della Chiusa che ottenne a discrezione, quindi rivolse 
le sue forze contro Gorizia e Gradisca. 

Nel dicembre egli veniva nuovamete in Collegio, 
per esporre le inprese compiute, rinnovando le proteste 
della sua fede rifiutando un dono che la Signoria gli 
avea fatto di 200 ducati, e ritornò nel suo Friuli ; colà 
apprese come il traditore Antonio Savorgnano fosse stato 
ucciso da alcuni sicarii a Villacco, per il che, sebbene 
parente, non volle portare alcun lutto. Circa a queir epoca 
avvenne un fatto che molto addolorò la Signoria, verificatosi 
in tempo d' armistizio, la perdita cioè di Marano. Un prete 
Bortolo da Mortegliano seguace di Cristoforo Frangipani, 
frequentando la casa di Alessandro Marcello, podestà 
Veneto di Marano, sorprendendo la costui buonafede trovò 
modo di far occupare a tradimento dai tedeschi il luogo. 
Il Senato comandò al Savorgnano di ricuperare la piazza. 
Egli si accinse all' opera colle truppe del paese mentre 
veniva assecondato dalle navi veneziane, dalla parte del 

2 



— 18 - 

mare, ma V impresa non riusci. Cristoforo Frangipani, 
venuto in aiuto degli assediati, costrinse il Savorgnano 
a ripararsi ad Osoppo con Teodoro del Borgo e Giacomo 
Pinadello, mentre Udine veniva abbandonata da Pandolfo 
Malatesta che si ritirava coi Veneti fino a Sacile, seguendo 
in ciò r avviso del Savorgnano. Neil' ottobre 1513, avea 
luogo un primo fiero attacco degli imperiali contro il 
castello di Osoppo che sofferse le offese di mille colpi di 
cannone. Si presentò, quindi il nemico in ordinanza, per 
dare V assalto, ma vista la disposizione di quei di dentro, 
esso battè in ritirata. Vittorioso al nome di Gesù, scriveva 
il Savorgnano alla Signoria, teniamo ancora questa rocca, 
sotto le sante insegne di Vostra Serenità, determinati a 
morire piuttostochè a perderla. Ma 1' esercito tedesco 
guidato dal Conte Cristoforo Frangipani era tornato in 
campagna. Contava es^o 5000 fanti, 1000 cavalli e trenta 
pezzi d'artiglieria. Il proposito del Frangipani era quello 
di andarsi ad unire coli' esercito Spagnuolo e Tedesco che 
si trovava a Vicenza, dopo aver sconfitto, 5 mesi prima 
r esercito Veneziano, comandato dall' Alviano, e che si 
era salvato a Padova e Treviso, sole rimaste alla repu- 
blica. 

Il Friuli era tutto in mano dei Tedeschi, e il solo 
Savorgnano a Osoppo, teneva alto il Vessillo di S. Marco. 

La sola Osoppo, contrastava il passo al Frangipane che 
perciò determinò, impadronirsene. Nel febbrajo del 1514 
vi poneva 1' assedio, sperando in pochi giorni di venirne 
a capo. Non esitò il Savorgnano far bruciare le sue pro- 
prietà e la sua villa, posta ai piedi del Monte, perchè 
non vi trovasse alloggiamento il nemico. Gli assediatti 
stretti dal blocco, sofi*rivano penuria d' acqua, sicché i 
cavalieri aveano risolto, di lasciar morire i cavalli di 
sete, ed una fiata si fece il pane col vino, mentre tutti i 
difensori alla loro volta aveano solennemente promesso dì 
morire piuttostochè mancare a questa impresa — Nel 14 
febbrajo, la Signoria lodava il Savorgnano per la sua deli- 



— 19 — 

berazione di difendere Osoppo contro i' esercito tedesco, 
e dichiarava di averlo collocato in mezzo alle viscere del 
suo cuore, cosi conchiudendo : La inconcussa fede e V amore 
della patria del benemerito gentiluomo nostro produrranno 
effetti conformi, a quelli che si ripromettono, anima a 
proseguire la incominciata impresa, dalla quale trarrà 
gloria ed onore immortale. 

E il 1. Marzo 1514 la Signoria lodava il Savorgnano, 
per non perdonare ai cavalli per conservare 1' acqua, 
promettendo validi e gagliardi soccorsi, per cui non solo 
i nemici se n' andranno, ma resteranno tagliati a pezzi, 
uel modo che lo furono quelli del Cadore, del che eziandio 
fu la virtù e la diligenza del Savorgnano buona causa. 
Il Tedesco intanto continuava 1' assedio, e in seguito al 
bombardamento le mura del castello erano già demolite. 
Il nemico allora, apprestò apposite macchine, fece- scoppiare 
delle mine, e tentò dare un primo assalto, ma il Savorgnano 
si difese virilmente, assecondato eroicamente da tutti i 
suoi, e perfino dalle donne, e gli assalitori vennero re- 
spinti. 

I tedeschi allora fecero proposta di tregua, ma si prese di 
non udirli, che più presto volevasi morire che componere. 

In questa sentenza tutti concorsero i difensori soldati 
e contadini e la pratica iniziata da una lettera di Nicolò 
Reuber capitano imperiale di Trieste, fu rotta. I nemici 
allora rincalzarono le opere delle mine, e dopo molti tenta- 
tivi, diedero un nuovo generale assalto, per montare nel 
Castello, battendone i fianchi colle artiglierie; ma anche 
questa volta vennero respinti, e lo stesso capitano Cristo- 
foro Frangipane, s' ebbe una sassata sulla celata. Era 
urgente la necessità del soccorso da parte della Signoria, 
e ciò dimostrava in una eloquente arringa in Senato 
Luca Tron. Diceva il Tron, che il valore del Savorgnano 
teneva divisi i due eserciti nemici Tedesco e Spagnuolo, e 
conservava a Venezia tutta la patria del Friuli. 



~ 20 — 

Dopo la grande rotta dell' Olmo, data dagli Spagnuoli 
ai Veneziani presso Vicenza il 7 ottobre 1513, dalla quale 
l'Alviano si potè salvare per miracolo colle reliquie del- 
l' esercito a Padova e Treviso, dall' una parte 1' esercito 
spagnuolo era padrone delle campagne, e nell'altra parte 
r esercito Tedesco, dopo avuta Marano per tradimento, 
oltre che Gradisca, eccetto Osoppo, si era impadronito di 
tutto il Friuli, ed i Tedeschi aveano ordini di unirsi agli 
Spagnuoli, per attaccare insieme Padova e Treviso. Era 
il solo Osoppo che impediva a queste genti di unirsi, e 
che aveva dato tempo alle forze venete di ristorarsi e 
rinfrancarsi dopo la patita sconfitta. 

Per benefizio ed utile nostro, esclamava il Tron, 
muoviamoci a soccorrere il Savorgnano, anche per grati- 
tudine verso uno dei nostri nobili. 

Il Savorgnano, (cosi continuava il Tron) vedute 
abbandonate Udine e la Patria, e tutti ritiratisi nel Tri- 
vigiano, risoluto di morire o di impedire al nemico la 
via di proseguire la impresa da lui destinata e la conquista 
del Friuli, si è ridotto nel suo castello di Osoppo, volon- 
tariamente, senza artiglierie del governo, munizioni, od 
altra cosa, dove non era fatto apparecchio di muraglie 
e di ripari per la difesa, ed ivi ha aspettato il preseutai-si 
<lel potentissimo campo nemico, ha sofferto attacchi di 
batteria, come mai in altra fortezza, avendo il nemico 
artiglierie di 150 libre di palla, minate le mura della 
rocca, fattele cadere in terra, e dati assalti in un medesimo 
tempo, non in una sola parte, ma in molte e con ciò il 
Savorgnano, proseguiva il Tron, ha rifiutato proposte grandi 
ed amplissime fattegli dal nemico, egli non chiede compensi 
dei pericoli, fatiche e danari suoi, rovinato il castello, e 
il muro antico fino alle fondamenta, distrutte le possessioni 
abbrucciate le case, nelle quali egli medesimo vi pose il 
fuoco, per incomodare 1' alloggiamento del nemico, egli 
che manteneva del suo ottocento soldati, senza che il 
pubblico ne facesse spesa alcuna. Egli chiede soccorso. 



— 21 — 

ma vuole che non si precipiti nella deliberazione, ma che 

si maturi, contrapponendo il pubblico al privato beìie proprio. 

Il Tron chiedeva quindi che si soccorresse il Savorgnano 

e si scrivesse all' Alvlano che con fanti e cavalli da 

Padova e Treviso, andasse verso il Friuli e si avvicinasse 

ai passi di Osoppo, di cui allora i tedeschi abbandoneranno 

l'impresa, e da quello sortendo il Savorgnano li sconfìggerà 

per cui libere da ogni sospetto da quella parte, le forze 

venete potranno difendere V altra ; perchè è più sicuro 

aver da fare con le forze nemiche divise, che non aspettare 

sieno insieme congiunte. Il discorso del Tron commosse 

il Senato che il 29 marzo 1514 deliberava generosamente 

di soccorrere il Savorgnano ed ordinava all' Alviano, che 

traesse parte delle sue genti da Padova e liberasse Osoppo 

dall' assedio. Ai 29 dello stesso mese di marzo il Senato 

al Savorgnano, che avea raccomandata la moglie Orsina 

Canal e i figli, cosi scriveva : Della donna veramente 

figliuoli e cose sue de qui, non se ne pigli afi'anno la 

Magnificenza Vostra, ma resti bene sicuro e con l'animo 

quieto, che non li lasciamo mancare comodità alcuna, 

perocché questi ne sono al cuore non solo, per rispetto 

che sieno la famiglia di Vostra Magnificenza, ma etiam 

perchè li ritenerao et reputiamo proprii figliuoli nostri. 

Cristoforo Frangipani avea perduto intorno Osoppo 45 

giorni, e le sue genti soff*ersero per il rigore della stagione 

nonché per morti e feriti ; egli anziché unirsi agli 

Spagnuoli come era suo divisamento, saputa la mossa 

dell' Alviano gli spediva incontro fino a Pordenone per 

afi'rontarlo, il capitano Rizano colla cavalleria. Ma a 

Pordenone l'Alviano, tagliava a pezzi i 400 uomini d' arme 

del Rizano, feriva e faceva prigioniero il Rizano stesso 

e nel di seguente si diresse verso Osoppo. 

Il Frangipane, privato della cavalleria del Rizano, 
cominciandosi a sbandare una parte del suo esercito, non 
attese 1' Alviano, ma fuggi verso Venzone e la Chiusa. 



— 22 — 

Allora finalmente T intrepido Savorgnano, uscì fuori 
d' Osoppo coi suoi soldati, per attraversare la strada al 
nemico nella sua ritirata, diede ordini che si tagliassero 
i passi nella Carnia, e occupò con duemila uomini Venzone 
e la Chiusa. In qaesti fatti il Savorgnano potè togliere ai 
tedeschi otto pezzi delle più grosse artiglierie, che egli 
donò alla Signoria di Venezia, perchè fossero esposti in 
piazza S. Marco, per allegrare quella nobilissima città, 
essendoché per lo innanzi avea perduta una gran quantità 
di artiglierie, come il 7 ottobre 1513 presso a Vicenza, e 
a Brescia nel 1512 con Gastone di Foix e nel 1509 nella 
rotta di Ghiaradadda. Ma Girolamo Savorgnano, dopo tanta 
disdetta, avendo toccato a lui dar volta alla mala sfortuna, 
condusse quei pezzi di grossissiraa artiglieria in piazza 
S. Marco, per consolare i Veneziani di tante perdite, ed 
animare i popoli, con la vista di un nobile trofeo, tolto 
ai nemici tedeschi ; cosi parla una Cronaca. 

Liberato il Friuli dai tedeschi, il Savorgnano mandò 
suo nipote Camillo a prender possesso di Udine, e i Signori 
Castellani, scrissero alla Signoria di Venezia ringraziando 
Dio d' esser tornati sotto la pristina obbedienza di Missier 
San Marco. 

Il Savorgnano, dopo levato V assedio di Osoppo, per 
dare un segno della sua ^gratitudine, per il modo onde dai 
suoi terazzani era stato coadiuvato nella difesa, e per 
rimunerare i prestati servizii, donava nell' anno stesso 
1514 al Comune ed agli uomeni di Osoppo gli affitti per 
dieci anni, che solevano contribuire. Neil' aprile 1514 il 
Savorgnano recavasi a Venezia, e presentavasi alla Signoria 
per render conto delle sue imprese. Egli poi veniva creato 
Signore di Osoppo, e Conte di Belgrado, e gli venivano 
concessi tutti i beni del fu traditore conte Antonio ^^avo^- 
gnano. Nel privilegio 1515, 25 agosto di Leonardo Loredaiio 
pel Contado di Belgrado conferito a Girolamo Savorgnan 
si contengono queste parole : Il Conte Girolamo Savcrgnan 
imitando le pedate, dei suoi maggiori, ha sostenuto contro 



— 23 — 

le forze dei uemici la Patria, con poca gente senza mostrar 
segni di viltà ; si restrinse nel castello d' Osoppo, ove fatta 
elezione di più tosto morire, che viver diviso dalla nostra 
dolcissima Repubblica, dopo aver sofferto un lungo e 
durissimo assedio, e senza essersi punto spaventato per li 
molti gagliardissimi assalti dati, e sprezzate con altissimo 
animo le amplissimime offerte e condizioni a lui fatte, dai 
uemici, forte e virilmente le mantenne, fino a tanto che 
la fede, ed il valore dello assediato, superò la potenza 
degli assediatori. 

Al Re d' Inglilterra che insieme al Papa stimolava i 
Veneziani affinchè venissero alla pace, nello stesso aprile 
del 1514 la Signoria rispondeva, che mentre si maneggiava 
la pace o la tregua, i tedeschi erano calati in Friuli met- 
tendo quella terra a sacco, a ferro e fuoco, trascinando 
gli uomini a tormenti, e morti crudelissime, o a servitù, 
e con incredibile crudeltà a più di 120 uomini di una 
villa, cavando ambedue gli occhi, ed agli altri tagliando 
le dita grosse delle mani. La Signoria, narrando quindi i 
fatti d' Osoppo soggiugeva : noi presi dal dolore, finalmente 
ci vergognammo, che per soverchio amore di pace, avessimo 
lasciati perire tanti valorosi, assieme a Girolamo Savor- 
gnano ; perciò si ordinò all' Alviano, liberasse Osoppo 
dall' assedio. Continuava la Signoria : sperare in Dio che 
non abbondonerà chi contro suo desiderio, ma solo per 
desiderio di pace, fa la guerra, nel cui numero è ìa repub- 
blica di Venezia. 

Al Savorgnano premeva, riparare allo scacco avuto, 
anni addietro, sotto Marano, perciò egli sollecitava riten- 
tare r impresa. 

Già nello stesso aprile dell' anno 1514 quel prete 
Bortolo da Mortegliano, per 1' opera del quale, Marano per 
tradimento era caduta in mano dei tedeschi, erasi posto 
alla testa di una banda di partigiani imperiali, ma pigliato 
dai contadini, fedeli alla repubblica, fu tradotto a Venezia, 



— 24 — 

e a scauso di possibili contestazioni, immediatamente impic- 
cato per la gola in piazza S. Marco. 

Il 24 aprile il Savorgnano era a Palizzolo, onde 
attendere a dar ordini per impadronirsi di Marano, e il 
3 maggio messosi in campagna, era sotto quel luogo, e lo 
battè colle artiglierie, costruì bastioni per V assedio, e 
chiedeva alla Signoria di poter dar battaglia, manifestando 
però alcuni dubbii sulla riuscita della impresa, su di che 
la Signoria, lo confortava raccomandandogli di non esporsi 
ai pericoli, perchè essa aveva più cara la conservazione 
della sua persona, che non V acquisto di tante terre come 
Marano. Intanto il provveditore Giovanni Vetturi coi suoi 
cavalli leggeri e colle genti d' armi impediva al nemico 
uscir da Gradisca, e riusciva a far prigioniero lo stesso 
Cristoforo Frangipani, che avea incoraggiati gli assediati 
di Marano, a resistere a nome dell' Imperatore, 

Il Savorgnano avea date le sue disposizioni per V assalto 
della piazza pel giorno 2t maggio 1514 con numerose 
fanterie e numerose cernide ; ma le truppe non vollero 
battersi ; molte squadre si sbandarono per non a\er avute 
le paghe, e abbandonarono la impresa che era già matura. 
Il Savorgnano scriveva alla Signorìa che si sbrigasse 
r affare di Marano, e si doleva che il Frangipani prigioniero 
a Venezia, venisse trattato da signore, mentre tanti danni 
avea recati. Il Frangipani fu quindi condotto a Marano, 
perchè ordinasse agli assediati la resa, ma a ciò egli non 
volle prestarsi, dicendo di non voler tradire T Imperatore. 

Si tentò un' altra volta dar V assalto alla piazza, ma 
i fanti non fecero il loro dovere, e il Savorgnano con 
Gian Paolo Manfrone per la viltà dei loro soldati, dovettero 
levare l'assedio e ridursi al Castello di Polpette, presso il 
Provveditore Vitturi, che in una successiva fazione fu 
dai tedeschi ferito e fatto prigioniero. 

L' infelice impresa di Marano, molto addolorò il Sa- 
vorgnano che si ritirò ad Udine, e poi ad Osoppo, pro- 
digando le sue cure a quel Castello, fortificandolo e 



— 25 — 

provvedendolo di fontane di acqua, volendolo mantenere, 
egli diceva, a dispetto dei nemici. 

Il Senato però ben lungi dal rimproverare al Savorguano 
il cattivo esito dell' affare, lo confortava per quanto aveva 
fatto, non volendo essere ingrato, incoraggiandolo a fare 
quanto poteva per la conservazione della Patria, al cTie 
il Savorgnano essendo ammalato rispose, che tale lettera, 
gli era stata più cara di qualsiasi cosa e che subito l'avea 
risanato. 

La disgraziata impresa di Marano, in parte spiegata 
dalla demoralizzazione delle truppe, da alcuni si vuole 
attribuire all' animositt'i dell'Alviano verso il Savorgnano 
per rivalità sorta fra i due uomini di guerra fino dalla 
battaglia di Cadore. 

Fu detto ^.nche che lo stesso Gian Paolo Manfroni 
e gli altri capi delle truppe, invidiosi del Savorgnano, 
ostacolassero la sua idea di dare l' assalto a Marano, 
volendo che le ostilità si riducessero al solo blocco. Altri 
asseriscono che ragioni politicne, si opponessero per quel 
momento all' impresa del Savorgnano ; fatto sta che il suo 
malcontento si può facilmente dedurre da queste sue 
espressioni contenute in una lettera laddove dice : Ma la 
impresa di Marano non fu finita, perchè molti volevano 
comandare, mentre il mestiere della guerra vuole un capo 
solo, che quando abbia comandato, gli sia risposto alla 
marinaresca, che venga fatto ciò che viene comandato, 
ed il che non sarà mai, quando più cervelli eguali insieme 
vorranno comandare. Neil' ottobre del 1514 concludevasi 
armistizio coli' Imperatore, che doveva portare ad altro 
consimile trattato fatto a Novon il 15 agosto 1516, perchè 
pace formale con la Republica l'Imperatore finché visse, 
non volle mai conchiudere. Anche durante queste tratta- 
tive, i Tedeschi non riuunziarono mai all'idea di impa- 
flrouirsi di Osoppo, e nel 1515 fecero preparativi per 
occuparla senonchè vi accorreva con genti numerose 
il Savorgnano, che rese frustranee le mosse nemiche. 



— 26 — 

Pel trattato di Noyon si restituivano all'Austria Gori- 
zia, e la Contea d' Istria, Trieste, e tutti i paesi conqui- 
stati dai Veneti nel 1509; si cedevano Cortina d' Ampezzo 
e il Castello di Botestagno, Gradisca, e Marano. Marano 
sopratutto era ceduto di malavoglia dalla Signoria, e segre- 
tamente ne agognava l'acquisto per lei prezioso, per la sua 
posizione strategica, eminentemente favorevole pella sicu- 
rezza di Venezia. 

Dopo parecchi anni e cioè, nel 2 Gennajo 1542, ire 
avventurieri riuscirono ad impadronirsi di Marano per 
sorpresa, fecero prigioniero il presidio Tedesco, e inal- 
berarono il Vesillo di Francia mandando ad offrire la 
piazza a Pietro Strozzi che militava per quella nazione. 

Egli accettò Marano e lo munì colle sue genti, quindi 
r offri alla Republica, che pagò 35000 ducati allo Strozzi, 
e lo occupò il 29 settembre 1543. 

Il Savorgnano fino all' epoca della sua morte fu ognora 
il vigilante custode della patria del Friuli, e usci in cam- 
pagna più volte preudendo provvedimenti militari special- 
mente contro Cristoforo Frangipani dopo la sua prigionia 
suo mortale nemico personale. Il Savorgnano chiese ed 
ottenne altresì nel 1527 Che Udine venisse fortificata, e 
presentossi molte volte in collegio per ottenere la propria 
preminenza sui deputati del Friuli al Parlamento, o perchè 
la sua arma fosse come quella di Udine esposta in luoghi 
pubblici. 

Gli ultimi anni il Savorgnano li passò tranquillamente 
a Venezia dove mori nel 30 maggio 1529 di anni 63, e 
venne seppolto ad Osoppo. 

Prode e leale Cavaliere ebbe il Savorgnano in vita 
onori e privilegii dalla Repubblica, da lui servita con fede 
incrollabile. Ebbe onorevole iscrizione murale ad Osoppo 
una statua nel Prato della Valle a Padova per cura di 
Mario Savorgnan suo discendente, e medaglie che ricordano 
la difesa di Osoppo. E ben degno sarebbe il Savorgnan di 
avere una statua o un monumento ad Udine, capitale di 



~ 27 — 

quella patria del Friuli, che tanto strenuamente protesse 
dalla invasione dei tedeschi. — Queste memorie che io 
trassi dagli storici, dai cronisti, e in special modo dalle 
mie domestiche carte di casa Savorgnan, mi confortarono 
a tentare di richiamare in vita per qualche istante, questa 
vigorosa figura di patrizio, di patriota, di soldato, illustre 
figlio del forte Friuli ; e poiché all' illustre ed antica 
patria del Friuli, è commessa dalla Provvidenza per prima 
la difesa dei nostri confini, le azioni del Savorgnano 
saranno sempre degne di imitazione, ed a lui ispirandosi 
mai non tremeranno le destre dei generosi friulani. 

Le virtù di Girolamo Savorgnano valgano a ritemprare 
i gagliardi sentimenti del sacro amore della indipendenza 
della patria che palpita nei nostri cuori. A questo solo 
alto intendimento ho voluto evocare il nome di Girolamo 
Savorgnano, sperando che la bontà dell' intenzione varrà 
a perdonarmi, 1' umiltà della forma. 

FriscUme 18 Settembre 190S. 

Filippo Nani Mocenkìo 



DEL POPOLO VENEZIANO 



DUE CONFERENZE TENUTE ALL'AtENBO VeXETO DAL 

D.^ CESARE MUSATTI 



I. 



Certamente i motti popolari non racchiudono in gene- 
rale l'anima delle carte d'archivio ma altrettanto certamente 
rivestono una grande importanza, quando si rannodano 
ad antiche leggende, oppure rammentano storici avveni- 
menti, rievocano il ricordo di vecchie glorie e costum.mze. 
Che se qualche studioso arricciasse il naso davanti a questi 
documenti di letteratura stradale, gli osserverò che non 
li sdegnava nemmeno Marin Sanudo, che ne' suoi famo- 
sissimi Diarii < intromette talvolta la voce del popolo, come 
a rappresentare fino ad un certo segno l'opinione pubblica 
contemporanea » (1). 

Comunque, la mia fatica non s' indirizza ai pochissimi 
che queste briciole della storia guardano con dispregio, 
quasicchè i documenti d' archivio non ne confermassero 



(1 Gius. De Leva. Marino àSanuto il giovane e le opere sue. 
Venezia, Visentini 1888. 



- 29 — 

spesso, come vedremo, 1' esatta verità ; sibbene ai moltissimi 
che adoperando frasi del nostro facile, arguto e colorito 
dialetto n' ignorano l'origine, rispondendovi, qualora ricer- 
cati : L* è un dito (detto), e basta ; e non meno si rivolge 
ai volonterosi che indarno, assai volte, ne farebbero 'ricerca 
nel dizionario Veneziano, per tanti rispetti pregevolissimo 
del nostro Boerio. 

Aggiungete che alcuni motti nascono, vivono e muo- 
iono nel giro di pochi anni, e taluno di pochi di, onde 
tanto più interessa raccoglierli, a non averne il senso 
smarrito quando per caso li cogliete da labbra popolane 
o li azzeccate nelle pagine di qualche popolare scrittore. 
A quanti, ad esempio, non riuscirebbe oggi nuova la frase 
smorzar Svizzari, se il Sanudo ne' suoi Diarii (voi. XXXVII 
e. 270) riferendo un decreto del Senato 18 genn. 1524 m. v. 
pel quale tutti i nobili del Maggior Consiglio dovevano giu- 
rare di non ricevere doni o mercedi pei loro voti, non avesse 
aggiunto: « E questo è sta fatto per rimover lepiegiarìe et etiam 
smorzar li Svizari overo zentilhomeni poveri che vendono la 
voxe et danno la so ballotta per danari >► probabilmente 
(osservo io) raffrontandoli agli Svizzeri, che a quel tempo 
s' assoldavano a chi meglio li avesse retribuiti ? (1) 

Altro esempio v' addurrò d' epoca molto più vicina 
alla nostra, e non pertanto già abbastanza remota per la 
generazione che cresce ; legato a quella classica e suffi- 
cientemente ridicola copertura del capo che i Toscani 
chiamano tuba o staio, e noi Veneziani cana. Abasso la 
cana! fu dapprima grido politico. Il cilindro, raffrontato 
dal popolino a smozzicata canna di camino a vapore (onde 
il nome), e chiamato nel '48 impropriamente cappello alla 
Metternich comincia ad attirarsi gli abbasso ed i fischi, quando 



(1) E si Appellarono anzi sguizarl gli stessi poveri zentihomeni 
che prendevano denari da chi voi hoiwri, (Sanudo Diari, Tomo 
XXVIII e. 65), 



— 30 — 

uoii si buschi un più solido affronto a perpendicolo. Peggio 
poi allorché dopo i primi moti del 22 marzo di quel- 
Tanno memorabile, quasi segnale di reazione, si vedono 
comparire in piazza molti cappelli all' Emani o allfi 
Calabrese. Quei fischi anzi terminano col disgustare lo 
stesso Manin, che si reca al passeggio col suo bravo 
cilindro in testa, quasi ad ammonire che in libera città 
è libero a tutti portare il cappello di qualunque forma si 
voglia. Rientrati gli austriaci, anche la cana che oggi 
s' issa di nuovo soltanto nei grandi ricevimenti, nelle 
grandi solennità, nei balli di gala, torna nell' uso comune, 
e se nessuno s' attenta più di chiamarla alla Metternich, 
qualche fischiettino a tempo e luogo non le manca. Ma 
sembrano molte le teste che là dentro si trovano a loro 
beir agio ; anzi un po' per volta non e' è persona salita dal 
basso stato in qualche agiatezza, che voglia rinunciarvi ; 
sicché il popolino termina col non veder più nell' antipatica 
ca?t(i Tabborrito dominatore, ma il grasso borghese. E cosi 
ftb(is,so la ama ! diventa il primo grido di quella sorda 
lotta fra proletariato e borghesia che speriamo con 1' opera 
dei buoni di una classe e dell' altra finisca con 1' armonia 
di tutte le classi. 

Egualmente oscuro riuscirebbe ai nostri giovanetti il 
seguente dialoghino, comunissimo ai tempi del Sella, il 
feroce e pur provvido tassatore : E taca via, sclamava 
Tizio, ana tassa nova anca sto ano / » E Caio di rimando : 
« Ciò, no gastn dito de si anca ti? » I contribuenti, 
gravati d' imposte, s' esprimevano inaspriti a questo modo ; 
ma non erano parole che partissero dal cuore. Bisogna 
rifarci ai giorni 21 e 22 ottobre del 1866, quando Venezia 
dichiarò concorde di voler stare unita all' Italia sotto il 
Re Vittorio Emanuele II per ispiegarsi quel si I ; un puro 
monosillabo che vale però un volume di storia. Già la 
sera del 20, « uno spettacolo imponente e singolare offriva 
la piazza di S. Marco. Migliaia di cittadini che passeggiavano 
o stavan seduti al caffé, portavano un SI sul cappello ; e 



— al- 
le signore, benché prive del diritto di suffragio, sei tenevano 
bravamente appiccicato sul petto. Compagnie miste di 
popolani e di marinai, alcune precedute dalla musica, 
giravano gridando viva patriotici e ripetendo a voce 
unanime quel Si che oggi (leggesi in un giornale del 
tempo) « è destinato a rendere finalmente unificata V Ita- 
lia » (1). « Non possiamo dirvi » scriveva Carlo Pisani il 
giorno dopo « quale sia il risultato del voto. Non abbiamo 
contato. Abbiamo veduto tutta Venezia col Si sul froijte. 
Da tre giorni e tre notti assistiamo ad uno spettacolo 
unico, indescrivibile, a un grido perpetuo che va ripetendo : 
Si, si » (2). Il qual grido frammischiato a quelli di Vim 
Visorio, Viva l* Italia non può a noi Veneziani non rievocare 
nella memoria e nel cuore V altro assai più vecchio ed 
egualmente patriotico di Vira San Marco ! 

Io non ho certamente bisogno di rammentare a voi 
la pia leggenda dell' angelo apparso a San Marco, con la 
predizione che in queste lagune avrebbero un giorno onore 
e riposo le sue spoglie mortali ; che quando nell' 828 qui 
le portarono due nostri mercadanti da Alessandria d' Egitto, 
Doge e popolo le accolsero con feste infinite ; che da quel 
momento San Marco fu acclamato il patrono della città, 
si stabilì erigergli una magnifica chiesa, e il suo simbolico 
leone fu adottato quale stemma della repubblica. 

Ecco perchè nel magico tempio s' annunciano i nuovi 
Dogi, si discutono i più gravi interessi della patria, s' affì- 
<la ai capitani che partono per la guerra il temuto vessillo, 
si segnano paci, si ricevono Principi, si reca il capo dello 
Stato nelle sacre e civili solennità. San Marco e Venezia 
divengono insomma tutt' uno, e il motto Viva San Marco 
corre per secoli glorioso sui mari, e acquista la profonda 
saldezza d' una pietra, anzi d' un monumento. E quando 



(l) Il Rinnovamento. Venezia 21 ottobre 1866. 
(2; ibid. 23 ottobre 1866. 



- 32 — 

air#'p,H:a della guerra di Chiojpa il popolo 5?' affretta a 
h^^erarp dal carcere Vittor Pisani e grida entusiasta : Viva 
Pisani ! : il prode cittatliiin, animato >oltauto dalla sua 
f^de alla patria, risp<jnde : yo;cijh^ viri 8'i//wrro I Nella 
'^aa!' ^s*:]aiuazione, che ha fatto fremere io ogni tempo 
tanti cuuri, i Veneziani pror*jrapono, anche i|naado la vec- 
chia Signoria decreta la morte di sé stessa ; e indarno 
chipJuno le armi, indarno cercano il Doge e gli allibiti 
patrizi. Né varrà indi a poco a confortameli quel fatuo 
alWro dHla libertà, mentre pochi di innanzi aveano veduto 
cadere con Venezia il vesj?iJlo ben più antico e<i augusto 
d^ila indipendenza nazionale : onde non a torto della nuova 
indegna fu scritto: 



Albero senza vesta, 
Bareta senza testa. 
Libertà che no resta. 
Quatro luineioni cbe fa fe^ta. 



Ba^ti infatti soggiungere che il 25 luglio veniva pub- 
blicato certo manifesto dove si qualificavano le parole 
Vita &in Marco per grida d' iusurrezione, e « chiunque 
griderà Viva San Marco », dice testualmente cosi, « chiun- 
que affiggerà o diffonderà i stemmi di S. Marco , 

<arà punito di morte ». 

Vol>ero quindi gli anni bui della straniera dominazione; 
e il glorioso motto s' udì soltanto da labbra popolane, 
cantuzzanti qualche vecchia villoita : 



Viva Samarco e viva le coione ! 
Viva Santa Maria de la Salute! 
Viva i sol dai che fa la sentinela. 
Viva Samarco e pò Venezia bela ! 



— 33 ~ 

P'iiialmente Viva Sun Marco tornò a erompere un'altra 
volta dall' anima Veneziana il 22 marzo 1848, dopoché 
Manin aringando il popolo diceva « il miglior governo 
sembrargli la republica, come quella che avrebbe ricordato 
le nostre antiche glorie e verrebbe migliorata dalle odierne 
libertà ; con che : — soggiungeva — non intendiamo già 
separarci dai nostri fratelli Italiani, anzi al contrario noi 
formeremo uno dei ct?ntri che serviranno alla fusione 
graduale successiva della nostra amata Italia, in un 
solo tutto ». E conchiudeva : « Viva dunque la Republica, la 
libertà, viva San Marco ! » (1) 

Nessuna meraviglia quindi che San Marco (il Santo 
e anche il tempio) e l' inseparabile leone facciano le spese 
di motti veneziani parecchi. Così sentirete d'un' orrida faccia 
muso da Samarco spegazzà, a simiglianza, secondo Raffaello 
Barbiera, « di certe immagini bizantine in cui il popolo 
s'incontra nella nostra Basilica » (2). Ma forse l'origine 
è tutt' altra. La devozione della Republica al suo San 
Marco produsse di conseguenza che il compagno del santo 
Evangelista essa volesse, come vedemmo, proprio stemma 
od impresa; e quindi tessuto, scolpito o dipinto, il leone 
figurò tanto sulle bandiere che navigarono in Oriente 
come sulle mura delle città soggette, ne' publici edifici, 
né' libri, sulle monete, persino i tavernieri venivano obbli- 
gati ad esporre il leone sopra V ingresso delle loro bettole. 
Ora moltiplicandosi a dismisura queste imagini, noi cre- 
diamo probabile che affidatane talvolta l'esecuzione a qual- 
che imbianchino da strapazzo, ne uscissero dei leoni cosi 
grulli e goffi, che il popolo non tardò a rassomigliare ai mede- 
simi i brutti ceffi. E per la stessa ragione a qualche faccia 
consuetamente agra ed arcigna, esso affibbia del muso da 



(1) Errerà. Daniele Manin e Venezia. Firenze Le Monnier 1875. 

(2) In Poesie veneziane scelte e ili. da R. Barbiera. Firenze 
Barbera 1886. 



- 34 — 

lion in moleca, come appare il simbolico animale con la 
testa aureolata e talora coperta dal berretto ducale, le ali 
tese, e le zampe anteriori reggenti aperto il Vangelo, su 
alcune delle nostre monete ; in moleca, perchè s' avvicina 
neir aspetto a quel crostaceo (il cxncer moenas di Linneo) 
che nel nostro vernacolo porta tal nome. 

Né a molti di voi riuscirà nuova la frase aver el 
tesoro de Samarco, come nella seguente battuta di dialogo 
ch'io riferisco tal quale ho sentito, secondo sono solito a 
fare, e vorrei facessero tutti coloro che coltivano questi 
geniali studi di demopsicologia : 

— « Mi no vogio che nissun vada in te la mia camera 

— Are vedo che gelosia ! Cossa gaio là dentro, el tesoro 
(le Samarco ? 

Di questi paragoni, che tengono dell'iperbole, ne conta 
il popolo a bizzeffe ; ed eccovene uno dei tanti, eh' esso 
derivò ugualmente dal suo San Marco, dove sa quanto 
cospicui doni recassero un giorno le navi reduci dal Le- 
vante, e che preziosi gioielli ivi si custodissero regalati 
da pontefici, re, dogi, e procuratori. Custodia peraltro poco 
diligente, sentenziarono i francesi nel 1797 ; e giù pel 
i>anto amore dell'arte, a ficcarvi 1' unghie per proprio conto 
Quelle 12 corone, ad esempio, e quei 12 pettorali d'oro 
purissimo che ricordavano l'apogeo della potenza vene- 
ziana in Oriente, tempestate le prime di 2687 tra gemme 
e pietre preziose, di 5573 i secondi, graffiarono cosi bene 
da lasciarcene appena il disegno nei volumi del Grevem- 
broch che si conservano nel Civico Museo. Né agguanta- 
tura meno appassionata s' ebbe il corno ducale, valutato 
nel 1557 non meno di 194 mila zecchini. E però, lasciando 
anche da parte il valore intrinseco di queste e di tante 
altre preziosità, come riflette giustamente l' ab. Pasini ; e 
il loro valore ben più grande o per meglio dire inapprezza- 
bile sotto il triplice rapporto religioso, artistico e storico? (1) 

(1) Guide de la Ba«ilique St. Marc a Veuise. Schio Mariu 1888. 



— 35 — 

Ma ! 

L* altìssimo de sora ne manda la tempesta 

L'altissimo de soto ne magna quel che resta 

E in mezo a sti do altissimi restemo povarissimi ! 

avranno ripetuto i nostri bisnonni in quei frangenti ; 
ovvero pensato, nella cosciente impossibilità d' opporsi a 
quelle artistiche spogliazioni : Samarco per forza ! motto 
che corre anche in Lombardia, dove però si dice : San 
March l'è ona bela gesa o semplicemente : San March sottin- 
tendendosi il resto. E i Milanesi hanno ragione di esclamarlo 
ben più di noi, se la frase, come vogliono taluni, si rattacca 
alla nota leggenda del Barbarossa, umiliato alla porta mag- 
giore della nostra Basilica da papa Alessandro IIL, quel 
Barbarossa che nelle terre lombarde aveva operato tante 
stragi da emulare Nerone e i più crudeli tiranni del 
mondo. 

Ma che sia poi veramente questa T origine del motto, 
non giurerei ; perchè e di esso e di molti altri a voler 
porgere sicura dichiarazione senza perdersi in fantastiche 
congetture, e' è da torturarsi nel dubbio parecchio, o per 
dirla veneziananamente, da trovarsi tra Marco e Todaro 
con la certezza di non uscirne, come non uscivano i de- 
linquenti, una volta trascinati tra le colonne della piazzetta, 
per esser ivi decapitati, o impiccati, o bruciati, o squartati, 
insomma serviti in pubblico gentilmente con V uno o Taltro 
di tai servigi. Dovea perciò V esser tra Marco e Todaro 
avere senso assai più grave ne' vecchi tempi, che i rei, 
portati là in mezzo, sapevano perfettamente qual' ora 
si fosse, avendo per giunta davanti a se V orologio 
della piazza, e di qua anzi 1' altro nostro motto : saver 
che ora che xe, eh' è sapere con proprio danno come vada 
un negozio. Ed anche suoisi gridare in tuono di minaccia 
da qualche padre : Te farò mi sentir che ora che xe verso 
r indocile figliuolo, quando gli fa presentire quelle quattro 



— 36 — 

sc'jlacciate, che in addietro s'applicavano più spesso, e forse 
era meglio. 

Era meglio, ripeto, non bastando sempre le amorevoli 
ammonizioni ; mentre il sugo di bosco opera prodigi con 
un incorreggibile discolaccio o remo de galera come 
chiamavasi e chiamasi tuttora; che nella galera o galia, 
notissimo bastimento di basso bordo, remavano appunto i 
galeotti, e remo de galera vale quindi furfante. Ma il Boerio 
nel suo Dizionario non lo registra, e nemmeno vi trovo 
il vocabolo falHa con cui pure designavasi il galeotto (1 ) ; 
dal qual fatila sono probabilmente derivate la falilel/ì, 
birbesca canzonetta, e la frase cantar la falilela che importa 
essere falliti o sul punto di fallire, con trasparente allusione, 
se pur non e' è sotto uno dei soliti giochetti di parola tanto 
frequenti nel nostro vernacolo. 

Del resto, cantar la falilela, vivo anche ai tempi di 
(ioldoni nella cui Pula onorata (A. I. Se. VII) v' imbattete, 
oggi, come frase, non usa più ; ma la falilela si solfeggia 
tuttavia da molti, né il canto riesce inesplicabile coi piaceri 
e col lusso che rodono in alto, e con la dissipazione e 
r alcoolismo che minano in basso ; terminando poi col 
redurse sora un ponte, ossia con la miseria e 1' accatto- 
naggio. « E spendi, e spandi, l' d finìo col redurse »' un 
ponte », oppure « senio s' un ponte » sono modi di dire 
anche del nostro tempo. Ma già da secoli solevano i nostri 
questuanti piantar domicilio sui ponti (dove il passeggero 
ordinariamente s' indugia), sia quando i ponti stessi erano 
di legno e piani o poco arcuati onde i cavalli potessero 
transitarli, sia allorché si cominciò nel secolo XIV a 
costruirne qualcuno in pietra. Un fatterello succeduto la 
bellezza d' oltre sei secoli fa, e precisamente nel 1291, del 
genere di quelli che leggiamo nelle cronache cittadina dei 



(l) Gre velli broch. Abiti de' Veneziani di quasi ogni età. VoL 
III 109 "^'^ Museo Civico di Venezia. 



— 37 - 

nostri giornali, e descritto nel Registro N.° 5 dei Signori 
(li notte (Archivio di Stato in Venezia) ne viene a conferma. 
Sedeva certo Bernardo della Giudecca sul ponte della sua 
contrada. Mentre domandava V elemosina a un viandante, 
passò un suo compagno con cui poc' anzi avea litigato 
giocando agli scacchi : e fece per assestargli una bastonata 
sul capo, ma quegli parò il colpo. Intanto della gente 
s' intromise. Bernardo scese dal ponte e parecchie femmine 
ne presero le difese, ma non poterò no impedire che venisse 
ferito di coltello alla testa. La moglie del ferito depone 
che sedendo dinanzi alla sua porta, vide Simone in atto 
di percuotere il marito, onde armatasi d' un legno, corse 

per aiutarlo, ma rimase anch' essa-ferita ad un dito 

Fino dal duecento costumavano dunque i nostri mendicanti 
collocarsi sui ponti, e le nostre donnette piantare presso 
la porta di casa il proprio tinello. 

Ma quanto ad antichità, ho in pronto anche di meglio. 
Udite questi due popolani, uno dei quali fu gettato sul 
lastrico dal suo avaro padrone di casa : 

— E per dodese franchi che l* avanzava, i' d buo cnor, 
co quatro crature, de melarle su la strada ? 

— Cossa vustu che te diga ? L' è un Atila quel nato 
d* un can ! 

Ora io penso che questo paragone per indicare un 
uomo di cuor duro sia il più vecchio di tutti, perchè 
dovea errare per le bocche dei primi Veneti, scampati 
alle stragi del flagellum Dei, e rifugiatisi nelle nostre 
lagune. Io non saprei decidere se quella paternità canina 
regalata al padrone di casa calzasse o meno ; certo dico 
però che non disconveniva ad Attila punto, perchè il popolo 
ritenne sempre avesse costui veramente muso canino (1) ; 



(1) Sulle varie leggende intorno ad Attila V. in Studi di cri- 
tica e di storia letteraria di Alessandro D'Ancona. Bologna Za- 
nichelli 1880. 



— 38 ~ 

ed è comune udire da qualche barcaiuolo, che non può 
^mandar giù le grida latranti dei battellieri chioggiotti, 
quando nei pressi del ponte della Paglia s' abbaruffano 
tra di loro : Sentili sii natarei se no i sbragia come Alila ! 
Il feroce re degli Unni prese dunque salde radici nella 
fantasia popolare : e quando i Veneziani ebbero assaggiato 
le dolcezze della dominazione francese come dell' austriaca, 
uscirono in questo giudizio : 



Atila fragelum Dei 
I FraiKjesi so f radei, 
I Todeschi so zerniani, 
Tuti nati de cani, 



E ciò nonostante nessun odio fu forse tanto tenace 
e irrevocabile quanto quello che i Veneziani nutrirono 
per secoli contro i Turchi, riguardo ai quali ecco il motto 
che due secoli e mezzo fa avreste orecchiato dappertutto: 
Bezzi in scarsela e gnera col Granturco ! Cos' altro infatti 
potevano desiderare di meglio quei nostri buoni vecchi 
deir avere il borsello pieno, e di farla finita con quei 
Turchi maledetti che abborrivano da tanto tempo sia per 
motivi di religione, sia per l'aspre e costosissime guerre, 
sia infine per le loro piraterie, crudeltà e barbare costu- 
manze ? Della qnal' avversione ci fa fede altresì un cauto 
popolare che Malamani crede del 400, rimodernato alquanto 
come avviene, nel passare di generazione in generazione (1) : 

Co vedo un turco ci sangue so m'infìama, 
Farghe la testa mi voria adrétnra, 
Come un fio che a difesa de la mania 
No ga gnanca del diavolo paura. 



(1) La Musa popolare veneziana del settecento. Torino Roux 
J. 1892. 



— 39 — 

Ed anche v' alludoao le buone madri quando pigliano su 
le ginocchia il bambino e lo fanno saltellare dolcemente : 



Andemo a la guera 
Per mar e per tera ; 
E cataremo i turchi, 
Li inazzaremo tuti ; 
E co' saremo là 
Faremo tera patata, 



rovesciandolo, sostenuto all' ingiù 

Ma altri documenti ancora, se ce ne fosse di bisogno, 
spigolate nelle labbra del popolo, perchè, tutto ciò eh' è 
smoderato e bestiale, l'addossa, in via di confronto, ai' 
turchi senz' altro. Cosi dice fumar, béver, biastcnmr come 
un turco o pezo d' un turco, ossia fuori dei limiti ; e se 
alcuno, deve lottare con qualche grossa difficoltà, pur di 
cavarsene el se farave turco ossia il peggio che possiam 
figurarci ; e raazzar un turco arride talmente da 'livenire 
sinonimo di brindeggiar con gli amici, qualmente Goldoni 
nel H° atto se. IX de La bona mugier mette in bocca al 
barcaiuolo Menego Cainello ; frasi tutte, mi sembra di ben 
facile comprendonio per chi almeno non sia un turco a la 
predica. E chi non ricorda il loro colloquio- deriso dallo 
stesso Goldoni ne U Impresario delle Smirne ? 

Dei mercanti turchi però dimoravano nelle nostre la- 
gune da assai tempo ; e dovettero correre spaventati a 
rimpiattarsi nel loro fondaco, appena giunse a Venezia 
notizia della vittoria di Lepanto, e forse data da allora 
r altro nostro motto : Clie Irigmida che à ciapà i turchi ! 
con cui si canzona pur oggi chi é sortito dal giuoco o da un 
affare qualunque con la testa rotta. E i Turchi erano 
usciti da quella battaglia con la testa rotta sul serio, 
avendovi perduto trenta mila uomini, fra cui Ali duce 



40 



supremo, e 177 galere, senza contare cinquemila prigio- 
nieri (1). 

E a proposito di turchi, come passare sotto silenzio 
Candia, famosa sia per la guerra duratavi la bagattella 
di 25 lunghissimi anni, sia pei beni che vi teneva la 
repubblica, e rammentata nel motto vivo anche ai nostri 
giorni : esser in Camdia o esser un candioto, cioè trovarsi 
asciutto come r esca ? È popolare, sebbene erronea, credenza 
che i tre stendardi della piaz:?a rappresentino Cipro, Candia 
e Morea (2) ; onde avviene altresì d' udire trovarse al 
stendardo de niezo nello stesso senso, e quindi sorprendere 
tra popolani V uno che domanda : Come vaia, ciò ? e V altro 
che gli risponde : Al stendardo de mezo, vecio. Ora ne 
r esser in Candia e' è forse un giochetto di parola, dicendosi 
seco incandio a uomo lungo allampanato, o che non abbia 
la croce d' un quattrino. E senio ben incandii devono cer- 
tamente aver pensato i Veneziani quando dovettero esbor- 
sare per la difesa di quel loro possedimento nel solo anno 
1608 la somma di 4 milioni e 392 mila ducati, somma 
per quei tempi quasi quasi incredibile ! 



(1) Questi motti contro i Turchi vennero già da me pubbli- 
cati nella liwtsfa di letteratura dialettale, Milano Librerìa editr. 
nazionale. Fase. IV. Agosto 1903. e. 213. 

(2) « Lo zoccolo dello stendardo di mezzo, su cui è raffigurata 
» Astrea o la Giustizia, Pallade o Minerva e l'abbondanza fu 

* scoperto nel 1505 ; e poco dopo s' innalzarono allo stesso modo 
» le due antenne laterali, i cui pili di bronzo, pur scolpiti in ri- 
» lievo da Alessandro Leopardo, rappresentano l'uno Cerere, Tal- 
» tro Nettuno. Dunque i tre stendardi simboleggiano Venezia 
» dominante da un lato il mare, dall'altro la terraferma. Solo nei 
» bassorilievi della Loggetta il Sansovino scolpi i simboli di Ve- 
» nezia, di Candia e di Cipro; il che diede forse origine all'erro- 

* nea tradizione dei tre regni di Cipro, Caiìdia e Morea raffigurati 
» fantasticamente dai tre stendardi, i cui pili vennero costruiti 
» circa due secoli prima che quest'ultima passasse in dominio di 

* S. Marco ». Cosi Eugenio Musatti, mio fratello carissimo, nel 
suo libro lA'ggende popolari Terza ediz. Milano Hoepli 1904 e. 42. 



— 41 — 

Tassini invece crede 1' esser in Candia si riferisca alla 
miserabile condizione degli abitanti di Candia stessa, i 
quali allorché dovettero arrendersi nel 1662 ai turchi dopo 
l\ anni d' attacco e 22 d' assedio, abbandonarono in numero 
di 4000 la patria, smunti e bisognevoli di tutto, venendo 
assistiti dal capitano generale Morosini, che diede loro 
vitto e stipendio, e a molti in Parenzo case e terreni. 

Comunque sia, io non m' arrogo un giudizio definitivo. 
Ma a non trovarmi oramai in Candia io stesso con la 
cortese pazienza vostra, concluderò ; tanto più che dai 
motti veneziani finora illustn?ti, potete già desumere come 
tra altro vi si contenga la grande lezione delle cose pas- 
sate ; e come, benché fioriti in umile forma, possano con- 
tribuire ancor essi a ravvivare la coscienza della patria, 
ravvivamento eh' é pur tanta parte dell' educazione na- 
zionale. 



(Continua) 



La Foosia di Aleardo Aleardi 



M' è grato poter parlare d' un poeta, già caro agi' Ita- 
liaui, il cui nome, ai più giovani — e saran molti — 
del mio uditorio, non giunse se non pronunciato con quella 
inflessione tra compassionevole e beff'arda che suole accom- 
pagnarsi al nome degli idoli falsi, per poca ora leva ti 
dal caso ai fastigi della fama ; m' è grato altresì di tor- 
narlo per qualche poco alla memoria e al cuore degli 
altri men giovani, che già del suo verso si piacquero, e 
del vederne sfrondati con si poca carità gli allori, in cuor 
loro si dolsero. Non eh' io neghi che taluna fra le lodi 
già prodigategli non fosse per avventura maggiore del 
merito ; e non v' entrasse qualche po' il falso indirizzo 
degli spiriti e del gusto, che parve accompagnare e seguire 
la rivoluzione italiana; ma affermo altresì, e mi verrà 
agevolmente provato, che non al solo consenso degli animi 
nel pensiero politico ; non al solo fatto che il poeta acca- 
rezzasse certe languide sentimentalità, allora di moda, 
fu dovuto il suo trionfo, che fu passeggero; di guisa che 
v' è fondata ragion di sperare che l' avvenire non sia 
per negargli il meritato tributo d' onore. Che se troppo, 
in ispecie fra giovani e le donne, fu intemperante 1' am- 
niirazione per lui, non è a dimenticare che assai lo stima- 



— 43 — 

rono altresì uomini di alto valore e di retto giudizio : 
primo fra questi il Mamiani, che lo celebrò in versi e in 
prosa da vivo, e ne fece onorato ricordo dopo la morte. 
Benevolo gli fu il Tommaseo; e G. Zanella, succeduto al 
Nostro nel primato poetico, e intento anch' egli a trasfon- 
dere i veri della scienza nella poesia, non ne disconobbe 
le doti segnalate. — Il Carducci stesso, ragionando in un 
articolo giovanile del canto « Al Venturo Pontefice » 
parlò con alta e affettuosa riverenza del poeta, pur notando 
che in lui scarseggiava V alta virtù del condensare. Ma 
mentre la sua fama era nel pieno, ecco lo spirito bizzarro 
di Vittorio Imbriani sfrenargli incontro i dardi avvelenati 
e i cachinni sonori delle sue « Fame usurpate ». Era 
quella, a suo credere, riazione onesta e santa contro un 
malo andazzo di idolatria cieca e supina ; ma chi legga 
attentamente le molte e molte pagine dell' Imbriani, non 
penerà a scorgere, pur riconoscendone la finezza e V argu- 
zia, com' egli, scegliendo malignamente qua e là qualche 
passo, non altro ci metta innanzi che il poeta disarticolato 
sotto il suo ferro anatomico : « disjecli metnbra povKie, » 
Altri dissero altro ; ond' è che non senza compiacenza 
notavo, or non è molto, come Giov. Pascoli, uomo de' più 
aperti a ogni manifestazione del Bello, nel riferire un brano 
dell' Aleardi nella sua raccolta che ha per titolo « Fior 
da tiare » inviti in una nota i giovani a considerare le 
potenti imagini onde rifulge costante (son sue parole) 
questo grande poeta. 

Ebbene : quale fu adunque il valore vero, quali i pregi 
più segnalati, quali i difetti di tale poeta, sul quale, col 
mutar de' tempi, variaron sì profondamente i giudizi t 
Badate, o Signori, che il limite concessomi, mi vieta as- 
solutamente di esporne, pur sommariamente, le vicende e 
r animo, che lu generoso e di singolare gentilezza, e 
devoto immensamente all' Italia, per la quale subì serena- 
mente la carcere e 1' esilio ; abbastanza lo rivelano del 
resto quelle lettere, che il Trezza raccolse, e che raccomando 



— 44 — 

a chi voglia un esempio di epistolario pieno di garbata 
schiettezza ; mi restringerò quindi a parlarvi del poeta e, 
possibilmente, per bocca di lui stesso, citando de' suoi versi 
quanto giovi a delineare le fattezze del suo ingegno e della 
sua indole ; accompagnandoli tutt' al più di qualche con- 
siderazione che meglio valga a lumeggiare V imagine del 
poeta in sé e ne' suoi rispetti co' contemporanei e con 1' arte. 

l'iorito nel secondo periodo del Romanticismo, e venuto 
quasi a chiudere la serie dei Romantici, ne partecipò e, 
in parte, ne esagerò, già dispostovi dall' indole sua, l'af- 
fettuosità alquanto molle e languida, fino a rasentare tal- 
volta la cascaggine e la leziosità. Ma, a compenso, quella 
facoltà pittorica che innegabilmente aveva sortita, come 
riconobbe egli stesso, di costa alla poetica, lo guidò a 
vedere, con nettezza e limpidezza, i particolari e le varietà 
delia natura e del mondo reale all' intorno ; e gli die' modo 
a condurre, con ricchezza notevole di colori, proprio come 
portava la sua qualità di Veneto, quadri poetici da gareg- 
giare in luminosità con le tele onde andò famosa la scuola 
dei coloristi veneti, e in ispecie il concittadino di lui. 
Paolo Caliari ; vi si aggiunse altresì non minore, la potenza, 
propria de' Veneti anch' essa, di armonizzare con onda bella 
e variata, il verso italiano, mentre gli venivan porgendo 
ampia materia i rinnovati e più diffusi studi delle scienze 
naturali; ed animò essi quadri di vita storica e colore 
etnografico ; e fin quando cantò della patria, attinse verità 
e tocchi pittoreschi, dalle preculiarità delle regioni e dalle 
condizioni in che l' Italia si travagliò gemebonda, non senza 
qualche raggio di speranza, nel triste decennio che corse 
tra Novara e il '59. 

Ma codesti canti, a parlar dei quali vien fatto quasi 
naturalmente d' usurpare il linguaggio all' arte pittorica, 
peccano però tutti, qual più qual meno, in ciò che i pittori 
appunto soglion chiamare composizione. Il disegno d'insieme, 
la giusta rispondenza delle parti fra loro, e la loro subor- 
dinazione all'unità d'un concetto informatore, si desiderano 



— 45 — 

quasi sempre, dove più, dove meno, uei componimenti del 
Nostro. Fu colpa al tutto sua ? — No, o Signori. Una tal 
quale impazienza dell' ordinare con industria meditata 
i particolari ad un fine, si lamentò in molte delle più 
insignì opere, sì nostrane e si forestiere, lungo tutta la 
prima metà del secolo scorso. All' architettura solenne 
dei trattati d' un tempo, si vider succedere, più svelti e 
succinti, più conformi all' andazzo democratico del secolo 
e al vezzo giornalistico, i Saggi, i Profili, i Bozzetti ; onde, 
del Giordani prima, del Tommaseo dipoi, s' ebbe a notare 
che, in tanto scrivere, non avessero mai condotto a ter- 
mine un'opera di mole, organica e finita in ogni sua 
parte. 

Dominò allora anche nell'opere di fantasia la tendenza 
ad accostare alla meglio, senza intima connessione, le 
parti della composizione, : un che di frammentario e 
disgregato : das phragmentarisch rapsodische, che Anastasio 
Grùn notava, in un suo bello studio sul Lenau, come 
difetto comune al Lenau stesso e al Byron, da lui messi 
a confronto ; e eh' egli recava a universali tendenze, allo 
spirito del tempo. Certo è che il Pellegrinaggio di Araldo 
dove, traverso 1' assai gracile tela del poema, spunta, anzi 
prorompe continua, la personalità del poeta, dando al 
poema, pur cosi ampio, indole quasi essenzialmente lirica, 
fu esempio a cui 1* Aleardi guardò nel comporre i suoi 
canti ; e forse guardò altresì alle Grazie del Foscolo, non 
anco interamente conosciute e reintegrate ; e a quegl'Inni 
del Carrer, la cui efficacia e potenza, cora' ebbi a lamen- 
tare in un mio saggio di due anni or sono sul nobile poeta, 
andò sminuita non poco dalla scarsa unità di concetto e 
d' ispirazione che vi presiedette. 

Come che sia di ciò, 1' Aleardi fu guidato ne' suoi canti 
a maggiore originalità, da un vivo, e consapevolmente 
educato, sentimento della natura : sentimento eh' entrava 
fra' nuovi elementi dell'Arte nel secolo 19,® accompagnato, 
come avvisava Aless. Humboldt nel suo Cosmos^ da non 



— 46 



so qua! nostalgia malinconica, come di chi, allontanato- 
ne da secolare tirannia di cittadine usanze e convenzioni, 
si riaffaccia meravigliato e sgomento alla fonte obliata di 
tante bellezze; e vi s' inebria e vi sente alitare lo spirito 
di Dio : sentimento che avea già ispirato pagine larga- 
mente descrittive, per tacer d' altri, allo Chateaubriand, e 
dettato al Manzoni descrizioni e tocchi rivelatori neir im- 
mortale romanzo, e la pittura delle Alpi nell' Adelchi. Ma 
tuttavia r Aleardi metteva il piede in terreno quasi an- 
cora non segnato da orma di predecessori nella poesia italia- 
na ; che il Foscolo, ad esempio, per quel certo suo amore al 
condensare tratteggiando alla brava, aveva di Firenze e del 
Valdarno e del lago di Como, toccato con efficace brevità; 
cosi pure il Leopardi, in più luoghi, con rara potenza 
invero, ma solo perchè meglio vi campeggiasse il perenne 
sentimento del dolore universale. Non così V Aleardi : la 
natura, ne' suoi aspetti particolari e negli accidenti e 
caratteri che la differenziano di luogo in luogo, occupa 
almeno il fondo de' suoi quadri, quando non vi domini, 
soggetto principalis'simo e fine ultimo. 

E, con la natura, la storia, della quale or costringe, 
in sintesi breve, una serie di fatti, ora allarga uu fatto 
solo ad ampiezza di quadro ; e cosi la realtà della vita 
quotidiana in quanto ha di significativo, e, contemperate al 
tutto, non poche voci di quelle che suonano negl' intimi 
penetrali dell' anima. Così nella poesia italiana, entrava- 
no, mercè sua, come in trionfo, la natura, la storia e la 
vita, con isplendido corteggio di colori e di suoni. Parve 
quella e fu vantata come gran novità, dal pubblico d'al- 
lora ; e, francamente, oggi, a tanta distanza di tempo e 
di spirito, può dirsi che s'ingannasse grossamente ? Non di 
quella maraviglia è a meravigliare ; piuttosto del come, 
mutati i tempi, un manipolo di ipercritici altro non sapesse 
notare nell' Aleardi che affettazione e languore e man- 
chevolezza d'arte, da confinare col dilettantismo ; e taluno, 
che pur voleva dirne il maggior bene possibile, vi rico- 



• 47 — 

i 

iioscesse sazievole monotonia. Mainò : questo poeta può 
stancare per quella sua non sempre contenuta facon- 
dia, non mai fredda però, né acquosa e incolore ; può * 
stancarci per il lusso talor soverchio, delle imagini ; ma ( 
monotono, lo affermo, non può riuscir mai. i 






Nel canto Un'ora della 7nia giovinezza, le memorie 
domestiche e de' primi affetti, s' intrecciano a quelle de' 
grandi fatti politici, come la Rivoluzione polacca, che nella 
giovinezza dell' autore, avean commosso 1' Europa; e ricor- 
dando una sua cavalcata giovanile verso Rivoli, prende 
occasione a dipingerci la battaglia che da quel paesello 
ebbe nome, quale egli se l'era rievocata innanzi in quella 
occasione : 



.... A le cruenti falde 
Vinte e perdute con crudel vicenda 
Simili all'urto di falcate carra 
Tempestavano splendidi e serrati 
I criniti dragoni e la possanza 
Degli omerici fanti. Era un deliro 
Di rabbia, si che, V un sull' altro spinti, 
I cavalli mordevano i cavalli, 
via con la criniera irta fuggendo 
Seco traean per gli eminenti, angusti 
Sentier di pietra i cavalier, che pari 
A fulminati dèmoni, d' un salto 
Neil' abisso cadeau 




- 48 — 

Nelle « Prime Storie» dopo alcuni rigiri, nou senza bellez- 
za, ma inutili e ritardanti, il poeta finalmente si fa a tracciare 
a grandi tratti il corso delT umanità, che compie il ^m 
fatale viaggio, cosi come la guida o la caccia un suo spirito 
custode. Fatta una parafrasi della Genesi, dove le leggende 
di quella umanità nuova sembran dare al suo verso sciu- 
tillamenti e profumi orientali, e il diluvio biblico è re.so 
con paurosa evidenza ; egli passa a dire e dei trioiiti 
avvicendati tra la forza e lo spirito di libertà, e dell' incal- 
zarsi dei popoli e dello sparire d' alcuno fra loro ; dando 
saggio di quella sua rara attitudine a trasportarci sotto 
ogni cielo, tra gente di qualsivoglia stirpe ; fino a suscitarci 
dinanzi con magia potente, le boscaglie e le pianare 
deir America meridionale, echeggianti allo scroscio d' im- 
mense fiumane : 



. . . . a chi viaggia 
Per le infocate region che irrora 
Lo spumante Orenoco, e giunge in parte 
Dove per mille attraversate rupi 
L' onda perpetua muggendo si frange, 
A lui dinanzi sterminata e cupa 
Una muraglia di granito occorre. 
Di lassù l'ammirato occhio vagheggia 
Quella vergine terra e quelle mille 
Isolette cresciute in mezzo al fiume 
Come conche di fiori ; e 1' avoltoio 
Che segna 1' ombra delle larghe ruote 
Sovra gli immensi pascoli del Meta . . . 



. . . . Il caprimulgo 
Crocida invan col verso della fame. 
Che sopra tutto, via, per la campagna 
Lontanamente mugghia la profonda 



— 49 — 

Voce dell' Oreiioco 

se cacciando passa 

Giù per le valli il nomade dipinto, 
Il più mesto le invia de' suoi saluti ; 
E r Indiana raccomanda il caro 
Lattante che si trae dopo le spalle, 
Alle virtù de' nobili defunti, 
Poi che lassuso un consanguineo dorme 
Popol di forti .... 

E, seguita la umanità nelle incertezze del cammino 
travaglioso, così altamente conchiude : 

. . . . E r uomo intanto, 
Peregrino immortai, corre anelando 
La via fatale col fardel di gloria 
E di dolori ; e par che il suo, governi 
Sul viaggio del sol. In Oriente 
Nato, adulto ristè sulle latine 
E le celtiche terre ; e forse accenna, 
Vecchio, suir ala di fumanti prue 
Di valicare un giorno il mansueto 
Atlantico, e posar su le novelle, 
Care al tramonto, piagge americane. 
Misero ! e ignora quando fia che vegga 
. Fumare i tetti dell' asil promesso 
Dai vaticinii, e arridere i clementi 
Astri su la sperata Itaca sua. 



Nel € Monte Circello » toccato con novità e forza del 
mito di Circe, e della vita che rallegrò un tempo le tristi 
Paludi pontine, or campo di miseria e di febbri, e di 
Corradino, già ospite tradito nel castello d' Astura; si 
solleva a volo, veramente mirabile, per gli orizzonti che 



— 50 — 

gli dischiude innanzi la Geologia, scienza allor giovane; 
e tocca del primo emerger dei continenti dai mari e del- 
l' avvicendarsi delle Faune e delle Flore anteriori alFuomo, 
con tale una potenza, in si nuovna e difficile materia, che 
s' adegua davvero alla grandiosità del soggetto. Basti a 
riprova il tratto seguente: 

. . . . Ai tremuli sedotta 
Riverberi di luce, onde un vulcano 
Illuminava le sinistre baie, 
Remigando pel grigio aere veuiva 
Una nube crudel di volatori. 
Valido d' Idra e flessuoso il collo, 
Siepe acuta di denti, ale di pelle ; 
Onde le pronte fantasie d'Atene 
Divinarono il drago. Allor che a volo 
Passavan come funebri bandiere. 
Pauroso clamor si diffondea 
Sopra i paludi, e rispondean dai torbi 
Guadi con tristo sibilar le serpi. 
E sovente quel gemito in acute 
Strida mutava di duello, e forse 
Fervean non viste aeree battaglie ; 
E forse allora vorticosamente 
Scendea ferito a sbattere sul loto 
Il fantastico augello ; e quella lieve 
Orma del pie, quella fugace posa 
Dell' ale stanche diventar di marmo, 
E, dopo mille e mille anni avvertite, 
Fùr testimoni della sua dimora. 



Questo carme suscitò fin dal primo apparire grande 
ammirazione; ne fecero alte lodi, fra altri, il Rovani 
nelle Tre Arti, lo Zoucada nei Fasti d. Leu. Ital. nel corr. 
Secolo, e il Mamiani che ebbe a dichiarare in una nota 



— 51 — 

al suo Idillio « della Cosmogonia » come gli paresse scemato 
il valore del suo tentativo di trattar poeticamente un tal 
soggetto, ora che per questa via s' era messo V Aleardi, 
« fiorito ingegno e tale poeta da noQ temer paragone, 
qualora si fosse disputato del primato poetico in Italia ». 
Le due Lettere a Maria, di cui la prima corse più 
celebre di quanto forse meritasse, su tante labbra gentili, 
non van giudicate leggermente dai difetti che guastano 
innegabilmente quella che andò più famosa. Queir invitare 
la donna amata, a venirsene con essolui « in vicinanza 
coraggiosa e monda », sente veramente di manierato e di 
falso ; guaì se 1' Aleardi si fosse più a lungo compiaciuto 
d' una maniera, in cui la donna, ci vacilla dinanzi, fan- 
tasma evanescente, e il poeta sembra veramente atteggiarsi 
in pose di sdolcinato languore ! Ma, per buona sorte, nella 
:ieconda, che si intitola l' Immortalità dell' Anima, detto 
con argomenti non volgari e con qualche novità d' imagini, 
della necessaria sopravvivenza dell' anima, nella quale egli 
ha fede incrollabile ; egli, raffigurandosi al vivo il suo 
risorgere un giorno, scortato a volo su pe' cieli dall' anima 
della madre sua, apre al lettore stupito una scena di ma- 
raviglie celesti, ritratte cosi come la poesia italiana non 
seppe né prima né poi; non in quel canto medesimo, che, 
a dipingerci espressamente « i cieli > , mandava fuori dal 
petto ispirato, la illustre concittadina di lui, Caterina 
Bon Brenzoui : 



Attonito mi levo, e da le chiome 
Scuoto la morte, e sovra il gelid' orlo 
Del sepolcro chinata, un' apparenza 
D' immortai gioventù mi si presenta, 
E non sente di terra il suo saluto . . . 
Oh! la ravviso. Ella è mia madre. Ed ecco 
Mi raccoglie nel suo manto odoroso 
Dei profumi del cielo ; e come augello 



.?1 

tv # 



— 52 — 

Di paradiso che a la prole insegni 
Il remigar de le inesperte piume, 
La mi trae per le vie dei firmamenti. 
Ne la fidanza del materno seno, 
Lieve lieve mi sento all' indefesso 
Rapidissimo volo ; e via trapasso 
Saettando pei limpidi zaffiri. 
Omai s'io miro a la superba e frale 
Vanità de la terra, altro non odo 
Che il confuso fiottar dell' oceano 
Ne le sponde custodi ; altro non vedo 
Che uno di monti, di deserti e d' acque 
Vertiginoso rotear sui poli. 



E più oltre : 



Sotto lo sguardo del Signor io vedo, 
Entro a fecondi albori nebulosi, 
Comporsi giovinetti astri e lanciarsi. 
Come gazzelle, a le prefisse curve. 
E tratto tratto sulla via mi scontra 
Un raggio rapidissimo che cala 
Da una stella per tanto etra divisa. 
Che pria mille fien vòlti anni a la terra. 
Che scenda al tocco di mortai pupilla. 
E sempre eh' io m' innalzi entro i silenzi 
Di quegli azzurri spazii interminati. 
Mi sorride novello un tremolio 
D' isolette di luce : 



E tutto splende e tutto danza in quella 
Festa dei cieli, e tutto fugge a volo ; 
E Dio solo conosce a quale arcano 
Porto tenda il creato, e quando fia 
Ch' ivi riposi dal fiatai viaggio. 



— 53 — 

Alla tempra delicata dell' ingegno meglio forse parve 
attagliarsi l'amore di Raffaello e della Fornariua, che egli 
svolse in un idillio (1855). Qui ogni cosa sembra corrispon- 
dersi in bella armonia: la scena posta in cospetto del 
Tevere e dei monti Albani, la figura gentile del pittore e 
quella della fanciulla, inconsapevole di tutto che non sia 
la gioia di riamare sapendosi amata. Le imagini e i suoni 
si com^)ongono in accordo stupendo dal principio alla fine; 
e, come novità memoranda, può asserirsi che il processo 
maraviglioso onde nel pensiero dell' artista la realtà si 
tramuta in ideale, trovò in questo idillio per la prima 
volta espressione degnamente poetica : 

. . . . Da quella fida 
Culla beata delle tue ginocchia, 
I fantastici voli esso all'Eliso 
Spicca dell' arte ; e gì' impeti d' amore, 
Frenati qui, si mutano in figure 
Luminose là suso. Ivi all'eterna 
Increata beltà che gli lampeggia. 
La fuggitiva tua beltà ritempra ; 
Si che tu n' esci, qual giammai non fosti, 
Trasfigurata e splendida, ed al tocco 
Del suo pennello insuperato, il riso 
De le tue labbra brillerà nel volto 
De le sante del cielo . . . 



E qui forse, oltre l'amorosa delicatezza del soggetto, 
lo aiutò a nettezza e sobrietà di disegno, V essere stato, 
una volta tanto, scevro della preoccupazione immediata 
del fine patriottico : alla quale, se è un volgare pregiudizio 
asserire che i poeti del Risorgimento sagrificassero spesso 
l'artistica finitezza di loro composizioni (che molte volte anzi 
se ne vantaggiarono di calore e di ispirazione) ; è pur vero 
che essa sovente (e lo sentiva e confessava egli stesso) all'A- 



— 54 — 



leardi turbò la serenità del disegno, il tranquillo ordine 
della condotta. Ciò che per altro non gli avvenne nella 
csLUzone ^Le cittdttfiliane, m trinare e commercianti » dove cele- 
bra le glorie delle tre superbe regine dei mari nel Medio Evo; 
e in quel strisi»' drammai^ dove, con drammatica concitazione 
e forte giuoco di chiaroscuri, pennelleggia alla Rembrandt 
una scena di ebbrezza amorosa che si muta di li a breve nella 
scena del supplizio del protagonista, che, reo d' amor 
patrio e ahimè ! già dimenticato dalla bella infedele, è 
tratto al capestro sugli spalti di Mantova. — Le città ituL 
ìnarinare e commercianti sono una mirabile vicenda di 
quadri, dove, nel massimo splendore delle tinte, trionfano 
le tre insigni città : Venezia vi è glorificata in maniera 
incomparabile; ed io benché a malincuore, pure rinunzio a 
ripetere quei versi bellissimi, nella certezza che ognuno 
de' miei uditori li serba impressi nella memoria. 

E quando, tra il '57 e il '66, l' incalzare del Fato 
italico, sempre più prossimo a maturarsi, parve occupare 
tutto il cuore al nostro poeta, ed egl' si fece cantore 
esclusivamente della patria o di argomenti che v' avessero 
necessaria attinenza, allora ebbero vita successivamente 
(molti nel solo '57) quei canti patrii, nel più de' quali il 
poeta, impaziente delle pastoie del metro serrato, e non 
troppo scaltrito agli artifici della rima, prescelse la forma 
più arrendevole della canzone libera. 

Io non nego che il poeta troppo in tali componimenti 
s' adagia e strascica negli ampii e lenti giri del ritmo ; ma 
in cambio, quanta verità di pittura, quanta grazia, che 
tesori di affetto ! Attraverso alla lunga passione italica le 
graziose montanine del Sacchetti e del Poliziano si son potute 
trasformare nelle tre boscaiuole dell'Aleardi ! Non sono inni 
marziali, intendiamoci : e' è il quadro doloroso del decennio 
che segui le sfortunate audacie della Rivoluzione. E, or più 
sommesso or più alto, vi suona 1' accento quasi profetico 
di chi presente la riscossa immancabile. Ma nel canto dei 
« Sette soldati > le sue virtù di poeta folgorarono tutte 



— 55 — 

dì luce più viva. Entrato il poeta in un campo che la 
primavera fa rigerminare, dove pur ora s' era combattuta 
una battaglia propizia all' Italia risorgente, egli passa a 
considerare, guidato da un sacerdote straniero, ivi presente, 
alcuni tra i caduti dell' esercito austriaco ; e ci fa ripassare 
innanzi le patrie diverse di quelli, e i caratteri delie stirpi, 
e le memorie, il costume, il paesaggio. V è tale intensità 
di colore locale ed etnografico in questa poesia, da sfidare 
ogni paragone in qualsiasi letteratura ; gli episodii più 
spiccati poi della Rivoluzione ungherese, rivivono al pen- 
siero di chi legge, più ancora che nelle forti pagine delle 
Serate degli Emigrati a Londra del Petrucelli della Gattina : 
valga per tutti quello della danza degli ungheresi nei mo- 
menti di tregua : 



. . . . E nelle sere, quando 
Era spento il fragor della battaglia. 
Spesso li vidi scendere d'un salto 
Dai fumanti destrieri ; e a somiglianza 
Dei combattenti d' Attila scagliarsi 
In un giocondo turbine di danza. 
Urlavan le canzoni ; 
Suonavano gli sproni ; 
Eran tappeto 1' aquile di seta 
Vinte e calpeste ; lampe 
I casolari in vampe ; 
E testimoni a quel festin di forti 
Qua e là pel campo i cumuli dei morti. 



Né credo che mai quel fermento rivoluzionario, che 
parve vento di cupa bufera, trascorrente aall' uno all'al- 
tro capo d'Europa, siasi potuto significare con maggior 
forza di quel che nei versi seguenti : 



_ 56 — 

Come di notte, stando alla pianura, 

Vedi talor del monte 

Sopra la faccia oscura, 

Di loco in loco vagolar dei lumi 

Che son portati, e par che vadan soli ; 

Non altrimenti là per quella immensa 

Vastità di contrade tenebrose, 

Scorrevano facelle 

Di libertà, recate 

Attraverso reconditi sentieri, 

j Da non visti corrieri. 

< Un' aura nova e calda di congiura 

Gonfiava a un tempo i veleggianti lini 

Del pescador finlanlico, e battea 

Sopra gì' irsuti crini 

Del Cosacco selvaggio 

Lungo la riva, ove peccò Medea ; 

Traendo in suo passaggio 

Ribelli mormorii dalle campane 

Dei villaggi boemi ; 

Note di sdegno in liberi poemi 

Dall' arpe lituane. 



E il sentimento di patria s' allarga a sentimento 
comprensivo di umanità, come già nel Sant' Ambrogio 
del Giusti, in quella delicatissima apostrofe al soldato 
boemo caduto, eh' egli finge avere dinanzi : 

Povero onesto^ io dissi., e chi di noi 
Offese i padri fuoii 



con quel che segue. 



r 






Se adunque T Aleardi partecipò in qualche modo del 
poeta didascalico, assai si riscattò da queir aridità che 
alla poesia insegnativa valse la condanna del Lessing che 
le negò fin nome e qualità di poesia ; se tenne del poeta 
politico, non fu declamatore alla maniera tribunizia, cosi da 
meritarsi il motto famoso onde il Goethe bollò tutti i 
poeti di quella fatta. — Ma T Aleardi — potrà chiedermi 
alcuno, — non fu mai interprete diretto dei moti e delle voci 
più segrete dell' anima ? 

Si, o signori : oltre alle voci consapevoli e profonde 
che disseminò qua e là ne' suoi canti, stanno ad attestarlo 
i versi con che espresse il dolore per la morte della madre; 
quelli, onde accompagnava alla sua vecchia domestica, un 
letto di ferro, e quelli, infine dove esaltandosi nel ripensare a 
un' ora di ebbrezza amorosa, par che ne renda comparte- 
cipe il creato tutto ; innalzando cosi il fatto individuale 
a significato cosmico, con un ardimento che Gaetano 
Trezza profondamente ammirava : 



Perchè in queir ora che a ridir non vale 

Niun canto di mortale, 

Lo spirito vita! de la Natura, 

Che germina e matura 

Dalla spiga all' estrema nebulosa, 

Ogni creata cosa, 

Tntto m' involse, e mi trovai sommerso 

Nel cuor dell' universo ; 

Dove, passando fra le arcane feste 



I 



— 58 — 

D' un' Eleusi celeste, 

Suoni io cogliea pei tremuli zaffiri 

Di baci e di sospiri ; 

Per r ocean degli esseri io seutìa 

Piovere un' armonia 

D' anime e d' astri, e su ne la infinita 

Sorgente della vita, 

Fervere l'opra dell'eterna Idea, 

Che infaticabil crea. 



Questi versi egli scrisse nell' ultim' anno del viver suo, 
forse pochi mesi innanzi alla morte che lo colse a 64 anni ; 
testimonianza del come in lui, non altrimenti che in quanti 
sono eletti spiriti, si andasse compiendo nell' arte e nel 
sentire un'ascensione continua. 

Che se alcuno mi chiedesse quale fu, e di quali pregi 
e difetti contraddistinto, il suo stile, eh' è pur vitalissima 
parte nelle opere di poesia, io dovrei rispondere eh' esso 
difetta sovente di nerbo, di robusta semplicità e d'ele- 
ganza classicamente severa; e spesso trascorre a cercare 
r effetto nella peregrinità di mal gusto, nel liscio e 
nell'orpello. Ma è sempre caldo, colorito e pittoresco, qua 
e là scultorio, e s'avviva di epiteti invidiabilmente felici: 
qualità eh' è sol propria dei poeti eminenti. Coi quali 
altresì ebbe 1' Aleardi comune la virtù di suggellare in 
un verso talora una sentenza con tale vigore che s' im- 
prima perenne nella memoria a chi legge. 

I tempi e la natura sua e quel non so che gemebondo 
e patetico che nel periodo romantico tanto dominò negli 
animi e nell'arte, lo disponevano alla tenerezza carezzevole 
più che alla robustezza nervosa; ma dal cader nel nebu- 
loso lo salvò quella dote, mercè la quale in tutti i poeti 
veri le idee si configurano e s' atteggiano indefettibilmente 
à fantasma corporeo e vivente. Egli ebbe dunque, e in 



— 59 - 

larga misura, quella che è del poeta la dote precipua: io 
dico, il sentire profondo e la visione poetica delle cose. 

Se, Signori, quel tanto che ho pur potuto trasce- 
gliere e citare de' versi di lui, non è che la menoma 
parte delle tante bellezze onde le sue poesie sfavillano 
a ogni passo, sulle quali però mi è forza sorvolare ; 
segno è questo che ben ampia e molteplice è la mésse 
eh' egli porge agli spassionati cercatori del Bello ; il che 
non avviene dei poeti mediocri. 

Per concludere atlunque, che n'è ben tempo, all' A- 
leardi rimane (quando tutto il resto volesse porsi in non 
cale) il titolo indiscusso di aver fra i primi dato luogo 
nella poesia al paesaggio nelle sue particolarità caratteri- 
stiche, e averlo animato di vita storica : schiudendo un 
arringo nobilissimo, dove altri in questi ultimi anni, con 
più deliberato proposito, non però sempre con maggior 
valore, entrarono a cogliervi allori invidiabili. La facoltà 
di trasferire il lettore in qualsiasi plaga, sotto qualsiasi 
cielo, fu in lui, più forse che in qualche straniero, lodato 
appunto di ciò, singolarissima ; ed égli infatti sa traspor- 
tarci dalla campagna romana ai roseti della Scria, dalla 
puszta ungherese agli ardori tropicali dell' isola di Giava, 
« Da quaranta vulcani illuminata >. La campagna romana, 
p. es.: solenne nella sua desolazione, vive ne' suoi carmi 
non meno di quel che viva nelle tele di Achille Vertunni. 
— Lamentò Gaetano Trezza che 1' Aleardi, pure avendone 
virtualmente il potere, non salisse fino a darci, Lucrezio 
de' tempi nostri, il poema della natura ; e ne chiamava 
in colpa più eh' altro le credenze religiose di lui, che non 
gli consentivano di accettare incondizionatamente il con- 
cetto che della natura gli veniva porgendo la scienza 
moderna. Io invece inclino a credere che egli non potesse 
assurgerci, perchè a tal uopo voleasi potenza di sintesi 
e unità di concezione, a cui troppo ripugnavano quel suo 
particolareggiare minuto, quel suo concepire a frammenti, 
quel suo disegnare a frastagli. 



— 60 — 

Vittorio Imbriaui, tutto intento a strappargli dal capo 
la usurpata corona, volle persuadere altrui che la falsità 
eh' egli notava negli aggiunti e nella frase, si stendesse 
a viziare tutto il fondo della poesia di lui ; e che su lui ; 
cantore di passioni e affetti fittizii, ben potesse ritorcersi 
la sentenza con eh' egli avea creduto designare la vana 
e fatua maniera di certa scuola poetica italiana : 

Angosce finse e simulò letizie 

Con queir accento che non vien dal core. 

Ebbene, no. Chi, come a me fu dato, potè vederlo e 
udirlo in sul declinar della vita e scorgergli in volto e 
sentire nella voce, un po' velata, una mestizia forse antica, 
ma fatta più amara da disinganni recenti e crescenti ; chi 
seppe di quella sua tanta gentilezza e bontà che si por- 
geva semplice agli umili e ai poverelli; e notò nel tempo 
stesso come la persona e gli atti di lui s' informassero 
costanti a certa signorile contegnosità ; quegli non penerà 
a riconoscere quanta parte di lui rispecchiassero i suoi 
canti. I quali son dunque 1' efflusso sincero dell' esser suo 
e ne sono il ritratto : vanto pur questo tra' precipui che 
a poeta sia dato di conseguire. 

Che se la facile sapienza di critici non sempre autore- 
voli e spassionati, si accani su di lui, già declinante e 
stanco, e gli empi d'amarezza 1' estremo del vivere ; deh ! 
guardiamoci noi, collocati dal tempo a quella distanza 
che consente la veduta più giusta e serena ; noi, spet- 
tatoridel trionfo di ben altri smaccati artifizi; guardiamoci 
dal giudicare, senza disanima, con supina acquiescenza 
al pregiudizio trionfante, un poeta che scosse e commosse 
e consolò di leggiadre visioni l'animosa e gentile generazione 
che ci ha preceduti. Io crederei sprecata al tutto quest' ora, 
che pur mi concedeste, di ascolto benevolo, e miseramente 
inefficace la mia parola, se dovessi pensare che nei più 



— 61 — 

fra voi, o Signori, al riudirne la voce, non siasi generata 
o rafforzata la persuasione che all' Aleardi, come agli 
altri cari poeti eh' ebber comuni con lui V ispirazione e 
gli intenti, è pur finalmente da ritornare ; certo senza 
idolatrie, ma con quell'abbandono confidente e affettuoso, 
che il loro verso, sempre uscito dal cuore, domanda e, 
per poco non dissi, comanda. 



Venezia, Aprile 1903. 

Marco Padoa 



IL DIVORZIO 



DI 



ALDO MANUZIO IL GIOVANE 



.^h 



Forse il bullettino dice più che la bottiglia non con- 
tenga : si tratta d' un fioco barlume che rischiara lievemente 
un episodio della vita errabonda di Aldo Manuzio il giovane, 
tìglio di Paolo. 

Quantum mutatus, dirò, ab illis ! che dell' avo e del 
padre egli non seppe conservare la gloria straordinaria 
neir arte tipografica né, come letterato, imprimere un' orma 
notevole fra i numerosi eruditi suoi contemporanei. 

Accennerò della sua vita quel tanto che basta a 
inquadrare il documento da me, con buona fortuna, sc^ 
perto, attingendo all'opuscolo di Apostolo Zeno (i)e alle 
iscrizioni del Cicogna (2) che tolse molto dal primo aggiun- 
gendo però altre notizie ricavate qua e là dai vari scrittori 
che dell' opera dei Manuzi trattarono. 



(1) Notizie letterarie intor!io ai Manuzi ecc. 

(2) Delle iscrizioni veneziane ecc. Voi. Ili (p. 63-71) e voi. V 
513-14. 



— 63 — 

Nato il 13 febbraio 1547 (m. v.) a Venezia e cresciuto 
j>otto r egida paterna sin da fanciullo, si recò nel 1502 a 
Roma presso Paolo il quale era stato chiamato dal pontefice 
Pio IV a trasferirvi 1' arte libraria e nella città eterna 
Aldo spese il suo tempo visitando le librerie, i musei e 
gli antichi marmi. 

Quanto abbia. colà dimorato non è cosa certa: ma fu 
di bel nuovo nella città natale, nel 1565, dove attese a conti- 
nuare r arte del padre assumendo la direzione. Si ammogliò 
pochi anni dopo, nel 1572, con Francesca Lucrezia di Bortolo 
(lei Giunti fiorentini (della qual famiglia un ramo, stabilito 
da tempo a Venezia, vi aveva aperto la famosa libreria) 
e nel 74 corse ancora a Roma per assistere il padre infermo 
che neir anno stesso mori. 

Da allora la stamperia passa compiutamente nelle mani 
del figlio : la Republica lo onora delle cariche più rag- 
guardevoli come quegli che, tra V altro, fu eletto a pieni 
voti lettore nell' ordine di quella Cancelleria Ducale che 
fu cosi squisita istituzione e sì bella prova dell' assennatezza 
e della chiara umanità di Venezia. 

Benignamente accolto a Milano (dove si recò nel 1582) 
<lal card. Borromeo, vide poi a Ferrara il Tasso in ceppi ; 
rimpatriato (83) ottenne il titolo di segretario del Se- 
nato (84). 

« Ma dopo tante testimonianze di stima e di amore, 
scrive Apostolo Zeno, delle quali si poteva rimaner soddi- 
sfatto, r utile ne considerasse, o T onore, chi mai avrebbe 
pensato che s' inducesse, tratto non so dal qual forte motivo, 
a dare un addio totale alla patria, e a rinunziare' agi' im- 
pieghi che la sua virtù gli avea meritati, e 1' universale 
consentimento accordati ? » (op. cit. p. XLIX) 

Dopo la morte di Carlo Sigonio gli viene off*erta la 
cattedra di eloquenza nell' Università di Bologna dove in- 
segnò nel 1585 e '86 ; nell' 87 gli vien proposta quella di 
belle lettere nell' Università di Pisa : insegnamento eh' egli 
abbandonò nel 1588 per la cattedra di Roma in sostituzione 



— 04 — 

di M. A. Mureto, vivamente pregato e stimolato a ciò anche 
dal papa Sisto V (t 1590). Col papa Clemente Vili migliorò 
ancora la sua condizione poiché fu assunto come direttore 
della stamperia vaticana : mentre a Venezia volumi coli' im- 
presa Aldina continuavano a veder la luce sotto cura di 
Nicolò Manassi « incerto però essendo, scrive il Cicogna, 
se il Manassi fosse divenuto solo proprietario del carattere, 
ovvero fosse un agente, o un compagno della Ditta Aldina » 
(op. cit. p. 64 Voi. IIP) , ^^,^. 

Mori, come il padre, a Roma nel 28 ottobre lo9< 
(cosi lo Zeno seguito dal Renouard e dal Cicogna, per citare 
quelli che si occuparono di proposito). 

Delle varie occorrenze della vita e dei vari giudizi 
più o meno benevoli dati su Aldo non è mio intendimento 
(e, ora, sarebbe un fuor d'opera) parlar qui: rcorder.» 
soltanto che G. V. Rossi fil noto Gian Nicio Eritreo) aflferin.» 
aver il nostro ripudiato la moglie la7Wjuam conira legc^ 
duclam per darsi alla vita ecclesiastica (cosi i malevoli) 
e migliorare le sue tristi condizioni di fortuna. (1) 

A tale accusa lo Zeno non volle prestar fede. « Che 
Aldo, egli scrive, desse il ripudio a sua moglie, col pre- 
testo di averla presa conira kges, è un mero sogno e una 
solenne impostura. A quai leggi ei contravvenne ? civili o 
ecclesiastiche ? 

Ella era sua pari e di onesta famiglia : ne fa le nozze 
presente e consenziente il padre, in faccia alla Chiesa, e 
senza contrarietà o impedimento alcuno. Poteva egli tentare 
un' azione si ingiusta sotto gli occhi del Papa e della Corte 
Romana, e su la base di una tale indignità fondare le sue 



(V Pinacoteca N. CIX p. 184-5. Devo accontentarmi di citare 
dallo Zeno essendo la «Pinacoteca. dell'Eritreo tra i libri sepolti 
(come li cbiaman nella biblioteca Marciana) e che non si sa quando 
rivedran le stelle! 



«5 — 

speranze per avanzamenti di fortune, e per benefizij di 
Chiesa? e tentarla massimamente sotto un tal Pontefice 
qual era Sisto ( > (op. cit. p. LXII) 

Ma r accusa è ripetuta anche dal patrizio Giovanni 
Dolfin ambasciatore a Roma, per la Repubblica, presso papa 
Clemente Vili: in un dispaccio al veneto senato (1) dopo 
aver dato come causa della morte improvvisa la soverchia 
crapula aggiunse che, poco prima di morire, Aldo tentava 
di sciogliere il matrimonio. 

Ecco quanto del dispaccio serve al capo nostro : « 

per pietà Christiana, sendo morto all'improvviso il Signor 
Aldo Manutio, io raccommandai la sua libraria, et le poche 
cose sue, et S. Sant.^ con tal occasione mi disse, che haveva 
grande obligo ad Aldo Manutio suo Avo, che era stato 
quello, che havendo stretta amicitia con suo padre, lo 
introdusse in tempo delle sue necessità al servitio di quella 
i>er."^* Rep,^* per riveder li statuti di essa con cento scudi 
di provisione al mese, et che per questo principalmente 
haveva fatto qualche bene à questo pover' huomo et che^ 
li haverebbe giovato maggiormente, se havesse saputo 
governarsi meglio, soggiongendo che ieri solamente quando 
le fu detta la morte, haveva saputo con dispiacer, che 
egli haveva fatto far una tal qual dechiaratione, che il 
suo matrimonio fosse nullo : perchè certo crede, che chi 
r ha fatto sia stato ingannato, dicendo di più, che darà 
ordine, che sia fatta giustitia, et che alli suoi heriedi 
non sia fatto alcun torto, se bene intendo io, che sendo 
morto quasi in un subito per troppa crapula senza alcuna 
ordinatione delle cose sue, et quel che è peggio senza 
confessione, et senza li ordeni della Chiesa, un' infinito 
numero de creditori ha fatto sequestrar ogni cosa, et la 
Camera istessa per un credito che pretende di seicento 
scudi avuti da lui à conto di sue provisioni anticipata- 



ci; Vedi Archivio di Stato — Roma — Dispacci filza 40. 



— 66 — 

mente, ha bollato ancor essa le stanze della libraria, onde 
si può temer che li suoi heredi haveranno gran difficoltà 
H recuperar cosa veruna » 

II dispaccio è segnato in data 25 Ottobre perciò, fon- 
dandomi anche sulle parole del Dolfin « ieri solamente 
quando le fu detta la morte ...» io credo che la morte 
di Aldo sia avvenuta il 23 Ottobre non già il 28 come 
scrisse lo Zeno seguito dagli altri: tanto più che lo scambio 
del segno numerico è assai facile, nel nostro caso. 

E aggiungo ancora che il fatto della separazione 
coniugale di Aldo, sul quale non molta luce portano quei 
pochi scrittori che del nostro Manuzio ebbero occasione di 
parlare, nemmeno in codesto dispaccio appar chiaro : poiché 
r autorità ecclesiastica doveva pur saperne qualche cosa e 
allora come mai il pontefice n' era completamente al buio 
e solo € quando le fu detta la morte, haveva saputo con 
dispiacer, che egli haveva fatto far una tal qual dechiara- 
tione, che il suo matrimonio fosse nullo ....>? 

E codesta dichiarazione in che mai consisteva? 

In un punto del componimento poetico da me rin- 
venuto è detto che il matrimonio fu « dessoluto .... per 
via giuridica » ma più innanzi non è più cosi, poiché al 
Manuzio si fa dire 



Et feci per sententia Ecclesiastica 
Declarar nulla (sic) le neffande nuptie, 



Ja separazione dunque ci fu ma nò quando né come, se 
non mi soccorreranno in seguito altri documenti, mi è ora 
possibile determinare : noterò soltanto che, ad ogni modo, 
potrebbe V accennata via giuridica corrispondere alla senfen- 
fin ecclosiasdca, può darsi cioè che di ius ecclesiastico sia 



— 67 — 

parola nel primo passo : ma tal concessione fatta a) Ma- 
nuzio è assai improbabile e rimarrebbe, in tal caso, 1' ob- 
biezione naturale da me fatta a proposito del dispaccio. 

Vengo ora direttamente al fatto mio. 

Il Cicogna scrive (VoJ. V pag. 513-14) che il Procacci 
suo amico, conservava alcuni manoscritti di G. B. Leoni, 
concittadino di Aldo Manuzio, tra cui « un lungo capitolo 
in istile fidenziano intitolato: Memoriale al cardinale Aldo- 
brandini in persona di Aldo Manutio » e ne cita i 4 versi 
a principio e 6 in fine dove son nominati i nemici di Aldo 
o quelli da lui supposti tali. 

In un codice marciano (che indicherò soltanto quando 
r avrò spogliato del buono che contiene) ò rinvenuto un 
pepato epigramma vernacolo contro Aldo nel quale è ripe- 
tuta l'accusa dell'Eritreo e, accodata, una « Risposta^ car- 
mina more fìdentij » in tal metro, certo, come allusione 
ironica alla coltura umanistica del Manuzio. 

Manca la dedica che il Cicogna lesse nel manoscritto 
del Leoni : ad ogni modo il componimento non è in forma 
di capitolo, si bene in isdruccioli sciolti endecasillabi. 

Trattasi non v' à dubio, d' una svista del pazientissimo 
raccoglitore di tose veneziane poiché i pochi versi ch'egli 
cita sono appunto quali li dà il codice marciano non certo 
foggiati a mo' di capitolo. 

La figura di Aldo v'è messa in cattiva luce come 
quella d' un letterato famelico inope e indebitato fino 
air osso. Fu scritta codesta satira o, meglio credo, è ima- 
ginata scritta a Roma come appare evidente in vari punti 
di essa : che r« iugenioso rithmico » sia tutt'uno coir epi- 
gramma parmi quasi sicuro afiermare, non cosi d' appaiare 
i « Carmi indecenti, infami e temerarij ». 

La sottile arguzia popolare si sarà anche più sbizzar- 
rita con altri tiri di simil genere ? Potrebbe darsi : frottole 
capitoli, canzoni, epigrammi, stanze e va dicendo dilaga- 
vano nel 500 a Venezia e i letterati, non di rado, eran 
presi di mira. 



— 68 — 

Tirando le somme, parmi utile far conoscere codesti 
versi corredandoli qua e là, di qualche nota esplicativa senza 
abbondare nella versione dei latinismi frequenti nella rispo- 
sta air epigramma e chiari per le persone colte. segnato 
con puntini due parole di cui V interpretazione mi riusci 
impossibile causa la contorta grafia del manoscritto e allo 
stesso mezzo son ricorso per alcuni passi scabrosi : cosa 
della quale forse mi si farà carico ma, in tali questioni, 
non è ancor detto chiaro come ci si debba regolare e . . . . 
adhiic sub iudice lis est. Per il resto mi sono attenuto 
fedelissimamente all' originale solo sciogliendo le facili 
abbreviazioni. 



Antonio Pilot 



69 



An. in *) Aldo, à che ziogo ziogherao ? 

Ve raaridè in Veniesia, 

Godè *) in gratia de Dio 

Fé fioli e pò, vu cogionè la giesia ! ') 

fazando dechiarar per quanto intendo, 

chel matrimonio è nullo. 

Ma teteme in tei cu . . ., *) 

Cogioni, pare, ò che ve se pentio, 

Della mogier, ò ella del mario, 

E fé sia vuoga *) e ve fé reverendo 

cazzandove in sagrao ; *) 

Mo ve aspetto zudio, ') 

E co sarè stufao, 

Che ve fé raussulman 

Per far qualche comento all'alcoran. 

ò litterato mio plusquara perfetto 

za che havé anche cervello in tei braghe tto, 

Horsu concludo e digo e stago saldo, 

Che sé un coggion vitioso in stampa d' Aldo. 



' 



70 — 



Risposta. Carmina more fidentij 



ì 



Ò gran nepote, *) ò spes dilecta et uaica 
Del Pontefice nostro optimo maxirao, 
io de iure e de facto Aldo manutio 
Desuxgrato primo e quara huinillimo 
A te ricorro e per la sacra purpura 
Per quella gallerata tua stellifera •) 
felicissima insegna Aldobrandinea 
Ti scongiuro, ti expostulo e ti suplico 
D' auscultarmi e le intronate auricole 
Da tanti altitonanti ardui negotij 
Suspendi e presta à me per un dimidio 
D' hora, si che orator breve e laconico 
Da te pietoso incorruptibil giudice 
Alle mie giuste esposte querimonie 
Con un responso del tuo vivo oracolo 
habbia ne miei bisogni alcun sussidio. 
Non dimando, signor, se ben famelico 
inope litterato, ò veste, ò pabulo, 
ne men del' alieno ere, ò pecunia 
mutuata ricerco per giustitia 
Qualche dilation, ò qualche proroga, 
ma del mio nome e della fama vetera 
Degli avi miei e della litteraria 

Nostra reputation 

manutention e firmamento flagito. 
Carmi indecenti, infami e temerarij 
deturpano, contendono, e diffamano 
Un' humanista egregio, un lettor publico 
Una grave de libri onusta sarcina, 
Una bibliotheca un vivo emporio 



- 71 — 

De testi antichi e de scriture varie 

Un museo e condutitio. 

Aulici petulanti, inepti homunculi 
sumpta leve cagion del matrimonio 
Dessoluto da me per via giuridica 
Propalano ne trivij e per i vicoli 
le mie pudende e nella mia vernacula 
Lingua exarato ") un'ingeuioso rithmico 
mi vendon tra la plebe e tra i patricij 
Urbis et orbis vituperio e favola. 
Tu però signor mio, Vate primario 
Degli eruditi e del plebeo collegio 
Provvedi à tanta inopportuna ingiuria, 
che si fa al typo delle belle lettere, 
Ne comportar, che io hoggi precipiti 
senza decoro alcun del magisterio 
Questi immorigerati aspetti e verberi 
nel foro con la mia temuta scutica, 
E deserendo ") il publico gymnasio 
Prenda dall'alma Urbe eterno exilio. 
Già per poter à miei perpetui studij 
Dar opera interrota occorse al fomite 
che mi tentava nel!' adolescentia 

col procacciarmi un **) 

D' una diletta à me puella e commoda 
Solo giaqui molti anni e da filosofo 
me affaticai di seminar degli huomeni, 
Ma distratto da cure litterarie 

E dall' ardor ") 

Non avverti sèi cominciato ") 

fosse ò nò fosse per all' hora licito, 
ma raffredato il sangue e nel concubito 
Gli occhi flettendo ai sacrosanti canoni 
me avidi dell' obsena turpitudine, 
nella quale io viveva e pero subito 
Me penituit e corsi à quel remedio, 



che de cercar il trasgressor catholico, 

Me sacerdoti estendi e del Preterito 

Expostulavi humileraente venia, 

Et feci per sententia Ecclesiastica 

Declarar nulla le neffande nuptie, 

Et pollicitus sum, hercle de cetero 

con questo mio severo supercilio 

Di non haver mai più da far con feraine. 

Hoc videat v. signoria illustrissima 

se questa buona intentione merita 

Tra il volgo ignaro cosi brutta infamia. 

Fa dunque signor mio d'Anatemate 

Sia reo colui che con si indegni carmini 

in futurum farà ò fatti, à socij 

Darà da leggere in aperto, ò in abdito. 

En degli Aìdobrandini, Alta propagine 

r Erudito Aldo tuo, che al 

Del globo litterario prono incurvasi, 
E seco libri eternamente baiula 
Ripieno il petto e le parti prepostere 
Per sempre enuclear e sempre ediscere 
E con le gambe amplissime e con gli homeri 
Novello Atlante la terra suppedita, 
E '1 ciel sostenta portator del Ethere 
Ergo fa opera tu fortissimo Ercole 
Di questo nostro aventuroso secolo, 
E questi mostri e queste fiere horribili 
quel' occhialista affumicato cerbero. 
Nato nella città vecchia d'Antenore, 
E quel Leon delle palude venete 
Vagabondo Poeta e segretario **) 
Disperdi signor mio, lacere e stermine 
Che se la clava il tuo tremendo braccio 
Non toglie al mondo questa pestilentia 
Roma la corte e la universa Italia 
Perdono il Prelibato Aldo Manutio. 






73 



NOTE 



*) Oh ! missier Aldo 

*) nel manoscritto è un verbo troppo espressivo por poterlo 
trascrivere tale e quale. 

*) chiesa. 

*) Espressione d' impazienza come a dire : Mo che diavolo di 
originale ! Cosi, almeno, panni doverla interpretare qui benché 
abbia anche qualche altro sig'uificato. 

') oggi si direbbe : andè indrio e avanti. La bella imagine é 
tolta dal remare. 

*) Sagrato. 

'; giudeo. 

*; Non a Pietro Aldobrandini, la cui azione si esplicò special- 
mente nelle cose di stato, ma a Cinzio credo indirizzata la presente 
risposta come quegli che tu largo protettore de' letterati. Ambedue 
furono nepoti di Clemente VIIP : ad essi Torquato Tasso dedicò, 
in segno di grato animo, la Gerusalemme conquistata, ma il nome 
di Cinzio é in ispecial modo legato a quello del grande poeta. 

•) Lo stemma degli Aldobrandini di Firenze porta una banda 
doppio merlata d'oro accostata da 6 stelle di otto raggi medesima- 
mente d'oro. Arma d'azzurro. 

Quanto al « gallerata » cfr : Galerus : Cardinalium Rubens iis 
ab Innocentio IV primum concessus in Concilio Lugdunensi anno 
1244 in privilegio Natalis Uomini, creatis 12 Cardinalibus. (vedi 
I)u Cange.) cfr. anche Marcant. Ginanni « L' arte del blasone » 
che dh. galerus - tiara p: 353. 

*•) propriam: cavato fuori di sotterra arando. Abbozzato, composto. 

") alibandonando. — In proposito dell' insegnamento impartito 
a Iloma dal Manuzio l'Eritreo, nell'op. cit. afferma che, abban- 
donato dai più, la scolaresca era ridotta ad un numero ben esiguo. 

") tralascio l'espressione bella ma troppo ardita. 

") id. 

'*) anche qui tralascio il termine volgaruccio. 



74 



") L' allusione è troppo vaga per poter affermare con sicurezza 
quali personaggi si celino in questi versi di colore oscuro Nei 
tempi di Aldo viveva appunto quel G. B. Leoni (nominato, come 
dissi, dal Cicogna) il quale fu certo poeta, autore di madrigali ; 
se anche segretario non mi fu possibile rintracciare. Sarebbe egli 
il « Leon delle palude venete » ? Dell'altro poi il cenno é ancor 
più indeterminato e tale che, almeno per ora, devo lasciare nella 
penna ogni congettura. 



P. S. — Aggiungo ora, sulle bozze, la notizia seguente che 
tolgo dal Gallicciolli (Delle memorie ecc. ecc. Libro II., 1772) assai 
notevole pel caso nostro : 

« il C. X. in tal guisa decretò 

li 28 Agosto 1577. Se intende^ che in questa nostra città <A' 
Veiiesia è stato introdotto da diversi sceleratì, che sotto pretesto di 
Matrimonio pigliano donne colla sola pawla de praesenti, e con 
V intervento di qualchednno, che chiamano Compare seìiza ossenar 
le solennità ordinate dalla Chiesa ; e che dopo violute e goduta, jM-r 
qualche temjx), le lassano, ricercando la dissoluzione del Matrimonio 
dalli Giudici Ecclesiasiici, dalli quali facilmente la ottengono^ jjtr 
esser tal MatrimonJ fatti contro li ordini del S. Conc, di Trento. 
Al che dovendosi provedere a gloria del Signor Iddio, et conserva- 
zione dell* onor de simil donne, ecc. si comette la cosa agli Esecu- 
tori contro la bestemmia, onde Riuniscano i rei secoìido sarà giu- 
dicato, senza appellazione. E almono una volta al mese tnanderanìio 
dal Patriarca o Vicario a prender nota delli casi, che li fosseny 
venuti a notizia. Vedasi qui lo Statuto Veneto, P. ii, pag. ii, 
divis. ult. » 



Prof. GIANLUIGI ANDRICH 

Socio corrispondente della R. Deputazione Veneta di storia patria 



Note sui Comuni Rurali Bellunesi 



(^Continuaz. - V. Anno XXVI, Voi. II, Fas. 3, loTembn-Dicfimbre 1908). 

Capo III. 

LA PROPRIETÀ E LA PERSONALITÀ DEI CONSOCIATI 

Se la proprietà non fa Tnomo libero, ma l'uomo libero 
è quello che ha diritto di esser proprietario nelle prime 
vicinie germaniche, è però sempre certo che una continua 
relazione passa fra la personalità e la proprietà. Tanto 
che nel periodo carolingico ed in quello feudale avvenne 
la ben nota evoluzione per cui il solo proprietario si consi- 
derò come libero (1). Nei Comuni nostri si conservarono 
traccie (2) di questa condizione di fatto, e sebbene quelli 
rurali avessero la loro ragione di esistere precisamente per 
garantire ai consociati il godimento di una determinata 
quantità di terra, anche in essi si vede come sia V appar- 
tenenza al Comune quella che dà diritto all' individuo 
di esser proprietario e non per il fatto di esser proprietario 



(1) Schupfer. Allodio n.» 27. 

(2) E giusta a questo proposito l'osservazione del Ronzon in 
Archivio Storico Cadorino a. IV. n. 11 pag. 130 dove fa rilevare 
come Dante ponga accanto ai suicidi gli scialaquatori delle pro- 
prie sostanze per la stretta connessione fra la proprietà e la vita. 



— 76 — 

venga concessa all' individuo la piena capacità giuridica e 
quindi il diritto di far parte del Comune. 

Traccie di questo rapporto ve ne sono, come dissi, 
molte. Vedremo poi come si debbano interpretare : per 
ora le rilevo. 

Fauno parte dell' assemblea solamente coloro che sono 
proprietari nel Comune il voto in essa spetta al proprie- 
tario di una determinata massa di beni (1). 

Questi proprietari delle regole bellunesi corrispondono 
quindi ai boni homines o bonae condiciones che hanno, 
soli, nella vicinia friulana diritti e che si dicono nei 
diplo mi proprietari (2). Boni perchè hanno la fede publica, 
idonei perchè giuridicamente ed economicamente capaci. 
Boni in opposizione agli altri i quali non hanno la piena 
personalità comunale e quindi si trovano nella condizione 
di quei cittadini, che, avendo commesso dei delitti, vengono 
cacciati dal Comune e per ciò privati dei loro beni: i mali 
cittadini. Quindi si dicono anche bonae famae homines, 
perchè nel cittadino si trova la perfezione giuridica, eco- 
nomica e morale (3). Per cui si può dire che, come si può 
notare già per i tempi carolingi (4) la proprietà del 



(1) Mio 11 Laudo pag. 70 e Stat, de Cad. cit. pag. 19 conf. 
Stat. lieg. Terra di Delluno cit. pag. 13 n.*» II. specialmeute u." 1. 
La proprietà di un orto a Padova è necessaria per far parte 
della fraglia degli ortolani, Scìpionì La proprietà nel diritto statu- 
tario comunale e l* origine del comune Fano 1899 pag. 60 n.* 1. 

(2) Leicht Stat. civ. Au\ cit. pag. XXXIV e diploma di Ottone 
III al Patriarca Giovanni. Vedi per Todi Scalvanti loc. cit. pag. 24. 

(3) La confusione fra morale e diritto si spiega quando si 
pensa che le prime società sono gruppi gentilizi che regolano in 
via pacifica i loro rapporti e tutelano la rispettiva attività senza 
versar sangue, perchè sentono il dovere di rispettare chi è unito 
nella colIettiviti\ da vincoli di famiglia. 

(4) Vedi le leggi carolingie in Schupfer Allodio n.« 27. 



— 77 — 

comunista assume in molti statuti puraiueiite un valore 
economico essendo « il substrato della personalità giuridica 
« dell' individuo ». (1) 

Senza completamente aderire a questo concetto, noto 
che nelle nostre regulae si difende in modo speciale la 
proprietà immobiliare dei consociati : sequestri, pegni, tutti 
gli atti che tendono a privare T individuo di una porzione 
del suo patrimonio economico debbono, finché è possibile, 
limitarsi ai beni mobili (2). Disposizione alla quale corri- 
sponde l'altra dei più antichi statuti cadorini che non si pos- 
sano confiscare le armi se non sieno stati esauriti tutti i beni 



(1) Zdekauer Un caso di garanzia c\X. pag. 5 

'2y Stat, Cad, rif. venet. II«. 26. Stat Mei XV. pag. 26 : primo 
de honis suis mobilibìis, et si iuranerit non habere de bonis móbi- 
libus tunc designet de bonis ì7nmobilibus e lo stat. XXI pag. 26 
ordina che venga levato il sequestro quando reus satis dederit de 
jmrendo juri et solvendis legittimis expensis credit(tri. Il giuramento 
di Mei si può metter a conf. con quello di cui si ha esempio nel 
Cod. Cav. I. doc. CVI : perchè la mancanza di mobili implica 
r esecuzione sugli immobili^ che priva della personalità il debitore, 
e nel doc. cit. la mancanza della sufficiente sostanza portò come 
conseguenza la schiaviti del longobardo : alla stessa conseguenza 
corrisponde nei due casi lo stesso atto solenne. Probabilmente lo 
statuto codifica la consuetudine longobardica. Conf. a Todi dove non 
si può acquistare il diritto di passaggio e quindi di limitare cosi la 
proprietà se non dimostrandone l'assoluta necessità, Scalvanti loc. 
cit. pag. 35, A Casole si « continua le tradizioni medioevali sor- 
» vegliando la proprietà privata in ogni sua manifestazione, 
» sopratutto nello smercio del prodotto fondiario, e nel mercato 
» in genere » Zdekauer Sugli statuti della terra di Casole (in Miscel- 
lanea storica della Valdeha a. IV. 2-3) pag. 4. Ter le città: il ve- 
scovo tiene in speciale considerazione i privilegi imperiali che gli 
accordano la giurisdizione sul mercato, cioè sul luogo e quindi sul 
modo con cui si esplica l'attività economica della città, nella quale 
la personalità corrispondeva alla proprietà ossia esercizio dell'arte 
(vedi mio // vesc. beli. cit. pag. 30 n.* 6). 



I. 



— 78 — 

mobili ed immobili dell' individuo (1) certamente perchè esse 
rappresentano il suo più grande diritto come individuo : 
infatti nella Rocca è stabilito che ogni masseria, che rappre- 
senta per il Comune un uomo, tenga le armi necessarie ad 
armare un pedone (2). 

Conseguenza di questa relazione si è lo istituto della 
prigionia per debiti (3), perchè chi non ha sostanza tale 
che possa far onore (4) alla sua parola non è degno di 
esser considerato come cittadino e, seguendo là tradizione 
longobardica (5) comune a quella romana, dal momento 
che non può rispondere come libero, deve rispondere come 
schiavo, cioè personalmente. Infatti questo istituto mantiene 
il carattere dell' addiclio in servitutem romana (che si 
ritrova nel diritto germanico) perchè lo statuto citato pre- 



fi) Stat. 47 Ite/in statuimusquodarma aliculus non aufferaniur 
prò plgnoì'C ncc ali quo debito dum iamen jfXìSHÌt suum solvere dMtum. 
Conf. in Cipolla loc. cit. pag. 40 l' inventario dell' eredità di Pietro 
giudice dove si tien conto speciale delle armi. 

(2j Mìo II laudo cit. pag. 70 e lo stat. 41 a pag. 81. Il inansa- 
riiis solo va a caccia: vedi più avanti. Nella decania cividale^e al 
voto neir assemblea corrisponde l'obbligo di mandare uno o due 
armati dell'esercito patriarcale, Leicht loc. cit. pag. XXV. 

(:^) Stat. M(i XVIII. pag. 22: Item statuimus et volumna quod 
ai quia (lehitor non haìjeret aliquod pignìia sufjiciens designare Prae- 
coni ad'pctitionem alicuius creditorLs .... ipsum prò aliquo debito 
ad pignorandum, per Rectorem poasit ad peticionem creditoris jperso- 
naliter detineri facere, et in carcerit/ua poni, nec ullo modo possìf 
relassari nhii satisfecerit de debito suo aut secnm in concordio fne- 
rit e te. 

{\) Donde V infamia per il debitore insolvente e V infamici 
per quello che cedendo i suoi beni si toglie dal novero delle persone 
e quindi degli onesti ("edi pag. 99 n." 2) e le note cerimonie umi- 
lianti e disonorevoli per il cedente. 

(5) La procedura indicata dagli stat. di Mei (vedi nota precedente) 
corrisponde a quella indicata nel doc. cit. (pag. 99 n.*^ 2) del Cod. 
Cav. : alla schiavitù é stata sostituita la prigionia per debiti. 



— 79 — 

scrive che deve star in prigione sino a che ìton satisfecerit 
(l(* debito suo aut secum (col creditore) in concordio fuerit. 
É la continuazione del processo esecutivo, che dai beni 
pjissa alla persona (1) ciò che dimostra la relazione sem- 
pre intima tra la proprietà e la personalità. Garanzia 
delle obbligazioni quando non vi sono più beni è l'individuo 
e questi, in quel momento, cade nella condizione dei non 
proprietari, ossia di quelli che non hanno diritti o per lo 
meno molto limitati (2) e quindi non è più rispettato, ma 
perde la libertà finché non abbia pagato (3). 

Questa relazione doveva necessariamente esser tanto più 
sentita in queste consociazioni in quanto esse erano regola- 



ci ^ Il ricordato stat. di Mei ò la continuazione della serio, 
che dispone sulle esecuzioni reali. Che sia uno statuto apparte- 
nente «alla materia dello, esecuzioni lo si vede anche dalle rubriche : 
De- modo designandi et capiendi pignora e Taltra: de capiendo debitore, 

i2. Vi sono dovunque dei dipendenti fa S. Xicolò hanno una 
capacità limitata mentre sono più garantiti a Ii*occa Pietore). Gli 
sfai. (Iella lìeg. della terra di ìklluno pag. 11 n. 1 riconoscono diritti 
solo a certi proprietari. Vi sono dei j)oreri uguagliati ai forestieri 
(vedi più avanti") che non hanno una completa capacità : eviden- 
temente i discendenti degli antichi schiavi, che quindi non avendo 
diritti nella regola non poterono divenirvi proprietari. Cfr. Zdekauer 
^7/ Sta fìtti di Monte Amiata (II. voi. per F. Schupfer pag. 247 n." 
47) dove si contrappongono ai proprietari gli schiavi e Palmieri 
Dpgli antichi coìnnni rurali e in ispecie di quelli dell' Appeni no 
bolognese pag. 55, nei quali Comuni si trova cenno di schiavi 
appena liberati dalla schiavitù. 

(3) Pagato il debito tornava in condizione di liberti\ : perché, 
se la proprietà era ancora cosi fortemente difesa, oramai anche i 
non proprietari erano liberi .anche nel mio U laudo cit. pag. 71 a pro- 
posito di Rocca si vede che una personalità era riconosciuta 
anche ai non abbienti) perciò doveva anche il debitore, pa- 
gato il debito, tornar libero : quindi la sua prigionia durava sino 
all'estinzione della obbligazione, in qualsiasi modo fosse stata fatta. 



— so- 
le da norme statutarie che originavano dalla consuetudiue 
di emendare il danno. 

Peroni un dannofattoairindividuosiripercuotevacosìsiil 
patrimonio di esso che, ad es., gli statuti di Verona, essendo 
stato il capo della famiglia, recatosi in missione per conto 
dello Stato, maltrattato dai Bolognesi, si stabilì che egli ed 
i suoi eredi fossero esenti da alcune gravezze (1). 

Cosi il patrimonio famigliare, del quale esso, secondo 
le vecchie norme dell' editto, poteva usare cum ralioìie (2) 
era compensato della perdita subita per il fatto che uno 



(1) Avendo Pietro de Sacho giudice sofferto atroces et gmvh- 
shnas iniurias et sever'iHshne mortis jyericula et tonnenta quuH in 
proprio corpore pertitlit si accorda a lui e fiUis et eius heredihus 
et 2X)sterLs iiotis et naHviturin utriusqtie sexus un privilegio di im- 
inunitA da aliquihus muneritjjoi seu hoiieribuH realibiis seti jhtso- 
naliòicH ai ce mixtijfy scNffis et facionibus eqttisque impositis eiikm 
seu eis per Comune Verone ^ sire guaitas ciritatis Verone j seu de 
reterò iinpon/indis per viros nohiles Albuinum et Canem grandem 
de la Sellala tunc Capitaneos ComìtuLs et Popnli Verone (St<it. Ver. 
a. 132S L^ CCXI riportato da Cipolla loe. cit. pag. 11). Questo 
privilegio fu accolto negli statuti perchè cosi lo stato garantiva 
nella familia l.*i conservazione del patrimonio restituito in integrum 
mediante questa immunità, patrimonio che era stato diminuito 
dal danno sofferto dalla persona del padre di famiglia. Analoga- 
mente in altri statuti {Stat. Parmm (1266 - 1304) ed. Parma IH,')! 
pag. 23 lib. II. rub. Qnaliter lìarnfaldu^i notarius potest siòi Iiaerednn 
^tefanimim filinm suum che non era nato da matrimonio) si 
registra l'atto con cui la cittadinanza ammette al godimento dei 
diritti Stefanino, nato da unione non matrimoniale e quindi non 
appartenente alla famiglia e quindi non avente i diritti del cit- 
tadino, /permettendo al jHìdre di istituirlo erede, E questa de- 
cisione deve far parte degli statuti, come nei laudi (conf. Mio 
// laudo cit. pag 2 e 47) si registrano i nuovi accolti nella regula. 
Il documento poi ora ricordato ci dinìostra come il danno si dovesse 
risarcire alla famiglia^ al gruppo e quindi anche nei gruppi vici- 
nali cadorini, come notai, al Comune, per cui divenne poi la pena. 

(2) Rot. 173. 



— 81 — 

<li coloro, dei quali successivamente veniva rappresentando 
la personalità, era stato trattato, sia pur fisicamente, contro 
il diritto. Ciò che non è poi che la applicazione del concetto 
e del sistema delle composizioni. 

E finalmente, per quanto una lunga evoluzione abbia 
ili fine portato nel Comune « che V uomo non doveva 
» essere misurato uè apprezzato dalla proprietà e dalla 
» terra, ma soltanto dalla sua virtù > (1) tuttavia si trova 
che siccome si devono risarcire anche le spese (2) così 
lo straniero ed il non abbiente, messi in eguale con- 
dizione giuridica (come erano neir antico tedesco indicati 
con la stessa parola (3) ): quando domandavano giustizia al 
tribunale regoliere dovevano trovare un cittadino che pre- 
stasse per loro cauzione de soluendo idquodpetilKv efdeexpen- 
^is smtineììdis (4). Il risarcimento delle spese del giudizio 
ha una speciale importanza, come ho già detto (5) e quindi 



(\) Schupfer Allodio n." 26. 
. (2) Stat, Mei XXXII, pag. 38, 

;3; Tamassia Dell* Ospitalità pag. 6. n. 3. 

(4) Mei XXXI pag. 34. Stat. Cad. rif. ven. III. I : per CividcU 
del Friuli Leicht loc. cit. stat. XXXVII. Per Rocca stat. 53 e 54 
(mio II laudo pag. 83). Questa disposizione non è che la ripetizione, 
addattata alle nuove esigenze, delle leggi carolingie riguardo al 
^idrìgildo. (vedi pag. 98 u,* 4). Esse dispongono che non possa 
ottenere giustizia se non colui il quale provi che ha una personaliià 
economica corrispondente alla piena capacità giuridica, cioè chi 
non ha il proprio guidrigildo. Qui si riconosce che possa agire 
chiunque potrà in qualche modo assicurare una capacità econo- 
mica corrispondente a quella giuridica che vuole esperire. La 
vecchia nonna si mise cosi d' accordo colle nuove condizioni 
per cui si riconosceva che anche al non regoliere si doveva rico- 
noscere una capacità giuridica. 

(5) Per quanto si tenda alla pacificazione degli individui, non 
si absolve dal giudizio se non quajido si siono pagate le spese : conf. 
Jo stat, cad, ricordato a pag. 497 n.** 2, che non permette sover- 
chie concessioni a coloro che vogliono pacificarsi. 



82 



se ne cura in modo speciale il risarcimento. Infatti ana 
lite non porta solamente un perturbamento alla pac^ 
sociale, ma anche un perturbamento economico, porta delle 
spese, che rappresentano, se ingiuste, una ingiusta diminu- 
zione del patrimonio. Quindi una lite ingiusta è un atten- 
tato alla esistenza giuridica dell' individuo, come un delitto 
è un attentato a quella fisica. Tutte due sono cause per 
le quali viene lesa la personalità e quindi in tutti 
due i casi è necessario che venga rimesso l'uomo nel pristino 
stato : ossia che venga pagata la composizione o risarcita la 
spesa, in ambedue i casi cioè risarcito il danno alla per- 
sona e quindi al patrimonio suo giuridico-economico. 

Una volta pentito 1' eretico ritorna pienamente nella 
condizione precedente di cittadino optimi iuris^ perchè col 
ritorno alla fede degli avi egli ritorna ad obbedire alle 
leggi tutte dello stato e quindi gli si riconoscono tutti i 
diritti che ha un cittadino : quindi il diritto di proprietà e 
conseguentemente quello di lasciare per testamento ex- 
ceptis plateis, domibus et ortis (1) qiiae non ìiisi propinquo 
legavi possint dice la Carta libcrtatis di Tintinnano (2). 
Questa è la norma comune che si ristabilisce per lui 
quando, convertendosi, rientra nell' ordine giuridico. La 
casa è dunque intimamente legata alla famiglia. Gli 
statuti cadorini del 1235 considerano il danno prodotto 
da un omicidio pari a quello prodotto con l'incendio della 
casa perché è uguale nell' uno caso e nell' altro la compo- 
sizione (3). Quindi il rapporto del quale ora ci occupiamo 



1) Vedi pag. 98 n.* 1: l'orto che é necessario a Padova per 
far parte della fraglia degli ortolani. 

{'2) Zdekauer Im « Carta libcrtatis^ e gli statuti della Rocca di 
Tintinnano (Estratto dal Bullettino Senese di storia Patria a III. 
fas. IV.) pag. 43. 

(3) Quantunque per la natura degli statuti del 1235 non si 
trovi in essi alcuna disposizione riguardante la pena che viene 
comminata a chi si rende reo di un delenninato delitto, però da 



— 83 — 

non passa fra personalità e la proprietà, ma fra la perso- 
nalità e la casa. 

Finche noi vedevamo che al Comune cittadino non po- 
teva appartenere se non colui che vi aveva una casa, 
si poteva dedurne che questa rappresentasse quella enti- 
tà economica che determinava la personalità dell'individuo 
e quindi si poteva, facendo rivivere per il Comune la teoria 
del Móser, sostenere che il fattore economico fosse la base 
della esistenza comunale (1). Ma quando si trova che la casa 
ha altrettanta importanza nel Comune rurale, come a Tin- 
tinnano ed in Cadore, dove era così facile, per l'abbondanza 
<lel materiale, costruire una di quelle case allora tutte di 
legno (2) le quali avevano un valore economico ben inferiore 
ai fondi rustici, mentre questi erano la vera ed unica 
ricchezza dell' individuo e quindi rappresentavano la ga- 
ranzia economica del fatto suo (3) e con tutto questo 



essi si può rilevare che T incendiario di una casa e T omicida 
venivano colpiti dair egual bando perpetuo, T incendiario delle 
messi ed il feritore con bando di minor durata (mio sfat, de Caci. 
cit. pag. 13.) 

(1) Conf. Scipioni lav. cit. 

(2) Solamente ora i Comnni per preservarsi dagli incendi 
impongono la costruzione di casa di pietra: fino a pochi anni fa 
erano tutte di legno. La tradizione giuridica in forza della quale 
quando si parla di distruzione della casa si ricorda solo il caso 
deir incendio fu accettata e seguita appunto perché questo era il 
modo più facile per distruggere dolosamente una casa, segno che 
erano di legno : altra prova che erano di tal materia le norme 
del laudo di S. Nicolò per l' incondio. Erano di legno anche in 
città : lo dice per Padova il Gloria, per Siena lo Zdekauer Un caso di 
garanzia cit. pag. 8. 

(3) Le spese fatte dal Comune per il bandito devono essere 
pagate de podere Ulius {Stat. Cad. del 1235 stat. 25). La responsa- 
bilitA economica è sostenuta dal patrimonio {Stat, Cad, rif, ven, 
III. 36) : è dimostrato anche dal fatto che la confisca dei beni è 



— 84 - 

il danno della loro distruzione era quotato meno che quello 
della distruzione della casa (1), si può dedurne che questa 
importanza politico-giuridica della casa nel Comune deri- 
va non dal suo valore e dalla sua funzione economica, ma 
da altra causa. 

La Comunità della Rocca era formata da quarantacin- 
que fuochi o famiglie, ciascuna di esse aveva una masserìa 
alla quale corrispondeva un uomo fornito da tutti i liiritti 
regolieri (2). La violazione del domicilio vi è punita in 
quanto si voglia entrare nella casa ad makyralum del 
padrone e per far qualche danno alle persone o alla casa. 
Questa disposizione ed il luogo in cui è stata scritta negli 
statuti di Rocca (3) mi convince che la casa si con- 
sidera come intimamente congiunta colla persona che 
vi abita. Questa Comunità conserv^ò nelle sue quarantacin- 
que famiglie o masserie o fuochi la primitiva costituzione 
famigliare. Essa è evidentemente la farà (4) mandata a 
difendere i Serrai, nome che si dà alla stretta per la quale 
passa la strada che dalla Germania conduce in Italia (5). 
La condizione di fatto ha portato la conseguenza che 
questo gruppo, avendo conservato sempre il suo scopo ed 



limituta a tutto il tempo in cui il bandito vive (mio 11 laudo 
cit. pag. 66) mentre a Mei la confisca è una pena. E in generale 
in questi statuti si parla di esecuzione sugali immobili e non mai 
sulla sola casa. 

(1) Mio Sfat, d^ Cad, pag. 17. Vedi Stai. Cad. rif veiì. IL 65. 

(2) Mio H Txiudo cit. pag. .52. Lo stesso rapporto fra la mas- 
seria o casa e la famiglia e T individuo vi è a Tintinnano Zdelcauer 
Im Carta Uh. cit. pag. 41. VI: perchè spetta ad ogni masseria 
di mandare un uomo armato e di pagare il fuocatico o tassa di 
famiglia. 

(3) Mio E laudo cit. pag. 67 n.» 1. 

(4) V>.di mio II laudo cit. pag. 50 e sfat, de Cad. pag. 40. 

(5) Serrai ossia serragli da serraglio equivalente a Chiusa. 



- 85 — 

il suo isolamento topografico, presenta meglio quale sia 
Torigine di un Comune: e cioè un gruppo gentilizio, composto 
da un determinato numero di famiglie. Esso garantisce ad 
ognuno dei capi famiglia, qui erunt prò tempore cosi 
esprimerò con frase del tempo la condizione del pater 
familias, la personalità perchè dalla loro esistenza dipende 
l'esistenza del gruppo e quindi viceversa la tutela di 
questi si ngoli individui che lo compongono. In tutte queste 
consociazioni, che a buon diritto si possono paragonare 
alle primitive, non si è assurti ancora al concetto di ente 
giuridico, appunto perchè si vedono bene uell' interno 
(Iella consociazione gli individui che devono esser difesi 
da essa, mentre d' altra parte vi è il substrato di una perso- 
na giuridica, (1) perchè appunto lo scopo che hanno queste 
comunità gentilizie primitive è tale per cui si assurgerà in 
tempi progrediti a concepire un ente impersonale del diritto. 
E quindi, dal momento che la gente, ossia questo ag- 
gregato di certe determinate famiglie, che formano il 
Comune, si è fissato sopra un determinato punto è neces- 
sario di materializzare il fatto di questa esistenza nella 
casa che corrisponde alla famiglia. Conseguentemente il vil- 
laggio la città, (agglomerazione di ca^e naturalmente difese 
dalle mura cittadine, come vi sono giuridicamente difesi gli 
individui che le abitano) sono quella fisica agglomerazione 
di case, rappresentanti le famiglie, come agglomerazione . 
dei padri di famiglia rappresentanti prò tempore di ciascuna 
di esse famiglie è il Comune : donde l'assemblea è rappresen- 
tata dall'unione dei cittadini sia in piazza che al campo. Quin- 
di r importanza della casa rispetto all' individuo consiste in 
questo : che essa materializza la famiglia e siccome la 
famiglia si è fissata insieme al Comune sul territorio è 



(1) Laveleye. Tm proprietb et .ses fonnes primitìves Paris 1891 
pag 196. 



— 86 - 

necessario che vi sia una prova palpabile dell' esistenza 
nel Comune della famiglia, quindi che entro delle mura cit- 
tadine vi sia una casa. Quindi allorquando è necessaiio di 
fissare in un determinato punto degli uomini a stabile 
difesa del paese vi si costruiscono delle case (1). 

Questo contenuto gentilizio della casa viene dimostrato 
da molti fatti. 

Ed anzitutto, come è naturale, dal linguaggio. Domm 
e famtiia sono sinomìni (2), e Pesto, ben a proposito notò come 
derivi da domus il voc. dominus, che indica colui che, es- 
sendo capo della domus, è paterfamilias, e quindi ha diritto 
di mettersi durante la sua vita in quel rapporto coi beni 
assegnati dalla civitas alla familia dal quale poi sorse 
il diritto di proprietà. Paolo Diacono, vedendo nella 
società longobarda applicato questo concetto, compren- 
deva ed accettava l' opinione di Pesto (3). Ugualmen- 
te in italiano sono sinonimi casa e familia, intesa nel 
senso di gruppo gentilizio (4) : per cui si comprende come 
neir epoca in cui la nostra lingua andava formandosi, 
cioè nella comunale, molte volte il concetto di casa e 
quello di famiglia coincidessero. 



(1) Palmieri loc. cit. pag. 81. 

(2) Cic. IV. ad att. 12 Domiis te nostra tota salutai, Virg. Aened. 
I*. 288 Cum Domu^ Assaraci Phthiam, clarasque Mycenas seruitio 
premet. 

(3) Vedi a proposito della santità della casa Salvioli La casa e 
la 8tm inviolabilità in Italia dopo il sec. X IH secondo gli statuti ehi 
giurisprudenza (in Studi Giuridici offerti a F. Serafini Firenze 
1892 pag. 389). 

(4) Dante Purg. XIV. /yz Casa Traversara e gli Anastagi e V una 
e V altra gente è diretata, G. Villani 5. 38. 1 Uim donna di casa Donati 
Cellini Autob, in questo ìurn è da biasimare il BandiìieUo, il quale 
ha dato principio alla sua casa ecc. 



i 



— 87 ^ 

Ugualmente si usa il vocabolo fuoco nel senso di 
farnilia: e ricordo a questo proposito la relazione già altrove 
da me rilevata fra sala e caminaia, (1) cioè fra il luogo 
dove si fa il fuoco {caminata) e la casa {sala). 

Il Fertile osservava che gli individui provenienti da una 
stessa famiglia abitavano nella stessa m^a e, quando questa 
non li capiva più, attorno ad essa e da questa moltipli- 
cazione di case ossia famiglie sorgeva un gruppo abitato che 
corrispondeva al gruppo famigliare da cui originò il Co- 
mune (2). E quindi al centro del Comune troviamo la 
domus per eccelenza, la magnifica cattedrale del medioevo , 
a cui si aggiunse, quando il Comune non ebbe più bisogno 
del Vescovo come suo rappresentante, la casa o palatium 
comunale con la campana e la torre comunale che si edifica- 
rono quando il Comune cominciò ad esistere a sé e non più co- 
me familia diocesana (3). E come attorno alla Chiesa si adu- 
navano, secondo la testimonianza di Rotari i vicini, cosi at- 
torno ad essa si costruirono le case del comune o del 
villaggio. 

Se risaliamo al più antico medioevo troviamo che 
centro della vita e della attività dell' individuo fornito 
di diritti era la casa sundrialis o donnicata attorno alla 
quale si concentravano tutti gli edifizi che erano neces- 
sari alla vita della famiglia : era circondata da uno 



(1) Mio Memorie longobardiche bellunesi (in Ateneo Veneto a. 
XXII 1899) pag. 19 n«. 1. 

(2) IjO stesso fatto da cui originarono le conitinìtà di villaggio 
africane ed asiatiche fu osservato dai viaggiatori odierni; e da 
esso dipende la maggior vetustà che osservavano delle capanne 
centrali. 

(3) Conf. quanto a questo projtositodico nel seguente capo IV. 



— 88 — 

spazio chiuso da siepe o da muro, detto curtis o clausura 
(1). Ad essa si aggiungevano, è vero, altri fondi ma non 
erano che una maggior espansione di questa casa, che rias- 
sumeva la familia, la cosa principale è sempre la casa con 
tutti i suoi annessi e connessi (2). Nella curtis non si può 
entrare, le leggi germaniche ne interdicono V accesso : e 
le stesse disposizioni si trovano pienamente riprodotte a 
Rocca riguardo alla casa del comunista (3). A questa casa 
dominica erano legate come pertinenza tutte le terre che 
appartenevano ad essa, cioè alla famiglia, cioè al signore. 
Con frase comune nei documenti esse si ricordano come 
terre ad ipsa curie pertinente : la stessa frase e quindi lo 
stesso concetto si trovano nei documenti posteriori quando 
si riferiscono alle terre che spettano ad un determinato 
individuo. In quelli più antichi di Agordo si fa distinzio- 
ne fra i beni che provengono dal fatto dell' individuo 
e quelli a lui pertinenti per diritto ereditario. 

Per questi ultimi non si ammette che l'indi uduo abbia 
alcun diritto di disponibilità per testamento, per gli altri 
invece la si ammette piena. La frase que miài pertinent 
si usa senza distinzione per gli uni e per gli altri : 
ma r averla adoperata (quando secondo ogni probabilità 
' non è che una derivazione di quella ricordata riguardante la 
corte, ossia quel complesso di edifizì che materializzava 
la famiglia, e quindi appartenevano all' individuo) indica 
che si manteneva una tradizione giuridica per cui all' in- 
dividuo corrispondeva la casa, donde ne veniva che si 



(1) Oggi ancora da noi vi chiamano ciesiire quelli sparii 
di terreno chiusi da muro o da siepe che circondano la casa 
dominicale. 

(2) Schupfer Allodio n'>. 21. 

(3) Mio II laudo cit. pag. 67. 



— 89 — 

poteva usare per lui, in tempi posteriori in cui la per- 
sonalità dell' individuo si era affermata, ma non si era 
svincolata dalla casa, la frase stessa che si usava per la 
casa : e . che quindi individuo, avente diritti, corri- 
spondenti al paterfamilia^^ e casa erano sempre ter- 
mini equivalenti. Si comprende quindi come essendo il 
Comune un agglomeramento di tante famiglie e quindi di 
tante case sieno cosi uniformi e così generali le norme 
per la conservazione di esse ; e poiché V incendio è il fatto 
doloso accidentale, per cui più comunemente, anzi 
esclusivamente si può dire, si può distruggere una casa e 
quindi sopprimere una familia, lo statuto cit. cadorino 
uguagli il danno prodotto dall' incendio a quello prodotto 
dall' omicidio (1). Questa norma contro l' incendio della 
casa si rianimiJUsÀ-i^ta la legislazione precedente romana 
e germaj^feaTNel più àfetico diritto romano 1' incendio di 
una ^asa è delitto pubblico, nello stretto senso della pa- 
rola, e perciò parificato al noctnrnns ijnpetus secatusve se- 
getìs, alla perduellio, a quei delitti che ledono 1' unità fa- 
migliare (2) pari quello di prestare altrui la moglie. Per 
cui coloro che aiutavano a commettere questi reati veni- 
vano puniti colia pena stessa dall'agente principale (3). 

Nella successiva evoluzione della società e quindi del 
diritto romano la gravità del delitto d' incendio della casa 
andò scemando e le disposizioni penali relative ad esso 
quindi andarono in desuetudine (4). Evoluzione giuridica 



(1) Analogamente l'offesa fatta in casa è equiparata dagli 

Statuti di Parma all' omicidio (vedi Salvioli loc. cit. pag. 394 n.»5.) 

(2 Landucci Storia del rf.'> /^. Voi 1°. p. Ili» §440 n.»* 7 pag. 925. 

(3) Landucci cit. § 339 n\ 2 pag. 817. 

(4) Landucci 1. cit. § 477 pag. 999 e § 478 pag. 1001. 



— 90 — 

per la quale si vede che, essendo la casa la espressione 
materiale della famiglia, a mano a mauo che questa per- 
deva la sua importanza politica si mutaronono le leggi 
riguardanti le case. Quindi mentre air epoca delle dodici 
tavole avendo ancora molta influenza il vincolo fami- 
gliare, era necessaria la difesa della casa e del raccolto 
ammucchiatovi intorno (1), a mano a mano che trionfò 
r individualismo e che, con la fictio iuris di estendere le 
mura di Roma sempre più sino a che giunsero ai con- 
fini dell' impero, per cui la capacità politica e quindi giu- 
ridica, che dal patricius era passata al civis, si estes*» 
air homo^ cioè al libery V importanza della casa cessava e 
quindi le leges de provocatione tolsero, in pratica, valore 
alla disposizione delle dodici tavole. Sovrappostesi alla 
società romana le genti germaniche rivisse Y antica costitu- 
zione gentilizia, ed anche per la società romana, i cui vincoli 
gentilizi si erano venuti allentando prima per le mutate con- 
dizioni sociali, ripresero facilmente vigore le antiche nor- 



(1) Si limita alle m ssi ammucchiate vicino alla casa (Landucei 
!• cit. § 477 pag. n». \) probabilmente perchè la società era ancora 
molto vicina al sistema primitivo della collettività della terra, 
secondo il quale questa era in uso temporaneo del cim, donde 
ne veniva che alla familia in modo assoluto ed esclusivo appar- 
teneva la casa e V haerecUiim e quindi solo la me^se raccMi 
(quindi ammucchiata attorno alla casa) era divenuta proprietà 
assoluta del pater familias. Per quanto fosse sentito il bisogno delia 
proprietà individuale e corrispondentemente il diritto di proprietà 
sulla sorSy la terra era ancora troppo legata allo stato perchè 
si distrug-gesse la tradizione che soltanto la messe, entrata niaie- 
rialmeute nella domiis, fosse nel domin'mm del cittadino. 



— 91 - 

rae (1). Quindi la antica norma romana sull' incendio si 
trova neir editto di Teodorico e si conserva poi nelle dispo- 
sizioni posteriori (2). Questo editto comminava per l' incen- 
diario non libero la pena di morte sul rogo, per quella cor- 
rispondenza fra la pena ed il delitto che si trova e nel diritto 
romano (3) e nel diritto del medioevo. La pena capitale per 
l' incendiario si conservò specialmente negli statuti rurali, 
quantunque si conservasse upa uguale corrispondenza anche 
qualche statuto cittadino (4) estendendola dagli schiavi o 
semiliberi a tutti gli incendiarii di quelle case^ nelle quali 
risiedevano le famiglie (5). Da ciò si vede come nella mi- 
sura della pena non si tenesse conto tant o « del pericolo e 
del danno effettivamente recato» cioè materialmente portato 



(1) Già r Ozanam I Germani avanti il Cristianesimo (trad. 
Carraresi) Firenze 1863 pag. 127 sgg. notava le tendenze simili 
per r una e V altra società (romana e germanica) per cui le istitu- 
zioni dell'una furono facilmente accettate dall'altra. 

(2) Mio stai, de Cad. cit. pag. 16. 

(3) Cosi rincendiario si brucia. Concetto derivante dal carattere 
di vendetta, che generò quello del taglione, il quale si trasformò 
in d. r. (come in tutti i diritti progrediti) in quello che la pena 
sia proporzionata al delitto (Landucci cit. § 407 n." 4.) 

(4) Fertile Storia V.o § 203 n.« 8. 9. 10. 

(5) Degli statuti riportati dal Fertile al ioc. cit. n." 62 quello 
di Firenze III. 144 commina la morte air incendiario di una casa, 
la multa invece a quello di una capanna : quello di Vicenza del 
1264 pag. 267, stabilisce che si abbruci T incendiano di una casa, 
si miUti con 200 libbre quello di un barco o teza (edifici pura- 
mente campestri costruiti a scopo puramente industriale agricolo : 
la stessa funzione economica probabilmente, data la corrispondenza 
fra i due statuti, aveva la capanna di Firenze). Cosi a Siena in 
caso di insolvenza T incendiario concremetur, Zdekauer Un caso dì 
gar, cit. pag. 9. 









— ^2 — 

si .:i joie dice il Fertile (loc. cit. pag. 
Hn^> i-I 'iicz.'* p» Ii'ioani^^are recato. Queste pene 
-NjriO ii.r'iriL p'ù gTTivi j^ma i«j >ia stata distrutta o si abbia 
r^rL'.^ro li Ii-trti*«ere una fifoìUi abbruciando la casa 
u^W:^ '^ i;\Ie e^>a abita cioè 5i maierializza. 

Prr il Il'o^dj iacr^Q Ilario T eiiino teodosiano stabiliva 
V ^y-iAlzo Ai haaovar»» re-iidcio e di pagare il danno iuxtn 
i^xtut» i.!if,hri,k. P.jt'^'vaao avere una responsabilità penale 
rifi ;h^ i n»»n li^^ri : aJ e>>i si applicava la pena più 
^'rav^ perchè se erano nella condizione servile ciò pro- 
veriiva dal fauo che non appanenevano allo Stato e 
4 iiriii r atto lonj in.eaiiario era di nemici quindi si 
ripplicava loro la norma severa romana. I liberi erano 
ifivf-r^ legati allo Staio : per tale condizione essi erano 
o^bligrtti a difendere i loro connazionali e quindi quando 
a V»' vano tolto la ca>a ad un connazionale dovevano rifarla 
^ ri>ar.:irne il danno. Cosi Io Stato non veniva privato 
\u' «iella p-rsona dell' incendiato né di quella dell' in- 
^^-n dia rio. 

E perciò ueir editto longobardo, legge nazionale di 
qiie:^ta gf»nte, si rinnovò solamente questa parte dell'editto 
leodoriciauo (i). Certamente per il servo incendiario si 
!^arà conser\ata la norma romana, estendendo anche per il 
ca>o dell'incendio la pena e le conseguenze dell'omicidio com- 
messo dal ser\'0. BJ infatti la pena di morte e l'eguale com- 
po>izioiie del danno rivive, come abbiamo visto, negli statuti 
ed in essi si applicano tutte tre le disposizioni dell'editto 
teodoriciano : la morte lod il bando perpetuo) e questa 
generalmente sul rogo : la rifiizione del danno per ae$ix- 
rnalvmem^ cioè la composizione fissata come consuefudo loci 



(\) Vedi Rot. U6 e 149: 19 e 379. Liut. 72. Fertile Storia V. 
» 203 n.« 1. 



— 93 - 

negli statuti comunali : finalmente la ricostruzione della 
casa fatta a cura del Comune, che ne aveva garantita 
l'esistenza e quindi l'incolumità. Non avendolo potuto fare, 
era giusto che fosse responsabile delia ricostruzione (1). 
La consociazione comunale è costituita da tante fami- 
glie (2) e siccome manca il concetto di persona giuridica 
pur essendovene il substrato e l'attività, si ricorre a questo 
concetto materiale della esistenza della casa. Essa è necessa- 
ria perchè il Comune sia sicuro che le famiglie che lo com- 
pongono, essendosi fissate dove esso si è fermato, non gli 
sfuggano, sieno cosi sempre uniti gli uomini che lo 
compongono e si possano facilmente trovare al momento 



(1) Zdekauer Un caso di garanzia cit. et Doc. ivi riprodotti : è 
ug-iial mente stabilito dagli Statuti cadorini l'obbligo del comune 
di concorrere alle ricostruzione della casa. 

(2) Nel Comune cittadino si sente il bisogno di introdurre l'e- 
inancipazione per liberare l'individuo dai vincoli famigliari, che 
ne impaccerebbero la attività, perchè le condizioni della società 
comunale sono tali per cui certi individui possono esplicare una 
attività senza avere più alcun rapporto col padre (Fertile Storia 
III. § 115). Le formalità dalle quali essa è accompagnata^Perlile 
Storia III. § 115 n.** 56) sono indirizzate a far vedere che ò sorta 
una nuova persona nel Comune, per cui, quantunque uscito 
dalla propria, V emancipato conserva piena la sua capacità. — 
Queste emancipazioni pero non sono vedute di buon occhio : 
si trovano infatti individui che hanno occupati importantissimi 
uffici publici nel Comune e che sono ancora filli familias ed a que- 
sti, a stento, per la loro spiccatissima personalità, si accorda l'e- 
mancipazione (Cipolla loc. cit. pag. 4. 6. 7.) Nel Comune rurale si 
mantengono con maggior vigoria le originarie famiglie per tre 
))riucipali cause: la prima che l'industria agricola non consente 
un grande sviluppo dell'attività individuale, perchè la terra è 
limitata e quindi l'individuo non può acquistare una spiccata e 



— 94 — 

del bisogno (1). Oltre a ciò, siccome maucavaDO registri 
dello stato civile, non si poteva in altro modo avere la 
dimostrazione che l'individuo era realmente fornito di di- 
ritti perchè apparteneva ad una familia regoliera, se non 
dimostrando col fatto della sua abitazione in essa perchè 
era nato (2) e viveva nella casa che impersonava la sua fa- 
miglia (3). E quindi il danno economico che si produceva 



speciale importanza personale: la seconda che conviene all'agri- 
coltore vivere in pace e non arrischiarsi in una politica battagliera 
avendo esposto il suo capitale ed i suoi mezzi di sussistenza troppo 
facilmente agli assalti del nemico, per cui il Comune rurale non 
può avere una vita cosi brillante come quello cittadino e quindi non 
possono spiccarvi delle grandi individualità: la terza che il biso- 
gno di mantenersi forti e prosperosi fa si che il Comune commer- 
ciale ed industriale deve basarsi sullo sviluppo della attività del 
cittadino e quindi far delle leggi che ne permettano, per quanto è 
possibile, la più ampia esplicazione : il rurale all' incontro deve 
assicurarsi che la terra venga conservata a tutti i suoi compo- 
nenti e quindi stringere i vincoli famigliari che li legano. 

(1) Stai. Rocca 41. (Mio i? laudo cit. pag. 81). 

ri) Conf. la Icx alaman. tit. 92 per la quale si reputa nato vi- 
tale quell'infante che visse tanto da poter aprire gli occhi e/ 
rìih^re Cìtlweìi dornus et quaituor parietes. 

(3) L'importanza della casa si conservò nel comune anche 
dopo che si introdussero i registri dello stato civile. Ma ciò si fece 
perchè furono introdotti tardi, dopo che il comune era costituito 
Perlile IH/' § 105 n.'^ 18) ed appunto perchè fosse facile conoscere 
chi vi apparteneva e perchè oramai vi acquistava tanta impor- 
tanza l'individuo, quanta ne perdeva conseguentemente la casa. 
Le si conservò però sempre un' importanza e perchè, anche c^i-- 
stendo i registri, era sempre utile poterne controllare l'esattezza 
quando per quelle cause di distruzione che non erano rare nella 
vita tumultuosa del comune cittadino fossero andati distrutti e 
perchè oltre a ciò aveva naturalmente forza la tradizione : quindi 



~ 95 — 

togliendo la vita o la casa, o il patrimouio era valutato 
egualmente dagli statuti cadorini dell' anno 1235 perchè 
nei primi due casi si privava l'individuo della personalità, 
nel terzo della conseguenza economica della persona- 
lità (1). Questo spiega la importanza che ha la casa 
nella consociazione comunale e quindi le norme spe- 
ciali che la riguardano. Si deve conservarla alla fami- 
glia (2), e l'ingrossazione non avviene quando sul terreno 
vi è una casa (3), e le Jiorme riguardanti le case non furono 
mai applicate alle osterie, perchè queste non furono mai 
riguardate come case (4). 

Lo statuto cadoriuo riformato veneto stabiliva che, 
trascorso il termine stabilito nel patto di ricupera di 
una casa o podere, non si potesse costringere il compra- 
tore a restituirla (5). In tempo cosi tardo si dovè ricono- 
scere in modo speciale il suo valore alla pattuizione delle 



;id es. Il Cellini nella Autobiografia insiste, per dimostrare che è 
i-ittadino di Firenze, sulla casa dove abitavano ab antiquo i suoi 
maggiori. Cosi l'ospite suo a Siena, quando vi si vUw^ìb bandito 
f quindi privo della protezione del suo comune, gli dà una casa. 

(1) Mio Stat. de Cad. cit. pag. 13 : appunto perchè questa 
uguaglianza vale solo per ciò che riguarda il danno, il reato di 
usare falso documento in giudizio é pareggiato agli altri due, 
dell' omicidio e dell'incendio della casa, soltanto per il risarci- 
mento del danno economico prodotto : per la pena invece è trattato 
ia modo diverso. 

(2) Conf. il praedlum llfjerfotLs noHtrce e la partem unam prò 
lU)^.rtate tuenda dei doc. anteriori : Schupfer Allodio n^ 27. 

(3) Tamassia 11 retratto cit. pag. 77. 
4/ Salvioli loc. cit. pag. 402 n.» 2. 

(ò) Stat, Cad. ir 64 



— 96 






parti: ciò indica che vi era dubbio e probabilmente consuetu- 
dine giurisprudenziale di non tener conto dei termini stabiliti 
fra Jo parti quando si trattava di far rientrare nella fa- 
miglia la casa. Analogamente a Tintinnano, come notai, 
si limita la testamentifacuo attiva quando si tratta della 
casa: questa doveva sempre andare al propinquo (1) e i signori 
dominanti hanno su di esse un diritto preerapzioue '2 . 
Se una casa è distrutta lo statuto cadorino ne impone al 
proprietario la ricostruzione (3) ed infatti se l'individuo ha 
un diritto di ampio usufrutto sui beni farùigliari \m\ 
può però privarne la famiglia (4) e tanto meno può di- 
struggerla lasciando diroccare la casa che è il centro e la 
base dei diritti famigliari. E la famiglia quindi deve concor- 
rere al mantenimenfo della casale per ciò ì consanguinei e %\\ 
afpnes o i confrafres ed i ricini devono accorrere per aiutar 
a spegnere l'incendio (5). 






(\) Vedi pag. 104 n». 2. 

12) Zdekauer Jm carta lih. cit. pag. 41 n^. VII Item dico,quoiI 
si coììUgerit aliquein vel alìquavi suam donuim vel plateam rendnr 
rfllp, hi primìji dom'nw cui p^nnio dr re datur, si eam ein"n 
roluerit, requisito qui quosto diritto di preenizione si afferma per una 
ragione fiscale scomparendo una casa scompare una famiglia *' 
quindi una tassa di focatico) come a Fcltre precedcntcmcnlf 
]>er il vescovo riguardo alla ferra herrimaniae: esso invece com- 
parisce nel suo significato originale rispetto ai fondi a Rocca (mio 
// laudo cit. pag. 72». 

(ìi) Stat. Cad. rif. vcu. IV G7: corrispondentemente il Comune dcM* 
aiutarlo nella ricostruzione, vedi pag. 115 n." 1. 

(4) Vedi pag. 102 n.» 2. 

if» Zdekauer Vu caso di gar. cit. pag. 10.: i consoli devono 
defcudcre e salvare ì beni dei cittadini e quindi special mente k 
case. 



- 97 — 

E come i vicini hanno il diritto che nessuno venga 
accettato nella regola se non quando essi lo abbiano pie- 
namente consentito (1), cosi nessuno può costruire una 
ca^a nuova senza l'assenso della vicinici (2). E quindi se 
un signore giurava il comune egli doveva costruirvi una 
casa, perchè in tal modo quella nuova familia entrava 
a far parte della comunità, non certamente perchè questa 
fosse una garanzia economica sufficiente contro dei suoi 
possibili tradimenti (3). 



(1) Vedi a S. Nicolò mio II iMudo cit. pag. 47, conf. Schupfer 
Allodio n.^ 7. le disposizioni della L. Salica ivi cit. corrispondono 
pienamente alla pratica delle regole nostre. 

(2:- Ad es. in Cipolla loc. cit. pag. 64. 

(3) Cosi ad esempio quando il forte e potente vescovo di Belluno 
giuro il Comune di Padova perchè cosi i suoi sudditi, che es.so 
impersonava come capo gentilizio della familia diocesana o comune 
vescovile potessero godere della pace padovana e quindi recarsi 
sicuramente in quella città, il giuramento al Comune e la con- 
seguente costruzione della casa, nei rapporti tra feudatario e comu- 
ne, tennero luogo dei trattati fra Comune e Comune. Ma la casa non 
ha una ragione economica, la sua distruzione o confisca non è 
male cosi grave da impensierirne i feudatari la cui forza e potenza 
economica stava nei vasti e spesso lontani feudi. Il pericolo 
da cui erano minacciati era che la distruzione di quella casa 
portava il bando e la privazione dei diritti garantiti a chi 
apparteneva al Comune. Si legavano cosi i feudatari perchè, 
sinché non avevano alcun rapporto col comune potevano anche 
esservi rispettati, ma il comune non aveva nessun modo per ga- 
rantirsi di loro, se avessero voluto muovergli guerra, mentre entra- 
tivi e costruitavi la casa o stavano iu buona armonia con esso 
oppure erano sempre soggetti a vedersene cacciati e distrutta la 
casa come gli altri consociati ed in .seguito a ciò si trovavano 
in condizione di bando e quindi allora era legittima e sicura 
contro di loro la guerra che altrimenti poteva sembrare un sor- 
pruso. 



r 



— 98 — 

Quaado un individuo commetteva un delitto V infamia 
che gliene derivava, si ripercuoteva su tutta la sua fami- 
glia (1), e quindi se ne distruggeva la casa (2). Lenta- 
mente (3) Yinfamia non si riversò più sulla/a/wi/iV/, perchè si 
limitò al solo reo ed allora si vietò di distruggerne la casa (4) 
sua invece si bandiva e, quindi se preso, si metteva a morte 
egli solo ed i soli suoi beni si saccheggiavano dai comuni- 
sti ' 5) o si confiscavano, solo finché egli viveva, per conto 
del comune (G). 



(Continua) 



^l> Si può confrontare questa conseguenza del delitto del padn* 
di lamiglia con 1' altra che il patrimonio faniig^liare risente Tobbligo 
del risiircimenlo dei danni prodotti da esì^o e viceversa il diritto 
di essere risarcito per quelli che egli personalmente subiva. 
2 Miei Stat. di Padova cit. pag. 27 e 2S n.» 4. 

v3> Come notavo al luogo cit. questo principio per cui la re- 
s|>onsabilità della famiglia si separa da quella dell* individuo av- 
viene con grande difticoltà: ciò proviene dalla forza che ha sem- 
pre il s«Miiimeuio gentilizio e la costituzione gentilizia del comune 
anche in quello industriale; per quanto quelito tenda a svinco- 
lare r individuo, é sempre basato ed ha la sua ragion di essere 
nella esistenza gentilizia delle famiglie che lo compongono (couf. 
pag. 11»> n.» 3, pag. US n.* 1 e 3. 

»4 Miei Stat. di Padova cit. pag. 2S n.** 4. 
r> Miei Stat, di Padova cit. pag. 27. 

♦i Come a Kocca aie // laudo cit. pag. ♦><>. dove la confisca 
dura tino a ohe vive il nx» jvrohè si scinde la personalità del 
delinquente da quella della fnnìlia e quindi si ammette che. 
mono lui, il suo testamemo. fatto prima del reato, abbia valore: 
infatti prima che si rendesse reo, il oomuni>ta non aveva perdutola 
porsonaliià ivgoliera quindi Tatto di ultima volontA era compiuto 
da jH^rsona completamente ca]vace. I^ incapacità colpisce solo il reo 
e non la famiglia dunque la disj o>izi.^ne presente è improntata a 
concetti fortemente individualì>ti o progrediti. 



Da Venezia a Milano 

IPEIÒ IL IPO 



Quattro anni fa, quando una coraggiosa ditta di Padova 
ritentò T esperimento della navigazione a vapore sul Po, 
chi mai avrebbe invaginato un risveglio cosi sollecito e cosi 
vivo del sentimento pubblico verso una tanto feconda ini- 
ziativa? 

L' importanza della navigazione fluviale, per Venezia 
e per la valle del Po, era conosciuta e misurata dai dotti 
i quali sapevano, oltre le notizie recate dalla Commissione 
presieduta dall' On. Romanin-Jacur, cIk^ sin dai tempi dei 
Longobardi e di Carlo Magno il traffico fluviale da Vene- 
zia alla Lombardia era intenso e vivo, e che i Veneziani tene- 
vano a Pavia una florida fiera, detta di San Michele, 
recandovi droghe, aromi e pelliccie doviziose. E dovevano 
e5>sere tanto frequenti le comunicazioni e .cosi strette le 
relazioni fra Veneziani e Lombardi, che parecchi termini 
della navigazione nel pavese restarono parole schiettamente 
veneziane. 

Per r utile grande che ne ritraeva, Venezia tenne 
sempre in onore la navigazione interna la quale decadde 
e si perdette solamente con la decadenza e lo sfacelo della 



— 100 — 



repubblica. Lo preoccupazioni politiche e la depressioue 
economica degli staterelli italiani sorti dalla catastrofe 
napoleonica, le barriere innumereroH, politiche e fiscali, 
opposte dovunque al transito, e le strade ferrate, venule 
poi, le quali bastavano e furono talvolta soverchie al 
movimento del traffico, distolsero, anche dopo T unificazione 
dell' Italia, il pensiero dalla navigazione impedendogli di 
riprendersi, cancellandone perfino la memoria dei benetici, 
lasciando interrare i canali, crollare gli edifici, distrarre 
le acque ad altri scopi, in barba alla legge. 

I tentativi del Perelli Paradisi nel 1848 e quelli 
deir Austria dal 1852 al 59 furono travolti dai rivolgi- 
menti politici ! 

Durante le vicende della nostra indipendenza e dopo 
ancora fin qui ininterrottamente, la voce di insigni patrioti 
preveggenti si era ben levata a insegnare e a dimostrare 
quale potente impulso la navigazione fluviale avrebbe dato 
alle nostre energie economiche agricole, industriali, com- 
merciali. Ricordiamo il Lombardini, il Capuccio (col suo 
mirabile, arditissimo progetto di congiungere per via d'acqua 
Torino con Genova attraverso V Appennino, e con Venezia 
per il Po), il Mattei, Paulo Fambri, il Caperle, il Cavalletto 
il Sorniani-Moretti, il Canavesio ed altri molti. Ma furono 
voci cUimantes in deserto, 

Neir ultimo decennio parve che la questione dovesse 
entrare in una fase risolutiva per opera del Canavesio e 
del Fambri ; ma il tentativo, se fu troncato dalla morte 
degli iniziatori, era però già naufragato nell' accidia delle 
popolazioni interessate. Venezia sonnecchiava ; Milano si 
mostrava, se non ostile, indifferente. Parecchie tra le Pro- 
vincie lambite dal fiume respinsero le domande ,di con- 
corso ! Tanto la navigazione fluviale pareva al popolo una 
cosa insensata ! 

Con tali precedenti è maraviglioso che V esperimento, 
modestamente iniziato dall' Ing. Moschini, abbia accolto 
tanto consentimento in tutta Italia, da Palermo, da Napoli, 



— 101 - 

(la Bari a Milano e a Torino, al punto che i promotori 
deir azione governativa allo studio dei problema della 
navigazione fluviale furono quattro ministri meridionali : 
Lacava, Branca, Giusso e Balenzano. 

Ciò vuol dire che i tempi erano maturi per V esperi- 
mento ! E il movimento crescente dei nostri porti, lo sviluppo 
progressivo delle industrie agricole e manifatturiere, V in- 
sufficienza ognor più manifesta delle linee ferroviarie, i 
ristagni e le sospensioni del transito e gli altri inconvenienti 
prodotti da questa situazione hanno condotto a riflettere 
sulle vie d' acqua. E quando a Venezia e a Milano si 
videro i primi effetti di un esperimento imperfetto ancora, 
ma condotto con accorgimento e con arditezza attraverso 
a difficoltà di ogni sorta, fu manifesto quale e quanta 
importanza avrebbero potuto assumere, per V economia 
nazionale, le vie d' acqua sapientemente sistemate e intensa- 
mente percorse. E le rive del Po e Milano furono convinte 
del grande incremento che sarebbe loro derivato da un 
servizio largo e moderno della navigazione fluviale ! E la 
relazione della Commissione per lo studio della navigazione 
fluviale^ nominata dal Ministro Branca nel 1900, venuta 
cosi in punto a mostrare quale tesoro di vie acquee pos- 
sediamo e la facilità di sistemarle con un dispendio rela- 
tivamente piccolo per un traffico grandioso, non potè non 
accendere vieppiù gli animi ed incitare le popolazioni 
interessate a spingere la questione verso una soluzione 
sollecita e precisa ! E se ne ebbero segni manifesti nelle 
due città più interessate : la conferenza dell' Onorevole 
Roraanin-Jacur, qui a Venezia, e l'invito a un importante 
convegno a Milano, indetto da quella Camera di Commercio, 
dove certamente verranno vagliati i modi più propri! per 
iniziare sollecitamente la risoluzione del problema poderoso 
di cui la Commissione governativa ha posto i termini ; dove 
si spianerà la via all' altra nuova Commissione, nominata 
dal Balenzano coli' incarico di proporre i provvedimenti 
atti a promuovere la navigazione fluviale, della quale 






~ 102 — 

fan parte senatori e ministri e funzionari e i presidenti 
«Ielle Camere di commercio di Torino, di Milano e di Bari. 






Nel progetto della Commissione le vie navigabili 
serpeggiano lungo il litorale da Ravenna a Marano, inter- 
nandosi alquanto entro terra per mettere in comunicazione 
con Venezia il Friuli, la Trevigiana e il basso agro 
Emiliano ; solcano la pianura veneta col Brenta, il Bac- 
chigliene e TAdige fino a Vicenza e a Verona ; e si 
diramano nella valle del Po risalendolo fino a Casale e 
fors' anco a Torino, penetrando fino ai laghi e congiungendo 
con tutta la rete quelli di Garda e d' Iseo che ora sono 
isolati ; collegando tutta la pianura lombarda ed emiliana 
e buona parte del Piemonte con Milano e con Venezia, fra 
le quali dovrà correre la linea più larga e più importante. 
Quella che, nel concetto della Commissione governativa, 
costituisce la colonna vertebrale di tutto il traffico fluviale 
italiano. 

Alla Commissione, dunque, va la lode di aver saputo 
concretare un piano cosi vasto e organico di sistemazione 
con una spesa non eccedente le forze del bilancio nazionale. 

La spesa effettiva toccherà infatti appena gli 80 milioni 
di lire, tenendo conto della forza idraulica che se ne 
potrà ricavare. Piccola cifra invero a confronto delle 
centinaia di milioni che spendono la Francia, la Germania, 
r Austria, il Belgio per incrementare o perfezionare le loro 
vie d' acqua già in attività, il cui adattamento aveva già 
assorbito ingenti capitali. 



— 103 






La necessità di una via maestra da Venezia a Milano, 
dove il transito è destinato a ingigantire, scaturisce dalla 
fertilità delle plaghe contermini e dall'importanza e dalla 
posizione di Milano, centro di un territorio ubertoso e 
ricco, agrario e industriale, a cavallo di due e, forse, fra 
poco di tre valichi alpini importantissimi ; il Gottardo, il 
Sempione e lo Spinga. 

Per questa via potranno risalire da Venezia a Milano 
materie prime industriali di trafBco ingente : come carboni 
fossili, fosfati, piriti ; minerali metallici, ghise e ferro ; 
cotoni, lane, juta e crine vegetale; cloruro di calce, soda, 
colofonia, paraffina ; pelli e vallonea ; semi oleosi, le- 
gnami e quant' altro la multiforme industria svizzera, 
lombarda e piemontese trasforma e lavora. Solfo e solfato 
di rame e concimi dei quali la viticoltura dell' Emilia, della 
Lombardia e del Piemonte largamente si giova. Gli agrumi, 
i cereali, gli oli, i vini del mezzogiorno d' Italia che il 
gran ventre dell' Italia settentrionale, della Svizzera e della 
Germania vorrà consumare ! Verranno giù, per spandersi 
nel litorale limitrofo e lontano, quella infinita varietà di 
prodotti che si lavorano nella valle del Po : dai cementi di 
Casale e dai graniti di Baveno ai laterizi del pavese : dalle 
macchine e dai tessuti di Milano, alla canapa di Bologna e 
di Ferrara. Tutte merci o di piccolo valore o leggere o in- 
gombranti, per le quali un risparmio nel trasporto costi- 
tuisce un vantaggio rilevante, e che possono andare per la 
strada più lunga non avendo bisogno di consegna sollecita 



— 104 



e immediata. Se pure la via del fiume non riuscirà, in qual- 
che caso, più celere ! 

Infatti il cabotaggio dalle coste Italiane e Dalmate e dal- 
l'Arcipelago, che ora è fatto con piccoli velieri, può essere 
esercitato da grandi barche rimorchiate (come avviene 
in Olanda, in Germania e da Civitavecchia al Tevere), le 
quali prenderebbero la via del fiume direttamente, avvantag- 
giandosi dei giorni necessari al trasbordo. E in un porto, 
come il nostro,, ampio e comodo, il trasbordo dai grandi 
navigli potrà farsi con grande celerità sulle barche, le 
quali potranno partire immediatamente per la loro de- 
stinazione. Mentre nei porti del Tirreno T angustia dello 
spazio procura un doppio trasbordo, su chiatte e sui 
Vtigoni, con grande spreco di tempo e di lavoro. Certo è 
che per via d' acqua sarà possibile convogliare in un tempo 
determinato una maggior quantità di roba che non per 
ferrovia. 

Che il trasporto fluviale venga a colmare una lacuna 
lo prova lo sviluppo preso dalla nostra società di Naviga- 
zione che, con un impianto manchevole e costretta a tran- 
sitare per canali e fiumi trascurati e a servirsi per lungo 
tratto dell' alaggio animale, lento e costoso, trasportò 
62000 Tonn. di merci nel 1902, raddoppiando la somma 
dell' anno antecedente. Somma che andrà crescendo quando 
le merci in discesa troveranno a Venezia linee numerose 
e sollecite per V oltremare. Lo prova V agitazione suscitata 
a Milano dalla sospensione del servizio fluviale, provocata, 
fin dall' ottobre scorso, dalle cattive condizioni del naviglio 
di Pavia che non può portare, per ora, carichi superiori 
alle 50 tonn. 



— 105 






Certo che 1' esercizio fluviale riordinato dovrà turbare 
alcuni interessi già stabiliti ; e Genova fa bene a correre 
alle difese de' suoi, sia migliorando le condizioni del suo 
porto, sia aumentando le vie di comunicazione con la 
Lombardia. Ma non si deve credere che essa vorrà spingersi 
fino a ostacolare l'attuazione di un beneficio nazionale! 
Nazionale veramente ! Perchè, dal collegamento più econo- 
mico delle spiaggie italiane con l'alta valle del Po e 
i valichi alpini, tutte le regioni italiane trarranno van- 
taggio. Genova e gli altri porti della Liguria sentiranno 
il beneficio dalla mitigazione delle tariffe ferroviarie che la 
concorrenza deve produrre. 

D' altra parte, col nuovo e potente impulso che J' aper- 
tura del Sempione darà allo sviluppo del porto di Genova, 
è giusto riconoscere alla Lombardia il diritto di garantire, 
mediante una via di grande potenza verso Venezia, l'anda- 
mento regolare del suo lavoro, che già a quest' ora è 
periodicamente inceppato dalle sospensioni del transito, 
cagionate da pletora di merci in porto,- da mancanza di carri, 
da saturazione di linee. Inconvenienti che saranno molti- 
plicati dal nuovo valico ! Ed è pur giusto riconoscere ai 
negozianti, alle imprese di trasporti, agli industriali, ai 
produttori di tutta Italia, il diritto di eliminare i danni 
e le spese che il manchevole servizio ferroviario produce 
a loro ! 

Genova fa bene a correre alle difese, ed io affretto 
col desiderio il di che nuove vie permetteranno un più 
largo sviluppo ai porti del Tirreno; e vorrei pure veder 



— 106 - 



1 






E. 



ripreso in esame il canale del Capuccio, tanto son persuaso 
che i mezzi di trasporto abbondanti, facili ed economici, 
aumenteranno la nostra ricchez.a ! Tanto sono convinto 
che la concorrenza onesta e leale, ribassando il costo dei 
consumi, favorisce direttamente lo sviluppo economico 
delle nazioni e il benessere dei cittadini ! 

D'altronde, quand'anche le merci povere e ingombranti, 
dirette a Milano, in Svizzera e in Germania, dovessero 
prendere tutte la via di Venezia, concorreranno a Genova 
ancora tante altre merci, che non sopportano troppa len- 
tezza di viaggi e il cui movimento è lucroso, da assorbirne 
tutta l'attività ; mentre lo sfollamento del porto la solle- 
verebbe per qualche tempo dal problema immane di 
incrementarne incessantemente la potenzialità. 

Il movimento complessivo annuo del porto di Genova si 
aggira attualmente intorno a cinque milioni e mezzo ditoun., 
costituiti per '/s dal carbon fossile e dalle altre merci più 
indietro nominate. I quali '/s però non vengono tutti a 
Milano, ma si dirigono in gran parte ad alimentare le 
industrie della Liguria e del Piemonte, egregie consumatrici 
di carbone, di ferro, di legname e di cotone, che costituiscono 
i capisaldi di questo movimento. 

Sarà molto se la via del fiume toglierà a Genova uu 
milione e mezzo di tonnellate ! (1) 



(1) Ed ò su questa cifra che si dovrà misurare la potenzialità 
delle vie fluviali per Milano nei primi anni. L' incremento gran- 
dioso verrà poi, quando il beneficio dei trasporti per acqua si 
ripercuoterà sullo sviluppo delle nostre industrie e sulla concor- 
renza dei porti del mare del Nord. 



— 107 






Se la statistica e i fatti hanao valore di ammaestra- 
mento, neanche le ferrovie dovrebbero ostacolare la siste- 
mazione della navigazione fluviale ; poiché, in tutti i paesi, 
ogni miglioramento delle vie di navigazione portò seco 
sempre un incremento nel traffico delle ferrovie concorrenti. 
Ciò si spiega pensando che ad ogni facilitazione dei trasporti 
corrisponde un maggior consumo e quindi una intensifi- 
cazione del movimento. 

Basterà ricordare che in Germania, perfezionato 1' ar-. 
Fedamente dei porti fluviali, le ferrovie gareggiarono nel 
costruire raccordi cort la navigazione, e le strade ferrate 
prussiane stanno riorganizzando, d' accordo con le società 
fluviali, le tariffe e l'immenso traffico del paese. 

A Francoforte le due rive del Meno sono percorse da 
due linee parallele. Prima della sistemazione del fiume, 
avvenuta nel 1887, il traffico era compreso in 150.000 
tonn. fluviali e 900.000 terrestri. Due anni dopo se ne 
ebbero già 600.000 sul fiume e 1.300.000 sulle ferr^ ie, e 
nel 1898 il fiume ne portava nove milioni, ma il movimento 
ferroviario si era triplicato. 

Sul Reno, dopo la sistemazione e l'ampliamento del 
porto di Rotterdam, il transito fluviale crebbe da 10 a 
14 milioni di tonn. e il ferroviario sulle due rive da 46 
a 59 milioni. Analogo incremento si verificò sull' Elba e 
suirOder e più chiaramente ancora negli Stati Uniti. 

Nessun dubbio adunque che anche da noi, sistemata 
e stabilita su basi razionali e con materiale e arredamento 
adatti la navigazione interna, aumenti per consenso il 



— 108 — 

luovimeuto suJle ferrovie, svolgendosi io uua coocorreiixa 
feconiia. Tanto più che il perfezionamento ^ei trasporti e 
la ridn/àoue delle tariffe richiameranno sulla via ti* Itulia, 
dagli oceani e per gli oceani, buona parte di quel raovi- 
raento che oggi la coacorrenza del Reno ci toglie, creando 
nuove correnti commerciali feconde di nuovo e potente 
sviluppo industriale. 

Queste sole considerazioni che» penetrando fino al 
piede delle Alpi con le vie d* acqua, questa nostra è la 
strada più Ireve, più sollecita e più economica fra il 
canale di Sue;^ e V Europa centrale, e che l'Italia possiedi^ 
in Venei:ia un porto impareggiabile, ioimenso per estensione 
fF acqua, circondato da vastissima e facile pianura, ci a- 
prono dinuanzi la niagniJìca visione di un Italia lavoratrice 
ricca e potente, maestra ancor gloriosa di civica sapienza 
alle genti ! 



♦*» 



Dei tremila quattrocento chilometri di vie d'acqua che, 
secondo 1« proposte della Commissione governativa, FAlta 
Italia potrà fruire, 

"05 sarebbero dì l.* cat-, na%'igiibìli con bttrelie da 600 t4ìnn. 
1^6H > M t.* * « » > • 250 

Itiò * > 3*' • » » > * 100 • 

361 » > 4.* * s • > più fiìceole 

Nella prima c^itegoria stanno evideu temente ì 1 fighi 
e vi dovrà ti no essere compresi i canali dalla nostra laguaa 
al Po ; questo fino all'Adda e un C4inale nuovo dairAddà 
a Milano. Cou baixhe da 250 tono, saranno navigabili ; 



— 109 — 

tutto il canale litoraneo da Ravenna a Marano, quelli del 
Friuli e delja Trevigiana, del Veronese, del Mantovano e 
di Ferrara ; il Po col Ticino dall' Adda a Pavia. Porte- 
ranno barche da 100 tonn. i canali che fanno capo a 
Padova, gli Emiliani, quel di Brescia e quelli intorno a 
Milano verso Pavia e i laghi Maggiore e di Como, e il 
tratto del Po dal Ticino a Casalraon ferrato e il canale che 
di là potrà raggiungere Torino. 

L'interesse massimo è presentato dalla comunicazione 
di Venezia con Milano, e di questa soltanto, per ragioni 
di opportunità evidenti, noi prenderemo in esame il modo 
e i criteri dell' attuazione. 

Secondo il progetto della Commissione le strade da 
Venezia a Milano sarebbero due con un tratto comune fin 
sopra Cremona, il quale, partendo dalla stazione maritti- 
ma di Venezia, si dirige a Chioggia e a Brondolo, donde, 
passando nel Brenta e nel canal di Valle e rimontando 
l'Adige per un breve tratto, raggiunge e percorre il canal 
di Loreo, il canal Bianco e il naviglio Cavanella per en- 
trare nel Po, che risale fino a bocca d'Adda; servito da 
rimorchiatori nei fiumi e da alaggio meccanico nei canali. 
Qui una delle strade, la più grande e più diretta, percor- 
rendo un breve tratto dell'Adda, convergerebbe su Milano 
col nuovo canale di Pizzighettone e Lodi. L'altra, conti- 
nuando sul Po, si dirige pel Ticino a Pavia e raggiunge 
Milano per mezzo del naviglio Pavese. 

Ciascuna ha vantaggi e inconvenienti. 

La prima riuscirebbe più breve di circa 60 Chilom. 
e permetterà uno sviluppo veramente grandioso del traffico 
per Milano, dando modo anche ai carichi di cabotaggio di 
arrivare dall'Adriatico nel cuore della Lombardia e presso 
ai valichi alpini senza trasbordi e senza lunghe soste per 
via. Ma non sarà di facile attuazione, come obbiettano 
alcuni, neir ultimo tratto fra Lodi e Milano, e richiederà 
una spesa ingente per la costruzione del nuovo canale e 
la sistemazione dei vecchi e per le opere di arredamento 



— 110 — 






necessarie al porto dì Venezia e specialmente a quello 
di Milano. Spesa che, per un buon numero d' anni, non 
sarà adeguata al vantaggio conseguibile. 

La strada del Ticino è più lunga e più malagevole e 
non pare suscettibile di tutto il movimento che si potrà 
sviluppare col tempo fra Venezia e Milano. Fino a Pavia, 
infatti, non possono giungere che barche da 2o0tonn., e 
il naviglio pavese, con la sistemazione progettata, non 
porterà carichi superiori alle cento. Però, avendo bisogno 
soltanto di una lieve sistemazione, la spesa per adattarla 
a un transito rilevante è tale che il governo e gli altri 
enti interessati potrebbero sopportarla in un anno senza 
pena. (1) 

La questione sarà certamente posta al convegno di 
Milano e discussa (2); poiché se il miraggio di un sollecito 
sviluppo grandioso dei traffici attrae le menti più audaci, non 
manca chi teme che, prescindendo da possibili difficoltà d'al- 
tra natura, la spesa per la via Lodi-Milano e la conseguente 
sollecita sistemazione delle due stazioni di testa, sia troppo 
sproporzionata al vantaggio immediatamente conseguibile, 



(1) La spesa preventivata per la sistemazione del naviglio e 
la costruzione dell'alaggio a fune é preventivata in L. 375.000. E 
i lavori, potendosi eseguire in due periodi dell' asciutta ordinaria, 
sarebbero compiuti entro un anno, senza turbare i servizi della 
navigazione e della irrigazione. 

(2) A Milano, veramente, nel gran convegno del 14 Dicembre 
li)03alla Camera di Commercio si é fatto dell'accademia afifermainio 
r import^inza della navigazione e nominando una commissiom*, 
(juasiccbò non bastassero le due ministeriali, cbe studi Tattuazionc 

del progetto E aspetta cavai che 1 ' erba cresca ! ... Se 

la navigazione flu^-iale non si vuol mettere a dormire, altro ci 
vuole ! 



— Ili — 

ed urti contro tali difficoltà da ostacolare per troppo 
tempo la attuazione del progetto. E e' è chi crede che la via di 
Pavia opportunamente sistemata possa bastare allo sviluppo 
del movimento per un buon numero d'anni. (1) 

Val dunque la pena il ricercare qual sia la soluzione 
più conveniente a Venezia, tenendo presente il monito 
(lejrOn. Romanin-Jacur : « se si vuole in Italia richia- 
mare in onore le vie acquee bisogìia affrettarsi a decidere quello 
che si vuol fare. » 

E conviene affrettarci per non ci lasciar cogliere 
impreparati dall' apertura del Sempione che, recando al 
porto di Genova e alle sue linee un movimento non 
indifferente, renderà ancora più acuto il disagio dei 
servizi ferroviari verso la Lombardia. Per cogliere noi la 
buona occasione di accaparrare tosto alle linee fluviali una 
gran parte di quel traffico. 

La Commissione governativa asserisce che volendolo 
seriaynente (e sottolinea le parole), la grande via maestra 
per Lodi può essere aperta in quattro o cinque anni; ma 
si può dubitare che ne occorrerà qualcuno di più, non 
tanto per le difficoltà tecniche, che non sembrano gravi, 
quanto forse per le esigenze igieniche e il perturbamento 
di diritti esistenti, che possono sopravvenire, e insieme per 
le ingenti spese occorrenti. 



(1) Confr. Atti della Comniiss. per lo studio della navig. interna 
nella valle del Po — relaz. VII pag. 130. « Questa del naviglio 
di Pavia è per intanto la sola comunicazione dei canali del mi- 
lanese col Po, e, ridotta come la commissione propone, può servire 
ad un traffico di rilevante importanza. Anche quando tutto il piano 
di canalizzazione che noi proponiamo fosse riconosciuto attuabile 
questa via meriterebbe anche per se sola il buon restauro che la 
commissione propone ». 



— 112 — 

Non essendovi intorno a Milano, attualmente, alcuna 
massa d' acqua disponibile per azionare il tratto del nuovo 
canale Milano-Lodi, Tacqua necessaria si potrebbe derivare 
dal Naviglio Grande e da quello della Martesana, riparando 
alle perdite del primo (che si fanno ascendere sopra i dieci 
m') con la progettata pavimentazione dell' alveo, e aumen- 
tando la portata del secondo con un opportuno invaso del 
lago di Como. Ma, sia perchè la sistemazione di un gran 
tratto di questi canali è collegata a domande di privati 
per la produzione di forze idroelettriche, sia per la spesa e 
1p difficoltà di costruzione che ostacolano una pronta 
attuazione del progetto, non pare questa la soluzione 
preferita dalla Commissione, la quale opina di trarre dal 
sottosuolo la provvista d' acqua necessaria ! 

È soluzione geniale questa; ma sarà altrettanto facile 
e semplice ? È vero che il sottosuolo del Milanese è preguo 
di acqua derivante dai numerosi canali che solcano il 
territorio e dalla zona irrigua che lo copre e lo circonda; 
ma non è men vero che la massa d' acqua necessaria pel 
canale e pel porto è ingente, anche se il corso ne sia 
lento e il consumo limitato al servizio delle conche, 
poiché bisognerà provvedere a un movimento del canale 
e del porto non quale potrà essere all' apertura, ma quale 
dovrà nel suo più florido sviluppo ! 

Si rifletta altresì che all' acqua nel porto e nel canale 
converrà dare un movimento sensibile, forse assai più del pro- 
posto, per mantenerla pura ; perchè si tratta di acque già per 
f^è stesse fortemente inquinate alla fonte e che, stagnando 
noi porto, dove l' inquinazione dall' esterno sarà natural- 
mente gagliarda, lo potrebbero cambiare in breve in una mia- 
smatica palude. (1) 11 quale argomento parmi non debba avere 



fi) Come succede alla testa di molti fontanili intorno a Mi- 
la,iio, dove, per la larga superfice della sorgente, l'acqua ha 
movimento insensibile. 






— H3 — 

piccolo valore a Venezia dove, malgrado la salsedine del- 
le acque conosciamo la facilità e i tristi effetti dell' im- 
paludamento ! 

Deir insufficienza d' acqua ci fa dubitare lo stesso In- 
gegnere che propone il nuovo naviglio di Lodi, quando 
avvisa (1) che, prima di passare al progetto di dettaglio, 
converrà assicurarsi, con esperienze dirette, della ricchezza 
delle sorgenti ; che forse sarà necessario scavare altre fosse 
emungenti, e fors' anco invasare il canale con acque ele- 
vate meccanicamente. 

È da dubitare altresì che, sottraendo al sottosuolo tutta 
la massa d' acqua necessaria, non si vadano a turbare 
diritti possessi d' irrigazione oggi esistenti, i quali potreb- 
bero far perdere assai più tempo e assai più denaro di 
([uello che logicamente si può ritenere. (2) 

E le difficoltà finanziarie riescono già per se stesse 
abbastanza ardue, perchè la costruzione del nuovo naviglio 



(1) Atti della Coinm. per lo studio della navigazione interna 
nella valle del Po. — Relazione VII. p. 179. 

(2) Il pericolo è intrav veduto dallo stesso proponente (loc cit) ; 
ma quello che egli dice per menomarlo poco ci persuade. È vero" 
che i terreni irrigati sotto il nuovo canale di Lodi derivano 
l'acqua direttamente dai navigli o da fontani ili che hanno la testa 
.sopra il canale stesso; ma quando egli assevera che l'abbassa- 
mento del livello delle acque sorgive potrà giovare alle località 
sommerse o quasi sature di acqua, non pensa che potrà nuocere, 
per la infiltrazione più rapida prodotta, a quelle altre, vicine al 
canale, le quali hanno una competenza d' acqua appena sufficiente 
e la derivano da irrigati immediatamente superiori ? Di più è noto 
che i fontanili vengono arricchiti continuamente con le acque di 
.scoli laterali o di risorgenza, e potrebbe accadere che ad alcuni, 
posti sotto il canale, venga a mancare l'ordinaria competenza. E^ 
ciò non potrà far sorgere prevenzioni o contese ? 



— 114 — 

prendon\ effettivameute più di 20 milioni di lire, e 8 la 
sispteiuctzione del Po e dei canali fino a Venezia. 

Ora a chi toccherà provvedere ? 

Considerando che una buona parte della linea è di pro- 
prietà demaniale e che si tratta di opere di grande importanza 
nazionale, parrebbe che si debbano accollare allo Stato; 
il cht* vorrebbe dire rinviarne V attuazione sine die, 
poiché conosciamo per prova la lentezza governativa f* 
sappiamo quali e quanti poderosi aggravi incombono og^ 
M\]\p pubbliche finanze. E sono tanto persuasi di ciò gli 
interessati, che si va sussurrando già dovere V attuazione 
esser condotta da un consorzio sovvenzionato dallo Stato, 
die potrebbe venire eretto in ente autonomo, come pel porto 
<H fleuova. (1) 

M,i gli enti chiamati a concorso, alla stretta dei conti, 
iu qual misura vorranno contribuire ? Pensando che V utile 
aiaggif»re dalla grande navigazione lo tireranno Venezia <■ 
Milano, tì che al traflìco limitato deJle terre riverane, potrà 
bastare P esercizio con barche da 250 tonn., (quale si può 
già avere senza bisogno di notevoli adattamenti), le pro- 
^ in<ii^ ed i comuni cercheranno di concorrere per lesistenia- 
ziujji meno dispendiose. (\ tutt' al più, quando pure cre- 
dessero necessario al loro sviluppo economico la linea più 
grandt', tutte le terre da Cremona in giù intenderanno (H 
coiiriirrere soltanto alla sistemazione fino all' Ad da, dovendo 
con lomporaneam ente ciascuna provvedere alle sue liue*^ 
[JMrficoIari. Venezia, Milano e T alta Lombardia facciano 
il resio. giacche V utile è, in gran parte, loro. Vi potranno 
consentire e concorrere, quando, compiute le loro vie par- 
ticolari e sistemate le comunicazioni coi laghi, la via di 
graiuii» tratììco si mostrerà indispensabile e renderà \àii 
tVicile l'esodo dei loro prodotti verso i valichi alpini! 



I La «luale opinione è prevalsa nel convegno di Milano. 



_ 115 _ 

Ognun vede che, messa su questa china, la questione 
non potrà avere una risoluzione tanto semplice e sollecita ! 
Tanto più poi se si pensa alle altre spese occorrenti a 
creare il porto di Milano e a sistemare il nostro. Qui vera- 
mente, per le condizioni peculiari del servizio, potrà bastare 
un certo numero di boe d' ormeggio in mezzo ai bacini 
più vasti ; ma quello di Milano dovrà essere munito di vaste 
banchine, arredate coi mezzi più moderni e celeri di carico 
e scarico e collegate con le ferrovie e coi tram, doven- 
do una gran parte del transito avviarsi per vie terrestri 
a Milano, ai centri industriali circostanti, al Gottardo e 
al Sempione. 

E stiamo -certi che anche per queste spese si vorrà 
giocare un po', palleggiandosele fra la città e la provincia 
(li Milano, le ferrovie e lo Stato. E noi sappiamo che la 
burocrazia e gli interessi particolari sono anche capaci 
di adattar le ruote alle barche per poterci ficcar dentro 
i bastoni ! 

Difficoltà, adunque, T attuazione della strada maestra 
di grande navigazione ne presenta non poche e tali che 
potranno ritardarne assai il compimento ! 

La strada del Ticino, che potrà essere sistemata, con 
una spesa vicina a due milioni di lire (1), per barche da 250 
tonn. fino a Pavia e di là a Milano per barche da 100, 
non sarà certamente una strada di massimo transito ; 
ma se la potenzialità del naviglio pavese può essere, come 
è proposto dalla Commissione, portata a 600.000 tonn. annue 



(Ij Spese di sistemazione: 

Del Naviglio di Pavia L, 375.000 

Del Po (per draghe di scavo) » 1.000.000 

Per scali d' approdo » 100.000 

Sistemazione urgente di conche nei canali veneti » 500.000 






1 

1 



— H6 — 

(che rappresentano un traffico circa dieci volte superiore 
a quello attuale della società di navigazione fluviale), non 
si può negare che dovrà impiegare alquanti anni a satu- 
rarsi, dando tempo di concretare i provvedimenti per la 
via maestra. 

Ma il naviglio si presta veramente, con la sistema- 
zione progettata, a una saturazione assai più grande che 
potrà sorpassare tre milioni e mezzo di tonn., quando vi si 
attribuisca un alaggio sufficiente (1); e la linea di Pavia è 



(1) Chi ne ha studiato la sistemazione (Atti della Coniin. ecc. 
Rei. VII p. 199) dice : « La cifra di a.648.000 tonn. rappresenterebbe 
la capacità massima del traffico del Naviglio ; ma que.sta cifra è 
cosi lontana da quella di 122.000 dell' attuale traffico che davvero 
sarà difficile di poterla tanto presto raggiungere, per quanto pos- 
sano venire migliorate le condizioni di navigabilità di questo 
naviglio ; epperò sembra che prevedendo per molti anni ancora 
un traffico tutt' al più di 500.000 tonn. si sia assai più vicini alla 
probabilità ». Dunque questa limitazione di potenzialità, accettata 
dalla Commissione, non poggia sopra motivi seri di indole tecnica 
o finanziaria, ma soltanto sopra una considerazione molto discu- 
tibile. Dal contesto della relazione sì rileva poi che questa cifra 
è stata determinata dalla opportunità di avere ancora disponibile 
sul naviglio stesso una forza idraulica appena sufficiente allo svi- 
luppo di tale portata. E la ragione che la suffraga è assai speciosa, 
fondata come è sulla persuasione che la gran linea Milano- Adda 
sia sollecitamente costrutta. Certamente in tal caso il Naviglio 
Pavese non avrebbe vita ! Ma se in attesa del meglio vogliamo 
por mano al bene, si deve pensare che, applicando — coi calcoli 
della Commissione — una forza suppletiva di 120 o 150 cavalli e 
aumentando le sezioni di traz'!o?ie funicolare, si può dare al na- 
viglio tutta o quasi la sua potenzialità, che basterà allo sviluppo 
del movimento per un discreto numero d'anni, riuscendo a con- 
vogliare fino a Milano il doppio di tutte le merci che oggi scalano 
nel porto di Venezia. Non sì vuol dire con ciò che al Naviglio sia 
data oggi tutta intera la sua portata : abbiani voluto mettere in 
evidenza la possibilità di farlo con dispendio lieve. 






— 117 — 

suscettibile di un traffico anche superiore, se, con alcune 
opere accessorie di poca entità, verrà dotata, air im- 
bocco del naviglio, di una stazione fluviale di smistamento 
collegata colle linee ferroviarie esistenti. Si potrebbe così 
iniziare da Pavia il transito verso i valichi alpini in 
direzione di Milano e di Novara, aumentando di 30 Km. 
circa il percorso ferroviario verso il Gottardo, e di 20 al 
massimo verso il Sempione. Di più quando, sistemato il 
naviglio Grande, si volesse con una brevissima nuova 
costruzione collegare il naviglio di Bereguardo (1) col 
Ticino, come alcuni opinano, si avrebbe una seconda 



(1) Il naviglio di Bereguardo cosi come è attualmente non si 
presta alla navigazione-, ma le opere per adattarlo a barche da 
100 tonn, non dovrebbero essere troppo onerose. 

Esso ha il fondale di metri 0,90 e la larghezza di 10 sul pelo 
d' acqua ; possiede conche di m. 7 X 3^» ® perciò, accrescendone 
il fondale di 30 cent, e allargandolo, a tratti, per crearvi delle 
stazioni di incrocio, potrebbe esser adattato alla navigazione. Il 
raccordo col Ticino importa la costruzione di un canale di tre 
chilometri con parecchi salti. 

La obbiezione maggiore alla navigabilità è lo scarseggiare 
deiracqua, poiché i quattro m.' che porta sono tutti destinati al- 
l 'irrigazione. Ma non dovrebbe essere ostacolo insormontabile. Se 
6 vero che colla sistemaziome del naviglio Grande si potranno 
ricuperare oltre 10 m.^ d' a'^qua, due o tre di questi convogliati 
nel naviglio di Bereguardo gli darebbero la navigabilità continua 
e gli permetterebbero di trar profitto dei venti metri di salto attuale 
e di quelli necessarii alla comunicazione col Ticino, rendendo 
il Ticino sicuramente navigabile fino a Pavia. La sistemazione po- 
trebbe dunque esser tentata, dopo quella del naviglio Grande, 
con utilità non indifi^erente per la forza idraulica prodotta, e senza 
sacrificio d'alcuno, poiché al naviglio resterebbero ancora sette 
m.^ d'acqua a disposizione del nuovo di Lodi, al servizio del quale 
dovrebbero bastarne due e mezzo, secondo il parere della Com- 
missione. 



118 






comunicazione ausiliaria con Milano per Abbiategrasso 
(più lunga e meno comoda però), e, insieme, una via 
diretta pel Iago Maggiore, indipendente da Milano e non 
più lunga di quella da Milano al lago. 

La strada di Pavia, adunque, con un dispendio non 
grave e ripartito in successivi esercizi, può decuplicare 
almeno la potenzialità che la Commissione le assegna e 
riuscire esuberante ad uno sviluppo del traffico quale oggi 
si può logicamente prevedere. Riuscirebbe cioè da sola a 
sfollare comodamente il traffico del Porto di Genova. E 
mi pare che non sia poco ; che sia tutto ciò che oggi j^ì 
può logicamente chiedere a una via fluviale ! 

Aggiungasi poi che essa ha il gran vantaggio di potere 
essere sistemata in pochi mesi, ed essere pronta per la 
inaugurazione della ferrovia del Sempione che Milano si 
prepara a festeggiare. Onde a quella esposizione questa 
parte del progetto potrebbe presentarsi come un fatto 
compiuto. E nella sollecita attuazione sta, per Venezia, 
r influenza precipua che questa via avrà sulla navigazione 
che si verrebbe attuando fra Venezia e Milano. 

Si aggiunga altresì che i mezzi di trasporto per un 
traffico grandioso non si improvvisano, e i capitali necessari 
air esercizio della linea, che dovranno essere ingenti, 
bisognerà incoraggiarli ed attirarli dimostrando V impor- 
tanza cui potrà gradatamente assurgere V impresa, facendo 
toccar con mano che l'impiego ne sarà abbondantemente 
fruttuoso ! 

A ciò occorrerà del tempo, e parmi che la via di Pavia 
sia, per quello che abbiamo detto, maravigliosamente adatta 
ad iniziare e a consolidare la grande impresa ! 

Se poi non si volesse rinunziare al vantaggio di por- 
tare le merci di cabotaggio dal mare entro terra più 
innanzi che si può senza trasbordi, e tirar partito, insieme, 
dei ristauri urgenti indispensabili ai canali del Veneto, si 
potrebbe dar mano immediatamente alla sistemazione del 
Po e dei canali Veneti con un tenuissimo sacritìcio 



- 119 - 

degli enti interessati. Si potrebbe creare cosi la via 
di grande navigazione fino a Cremona, testa di linea 
provvisoria, con una stazione di smistamento dove le 
merci potrebbero in parte spandersi per la bassa Lombardia 
colle ferrovie e in parte esser trasbordate direttamente 
sulle barche da 100 tonn., dirette pel Po a Pavia e a 
Milano, al lago Maggiore e ai valichi alpini. (1) 

A me pare che questa ultima proposta meriti una 
iieria considerazione e la metto innanzi come una delle 
soluzioni più facilmente attuabili. La quale, mentre con 
pochi sacrifici e con provvedimenti successivi può soddisfare 
allo sviluppo di un traffico imponente, inizia la soluzione 
radicale e completa del problema che ò nel desiderio di 
tutti e che verrà maturandosi per un'applicazione immediata, 
appena che le condizioni del movimento la rendano ne- 
cessaria ! (2) 



il) La quale stazione» resterebbe poi sempre indispeiisal)ile, 
anche dopo ultimata la gran via, pel trasbordo dei carichi in 
direzione del Po su])eriore. 

{"2) K' superfluo accennare che questa ultima proposta dovrebbe 
parere la più conveniente a Venezia, la quale mentre ha tutto 
i' interesse a dare sollecitamente il massimo sviluppo alla navig*a- 
zione fluviale, può vedersi sorgere contro in Ravenna e più 
propriamente in Porto Corsini) un formidabile concorrente i)el 
commercio di cabotaggio. Si pensi che da quella localitj\ si entrerà 
nel Po con barche da 250 tonn, e che riuscirà di circa 150 Km. più 
breve il tragitto dai porti meridionali a Milano, e che 1' arreda- 
mento del porto per lo sviluppo della navigazione fluviale è piccola 
cosa, non occorrendo banchine o binari o gru fisse, ma soltanto 
boe d'ormeggio e qualche gru natante. 

Avviando sollecitameìUe il movimento da Venezia con ì)arche 
da GOO tonn., fino a Cremona almeno, la concorrenza di quei porti 
verrebbe di molto diminuita, sia perché le barche di cabotaggio 
entrerebbero direttamente da Venezia nel Po, sia per la maggior 
economia dei trasporti, portata dai mezzi più sviluppati e potenti. 



— 120 — 

Quello che importa sopratutto è far presto per non 
perdere il benefico influsso di questo consentimento ge- 
nerale che l'impresa ha accolto dall'Alpi al Lilibeo; 
per non lasciare assopire ancora la questione ! 

Ciò che per Venezia sarebbe esiziale. 

Vigiliamo adunque ! perchè le vie dell'acqua devono 
segnare la risurrezione del nostro porto, l' inizio di rinno- 
vate fortune alla nostra città, la ripresa delle sue gloriose 
tradizioni marinare, lo sviluppo grandioso della sua potenza 
artistica sotto il soffio della modernità! 

Perchè io sogno una Venezia moderna, lavoratrice 
opulenta e munifica nel più grande splendore dell' arte ; 
e penso che, se il nuovo stile dovrà sfavillare dal cozzo del 
sentimento artistico colla modernità impellente, qui, dove 
r arte è natura ed anima di popolo, dovrà il contrasto 
esser più violento che ovunque, e la estrinsecazione sua, 
munificamente aiutata, così viva e gagliarda da cingerle 
un nimbo di gloria ancora più fulgido dell' antico ! . . 



Truffi Dott. Ferruccio 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



NOTA LETTERARIA 



Alfonso de Iiamairtine e l'Italia 

{A proposito di un libro di Gemma Cenzatti : Livorno, Raiiollo Biasti - 1903.) 

La varia, multiforme produzione poetica di Alfonso de Lamar- 
tine sì svolse, nella sua parte maggiore e migliore, sotto il bel 
cielo d'Italia, che egli, perpetuo sognatore ed innamorato, aveva 
appreso ad amare dolcemente ed affettuosamente come seconda 
patria, la patria del cuore e dell'intelletto ; e la strofe morbida, 
vaporosa, vorrei dire quasi malata - tale n'è la carezzevole armonia - 
muove e si libra dal suo fervido sentimento estetico come onda, 
che lambe la riva con perenne e musicale accento di dolcezza. 

Fin dai primi anni della gioventù, il poeta aveva passate le 
Alpi, quasi un'arcana e misteriosa voce lo chiamasse h\, dove 
fioriscono i cedri e la natura canta l' inno eterno dell' amore e del 
bello. Il cielo di Nàpoli, i profumi di Baia e di Pozzuoli, il Vesuvio, 
t^ig-ante vigile e pauroso, la vetusta Roma coi ruderi venerandi 
(li un' antica grandezza, Firenze e i colli toscani, gli fanno battere 
il cuore di ammirazione profonda; l'estro e la fantasia si svegliano 
al fascino della bellezza, e le corde della sua lira, toccate da mano 
sapiente ed esperta, rispondono e rendono al poeta, col magistero 
della forma e del verso, lo più pure ed ispirate canzoni ; di lui 
si può scrivere quello ch'egli diceva nel Raphael: ^ Qiielles feinfesj 
t/uels accentSy quelles caresses de mots qu* on se sentait passer sur 
le frmit comme ces haleives que la mère soufflé en se jouant sur le 
front de son enfaiit qui sourìt f ». Madame de Sta^l, questa donna 



— 122 — 

meravigliosa, dal cuore ardente e tumultuoso, scrìsse un giorno 
che bisogna cercare la divinità nella natura eV infinito nell' amore : 
nessun altro poeta, come il Laniartinc, mi sembra abbia inteso e 
interpretato più interamente il senso vero, profondo di queste 
protonde parole, poiché egli ha idealizzata la natura con santo e 
religioso entusiasmo, ha sublimato V amore, inalzandolo coi versi - 
se non sempre coi fatti - nelle sfere serene dell' ideale e del sogno. 
A tutto questo il Lamartine era spinto da un naturale ed incon- 
scio impulso dell'anima sua, la quale si piegava ascoltando in 
raccolto silenzio la voce arcana di mille cose e le confidava poscia 
all'estro, sempre pronto e fecondo dell' artista. In ciò l' Italia ebbe 
gran parte: l'arte di lui cedette alle lusinghe dell' ammaliatrice 
sirena e questa svelò ed aperse al poeta ispirato i più rari tesori 
della poesia nel celebrare l'ideale e l'amore. 



Sulle vicende d(*l Lamartine nel nostro paese, sui rapporti 
ch'egli ebbe con illustri italiani del suo tempo, infine sulle sue 
intemperanze puerili verso la terra ospitale, discorre Geninia Ceii- 
zatti, della scuola padovana di Francesco Flamini, in un ek\ir»ante 
libriccino del Giusti di Livorno, sul quale dirò in breve, notan- 
do qua e h\ ciò che un' attenta lettura del lavoro mi ha sul^- 
gerito. 

Quando Alfonso de Lamartine venne la prima volta in Itali.i. 
a diciottanni, lasciando dietro di sé il ricordo amoroso e melanconico 
di una dolce fanciulla, aveva ormai letto ed amato fra le niun\ 
della casa paterna di Milly, la Gerusalemme Liberata del Ta^sn 
nella traduzione del Lebrun, ma non gli era riuscito di condnrre 
^ termine la lettura dell'Orlando; amava alla follia - son sue 
parole - il grande tragico nostro, l'Alfieri, che più tardi, nell'infelic»' 
Corso di Letteratura, chiamer*^ volgare declamatore, poiché al suo 
orecchio suoneranno aspra offesa gli epigrammi che il lìero allo- 
brogo, odiatore dei tiranni, aveva scagliato nel Misogallo contro 
i Francesi. 

Venne in Italia e vi trovò a Napoli l'amore negli occhi neri 
e scintillanti di un' umile giovanetta, che adombrò sotto il nome di 
Graziella e che gli ispirò fantasie appassionate, slanci caldissimi 
di entusiasmo, soavi versi di amore, nei quali la fanciulla « joU^ 
comme un cinge « é circonfusa da una aureola splendente dì idealità: 
odoroso fiore del mezzogiorno, che inebria i sensi del poeta col 



123 



suo profumo. Scrisse di Graziella molto tardi, dopo l'amore di 
Elvira (Julia Charles) « charmante avec ses handeaux noirs et ses 
beaux yeicx battus » , che suscita le più lang-uide e mistiche melanco- 
nie del poeta, dopo il suo matrimonio con Elisabetta Birch, dopo 
la morte dell'unica figlia Giulia : gioie e dolori, calme e tempeste 
erano passate sull'anima del Lamartiue, eppure la povera pro- 
cidana, che si era donata a lui non può cadérgli dal cuore e una 
lagrima, benché tarda, continua ancora a scendere sulla sua 
memoria. Fu vero amore ? . . . . 

Richiamato in patria, il Lamartine rivide l' Italia per la seconda 
volta nel maggio del 1820 colla moglie, quale segretario all'ambca- 
seiata di Napoli; ma il suolo che gli parlava sempre di Graziella non è 
più ehe il paese della voluttà e del piacere. Rimpiange Firenze, sta- 
bilisce la sua dimora a Roma, che lo fa fremere di pensosa ammira- 
zione e quivi, fra le dolcezze della paternità, gli ozi fecondi del salotto 
Devonshire e 1' amicizia intellettuale degli ingegni più eletti, 
medita poetando sulle rovine maestosamente solenni dell'antica 
città. 

L'anno 18*25 è un'epoca triste nella vita del Lamartine, il 
f(ualo con pochi versi raffreddò e quasi distrusse quei sentimenti 
di sincera e corrisposta simpatia, che lo legavano agli italiani : 
alludo alla pubblicazione del quinto canto del Child Harold, che 
scosse tanti petti di santa e legittima ira. anime nobili e generoso 
di Niccolini, di Poerio, di Giordani, di Gabriele Pepe come sorgeste, 
fiore e sdegnose a vendicare 1' oltraggiata « terra dei morti » ! -^ 
I^a feroce e nota invettiv^a del Lamartine contro F Italia è un segno 
psicologico, a mio giudizio, assai importante per definire l'uomo 
e il carattere suo : bello della persona, accarezzato dalla fortuna 
e dal successo, ammirato di qua e di là dalle Alpi, tenuto in 
onore di grande poeta da nobili e da principi. Alfonso de Lamar- 
tine, che il vento delle passioni rapi più volte nei suoi vortici 
infidi, cedette, grande fanciullo, alla gloria, quasi sprezzandola, e 
non esitò un solo istante a nascondere sotto bellissimi e lucidi 
versi il suo disdegno, vero o simulato, per il nostro paese : eppure 
in questa terra del passato, com'egli chiama l'Italia, in mezzo 
a tanta miseria, « o^V l* animi r n' est qu' un piège et la pudeur 
qu' un fard ^ aveva trovato una ingenua fanciulla, che gli fece 
gustare le prime gioie dell'amore, da lui né puramente, né one- 
stamente richiesto. « Quelle magnìficence d* mthll ! » esclameremo 
anche noi col mordace Gustavo Planche. — Lavò egli poco dojw 
e lealmente col sangue questa macchia, quando la spada di 
Gabriele Pepe lo feri in duello al braccio destro ; chiari, spiegò, 
contraddisse le sue parole, riparò con altri versi <t flatteurs » all'an- 



— 124 — 

tica ingiuria, ma non gli si credette più, perché « guaì all'uomo 
che deve ritrattarsi » scrisse T antica sapienza: il popolo special- 
mente non fece più buon viso al poeta, che scrive da Firen»» 
addolorato : « ici me creieiit une espéce d* intrigante espioti, jésuite » . 
Per sua colpa quest' uomo aveva distrutto tutto un passato di 
gloria e di popolarità ! Né gli bastò ancora, perché, come scrisse 
acutamente il Saint - Beuve, « la fata del buon senso gli mancò 
sino air ultimo». Erano appena sbolliti infatti gli sdegni per le 
offese air Italia che il Lamartine, messo insieme a scopo di lucro 
il ponderoso corso familiare di letteratura, arrivato a parlare di 
Dante, gli si scaglia contro, novello Bettinelli, ferocemente, rias- 
sumendo il suo giudizio nelle famose parole : « un grand kamme et 
un mauvais /wème». Non vide questa volta il Lamartine dinanzi 
a sé il ferro di Gabriele Pepe, ma dovette leggere la propria 
condanna in una nobile ed eloquente lettera di Giovanni Prati, 
tutta tuoco e lampi, in cui, volgendosi al poeta « fanciullo dai 
capelli canuti » finisce con queste parole ispirate : « voi siete un 
povero cicco, che viaggia in mezzo all' Oceano e non vede la 
sterminatezza delle acque, la gloria del sole e la magnificenza 
delle tempeste ». 



Il libro di Gemma Cenzatti, che mi ha suggerito il presente 
scritto, ha voluto essere opera piuttosto espositiva che lavoro di 
critica : sappiamo però che bene spesso il semplice racconto dei 
fatti guida il lettore da solo, più che non sembri, alla sintesi spon- 
tanea e al giudizio complessivo sugli autori e sulle opere studiate 
e discusse. Qua e là invece verrò brevemente e da ultimo notando 
alcune cose, per amore al geniale soggetto. Discorrendo di M.*^" 
de Lamartine, eletta madre di Alfonso (pag. 4), V autrice, per 
dare un' idea esatta del giudizio di lei su J. J. Rousseau, avrebbe 
potuto citare dal « Mmiuscrit de ma mère » le famose parole: 
« voilà r honime doni tant de gens exaltent la sensibiliik . . . fo^' 
un insensé doni la tète malads a égaré le coeur .... » e ancora 
quelle suH' « ÉniUe » di cui ammirava tuttavia alcune pagine: 
« Je brùhrais ce livre et surtout « La Nouvdle Héloise » encore plfi^^ 
daugereuse parer qu' elle exalte les passions autant qu' elle fausse 
l' espi'it. Je n' en crains rien pour moi doni la foi est inébranlabU 
et au dessus de tonte tentation ; mais man fils ? » . — A proposito 
della fiera invettiva contro l'Italia nel Child Ilarold (pag. 61 e 
segg.) sarebbe stato opportuno notare — quale raffronto storico e 



— 125 — 

letterario — come un secolo prima del Lamartine un altro straniero, 
Oliver Goldsmith, nel suo celebre « Character ofthe Ifallans * avesse 
prevenuto il Lamartine nel suo fiero giudizio sul bel paese ; come 
inline il Sismondi nella sua nota « Histoire cles Bépubliques italien- 
ìi4>8 » avesse già chiamata T Italia « terre des morts ». 

£ qui faccio punto, quantunque altre dimenticanze ed im- 
perfezioni la critica arcigna e pedante possa rimproverare a Gemma 
Cenzatti : il libro della quale, dedicato, come riverente omaggio, 
a Francesco Flamini, maestro amoroso ed illustre, avrebbe potuto 
aspirare all'ambita e piena lode dei dotti se « membranin intun 
positùi » avesse atteso di più, prima di affrontare Taspra e pericolosa 
battag:lia del pubblico e dei lettori. 



Venezia, Gennaio 1904. 

Litigi Zenoni 



Ultime pubblicazioni arrivate all'Ateneo 



Barboni Leopoldo. — Sul Vesuvio. — Ascensione tragiconùca al 
cratère in eruzione (1878). — Livorno tip. Giusti 1892. - 
(acquistato) 



Manfroni prof. Camillo. — Don Giovanni (l'Austria e Giaconin 
Foscarini, 1572. — (da documenti inediti degli Archivi di 
Padova e di Venezia) Estratto dalla Rivista Marittima dal f.is. 
di Novembre 1903. — Cittf\ di Castello tip. Lapi 1903. 

Comune di Venezia. — Esemplare delle notizie sui litorali veueti 
e sulle ispezioni sanitarie ai carnami tratte dagli atti (lell.i 
Repubblica Veneta e dei Governi che vi succedettero. - 
Venezia tip. Ferrari 1903. 



Piero Barbera. — Editori e Autori, studi e passatempi di un 
librajo. — Firenze G. Barì)èra Edit. 1904. 



Giglioli Jtalo, Direttore della R. Stazione agraria di Roma, gii* 
Professore di Chimica agraria nella R. Scuola Superiore dii- 
gricoltura in Portici. — Malessere agrario ed alimentare in 
Italia. — Relazione di un giurato italiano air Esposìzioiu' 



— 127 — 

universale di Parigi, nel 1900, sulle condizioni dell' agricoltura 
in Italia, in paragone colle condizioni all' Estero. — Roma 
Erniano Loescher e C. 1903. — (acquistato) 



Annuario della R. Scuola Superiore di Commercio in Venezia 

per r anno scolastico 1903-1904. — Venezia tip. Succ : M. 
Fontana 1994. 



Bizio avv. Leopoldo. — Eccell."'-^ Corte d'Appello di Venezia. 
Udienza 18 Gennajo 1904 per il Dott. Felice Bruni. — Venezia 
Nuova tip. Commerciale 1904. 



Bizio avv. Leopoldo. — Eccoli.'"^ Corte d' Appello di Venezia, 
per Ettore ed Angelo Samassa? — Venezia tip. Succ : M. 
Fontana 1903. 



Bianchini Giuseppe. — Il silenzio nella Vita e nell'Arte, con 
alcuni cenni bio- bibliografici di Giuseppe Osigliardi. Estratto 
dalla Rassegna Naz. Firenze 1903. 



Mozzoni Trajano. — Intorno al problema dell'indigenza. Una 
soluzione verosimile in rapporto alle coudizioni dell' econo- 
mia pubblica e della beneficenza in Italia. — Bologna tip. 
Zamorani e Albertazzi 1903. 



Allievo Giuseppe prof." di Antropologia e Pedagogia. — Il ritorno 
al principio della personalità. — Prolusione letta all' Università 
di Torino il 18 Novembre 1903. — Torino tip. degli Artigia- 
nelli 1904. 



Ceresole Dott. Giulio. — Una nuova malattia delle Carpe. Estratto 
dalla Neptunia N.» 19 del 15 Ottobre 1902. — Venezia Nuova 
tip. Commerciale 1902. 



Gerini Giov. Battista. — La mente di Giuseppe Allievo. — 
Monografia pubblicata in ricordo del 50.'"'' anno di pubblico 
insegnamento. — Torino tip. Artigianelli 1904. 



! .1 



ì' 



— 128 — 

Antonio Pennisi Mauro. — L' universale, Organo Filosofico doli? 
dimostrazione dell'Ente, principio creativo ed ordinatore del 
mondo, criterio assoluto ed universale. - Catania Concetta 
Battiate Edit. 1903. 



Gabriele D* Annunzio. — Laudi del Cielo del Mare della Terra r 
dejsrli Eroi. — Voi. II.o — Milano F.lli Trev(vs. Editori 1904- 

1 nei juì.'^ tato .1 

Pellegrini Battistai — DiscorìfO eouimeiuoratlvo di Giuseppe Zn* 
nardellì al Teatro Garibaldi di Treviso il 24 Qennaja IWl. — 
Homa ti^j. Cromo ITOi. 



Comune dì Venezia. — Reioconto delt' Ufficio d'Igiene pM trìeii- 

Ilio 11HX.) ■ Wl - *HJ:>. ^ Wnezia tip, Ferrari irm. 



Direttori della Rìvi^sta : 
L r T < a Gr A M » A H I —Daniele Rii^t' < in 1 1 x t , Vmp i*tH ule ufi del I ' A tfitt^ 

Fai sro HtiVA, g-oreiite rysponsabìl*? 



JLprile 1903 

RIVISTA INDUSTRIALE 

E DELLE 



•--'«. J»*%»>Fv>*— 



.Anno I. 



Diredore-Propr/etarin Cav. Luigi Zuanelli 
A^ilaoo : Vizi Giuseppe Verdi» 3. 



N. 1. 



E)ire2:ione 
tid A tn ministra 2:ioxie 

^-< MILANO >-^ 

J. - V/a S^'useppe Verdi - J. 

(Tklefoxo N. 1547) 



AI>l'or>2^n7^i7to di provai 
Italia (fino al ai Die. 190,)) L. 12.— 
Kntero (tino al 31 Die. 1JH)3* » 15.~ 



i*or le inserzioni rivolgersi airAui- 
iiìinistrazionc della Rivista. 

A richiesta si spedisce la tariffa dei 
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Lo spazio è distribuito cosi : 

l*a'»:ìua intiera, mezza pagina, un 
terzo di pagina un quarto, un sesto, 
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prospicienti il testo si fanno prezzi 
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Ai nostri Lettori. — Present«azione e 
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Il presente e l'avvenire delle indu- 
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La lotta doganale. 

Il carbone russo in Italia. 

Le idee del Sig. Meline (corr. di Pa- 
rigi). 

La munici|>alizzaziono dei pubblici 
servizi. 

La vita nuova del ferro (con 7 ili.) 

La marina mercantile italiana 

Produzione mineraria italiana. 

Vìi grande concorso industriale. 

Nel mondo marittimo. 

Le industrie artistiche. 

L' Esposizione del 1905 a Milano (con 
illiLstrazioni). 

L' Italia e la E.sposizione di Saint 
Louis (con ili.) 

Invenzioni e scoperte. 

Note, appuntì e polemiche. 

Bollettino delle Esposizioni. 

Vita industriale e commerciale. 

Varietà — Notizie — Diverse — Pub- 
blicazioni — Piccola posta. 



Eugenio Rubini, Gerente! ì^sjxnìsabih' — Stab. IMenotti Bassani e C. — Milano 



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Anno XXVII. - Voi. I. Fascicolo 2 



L'ATEIEO YEIETO 



RIVISTA BIMESTRALE 

DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 



filBfTO M Apirile 1904 



VENEZIA 
Tip. Orfanotrofio di A. Pellizzato 

1904 



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Memorie : 

Domenico Oiuriati — Filippo Nani Mocmif/o 

Victor-Einnianuel III (Priiice de Naples) Numismate 
— Joseph Jo ùberi ....... 

Motti (If^l popolo veneziano. — Due conferenze tenute 
all'Ateneo Veneto dal D,^ Ce.sare Mumlli (cont. e line) 

Consid^M'azioni Tecniche- Artistiche sulla ricostruzione 
del Campanile di San Marco — Prof, Giovanni Sardi 

Il tradimento nella caduta di Candia — I)/ Giuseppe 
PnvaìieUo 

Woli'ango Ooethe a Venezia (28 Settembre - 14 Otto- 
bre 17SG) — Prof, Luigi Vianello f Gif/i da MurnnJ 

Lega contro T Alcoolismo e Associazione del Kiposo 
Festivo ......... 



Rafi$iegna Bibliof^raiica : 

Arnaldo Se<^'-arizzi. — G, dofl, M, .... Pag. 2(>5 
Necrolo<4Ìa. — Antonio Labriola. — Giulio Natali . » 2(in 

Ultime pubblicazioni arrivate all' Ateneo ...» 273 



Pag. 


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DOMENICO GIURIATI 



Signori Soci e Colleglli 



Allorché il vostro Ateneo, fino dai primi 
mesi deiranno decorso deliberava, commemorare 
il centenario dalla nascita di Daniele Manin, 
sorse il pensiero di rivolger dimanda all'Avvo- 
cato Domenico Giuriati, affinchè colla sua calda 
ed efficace parola volesse intessere la vita de) 
grande cittadino. 

Ci consigliavano a ciò fare, il provato sen- 
timento patriotico dell' oratore egregio, V aver 
degnissimamente occupato per un quadriennio 
questo posto di Presidente, e infine V aver esso 
per due volte ricordata V epoca del 1848 ; la 
prima quando nel 1898 ai 22 Marzo celebrò il 
cinquantennio della rivoluzione, in quella stessa 
sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale. 



w 



— 130 — 

dove fu preso il decreto della resistenza ad ogni 
costo, la seconda quando commemorò altro illu- 
stre uomo della riscossa veneziana, Nicolò Tom- 
maseo. 

L' affidare adunque a Domenico Giuriati la 
Commemorazione di Daniele Manin era commet- 
tergii il completamento della illustrazione, di 
quel ciclo storico, che cominciato per opeia di 
Manin e Tommaseo dalle sale di questo nostro 
sodalizio, colla opposizione legale al governo 
austriaco, dovea terminare colla prolungata ed 
eroica difesa di questa nostra illustre città. 

Ma vano riusciva questo nostro divisamento. 
e Domenico Giuriati lieto dell'onorevole assunto, 
non ebbe la soddisfazione di compierlo. 

Soprafatto disgraziatamente, da gravissimo 
morbo, dovette scendere nella inesorabile tomba. 

Deggio pertanto assumere il mesto offi- 
cio di ricordare a voi la sua morte ; poiché 
non è certo oggi mia intenzione farne V elogio 
e annoverare ì suoi meriti : altri lo farà qui 
air Ateneo ben più degnamente e con maggior 
competenza. 

Per altro ciò non mi esime dal dovere, di ma- 
nifestar il dolore che tutti noi abbiamo provato 
e che condividiamo colla famiglia per la perdita 
dell' uomo eminente. 

Nato egli a Venezia nelF anno 1829, ebbe 
parte nella sua d'fesa del 1849, quindi emigrato 
in Piemonte, colà spiegò le sue doti singolari 



— 131 — 

di profondo giurista, e di geniale e fecondo 
scrittore, ritornando alla sua città natale dopo 
l'anno 1866. Deploro di non aver mai avuto la 
fortuna di conoscere personalmente Domenico 
Giuriati. Pure a chi non è giunta la fama della 
sua arguta e poderosa eloquenza, e del suo fine 
e versatile ingegno? Noi tutti ricordiamo i suoi 
ìibri: L' arte forense, le memorie di emigrazione ^ 
le leggi delV amore^ sul confine^ peccati vecchi^ 
le memorie di un vecchio Avvocato^ gli errori 
giudiziarii ecc. libri tutti che accoppiando una 
scintillante festività ad una varia ed estesa eru- 
dizione lasciano neir animo una gradita e dure- 
vole impressione. Non dirò dei suoi opuscoli 
numerosi^ e degli articoli che egli profondeva, 
in reputate effemeridi italiane, sempre pieni di 
interesse e perciò ricercati dal pubblico. 

Eletto Presidente dell' Ateneo il Giuriati nel 
25 Gennajo 1882 dedicò a questo Istituto la sua 
solerzia ed il suo amore. E nel 18 Giugno dello 
stesso anno, dopo aver in altro tempo e in altro 
luogo commemorato i fratelli Bandiera e Dome- 
nico Moro, lesse all'Ateneo la Commemorazione di 
Giuseppe Garibaldi, e nel 3 Marzo 1884 tenne 
pure air Ateneo, una piacevole ed elegante con- 
ferenza suir Epigramma. 

Il 7 febbraio 1886 prese da questo sodalizio 
un affettuoso commiato, dicendo che nulla mai era 
venuto a turbare i dibattiti deir Ateneo, dove dal 
conflitto delle varie opinioni fra uomini devoti 
ai più eccelsi ideali, non si era mai alterata la 



« 



132 — 



I 

I 



genialità dei ritrovi, ma bensì era durata calma, 
costante e serena. Diceva poi altrove che V ele- 
zione a Presidente dell' Ateneo gli aveva rac- 
chiuso la maggiore compiacenza della sua vita. 

Tale era V uomo, e tali erano gli affetti che 
legavano Domenico Giuriati al nostro Ateneo; 
per ciò a lui letterato e giurista valente, e nostro 
antico benemerito Presidente, dobbiamo largo 
tributo d' omaggio e reverenza. 

Non è mia la colpa, se ultimo fra voi, le 
mie povere parole non avranno suiRcientemente 
interpretato i vostri sentimenti, e se non avranno 
fatto risaltare come sarebbe stato giusto e neces- 
sario r opera ed i meliti del compianto Domenico 
Giuriati. L' Ateneo però non ha mancato di 
partecipare air inatteso lutto ; e oltre che le 
condoglianze inviate alla desolata famiglia del- 
l' estinto, ha delegato un suo illustre consocio 
residente a Milano il Senatore Giuseppe Colombo, 
a rappresentarlo nei solenni funebri colà av- 
venuti ; ed ora o Signori io vi invito ad alzarvi, 
perchè colla vostra unanime dimostrazione sia 
reso il dovuto onore al nome dell' Avv. Comni. 
Domenico Giuriati. 



Venezia, 24 Marzo 1904, 



Filippo Nani Mocenigo 



Credo opportuno di dire una parola di presentazione 
intorno al Signor Giuseppe Joubert che mi ha gentilmente 
trasmesso la sua memoria interessandomi perchè fosse letta 
air Ateneo. 

Il Signor Joubert appartiene ad una ragguardevole 
famiglia dell'Anjou ; alcuni dei suoi membri fecero parte 
o del Consiglio dei 500 sotto il direttorio, o del Corpo 
legislativo o del Senato partecipando anche tuttora, a 
cariche legislative dipartimentali, o municipali ad Angers 
o iiell'Anjou. Egli è Consigliere della Società degli studii 
coloniali e marittimi di Parigi, appartiene al Consiglio 
Araldico di Francia, e alla Società di Geografia di Parigi. 
Collabora in parecchie riviste e giornali di Francia, ma 
sopratutto nella rivista degli studii Coloniali e Marittimi 
di Parigi. 

Numerosissimi sono i suoi studii su questioni di poli- 
tica estera, di critica letteraria e di archeologia ; però egli 
diede la preferenza, alle questioni geografiche, e politico- 



— 134 — 

coloniali quali per esempio intorno al Marocco, V Egitto, 
il Madagascar, a Fachoda che egli chiama il Waterloo 
africano, alle potenze europee nell' estremo oriente, ai 
Russi in Manciuria ecc. Dettò la vita dell' esploratore 
Portoghese Serpa Finto ; di Vasco di Garaa pel suo cen- 
tenario a Lisbona; trattò delle colonie britanniche e noer- 
landesi, e dell' Inghilterra a Malta. 

Appartengono in fine ai suoi lavori storici : / Re 
Angioini o Planfageneli a Fonferaull, Le nozze di Alessandro 
Farnese con Maria di Portogallo, e una pregiata opera 
intorno all' Egitto divisa in quattro parti: // Cairo, il yiUf, 
la Nubia e /' Egillo Tolomaico, 

Conobbi il Joùbert al Congresso internazionale di 
storia comparata tenuto nelT anno 1900 a Parigi ; fornito 
di una amabilità e di una gentilezza squisita, mautenue 
sempre con me una amichevole corrispondenza. 

Ammiratore di Venezia, ed entusiasta dell' Italia, ne 
comprende le bellezze e le glorie. 

E questa sua stessa memoria che tosto verrà letta dal- 
l' Egregio Prof, Riccoboni Vice -presidente ne sarà una 
prova convincente ; mentre V omaggio reso al Re Vittorio 
Emanuele III.^ quale numismatico, col ricordo della sua 
recente visita a Parigi, è tanto per la forma che pella 
sostanza, un pegno di affetto tributato da un cittadino 
francese alla sorella latina. 

4 

Filippo Nani Mocemgo 



Victor -'Emmanuel III 

(Prince de Naples) 

NUMISMATE 



Assurément de toutes les visites faites par le Roi 
cF Italie, pendant son séjour eu France, aiix moiiumenfs 
ou aux miisés de Paris et de Versailles, e' est celle de 
r Hotel des Monnaies qui a le plus séduit et interesse le fils 
d' Humbert ; fait d* ailleurs bien naturel, si V ou songe 
que le jeune raouarque a une véritable passion pour la 
nuraismatique et qu' il est à la fois un érudit di primo 
carpello dans cette science et un inlassable collectionneur 
de monnaies et de médailles. 

C est dire avec quelle curiosité Victor-Enim:inuel III 
a vu dans les ateliers fonctionuer les machines spéciales, 
r or couler en fusion dans les lingotières pour sortir en 
barres, d' habiles ovriers couper à T emporte - pieces les 
laraes de metal jaune on blanc destine à la frappe, puis 
les pièces, rejetées par les tubes, toraber une à une dans 
les corbeilles ; ensuite se faire les pesées et le triage des 
pièces lourdes ou légères au moyen des balances automa- 
tiques. Enfin avec un intérèt croissant, le souverain a 
assiste à V opération de la frappe et à V exécution de la 
médaille commémorative en l'honneur des hòtes royaux : 
pièce unique du module de 03 millimètres qui appartient 



i 




I 



— 13G — 

à la collection historique de la Monnaie et fut gravée 
pour r iiiauguration de V hotel par les fils Roettiers. 

A r avers figure la fagade de V édifice avec des 
barques, des groupes de personnages et au del des nuages; 
sur la plinthe les mots aedes nHlificaKv, au exergue : .l?/ro 
argento aere /landò feriendo, 

Au revers Y effigie de Louis XV avait été remplac^e 
par r inscriptiou suivante : « Leurs Majestés le Rei et la 
Reine d'Italie ont visite la Monnaie de Paris le 10 Octo- 
bre 1903. » 

Aucun souvenir ne pouvait et re plus agréable au 
Numisraate emèrite à qui, en oUtre, fut fait horaraage de 
deux raagnifiques écrins aux arines de Savoie, conteuant 
chacun 12 jetons, remarquables pièces exécutées pour la 
circonstance : 6 de Louis XIV et de Louis XV, offerts 
au Roi ; 4 de Marie-Thérèse, 4 de Marie Lecziuska et 
4 de Marie-Antoinette pour la Reine ; enfin un superbe 
album en maroquin rouge écrasé, également rehaussè des 
Armes de Savoie et renfermant 20 planches très-belles 
des spécimens iconographiques les plus rares de uos col- 
lections nationales. 

De son coté le Conseil Municipal de Paris avait temi 
à fai re don aux Souverains d' Italie d' un riche volume 
de jetons de V échevinage parisien ainsi que d' un « mé- 
daillon de luxe en acajou », présentant une curieiise 
collection de piècos de choix en argent, raédailles coiii 
mémoratives d' événements marquants, tels que le siège de 
la capitale eu 1870, le centenaire de Victor-Hugo, des inau- 
gurations d' èglises, de mairies, de prisons, etc, et toii- 
tes signées ri' artistes renomniés comme Chaplain, Roty, 
Dupuis, Dubois, Borei, etc. 

A ce propos, rappelons un mot anecdotique de M.r 
Arnauné, Directeur de V Administration des Monnaies, à 
r adresse du Roi, qui, exaniinant en amateur avisé ìes 
vitriness des niedailles italiennes, donnait à la Reiiie de 



- 137 — 

savautes explications : « Près de vous, Sire, nous ne som- 
mes que de petits écoliers ! » 

Le prince de Naples, eu effet, a montré de bonue 
heure un goùt prononcé pour la numismatique, et lout 
jeune s'est passionné pour les médailles anciennes. Nous 
avons pensé qu' il serait intéressant de donner quelques 
dótails sur cette caractéristique du souverain actuel de 
r Italie, qui u' a pas renoncé à son penchaut très special, 
et cela raalgré la lourde charge qne lui impose le pou- 
voir royal. 

Le prince de Naples, sur la jennesse duquel veillail la 
teudre sollicitude maternelle de la Reine Marguerite% a 
regu une éducation très sérieuse et virile sous la ferme 
direction de son gouverneur, humaniste fort distingue, le 
Colonel Osio. Les heures consacrées A V étude de sciencesi 
variées, alternaient avec les exercices du corps, les pro- 
menades ou recréations suivant une rainutiense exactittuit* 
et une inflexible régularité. 

Aussi, tout en ornant son esprit et acquérant des coniiai- 
sances étendues en histoire, en géographie. dans les langues 
vivantes, les sciences exactes et surtout dans l'art nitji- 
taire, T héritier du tròne a-t-il pu, gràce à cette rigoureiis*- 
discipline, fortifier sa constitution physique, plutòt faible 
et delicate, dans les années d'enfance. 

Pendant les heures de loisir une des principales dis- 
tractions du prince était de s'adonner (et cela avec ardfMir) 
à la numismatique. Il est curieux de voir comment ce 
goùt ou plutòt cette passion a pris naissance et s' est de- 
veloppée che/. T héritier de la Couronne. Le futur nuuii- 
smate n'avait qu' une dizaine d' années, lorsque l'idée lui 
vint de faire une coUection de pièces; la récolte monetai re 
aux modestes débuts devait avec le tenips aboutir à l'alnuj- 
daute et magnifìque moisson du corpus ìiunimoruììi ildlicorftnh 

Dans une composition littéraire intitulée « // ^tio, 
>► Medagliere, mon médaillier, le prince raconle lui nuuue 
y^ comment la chose Se passa : y^ 






— 138 — 

« 11 y a trois ou quatre aDs, écrit-il, le hasard me fit 
» toraber entre les maius un sou du pape Pie IX et je le 
» conservai; puis m'en étaht procure un second, je V ajoutai 

> au premier, et continuant j'en avais réuni successivement 
» une quinzaine de genres variés, lorsque le Roi me donna 
» soixante dix pièces environ de cuivre, qui, ajoutées à 
» celles que j' avais déjà , forraèrent le noyau de ma 

> collection. » 

Le prince dit encore un peu plus loin que « son mé- 
» daillier, laissé quelque teraps dans V oubli, puis revenu 
» au jour, continua alors de s' augmenter progressive- 
» raent », gràce aux dons que lui faisaient le Roi et la 
Heine, aux époques de sa fète ou de 1' anniversaire de sa 
naissauce ; e' est ainsi, raconte-t-il, que sa collection attei- 
gnit le chiffre fort respectable de 3.000 piéces comprenaiii 
des raonnaies, des tessères et des raédailles. 

Le jenne prince s'est più à exposer la raéthode employée 
par lui pour classer son médaillier, à montrer par des 
exemples typiques comment cette science lui fut d' un 
secours très efficace pour V elude de T Histoire. Le futur 
roi conclut ainsi: « Eufin, lorsque j'en ai le teraps, e' est 
toujours pour raoi une agréable et utile occupation que 
de classer mes pièces ou de chercher dans les livres les 
dates qui s' y rapportent. » 

Et à propos des jeux auxquels se livrait le priucf 
pendant ses recréations, M/ Luigi Morandi dans une 
curieuse et très- intéressante brochure intitulée : Cowc 
fu educato Vittorio Emanuele III (1), rappelle que le 
prince s' adonna aussi, mais plutòt en passant, aux col- 
lections d' Histoire naturetle, mentre que souvent il s' amu- 
sait à élever de petites fortitìcations en terre avec des 



(l) Ditta G. B. Paravia o Conip. Roma, Milano, Firenz»'. 
Napoli - 1ÌK)3. 



— 139 — 

rivières eu réductioo et des cascatelles, destinées à faire 
toiimer des roues, à servir de moteurs à des turbines 
d' un système primitif ; e' etait là ce qu' on appelait peut 
étre irrévérencieusement à la cour Ja passioa « hydrauli- 
que » du Prince. 

Pour en revenìr à la passion non point passagère, 
mais persistante du fils d'Humbert, la Nurnisraatique, le 
prince fut le premier à reconnaitre qu' il manquait de 
méthode, car il réunissait à la fois des pièces italiennes 
et d' autres de l' étrauger, des spécimens iconographiques 
de Tantiquité, du Moyeu-Age et des temps raodernes, mé- 
dailles, monnaies et tessères de tout pays et de toute epoque. 

Aussi le collectionneur princier n' hésita-t-il pas à 
reconnaitre son erreur et à changer fort judicieuseraent 
de système ; -on en a la preuve par la lettre suivante 
datée de Florence, 22 octobre 1895, qu' il écrivait à M/ 
Luigi Moraudi : 

4( Depuis quelques anneés je ne recherche plus que 
» les monnaies de frappe italieune, soit du Moyen-Age , 
> soit moderne ; j'ai du renoncer à collectionner les mou- 
» naies classiques, parce que j'ai reconnu que je ne pou- 
» vais espérer faire une collection sériense qu'en liraitant 
» le champ de raes recherches. * 

C est avec raison que le prince bornait ses investiga- 
tions ; en effet, rien que pour la République romaine, la 
multiplicité des types iconographiques est prodigieuse, et 
e' est pour ainsi dire à V infiai que varient les symboles 
monétaires qui caractérisent chaque émission; par exemple, 
on a relevé plus de 10.000 spécimens dilférents pour les 
deniers, frappés en une seule aunée, en 89 avant T ère 
chrétienne, par les ordres du triumvir raonétaire Lucius 
Calpurnius Piso. Et si nous passons aux Gésars, un rógne 
corame celui d' Hadrien, pour nous borner <\ un exemple 
unique, compte plus de 2.500 revers monétaires variés, 
qui se partagent en 1.000 pièces latines enviroii, et 900 
symboles grecs. 



— 140 — 

La coUection princière, sans coraprendre ni médaille> 
ni monnaies classiques, ne tarda pas à compter 12.000 
pièces; deux aunées plus tard, elle atteignait 18.000 spéci- 
mens, et à la fin de V année 1900, avant méme T acqui- 
sition de la coUection Marignoli, elje se composait de 22.000 
pièces. 

Mais il fallait un lien pour coordonner ces efforti; 
trop disseminés, Il parut dono nécessaire au prince de la 
Maison de Savoie, de réunir classés avec ordre et méthode 
ces meììibra diajecta. C est la grande oeuvre que devair 
realiser le Corpus nummorum ifaliconim, dont le projet 
germait dans l'esprit ingénieux du Prince. Bientot le fils 
d'Humbert, après étre entré dans la Société numismatiqm 
ilalienne, dont il devint le Président honoraire, fit part de 
ses intentions à ses savants collègues, qui accueillireiit 
cette heureuse idée avec une faveur marquée. 

Tout Corpus nummorum d' un pays ou d' une epoque 
rend à la science des monnaies de très grands services, 
Aussi ne peut-on qu' applaudir à de telles oeuvres, qui 
exigent une somme de labeur et d' érudition considerable. 
Et à ce propos je citerai, dans une mesure et un cadre 
plus restreints, le remarquable ouvrage d' un numistmle 
Ualien M. G. Dattari intitulé ; Numi angu^lei Alexan- 
drini ; monete imperiali greche: catalogo della collezione 
G. Dattari, compiuto dal proprietario (1), premières assises 
d' un corpus nummorum ^Egypti ; le recueil de pièces Ale- 
xandrines, dressé par 1' auteur avec les monnaies des 50 
nomes : et un catalogue de 0,540 numéros donne en effei 
la sèrie des Empereurs au grand complet. 

Quant à la coUection du Prince de Naples, elle deviut 
le noyau de cette vaste synthèse de numismatique italieu- 
ne, facilitée par T acquisition de Y importante et très riche 



(1) Le Caire 11)01 — Imprimé aux frais de Tauteur par l'ini- 
primorie de /' Ivsfifitf fraììi^ais d' Aì'cÌK^oloffic (hienlol^. 



- 141 - 

collection de Marignoli, qui coùtà plus d' uu demi-milliou 
de lires à la cassette princière ; d' autres achats également 
heureux portèrent ensuite la coUectiou du futur roi à 
50.000 pièces. Naturellemeut le Corpus catalogualt non 
seuleraent les monuaies du Prince, mais encore toutes les 
pièces italiennes coptenues dans les autres collections ou 
bien décrites ou signalées par les auteurs. 

Ce fut une besogne des plus laborieuses et à laquelle 
sous la haute direction et la surveillance vigilante du 
Prince, s'attelèrent avec ardeur d'abord le professeur 
Costantino Luppi, ensuite, après la mort de ce dermier, 
le colonel Joseph Ruggero. 

Il ne faudrait pas croire que les graves soucis de la 
royauté aient fait renoncer le monarque à ses goùts de 
prédilection. Sur le tròne, Victor Emmanuel III continue 
de s'occuper volontiers de numismatique ; car, « comnie 
» le dit avec vérité M.' Luigi Morahdi, le souverain de- 
» meure un travailleur infatigable et conserve T habitude 
» de se reposer en se livrant à des occupations variées. > 

Dans cette intéressante étude de longue haleine, le 
Prince de Naples fut d'ailleurs seconde par son épouse 
Hélène de Montenegro, dont le mariage tout d' amour fut 
une délicieuse idylle; charmante princesse, si populaire 
en Italie, que Paris a récemment saluée et acplamée avec 
une respectuense allégresse et qui, par sa gràce et sa 
beauté, est venne, en entrant dans la Maison de Savoie, 
ajouter un fleuron slave à une couronne latine! 

Ainsi que Y a fait justeraent remarquer la Rivisla' 
Italiana numismatica (1), la princesse de Naples devint dans 
les travaux de numismatiques de son époux, une fida et 
intelligente compagna, comme d' ailleurs V étudiant princier 
avait trouvó auparavant ul^e collaboratrice tendrement 



(1) Milan, 1897, fascia. IV p. 541. 



— U2 — 

(levouée dans sa mère, la douce reiue Marguerite, doni 
les cruels malheurs n' ont pu alterar 1' exquise bonté. 

La collection de mounaies et de médailles italieunes 
du raoyen-age et des teraps raodernes, réunie sous les 
auspices de Victor-Emmanuel III, est la plus belle et la plus 
complète qui existe pour la numismatique de la péninsule 
à ces époques. 

Ce trésor inestimable, ren ferme au Quirinal, compie 
plus de cinquante mille pièces, parmi lesquelles quatre 
mille en or. Elle contieni aussi beaucoup de spécimens 
uniques et inédits, et on y admire les plus gran de^ raretés, 
surtout dans les séries de Rome et de la Savoie (1). 

Des esprits superflciels se sont demandé comment le 
futur roi d' Italie avait pu s' adonner avec passion à la 
numismatique: pourquoi il n' avait pas choisi de préférence 
une autre science et quels profits il avait bien pu en tirer. 
La róponse est bien simple. Par sa nature mème la numi- 
smatique touche à la mythologie, à V épigraphie, à la 
symbolique, à la chronologie, à la philologie, mais ssortout 
à rbistoire et à la géographie, et on a pu dire sans 
exagération, que cette science forme une des bases fon- 
daraeutales de T archeologie. Cesta cette source feconde 
que les érudit» ont puisé, pour reconstituer les aunales 
des évolutions des sociétés civilisées : 

« La science des médailles, si riche aujourd' bui en 
f monuments anciens, laisse encore bien des mystères à 
w dévoiler aux générations futures, et il est utile que 
» r bistorien soit éclairé dans sa marche par les inscriptious 
» numismatiques, » ainsi s' exprime T historien M.*" J. Bol- 
denyl dans son savant ouvrage sur la Hongrie, royaume 



(1) Je suis redevable de ces curieux détails à M."" Francesco 
Gnecchi, au trèsérudit Directeur deiìa, Bivista Italiana nuìnùtmatka 
de Mìlan,que je tiens à remercier publiquement de sa parfaite et 
si courtoise obligeance. 



d 



- 143 — 

qui, eu particulier sous les dyiiasties d' Arpad et de « la 
> maison d' Anjou », a fourni des spéciraens de nuraisma- 
tique artistique si flns et si riches à la fois. 

Dans la longue enquéte patiemment entreprise par 
r histoire sur le passe de 1' humanité et le développement 
de la civilisation, les monnaies et les médailles costituent 
des téraoins en quelque sorte oculaires, incorruptibles et 
indiscutables. 

Qu' il nous soit permis d' appuyer cette affirmation 
par un exemple probant et tout récent : nombre de médail- 
les rappelaient V Ara Pacis, monuraent des plus caractéri- 
stiques de la Rome Imperiale, erigée par les amis d' Augu- 
ste en son honneur ; mais on ignorait V emplacement du 
célèbre monument enfoui et disparu. Des fonilles exécutées 
sous r habile direction d' un archéologue italien, M/ Pasqui, 
viennent de mettre à jour près du Corso les restes ensevelis 
de V Ara Pacis. Or, si T on donne suite au projet de réf- 
dification de ce beau specimen architectonique, de quel 
précieux secours ne seront pas les monnaies de V epoque, 
qui en ont perpétue le souvenir ? 

Par ailleurs quel gain inestimable n' ont pas retiré à 
la fois la philologie et la géographie des 1200 noms de 
lieux et des 2.400 à 2.500 dénominatious de personnages, 
qui ont été sauvées gràce aux symboles iconographiques 
des époques mérovingienues ! 

Aussi M.*" F. Lenormand a-t-il rappelé avec justesse 
dans son savant ouvrage « La monnaie dans r Antiquité », 
que les Romains conservaient précieusement des coUections 
de pièces ancien nes et étrangères, uniquement afin de prou- 
ver, e' est le cas de le dire (ajouterons-nous) « pièces en 
mains », la réalité de certains événements marquants. 

On sait que les revers des monnaies sous 1' Empire 
romain forment en quelque sorte par leur multiplicité 
variée et leur précision chronologique les archives ofB- 
cielles de Y Histoire ; aussi les portraits monétaires des 
Césars ont ils été d' une grande utilité pour attribuer le 



— 144 — 

iiorn qui leur convient à bien des statues d' Empereurs 
roinains, doni la science se reconnaissait impuissanie ù 
reconstituer l' identité. 

Oa a dono pu dire avec raison, eu parlaut de T im- 
mense serie de monnaies irapériales, qu' il y a là une 
adrairable galerie de plusieurs milliers de tableau^ en mi- 
niature, qui déroulent à nos yeux les événements d'un 
règne, nous initieut à la vie publique de chaque Empereur 
nous le font suivre étape par étape dans ses expeditions 
et ses voyages. 

Si de 1' Erapire romain nous passons à V epoque con- 
temporaine, voici, à propos des médailles inipériales, ce 
que dit M' Frédéric Masson (de V Académie frangaise) dans 
son nouvel ouvrage Napoléon ei san fils: 

« Cette suite incomparable, par qui la gioire de Napoléon 
» se trouvera assurée, alors que les livres auront disparu, 
» que les monuments seront en poussière, que les der- 
» niers débris de V a>uvre gigautesque, dispersés au veni 
» seront abolisdela niémoire des homines des barbaries, ou 
» déchiffrera les nonis de ces capitales, pour la première 
» fois réunies sous un mòme sceptre ; on épellera les voca- 
» bles des Bonnes-Villes, qui corame des points lumiiieux, 
> illumineront cette carte d'Europe sur laquelle Napoléon 
» a repandu son erapire, et devant ce témoin irrécusable 
» à la face d'or, d'argent et de bronze, l'autiquaire devra 
» confesser que ce ne fui pas une fable et que le XIX' 
» Siècle eut aussi son Alexandre ! » C est peut étre le plus 
éloquent éloge qui jusqu' à ce jour ait été fait de la 
nuraisraatique ! 

11 n'est par suite pas surprenant qu' un prince appar- 
tenant à une race guerrière corame la Maison de Savoie, 
se soit adoniìé à la nuraisraatique, qui a des liens si étroits 
corame nous l'avons déjà dit, avec l'histoire et la géo- 
graphie, bases de l'art railitaire! que doit connaiin^ 
spécialeraent un futur roi, chef suprème de l'armée naiio- 
nale. Eu outre, la science des médailles et des monnaies 



— 145 — 

a certainement contribué à developper encore l' esprit 
chercheur du Prince de Naples, au cours des fructueiix 
voyages qu' il a faits pour achever son éducatiou en 
parcourant la plupart des Etats d' Europe et plusieurs 
coutrées de V Asie. 

Ajoutons que T occupation du nuraisraate, on du nu- 
fnisrnatiste, ou du médailliste a' est pas celle d' un oisif ou 
d'un flaneur; sMl veut collectionner sérieusement et avec 
inéthode, il lui faut classer, dénommer, écrire, déchiflfrer, 
reconnaitre les dates, vérifier les signatures et constater 
mille menus détails au sujet de V authenticité. 

Pourquoi La Bruyére (1) est-il donc si sevère pour 
Diognète, lorsqu' il écrit fort spirituellement, mais avec 
une raillerie acórée : « Je T admire et je le coraprends 
» moins quejamais? Pensez-vous qu'il cherche às'instruire 
» par les médaiiles et qu' il les regarde comme des preu- 
» ves parlautes de certaius faits, et des monunirnts fixes 

> et indubitables de T ancienne histoire ? — Rien moins. — 
» Vous croyez peut-élre que tonte la peine qu' il se donne 
» pour recouvrer une téle vient du plaisir qu' il se fait 
» de voir une suite d' empereurs non interrompue ? C est 

> encore moins : Diognète (2ì sait d' une médaille le fruste, 
» le flou et la fleur du coin ! ». 

Il ne faut certes rien exagérer et ce serait errer; 
gravement que de demander aux médaiiles seule^ la solu- 
tion de certains problèmes que pose 1' histoire ; mais ces 
téraoins véridiques peuvent ètre d' un grand secours à 



(1) Les caractères — Chapitre III — De la Mode. 

(2) Sulvant certaines cUfs^ le Diognète, que nous montre La 
Bruyére, serait «le due d' Auinont », dit M."" Charles Sellier dans 
son volume Hotel d' Àumoiit (Paris- 1903) — page 701. 

Ce due d*auinont (Louis-Marie-Victor), premier gentilhomme 
de la Chambre, (1632-1704), était renommé comme collectionneur 
et surtout comme curieux de médaiiles : e' est à titre de numismate 
qu*il fut élu mombre de ì'Acadèmie des Imcriptions et Belles-Ijcttres. 

10 



14G - 



r historien, qui s' appuie à la fois sur If s monnaies, leu 
iuscriptions, les monumeuts en tout genre, et sait les 
rapprocher entre eux, les comparer aux récits et chrouiques, 
les expliquer tous les uns par les autres. 

La nuraismatique n' était dono pas inutile, taot s'eo 
faut!, à rinstruction de T héritier présomptif; d' ailleurs 
il est tout naturel que cette science bien ùalienne alt 
séduit un prince dont V esprit très-ouvert était haute fles 
grandeurs de la patrie et des gloires roraaines. L'Italie, 
en effet, n' est-elle pas avec la Grece, son educatrice, la 
terre classique de la numisraatique, le pays d' électiou des 
érudits adonnés à une science embellie par V art, cette 
fleur exquise qui s' épanouit avec tant de gràce sous les 
rayons vivifiants du soleil radieux dorant les ciraes des 
Apennins ? 

Les étyraologies mémes font penser à Rome et à 
r Italie ; car, si le mot de numismate a une origine 
grecque « numisma » monnaie, par contrel et erme de raon 
naie ne vient-il pas du latin ììwneta, « V avertisseuse du 
Capùole », surnom donne à Junon, parce que le premier 
atelier monétaire avait été installò dans une dépendance 
du tempie de cette déesse, lui mème élevé à V endroit pré- 
cis, d' où Manlius appela les Romains pour repousser les 
Gaulois cherchant à s' emparer du Capitole par surprisef 
Et le mot médaiUe n'a-t-il pas une étymologie italienne: 
metallica, qui au moyen-age était synony me d'obole ou de 
demi'deìder ? 

En Italie quelle variété de types monétaires au cours 
des siècles, depuis les lourds pavés cités par Tite-Live et 
qu' il fallait transporter sur des chariots pour de gres 
paiements, depuis les lingots quadrilatères de brouze, re- 
produisant V image primitive d' un boeuf ou d'une brebis, 
souvenir manifeste de V ancien étalon commercial repré- 
senté par du héidi\\, pecus (d' où pecunia) jusqu' aux lires 
actuelles d' une jolie frappe à Y effigie des Souverains de 
la dynastie de Savoie, en passant par tant de curieui 



— 147 — 

spéiùmèns monétaires aux symboles icoiiOgraphiques si di- 
vers : d' abord ras ou quadrussis en cuivre ; puis les de- 
nier, quinaire ou sesferce^ lors de V iastallation des premiers 
ateliers à Rome pour la frappe de V argeut ; ensuite en 
Sicile, comme dans les colonies chalcidiennes de la pénin- 
sule, les drachmes, imitation de V étalon éginèdque, ou les 
stralères reproduisaut dans les colonies achéennes V étalon 
corinthien; plus tard les premières monnaies d'or frappées 
à Rome sous Sylla ; ensuite les aureus ou nummus auretis^ 
raonnaie de poids et de valeur fixes créé par Jules Cesar. 

Enfln, pendant tonte la durée de T Empire roraain, 
r Italie n' est elle pas le pays des Grands, Moyens et Petits 
Bronzes, terraes qui, a dit « une notorieté », M. Cohen, au 
» début de son fameux ouvrage, Des Monfìaies frappées sotis 
» l'Empire romain, n'ont ritMi de scientiflque ni de réel, 
» mais qui sont cependant les seuls à satisfaire à tons les 
» besoins de la numisraatique romaine. » ? 

Citons, seulement en passant, les médaillons contor- 
niates en bronze, postérieures à Constantin, dont Tetyrao- 
logie vient encore de l'italien {contorno, sillon, creux,) 

Arrivons nous à la féodalité? Les séries monétaires 
et les types sont encore fort intéressants avec les deniers 
Carolingiens, la génovina de Gènes, la fleur de lis de Flo- 
rence, le grosso ou matapan d'argent de Venise, à l'effi- 
gie pittoresque du Doge recevant une bannière des mains de 
S.* Marc, avec les tari d'or du duché de Pouilles, les 
foUari de bronze, imitant la monnaie de Byzance, avec 
les augustaies d'or de Sicile, qui passent pour les plus 
belles pièces du Moyen-Age ; enfin, pour nous limiter, avec 
les florins d'or de Florence (1252) au lendemain de la 
fondation de la République et les ducats ou seqnins d'or 
de Venise sous le doge Jean Dandolo, (1284). 

Passons nous à la Renaissance. « C est surtont en 
» Italie, de 1440 environ jusqu' à la fin de cette centurie, 
> que fleurit l'art de ciseler et de foudre les grands médail- 
» lons, lit-on dans l' Introduction du Tnésor de Numisma- 



— 148 — 

tique et de (riypfiffur » publié sons la direction de M/ 
Paul Delaroche, qui traile avec tant de compétence des 
médailles italiennes exécutées aux XV. et XVI siècles. 

On ne saurait non plus oublier la fameuse ècole de 
Verone (1), (rivale de 1' école fiorentine de Masaccio) 
fondée par le grand artiste Vittore Pisaneilo (2), qui forma 
de si ramarquables élèves à Panne, Mantoue, Ferrare, eu 
Toscane (3) et dont les superbes médailles donnent les 
portraits eu miniature de plusieurs milliers de princ^s 
ou de personnages contemporains en Italie. Le talent 
artistique de Pisaneilo était tei que T on a pu dire, sans 
exagération aucune, que ses admirables raédaillous re- 
présentent une sèrie de petits chefs-d' oeuvre de uetteté, 
de concision et d'éloquence, bien dignes d' admiration. 

La patrie de ces célèbres graveurs, dont le norabre 
atteint 200, fut donc le berceau de V art de la médaille 
artistique, qui se répandit ensuite, pour s' épanouir aussi 
avec éclat en France et en Allemagne. 

Sans méme étre numismate, on peut se rendre compie 
de la diversiié, du goiìt, du fini artistique des médaillous 
italiens en parcourant, par exemple, les planches du ma- 
gnifique ouvrage de Litta sur les Famiglie celebri italiane, 
Gonzaga, Médicis, Sforza, Aldobrandini, Farnese, Candiauo; 



(1) Citoiis h Verone mème les remarquables médailleurs : 
M.'itteo de Pasti, Giulio della Torre, J. M. Pomedello, Giovamii 
Canotto, etc. 

(2) Pisano Vittore, dit Pisaneilo peintre et médailleur, né k 
San Vito, dans le Véronais, vers 1380, mort vers 1456, recherchc 
])ar tous les princes de son temps, en particulier par T Empereur 
Jean Paléologue, le pape Martin V, Francois de Gonzague, Liouel 
d' Este, Isotte de Rimini et**.. . . . dont il a éxécuté les admirables 
médailles. 

(3) Par exemple : Sperandio à Mantoue, Giovanni Boldù à 
Venise, Marescotti à Ferrare, Giovanni Francesco à Parme, Audreo 
à Cremone, Ambrogio Frappa dit Caradosso, Pastorino, etc. etc. 



— 149 — 

Mocenigo de Veuise, Colonna, Orsini, Pallavicino, Trivul- 
zio, etc. etc. 

Ajoutons que longue est la liste des savants, antiquaires 
cu archéologues italiens, qui ont écrit d' ircportants ouvra- 
ges sur la numismatique ou agrandi le cercle des con- 
naissances dans cette curieuse branche scientifique. Dès le 
début du XVI siècle Fulvio Orsini publiait à Rome un 
vaste recueil sur les raonnaies de la Rèpìthlique romaine^ 
traité appelé par les spécialistes aureum ri divmum. TJn 
siècle plus tard, Filippo Paruta, coraposait à Palerme le 
premier répertoire des monuaies siciliennes. Citerons nous 
Mezzabarba, le Cardinal Noris, Arrigoni, Anselmo Banduri, 
le bibliothécaire du due d' Orleans, auteur de la Numisma' 
fica Imperatorum romanonim, comprenant le sèrie des 
Erapereurs romains et byzantins de Trajan à la chute de 
la dynastie des Paléologues ; puis Gori, V antiquaire, dont 
le Museum Florentinum nous initie à tant de détails sur 
les médailles des collections de Florence. Cortes, bien des 
inexactitudes et des lacunes ont été relevées dans les 
ouvrages de ces primitifs ; mais, comme l'a reconnu avec 
justesse Henry Cohen: la plus grande reco nn aissa nce est 
due « aux anciens numismates pour leurs savants et 
iucorrects travaux », qui ont preparò les grandes oeuvres 
des maitres, tels que Brandis, Mommsen, Lenormand, Bar- 
clay et en particulier V immortel législateur de la numisma- 
tique ancienne, I. H. Eckhel, dont le fameux recueil, 
Doclrina nummorum veferum, n'a pas èie surpassó au poi ut 
«le vue general. 

Le Italiens modernes, eux aussi, ont apporté à la 
science des Médailles et des Monnaies leur précieuse con- 
tribution ; il suffit de rappeler les noms bien connus de 
Cernuschi, de Desimoni, de Papadopoli, de Dattari, de Pa- 
razzoli, de Francesco et Ercole Gnocchi, de Solono Am- 
b rosoli etc. 

Il n' est (Ione pas surprenant qu' en fin connaissour 
Victor-Emmanuel III, au cours de sa visite à V hotel de la 



-- 150 — 

Monnaie de Paris, ait surtout examiné avec le plus vif 
intérèt les pièces des divers Etats composant V Italie avant 
r unite, depuis les monnaies de papes, tels qiie : Benoit XIX, 
Urbain Vili ou Innocent XI, des ducs de Ferrare, de 
Lucques, de Mantoue jusqu' aux effigies d' une Marie-Louise, 
duchesse de Parme, à V élégant diadème retenant la torsade 
de cheveux caractéristiqìie, d' un Murat si séduisaut, 
Gioacchino Napoleone à Tabondante chevelure tonte frisée, 
d' un Ferdinand, roi des Deux-Siciles, au masque deprime, 
épaissi par la courbure trop accusée du nez bourbouiiien. 
N' est-il pas d' ailleurs naturel que le descendant des Araédee 
et des Philibert se soit longuement arrété devant la c^l- 
lection olferte au Musée en 1860 par son aieul Victor- 
Emmanuel II et reproduisant la sèrie de portraits des rois 
de Sardaigne « à la téte de fer >, au profil plus énergi- 
que que régulier, des princes entreprenants de cette antique 
« Maison de Savoie », fièrement assise sur les Alpes, aussi 
versés dans la science de la diploraatie que dans Tart 
railitaire, enfìn qui avaient pour secrète derise : agrandir 
leurs petits Etats raontagneux par tous les ressorts de la 
plus habile politique, emportant mème à V occasion la P'or- 
tune presque de force, à coups de temer ités, récompeiisées 
par un succès final vraiment fantastique ? 



Joseph Joiìbert 



IMIOTTI 
DEL POPOLO VENEZIANO 



DUE CONFERENZE TENUTE ALL' ATENEO VENETO DAL 

DJ CESARE MUSATTI 

(Conthìuazioììe — Vedi: Voi. I. - Fase. 1 - Gennaio- Febbraio 1904) 



II. 



La sera del 14 gennaio 1830 un nostro poeta, già 
innanzi con gli anni, usciva n tarda ora dal palazzo ospitale 
della contessa Lucrezia Mangilli Valmarana per ridursi a 
casa sua ; impresa non facile, che dopo la furiosa nevicata 
di tutto quel giorno, le strade erano quasi impraticabili, 
e la buona contessa trepidava per il poeta. Ed egli la 
mattina poi le dà notizia di se. Così : 

Gerì sera per i trozi 

De la neve zapegada 

E verzindome una strada 

Dove pie no gera sta ; 

Caminando come un omo 

Che no 'I sa dove ch'el vaga 

A passeto de lumaca, 

Col sbrisson sempre obligà; 

Fando i ponti, deventai 
Senza bande né scalini, 
Proprio come i fantolini 
Rampeg'andome a gaton; 
Sempre in mezo a montag-nole 
De bissache de farina, 
de pana o de puina, 
O de bj»le de coton ; 



— 152 — 

E trovando fabricai 

Per i campi e per le' cale 
Novi ponti, e de le scale 
Dove mai no ghe n'è sta; 
Col mio mocolo davanti 
Che me fava compagnia. 
Finalmente a casa mia 
Grazie a Dio son arivà. 

E co un gusto so andà in leto 
Mai prova, no ve minciono, 
Né go fato mai più un sono 
Cussi longo né più bon. 
Ecco qua, cara Contessa, 
De la storia de gersera 
La pi tura giusta e vera 
La distinta relazion. 

Ve la scrivo, ve la mando 
No per boria da poeta, 
Ma perchè possiè star quieta 
Che no go pericola. 
L'è un tributo a quela pena 
Che per mi che andava in strada 
Gentilmente à dimostrada 
El cuor vostro inzucarà. 



Non conosco dei nostri poeti dialettali che Riccardo 
Selvatico, che abbia superato il Coletti nel cantare Venezia 
sotto la neve con quella cara e sana giocondità eh' è 
una delle caratteristiche della Musa veneziana. Parona, 
la. crisci, . ., parla, come sapete quel ghiottone d'Arlecchino 
che anche davanti al bianco spettacolo non può a meno di 
tuffarsi neir ideale, Y unico suo, la culinaria : 



- 153 - 

Parona la casca — la varda che fiochi 
la casca, la taca — la vicn a balochi ! 
Che gusti, che godi — la taca e in altana 
i copi coverti — par piati de pana; 
de pana, parona — e ben preparai 
che tuti i camini — xe storti irapirai 
Che gusti, che godi! — da basso el campielo 
la varda co' lisso — co' bianco co' belo ! 
El par una torta — dasseno che mora 
co tuta la giazza — butada per sora. 
El pozzo de mezo — o caro ! un bodin, 
Coverto pulito — de zucaro fin 



Di tali fresche e spontanee leggiadrie è capace il nostro 
dialetto ; come può improntarsi sotto una bonomia, eh' è 
soltanto apparente, della gravità più solenne, quando si 
snoda nell' ampio e sonoro periodare dei veneti senatori ; 
come finalmente assumerò valore storico quasi documentale, 
allora che lo troviamo fermato, alla maniera d' un buon 
metallo nell' intatto disco d' una medaglia, in quei detti 
popolari, dei quali v' offersi già un manipolo Tanno scorso, 
e un secondo ve ne reco stasera. 

Naturalmente non sempre questi detti, per quanto nella 
massima parte testimoni eloquentissimi di avvenimenti 
pubblici e privati più o meno importanti e di costumanze 
nostrane, meritano eguale attenzione ; poca o molta però 
sanno conquistarsela tutti, anche quelli che ci compaiono 
a primo aspetto umili e assai comuni. Cosa, ad esempio, 
di più ovvio deir udire da chi alluda ad epoca remotis- 
sima : Robe che se usava ai tempi de Marco Caco { Non 
e' è forse veneziano, nelle cui labbra questo signor Marco 
non sia prasto o tardi capitato; ma quanti sanno donde 
ci venga ? Un Marco Caco io conobbi per caso parecchi 
anni fa nel R. Archivio di Stato in un testamento del MMH 



— 154 — 

di certa Francisca uxor Marci Chaci, moglie dunque di un 
Marco non meno Caco del nostro, che abitava nei pressi di San 
Simone {de confinio Sancti Symoni) (1). Ma era poi egli il 
Marco Caco che cerchiamo ; oppure azzecca giusto chi stima 
invece trattarsi di quel Marco Cocano (storpiato nel nome) 
il quale si comportò tanto valorosamente T anno 1214 alla 
Torre delle Bebbe, nella guerra tra Veneziani e Padovani, 
scoppiata in seguito al fatto notissimo del Castello d'a- 
more (2) ? In cambio d' un giudizio definitivo, contentiamoci 
di notare una curiosa coincidenza : che cioè anche a Chiog- 
gia tirano fuori la Torre delle Bebbe, quando uno nel discorso 
la prende troppo di lontano. « Oh scomenzeu da ave, besair. 
la Torre de le Bebbe?, ossia dagli avoli, bisavoli e dalla 
guerra della Bebbe, nella quale è risaputo che i Chioggiotti 
ebbero non poca parte di gloria. 

Ma vediamo altra frase ancora più volgare e diffusa, 
qual' è r andar in piazza. Cosa, domando io, di più co- 
mune, pure oggidì? E però, guardate fortuna delle frasi! 
Ai tempi della veneta republica lo si diceva, scrive Boerio, 
quando un giovane patrizio mettevasi per la prima volta 
la vesta, e vi entrava pel broglio a farsi vedere e cono- 
scere. Veramente questo ingresso veniva chiamato entrar 
vegnir in brogio, denominandosi brogio quel tratto sotto 
i portici del palazzo ducale presso V antico brolio o brolo 
di S. Marco dove ahimè ! le cariche più lucrose dello Stato 
venivano pubblicamente mercanteggiate, e di qua le voci 
brogio e brogiar, entrate anch' esse nella sempre prosperosa 
famiglia degl' imbroglioni. Contro tal piaga eransi statuite, 
come ricordano il Molmenti i.'i), il Borghi (4; e recentemente 



(1) Sez. notar. Busta 7(k} c. s. ii. 
i2) Filiasi. Ven. primi e st'condi. 
8ì Ari-h. Stor. Ital. UM);{ Disp. II. 

(4^ Del bro«:Iio in Nuove Veirlie veneziane. Anno I. N.' IX-X. 
Venezia 1 Novembre lS!>r>. 



^ 



— 155 

Antonio Pilot (1), varie e gravi pene, ma indarno. Senza 
brogiar non si veniva a capo di nulla neanche allora ; onde 
Cornelio Frangipane, scrittore friulano del secolo XVI,*" 
brontolava egli pure che a Venezia « chi non sa parlare 
di broglio, spesso si trova in parte ove gli convien star 
mutolo, et volendo ciò fare è mestieri conoscere le amicizie, 
li parentadi, le dipendenze, et sapere chi nei consigli sia 
proposto, et a qual ufficio o magistrato ecc. ecc. » L'n bel 
tomo però doveva essere questo signor Cornelio cui non 
garbavano le brigate « perchè vi si scherzava troppo » ; e 
si noti che scriveva cosi in pieno cinquecento, quando più 
giocondo e grasso vivere non si sarebbe potuto immaginare 
altrove; non la gondola, « perchè cosa di uomo rozzo delicato 
et troppo molle »; non perfino le donne bellissime « che al 
pari d'altre vagheggi e diletti non debbono mover T homo 
a mutar stanza, anzi a fuggirla.», (2). Ma con queste 
melanconie nella testa, perche intanto s'era egli mosso da 
casa sua ? 

Noi a buon conto ve lo lascieremo, e poiché siam capi- 
tati in piazza, qui faremo sosta. La torre secolare è caduta; 
altri crolli sono avvenuti ; ma io vedo ancora a dozzine 
i forestieri, che dinanzi alle tante meraviglie del nostro 
San Marco stanno lì a bocca aperta come rapiti in una 
suprema visione di bellezza. E che passeggio fiorito ! 
Quante eleganti signore e quante gaie popolane passano 
suscitando una corrente magnetica di desideri, di sospiri, 
e talvolta anche un zinzino di critica! Se anzi sentirete 
qualche Don Marzio malignar su taluna, io vi chiedo scusa 
tiu d' ora della sua indiscretezza. Eccolo, ad esempio, mor- 
morare contro una galantona che sembra veramente un 



(1) Un Capitolo inedito contro il broglio. Ne V Ateneo Veneto 
Settembre-Ottobre 1903. 

(2) I forestieri in Venezia. Lettera inedita. Venezia Anto- 
nelli ia58. 



— 156 — 

negozio ambulante di bambagia e di nastri : La me par 
la piayola de Franza ! Frase non nuova neanche uel 
settecento ; vi ricordate cosa dice ne / Rusteghi di papà 
Goldoni sior Lunardo alla moglie, che s' era abbigliata 
fastosamente, attendendo i tre amici del marito, invitati 
con le rispettive pavone a spassarsela insieme quel di di 
carnevale ? 

— 4c Mi no m' importa che fruessi, vegnimo a dir d 
merito, anca un abito a la setimana. Grazie al cielo, no 
son de quei omeni che patissa la spienza, Qento ducati li 
posso spender, ma no in ste buff'onarìe, Cossa'voleu che diga 
quei galantomeni che vien da mi? Che sé la piavola de 
Franza ? No me vài far smatar ». 

Ora sappiate, che ricorrendo la festa dell' Ascensione, 
solevasi esporre dalla crestaia più in voga una grande 
puppattola, attillata secondo Y ultima moda di Parigi, e 
chiamata appunto la piavola de Franza, comecché anche 
allora le fogge novelle provenissero da colà, anzi ben prima, 
usandosi quella specie di figurino sin dal XVP secolo (1); 
e quei fantocci, che ci guatano pur oggi dalle mostre dei 
nostri negozianti di Merceria con la fissità vitrea, inconsa- 
pevole, propria di tanti pazzi e delle marionette, a giudicare 
dair aria di famiglia, sono certamente suoi pronipoti. 

Ma il nostro Don Marzio ha ripreso le sue mordaci 
funzioni a proposito d' altra dama, veduta a braccetto d' un 
tale, che forse egli nemmeno conosce. Oavemo (uditelo) 
ci c«*ivalier servente ancuo ! frase che talvolta per celia 
indirizziamo anche noi ad un'amica accompagnata al pas- 
seggio dal figliuolo da un nipotino ; e nella quale sta 



(1) Ma fin dal quattrocento « un patrizio veneto, il Prinli, 
^ lodatore del tempo passato e dell'antica modestia e parsimonia 
» nella vita domestica, si doleva vi fossero a Venezia due cosi* 
» molto difficili a disfare : la bestemmia e i vestimenti alla francese 
^ (Molmenti, (Gazzetta dì Vcupzia lo ottobre 1903) ». 



— 157 - 

un languido ricordo dei cavalieri serventi d' una volta, 
quando erano fino dal principio del secolo XVII il com- 
plemento necessario d' ogni matrimonio, una vera e propria 
istituzione, come la definisce il Molmenti, che si voleva 
osservata e sancita negli stessi contratti nuziali. Quanta 
umiltà poi di servigi fornissero i cicisbei alle belle intorno 
a cui tortoreggiavano, torna ozioso ripetere a chi ha letto, 
come avete letto senza dubbio voi tutti, Il Cavaliere e la 
riama e Le Femmine puntigliose del grande nostro comme- 
diografo ; e quindi non vi siete certamente sorpresi sen- 
tendo il buon Pantalone osservare ne La Famiglia ilei- 
r antiquario : € Done capriciose, marii senza cervelo^ serventi 
per casa, bisogna per forza che luto vaga a roverso » ; 
o quando in una delle prime scene de La Casa nova la ca- 
meriera Lucieta, richiesta dal tappezziere Sgualdo della 
padrona che ha suonato il campanello : xela sola ?, gli 
risponde : « Oh sola^ fegureve ! La lo ga el cavalier serpente ! > 

Ma sul cicisbeo che fioriva non soltanto a Venezia, 
ma in tutta Italia (1) ora poi basta ; perchè in piazza ci 
rimane da osservare di meglio, magari i remagi^ in cui non 
e' è che del legno e un po' di ferro, e tuttavia maggior 
sugo. 

Che xe o che par un remagio si vuol dire d'un 
semplicione che ci ^ta davanti duro impalato senza proferir 
parola; storzerse, o saladar come un remagio di chi 
nel porgere o salutare si piega e si drizza bruscamente e 
repentinamente quasi per efietto di molla, così insomma 
da rammentarci la materia prima e i movimenti di quei 
Re magi, la cui origine par certo rannodarsi alla sacra 
rappresentazione medievale, e che passano ogni ora davanti 
il simulacro della Vergine su la torre dell' orologio dal 
giorno dell'Ascensione o Sensa a quello del Corpus Domini. 
E chi non ha presenti « quei tremila capi di uomini, 



(1) V. in Costumanze e sollazzi di Achille Neri. 



— 158 — 

congiunti spalla a spalla, immobili quai pietre, colla faccia 
levata tutti air insù verso l' oriuolo » che ci descrive 
Gasparo Gozzi e vedemmo noi stessi « rivolti ad attendere 
che scocchino le ore perchè s'apra l'usciolino dei magi ?». 

Tommaso Locatelli riguardava questo spettacolo il suo 
più prediletto. Ricercatene mo oggi certe testoline bizzarre, 
e e' è da buscarsi dei cretini. Ma tra costoro che vorrebbero 
dar di frego a tutte le nostre tradizioni, dalle grandi alle 
piccole come questa, e i moltissimi cui piace ancora sentirsi 
tratto tratto alitare sul capo un soflBo di vecchia vene- 
zianità ; con chi stiamo io e voi, non e' è da scervellarsi 
a indovinarlo. 

Ben altro però di superbo e magnifico offeriva San 
Marco in questa festa della Sema istituita, sembra, fino 
dal 997 che Pietro Orseolo IP conquistò V Istria e la 
Dalmazia, e che cadeva sempre e poi sempre in giorno di 
giovedì. Ce lo conferma anche un vecchio proverbio : Più 
se vive, più se pensa ; ma de zoba vien la S^nsa ; proverbio 
che conta per lo meno quattro secoli ed oltre, a desumerlo 
da una specie d' umoristico notiziario, con cui Andrea Calmo 
chiude una delle sue lettere famose; vero fiume di parole, 
come le giudicò Adolfo liartoli, che si rincorrono ridendo, 
ma che all' amenità associano un grande intere^^se per la 
storia del costume popolare, e non meno per lo studio del 
dialetto nostro del cinquecento. « Da niovo » (sentite di 
che razza di novità informa 1' amico cui è diretta la let- 
tera, messer Bartolomeo De Salis veronese) « la Setisn è 
vegnua de zioba ; ei di de JSadal se magna carne; l*nqwi 
salsa va torno Veniezia ; mio fradelo è fio de mio pare; 
la luna ogni mese se ingravia ; un naviglio de angurie é 
zonlo cast feribile che de le seme se fa burchi tuli d'un 
pezzo; al culiseo de Pola gh* è monta el grizzolo de vegnir 
a far reverentia a la vostra Rena ». E con questa visitina 
dell' anfiteatro di Pola all'Arena di Verona facciamo punto 
e torniamo in carreggiata. 



L . 



— 159 — 

Superfluo, descrivere ai Veneziani lo sposalizio del 
mare che il Doge celebrava dal dorato bucintoro in tal 
solenne giornata; ma opportuno per gli scopi nostri ac- 
cennare alla fiera franca dell' Ascensione, volgarmente 
sensa pur essa, che durava lo giorni ed era in realtà una 
specie d'esposizione industriale, come dimostrò il Cameroni 
rivendicando a Venezia il primato di tali mostre (1). Si 
commetteva all'uopo ai più celebri architetti, mastro Buono 
per es. nel 1519, Jacopo Sansovino nel 1534, di erigere 
in piazza un recinto dei più eleganti e spaziosi a doppio 
ordine di botteghe, e gli espositori venivano esentati da 
qualsiasi lama, e favoriti in tutti i modi, onde i forti 
trafficanti nostri e d'ogni nazione vi concorrevano, e una 
folla immensa di cittadini e di forestieri vi girava da mane 
a sera ad ammirare in mezzo allo sfarzo degli addobbi, a 
quella festa di colori, alla naturale magnificenza dell'am- 
biente, tante stupende ricchezze non solo di merci, ma 
anche d' arte. Dice infatti il giovanotto alla fanciulla del 
suo cuore secondo una vecchia canzone : 



Bela te vói depenzer su d'un quadro 
E da la seiisa voi meterte fora ; 
Tuti dirà : Mo che bela signora 
Che da la sensa i la voi méter fora. 



Non e' era zerbino che non vi conducesse la propria 
innamorata, regalandola di qualche ninnolo, donde la frase 
pagar la sensa, usata anche oggi per far regalo. A tale 
infine giungevano lo stupore e il divertimento, che molti 
convien credere, secondo Dall' Ongaro vi perdessero il capo, 
poiché andar a la sensa si dice tuttora a Venezia per 



(1) L'origine delle Esposizioni industriali vendicata all'Italia 
Trieste Coen 1873. 



160 — 



I 



andar in visibilio (1). A me peraltro sembra sommessa- 
mente che r andare in visibilio, cioè T andarsene in estasi 
dietro una profonda, per lo più improvvisa e gradevole 
impressione dell' animo, si manifesti dal nòstro popolo con 
altri modi, quali andar in brodo o andar in brodo de viole, 
che diventa broda di sùcciole pei fiorentini. L' andar poi 
a la sensa vale bensì rimbambire, come leggiamo nel Boerio ; 
o comunque « perdere la conoscenza e la memoria, preso 
forse dallo stordimento che poteva produrre in molti il 
trambusto della fiera, se pure non trattasi d' un cortese 
eufemismo, in cambio di dir bruscamente a taluno che 
l'è un insensà » (2). Ma io Y ho sentito per giunta e bene 
spesso applicare a colui che nelle sue operazioni procede 
con la lentezza della tartaruga, onde potrebbe essere vera 
anche la congettura del Saccardo che ravvisa Y origine 
della locuzione nel lungo tempo che impiegavano i Vene- 
ziani nel recarsi a S. Marco in quei di, tanto fitta era 
la calca. 

Scegliete ora voi, il commento che meglio vi persuade. 
Io preferisco afiacciarvi che in quest' ultimò significato, 
d' altre locuzioni più genuine ed espressive va ricco il 
dialetto nostro ; quali andar a la meea o esser una mecfl, 
illustratevi Y anno scorso dal coltissimo amico Ettore De 
Toni (3), e inoltre andar co la eorlera o col burcielo, 
paragone levato di pianta dalla proverbiale tardità di questi 
veicoli dei nostri nonni, che recandosi, ponete, a Padova. 



(1) Il Bucintoro Nuova Antologia 31 ottobre 1866. 

(2) Cosi annota la frase El Mestro df. Canartg'o (pseudonimo 
d'uno dei nostri più ccMti letterati) in una preziosa sua poesia: 
Tm S-Tìsa nel giornale Tm SchitUla Venezia 17 maggio 1896. 

(3) « Il nome della città santa dell'Arabia », disse il prf>f 
» De Toni, « divenne ben presto familiare tra i Veneziani, i quali 
» sentendo parlare di lunghi viaggi che i Maomettani doveano 
» fare per visitar la tomba del Profeta, introdussero nel loro liu- 



— 101 — 

sia con la famosa conerà o barca de Padoa, sia col famoso 
burcielo v' impiegavano la bellezza di 12 a 14 ore. Viag- 
giavano di notte con la coriera, 



« ampia Barcaccia 
Di storpi e ciechi, e Barattier sentina 
Su cui stridente, orribile vociaceia 
Suol dal Ponte gridar fino a Fusina : 
La va vUij la va vìa fin eh' ella é carca 
D'animai che non fur chiusi nell'arca. 



Partivano invece di buon mattino col burchiello, 



« vaghissimo naviglio 
Di specchi, intagli, e di pitture ornato 
Che ogni venti minuti avanza un miglio 
Da buon rimurchio e da cavai tirato . . 



Ed ora che sapete per bocca di Goldoni la differenza 
tra r agile burchiello e V ampia hurca da Padoa, non ho 
bisogno di spiegare perchè di un donnone che sfoggia al 
sole l'opulenza massiccia delle sue forme, si bisbigli: La 
xe 'na barca da Padoa. E posto che il discorso è caduto 
sui pingui, aggiungo che di uomo sformatamente grasso, 
s' argomenta : EI me par el Pioyan de la Braccia, per 



» guaggio le frasi : far el viagio de la Meca — andar a la Meca 
p nel significato di far una cosa con gran lentezza e pena. Ma 
• subì la frase col tempo un'alterazione, e la parola 7aeca ora si 
» dà alla persona stessa che ha il difetto della lentezza, e perciò 
» fu anche modificato il verbo dicendosi : ti xe una meca invece 
» di n va a la meca. » E si creò, soggiungo io, una nuova parola 
nel verbo imecarse che ha naturalmente lo stesso senso. 



11 



102 ~ 



l'enorme pinguedine d' un parroco appunto di S. Giovanni 
in Bràgora, D. Giovanni Domeneghini, morto nella prima- 
vera del 1889, il quale governò per 45 anni le anime di 
quel circondario con tanta bontà, quant'era la ciccia che 
teneva indosso. 

Per converso, d' un magro affrettato sentirete dire 
eh' è un ^emitècolo, il famoso occhialaio di questo cognome 
che noi, che abbiamo varcato la cinquantina, ricordiamo 
benissimo nel suo basso e angusto negozio in fondamenta 
deirOsmarin, sempre in piedi all'uscio o davanti al suo 
banco, lungo come la fame, la papalina in testa, le ciglia 
eternamente aggrottate, gli occhiali d' ottone sul naso, il 
collo strozzato da un cravattone a più giri, l'aria grave 
e misteriosa d' un vecchio alchimista. E a chi non si 
rammenta del Semitecolo altre immagini a profusione 
fornisce il nostro dialetto, che sono pennellate maestre 
d'una indiavolata evidenza, ma giudicatene voi smessi: un 
spàreso (asparago), un susin, un ciucianéspole, una Imérioln, 
un magnalusertole ; una pèrtega, una stanga, Idlola du fighi, 
un manego da scoa, un bacheto, un sleco ; un bigolo, un 
subioto, un fedelin ; una spisema, un dlega, un schifo, un cosso 
dcsperso, un filperdentc, un lantevnon ; ìnagro eh' el spiera, 
magro come la quaresima, el magnar lo magna In ; suto come 
un osso, seco come un dodo, seco incandio, seco disfruto, el 
s* à incaragolà ; scarmo, scachio, scancdìiico, desconio, supegà 
da le sirighCj insenetio ; un bacala, una sardcla, un cospefon, 
una bogiana, 'na renga fumada, un' anguzigola, una schiUu 
una canocia ; e se ancora non basta, Seneca svenata, pele e 
ossi, legneti e stecheti, la morte depenta, un scheletro, una 
mumia, un spetro, un crocefisso, el Cristo de Povegia, un 
Cristo hatuo, ossi e buse sestier de santa Crose. O quaFaltra 
delle tante cucine dialettali italiane potrebbe servim un 
pranzetto di tutto magro, più copioso e meglio condito 
della nostra ? 

Ma con tutte queste divagazioni, è probabile stiate 
intanto pensando che il vostro conferenziere se ne va ora 



— 103 — 

a la sensa anche lui, sicché posso dirmi : Salvìte Zeiiiinian 
che '1 caso è bruto, adoperato, come v' è noto, quando si 
corre un pericolo più o meno serio ed imminente ; e però, 
poiché ci siamo, tanto fa spiattellarne il motivo. La scon- 
sigliata demolizione nel 1807 della bella chiesetta di San 
Geminiano per sostituirvi una nuova ala del palazzo Reale, 
aveva contrarissimi i Veneziani, e nondimeno, a nulla 
erano approdate le generali proteste. Il Viceré faceva 
orecchio da mercante ; e chiamati due architetti ; uno da 
Milano, r altro da Bologna, aveva ordinato senz' altro che 
il vago tempietto di Sansovino venisse distrutto. Immagi- 
natevi quindi il brusio e il malumore dei cittadini in quei 
giorni : Salvile Zeminian che 7 caso è bruto girava per 
tutte le bocche, ed il motto restò. Quando poi, e' informa 
Vittorio Malamani nelle sue lodate Memorie del Cicognara{ì), 
il 10 agosto 1814 furono abbattute le ultime insegne 
francesi, sopra una colonna di queir ala di palazzo che 
Napoleone non doveva veder compiuto, si trovò scritto : 
Sic vos non vobis, e su di un' altra : Datoli de Spagna ; 
chi ghe ne sèmena, no glie ne magna. 

Né ancora me la sento di togliermi dalla nostra piazza, 
dove d'altronde noialtri Veneziani più stiamo e più staremmo, 
senza evocare la cazza o festa dei tori del Giovedì grassso, 
in cui la moltitudine s' abbandonava alla più matte bal- 
dorie, tostocchè uno dei nostri forti beccai l'avesse spuntata 
nel recidere alla prima bota (per usare le parole di Marin 
Sanudo) il collo di qualche bove ; festa durata qualche po' 
anche dopo la caduta della republica, e della quale rimane 
duplice ricordo : in una incisione di Giacomo Franco, e 
nella frase tuttora resistente alle ingiurie degli anni: 
tagiar la testa al toro che importa decidere irrepugnabil- 
mente un dubbio o una questione. 



(Ij Venezia Tip. dell'Ancora 1881. 



— I(i4 — 

E come poi sorvolare sui nostri celebratissimi carne- 
vali, tripudiati in questa reggia del gaudio e del diver- 
timento a segno che far carneval valse non solo bagordare 
in quel dato periodo dell'anno, ma far chiasso di checchessia? 
E notate che si dice inoltre canieval, con perfetta aflSnità 
di senso, tanto di una cicciona sana, fresca, appetitosa 
(xelo gnanca un carneval de donai quasi ci metta allegria 
il puro guardarla, e ce la mette davvero), quanto di chi 
sia consuetamente piacevole e burlone {co sto carneval 
de omo se ride anca se no se ga vogiaj. Né questi sono i soli 
detti dovuti al carnevale e alle sue maschere. Cosi masean 
te eonosso si schicchera a tale che s' infinge per chi 
non è, manifesta sentimento diverso da quello che si 
presume ; e nièterse e cavai*se la miiseara sono altre 
frasi usitatissime, sia in senso concreto durante^ il carne- 
vale, sia in senso figurato tutto V anno, che certe masche- 
re ci sono in tutte le stagioni. A proposito delle quali 
maschere (parlo di quelle eff*ettive) si vuole che alcune 
larve portasse primo a Venezia Enrico Dandolo reduce 
dalla conquista di Costantinopoli (1) dove avea veduto le 
donne con la faccia protetta da una pezzuola di velluto, 
forata in corrispondenza degli occhi ; e l'Urbani De Gheltof 
accenna come documento in proposito il più antico, senza 
però additarne la fonte, ad una legge del 1268, con cui 
si proibisce alle maschere di slanciare contro le signore 
ova ripiene d' acqua odorosa (2), i coriandoli d' allora. 
Altre pirfi del 1339, 1458, 1461 mirano ad infrenare gli 
abusi delle maschere, servendosene i manigoldi per le loro 
furfanterie e i libertini per entrare nei chiostri delle mo- 
nachelle. Alcune poi erano permesse oltrecchè di carnevale, 
in altre epoche dell'anno; intendo le misteriose baule [3^, 



(1) 12 aprile 1204. 

(2 Le Maschere in Venezia. Venezia Naratovich 1877. 

(o) Veramente, faharo e baula. 



I 



— 165 — 

di cui nessuna penna di romanziere scriverà mai tutte le 
avventure comiche e tragiche, per quante se ne siano 
narrate e ancora più, inventate ; le haute, col loro fer- 
raiolo di seta nera, il cappuccio e la mezza larva di seta 
nera oppur bianca, e il cui nome dipende probabilmente 
dal bau-bau che si fa ai bambini coprendosi il viso onde 
intimidirli. Ma dovrei forse, dopo la fine ed erudita confe- 
renza di Attilio Gentille (1) rivistarvi adesso le tante varietà 
di maschere, cominciando da quella tutta nostra del Pan- 
ialon, dalla bazza smisurata e dalla nera zimarra a mo' 
dei vecchi mercanti nelle loro botteghe, e vivo vivissimo 
anche ai di nostri nella locuzione tanto comune, sebbene 
manchi in Boerio, far el Pantalon, che s' avventa a chi 
fa o dice delle minchionerie ; e derivata certamente (la 
maschera) dal Pantalone della commedia dell'arte, « un 
vecchio abbastanza grullo che si lascia sempre infinocchiare 
dai figliuoli, e dai servi perdonando quindi a tutti» (2)? 
Contentatevi eh' io puramente ve le additi, mentre 
s' aggirano chiassose in mezzo alla folla gioconda e festante: 
el confeto, el buranelo^ el vilan, el turco, Brighela, Arlechin, 
el dotor Balanzon, el barcariol, el stratego, el poeta, el solchi, 
el conzacareghe e la gnaga, cioè uomo travestito da donna, 
cui ricorrevano i giovani a poter più facilmente avvicinare 
r innamorata, e se ne servi lo stesso Goldoni nei suoi 
RusteghL Sembra però che tale travestimento s' adoperasse 
anche prima, perchè una parte del 1603 ove trattasi di 
restrizioni e pene per abusi carnovaleschi, dice cosi : Sia 
proibito ad ogni Huomo di qualsivoglia conditione il 
mascherarsi da Donna ; et alle Donne mascherarsi da Huomo 



(1) Il Prof. Attilio Gentille di Trieste tenne nel nostro Ateneo 
una splendida conferenza sulle Maschere e la commedia delTarte; 
conferenza che speriamo veder presto pubblicata. 

(2) Bartoli Scenari inediti della commedia dell'arte. Firenze 
Sansoni 1880. Introduz. e. XVII. 



— lOG — 

in abito corto a qualunque hora del giorno o della notte. 
S' ingegnavano dunque anche le signore donne. D' epoca 
invece meno remota sono i lustrissimi con la giubba di 
seta ricamata, il lungo panciotto, le gonfie gale al petto 
ed ai polsi, pieni di lenti e di gingilli, ma sopratutto dei 
nasi ricurvi e sperticati ; i quali lustrissimi spuLtarono, 
caduta la republica, a parodiare i nostri paruconi, che 
nel vedersi ghermire il potere dalle mani, dovettero cer- 
tamente restarsene col proprio naso lungo altrettanto. 
Osservate adesso questo còdega, ossia il vero o tìnto ser- 
vitore, che precede una mascherata con la lanterna in 
mano, come la portavano i còdega veri, allorché una rada 
e scialba illuminazione ad olio fingeva di dar luce alle 
nostre vie ; e tuttora diciamo che fa el còdega dal greco 
o5T)ro'€ (guida) chi precede dti solo la comitiva. Il Cecchetti 
nella sua Vila dei Veneziani nel 1300, a proposito di questo 
girare nottetempo con candele accese e con lanterne, narra 
d' un Giorgio Ferrarlo di Milano che una sera del 1370, 
mentre recavasi a casa sua dalle parti di S. Stin con tanto 
di fanale, senti gridare dietro a sé : dal furala apìa 
(accendi) sta candela ; servizio subito reso, e ricambiato 
con una pugnalata. Apìa o impìa é corruzione di pix, pece, 
unita alla particella ad o m, dappoiché la pece di cui 
s' inzuppò e intonacò \^ canapa avea già dato le torce a 
vento, le quali furono per un gran tempo V unico modo 
d' illuminazione, (1) quando la luna non rischiarava 
patriarcalmente la notte ; e noi diciamo tuttora impizzar 
per accendere. Guardate quanta parte vìella storia del- 
l' illuminazione in una parola del dialetto ! — I carnevali 
del resto si conservarono brillanti sino al 1859 ; ma dal 
'59 al 'OG, r astensione dai ciasseti e spjsseli carnovaleschi 
fu completa. 



(1) Cfr. Stopiìani. Il bel paese. Milano Coo:Iia ti 45* ediz. e. 234. 



¥' 



- un — 

No vói feste, no vói freschi 
In malora el carnoval ; 
Fin che in casa go i tedeschi 
Quel che piase me fa mal 



cantava Francesco Dall' Ongaro. Infatti, la Fenice chiusa, 
la piazza deserta, i caffè presso che vuoti ; Venezia pro- 
testava neir unico modo che poteva contro la dominazione 
straniera. Restituita a libertà, San Marco ricomparve 
affollato di maschere coi fischi, coi zufolìi, col diavoleto 
d* una volta ; ma dopo il 70 nuovo decadimento, e il 
carnevale, almeno quello veramente popolare e rumoroso 
dei vecchi tempi, è finito per sempre. 

Non altrettanto, io credo, succederà degli spettacoli 
teatrali, uno degli svaghi più favoriti dei Veneziani, 
prima ancora (come notano Alessandro D' Ancona e Pom- 
peo Molmenti) che sorgessero i teatri ; il che avvenne nel 
1600, in cui tra pubblici e privati se ne contavano nien- 
temeno che 18. Ed egualmente propizio il secolo appresso 
sebbene quelli pubblici si riducessero a 7, ma sempre cosi 
affollati che nelle sere di recita, scrive scherzando Ga- 
spare Gozzi, le case sono tutte da affittare. Della quale 
predilezione, come delle vivaci impressioni trattevi dal 
popolo, abbiamo altresì documento in motti speciali ch'esso 
ha tutto giorno in bocca, e che apprese appunto dalla 
scena (1). 

Il vecchierello per esempio, rimpiange i bei giorni di 
sua gioventù con esclamare : Passò quel tempo Enea ! 
attinto alla Bidone abbandonata di Metastasio, applaudi- 
tissima al teatro di S. Cassiano nel carnevale del 1725. 



fi) Parecchi di questi ultimi motti col titolo: Motti di dire 
jtopolani veneziani. Dal jxilcoscenico alla l)occa del ])0])olo ho <^ià pub- 
blicato iM^W Archila lo i>er lo .studio delle tradiz pop. delT intatica- 
biJn Pitrè. (Voi. XVII. 189H). 



— 168 — 

E chi di Doi non ha sentito affibbiare della Didone ab- 
bandonata a qualche donnina cascante di vezzi, di lezii 
e di smancerie ? Ma non la finirei tanto presto a voler 
riferire tutte le sentenze ricavate dai drammi di Metastasio, 
fors' anche per la scioltezza gaia e snella dei suoi versi, 
rispondente alla musicalità del nostro vernacolo. (1) Cosi 
udiamo da un tale che d'improvviso mutò parere : Variano 
i saggi a seconda dei casi i lor pensieri, un vero tesoro 
pei Don Girella anche dei nostri giorni, tolto pure dalla 
Didone abbandoìiata: da Tizio che reputiamo a torto fe- 
lice : Se a ciascun l' interno affanno si leggesse in fronte 
scritto . . . che trovate nel Giuseppe riconosciuto ; da Caio 
verso chi si pompeggia dei magnanimi lombi : Il nascer 
grande è caso e non virtù, e via discorrendo, al punto 
che lo stesso Tasso, popolarissimo sino allora, fu dai bar- 
caioli posto da banda pel Metastasio, come scrisse il Bértela: 



« Il gondolier ch'Erminia sol sapea 
Or va cantando Arbaee ed Aristea » 



Esser V ombra de Nino riferito a un seccatore che 
vi capita sempre tra i piedi e vi mette i nervi a tumulto, 
potrebbe ritenersi rubato alla Se7niramide di Rassirri, can- 
tata per la prima volta alla Fenice il 23 Febbraio 1823 
e musicata dal grande Pesarese in casa del farmacista 
Ancillo : ma queir ombra vagolava di già nella fantasia 
dei Veneziani che V avevano veduta agire come persona 
viva nel ballo Semiramide dell' Angiolini al teatro San 
Benedetto il carnevale del 1773. E narra il Gondar d' aver 
udito in platea al comparire di queir ombra un barcaiuolo 
mormorare a un suo compagno : « Cosso xe sia roba i I 



(1) V. a questo proposito il sugoso articolo di R. Barbiera: 
Meiastcsio e la jXHfia'a pojwlare ueW Illustrazione italiana 18 A- 
prile 1866. 



lì 



— 109 — 

morti che balla ? che mestro ! Manca farsi balarine, senza 
adoperar de le fanlasme ? Mómolo, dopo sia recita no torno 
altro, perchè sto cagao ima sera o l' altra me fa veder in 
scena la bon cinema de mio nono (1). 

Né voglio sottacere il Che farò senza Enridiee ì del- 
l' Orfeo del Gliich, tanto familiarizzatosi che il Gritti 
introdusse garbatamente alcuni versi del libretto nel suo 
apologo La lùdola e la tortora : 

Ma la lodola tranquila 
Varda, ride, canta, trila ; 
Tenta intanto se la poi 
De imitar el rossignol. 

Gera giusto un'ora e meza 
Che su l'orlo d'una teza 
La cantava : che farò 
Euridice, dove andrò V 

Mal apena la taseva 
I Cainegri rispondeva 
In coreto, a quatro, a tre : 
Euridice oh Dio ! non c'è ! 

E nemmeno ometterò il Ben ti riveggo con piacer 

Lisandro che scappa di bocca al popolano, abbattendosi 
in un amico che non riveda da lunga pezza; e il Si 
Palamede quando risponda in senso affermativo; tolti 
entrambi AdtìV Aristodemo del Monti, la tragedia più popolare 
del nostro teatro; tanto popolare, che butarla in Ristodenio 
denota anche adesso prendere una faccenda sul serio, anzi 
in tragico addirittura. 

Se poi mi chiedeste qualche frase di questi ultimi anni, 
eccovene una piuttosto volgare ma che rammento perchè 
ero presente io pure quando nacque: Parer Sipelli in 



(1; In Ailemollo: Un avventuriero francese in Italia nella se- 
conda metà del settecento Bergamo 1891 e. 174. 



170 



f 



pèrgole, facezia, nella stessa sua origine spietatamente 
corbellatrice, e tuttavia non del tutto ingiustificata, perchè 
se il dileggio merita biasimo, le attenuanti bisogna pur 
accordargliele, quando e' è di mezzo una profanazione 
artistica delle più indecenti e spudorate. Domenico Sipelli 
fu un di pregevole mimo, coreografo e ballerino anche 
della nostra Fenice ; da ultimo, venditore ambulante di 
giubbe e pantaloni a buon mercato. non gli cadde ìq 
mente un bel giorno (del 1874, se la memoria non mi 
gabba), già oramai avanzo d' uomo meglio che uomo, i 
brizzolati capelli alla nazzarena, pieno il viso di bacchici 
bitorzoli quanto i piedi di gibbosa calligrafia, non gli cadde 
in mente di porre in scena al Malibran certo Otello, ballo 
di sua invenzione, protagonista egli stesso ? Io vi giuro di 
non esagerare, affermandovi come una vera tempesta di 
patate, di cipolle, pomidoro e torsi di cavolo fosse tra i 
più beffardi cachinni V accoglienza del pubblico gremitis- 
simo ; il palcoscenico pareva divenuto la nostra erberia di 
Rialto, a mercato finito. E la cagnara avesse avuto termine 
qui ! Ma alcuni buontemponi o mascalzoni vollero, a spet- 
tacolo conchiuso come Dio volle, portarlo in trionfo fuor 
del teatro ; e stavano per buttarlo dal vicino ponte nel 
sottoposto canale onde risparmiargli, come dicevano di 
lavarsi il viso a casa, se alcuni generosi non 1' avessero 
loro strappato dalle grinfe, e condotto a salvamento nel 
suo stambugio al terzo piano di una casa a S. Marina. Vi 
giunse naturalmente più morto che vivo ; e si riversò 
vestito sul suo letticciuolo, mentre dalla strada le grida 
e i battimani della folla insatanassata continuavano a 
grandinare più furiosamente che mai. Io penso che il 
poveretto provasse allora una specie d' allucinazione ; quei 
battimani gli parvero certamente gli applausi sinceri e 
fragorosi da cui veniva accolto, quando giovane e bello 
piroettava nel maggior nostro teatro, risplendente di luci 
e di gemme ; e s' affacciò al poggiuoletto sgangherato della 
sua abitazione, con la faccia ancora incioccolattata d' Otello, 



— 171 - 

inchinandosi e ringraziando. Or bene ; data da quella sera 
il motto parer Sipelii in pèrgola, per denotare il colmo della 
ridicolaggine. E se uno dei nostri zerbinotti arrischia pur 
oggi un complimento troppo ardito verso qualche giovane 
popolana, non è punto difficile se lo senta per tutta rispo- 
sta sfrombolare, rapido come freccia, al proprio indirizzo. 

Ma a proposito delle nostre giovani popolane, pur 
esse debbono al teatro un recente appellativo, di cui certo 
ignorano la provenienza. Infatti soltanto da pochi anni 
in qua sentiamo intitolare queste vaghe creature col gra- 
zioso nome di naranzete. Vi ricordate ne L* Amor de le 
(re naranze, la spettacolosa operetta allestita al Malibran 
col maggior sfarzo dallo Scalvini e ricavata dalla omonima 
fiaba di Carlo Gozzi, quelle tre ragazze bianco-vestite che 
balzano dai gusci di tre melarancie, e appena nate, fanno 
la loro indispensabile cantatina, e muoiono subito dopo 
dalla gran sete ? chi V avesse detto allo stesso Gozzi, 
tenero tanto tardi dei vezzi femminili da accendergli a 
cinquant' anni suonati della comica Ricci, eh' egli sarebbe 
diventato dopo morto (questa volta poi altro che in ritardo !) 
il compare di tante nostre bellissime e procaci fanciulle? 

Finalmente (dulcis in fundo) sentirete per via da 
qualcheduno che incappi in un curioso originale o in una 
comica baruffa di donuicciuole : Tipo da Goldoni ! Scene 
da Goldoni I Esclamazione naturalissima ; perchè El Cam- 
pi'elo, Tm Casa nova, La Pula onorata, Le Morbinose, Le 
Bone curiose. Le Barufe chiozote, serbano pur oggi un 
intimo valore di verità che ce le fa gustare come ripro- 
duzioni di caratteri, di macchiette e quasi quasi anche di 
ambiente del tempo nostro : e perché la scena di lui è 
r eco precisa del dialogo, che salvo piccole alterazioni 
portate dagli anni e da tante vicende, mietete tal quale 
pur oggi nei nostri campi, nelle nostre calli, nei nostri 
traghetti; insomma uno stromento d'arte perfetta, il quale 
pare, e lo scrive Ferdinando Martini « egli morendo spez- 
zasse che dialogo comico, efficace, rapido come quello 



— 172 - 

di rado se n' è poi scritto in Italia, e forse una delle 
ragioni per le quali, dopo il Goldoni, l'Italia non ebbe e 
non ha teatro da rivaleggiare col francese, è questa : che 
gl'italiani colti non son punto tra di loro in accordo su 
ciò che abbia da essere il dialogo comico (1). 

Ma udirete ancora in quegl' incontri : Comedie da 
Gallina ! il quale ebbe la naturalezza del maestro nel 
dialogo, ma la nota malinconica invece della gaia e specie 
nelle sue ultime creazioni una notomia del cuore umano 
più sottile e profonda; come pure sentirete dire Ghe to- 
ra?e Selratico qua ! di cui egualmente noi rimpiangiamo 
sempre la perdita, perchè nessuno al pari di lui avrebbe 
saputo risospingere il nostro vernacolo col suo spirito 
d' ironia, arguto e giocondo a nuove altezze e chissà qualora 
fosse stato serbato più a lungo al nostro affetto come 
avrebbe arricchito la ribalta veneziana d' altre miniature 
finissime quanto i suoi Recini da festa ^ riboccanti di sana 
comicità, e per fedele e vivace pittura di costumi gioiello 
impareggiabile. 

Signori ho finito ; e voi indulgetemi, se v' intrattenni 
anche una volta con un tema regionale e quasi domestico. 
Vedo e sento anch' io che oggi ben altri indirizzi di vita, 
ben altre nobili aspirazioni d' àmbito sempre più vasto 
muovono gli studiosi. Ma non per questo dobbiamo gittare 
quasi inutile fardello, il culto a noi tanto caro delle 
nostre tradizioni e del nostro costume di cui forse il ri- 
cordo più vivo si conserva ancora nell' eloquio popolaresco. 



(1; In Simpatie; Studi e ricordi, Carlo Goldoni. Firenze B. Bem- 
porad e figlio 1900 pag. 325. 



INDICE DEI MOTTI 



contenuti nelle due Conferenze 



Abasso la cana 

Andar a la meca 

Andar a la sensa 

Andar co la coriera . . . . . 

Andar co '1 burcielo 

Andar in brodo o in brodo de viole 

Andar in piazza 

Aver el cavalier servente . . . . 

Aver el tesoro de San Marco 

Bezzi in scarsela e guera col Granturco . 

Cantar la falilela 

Cavarse la mascara 

Che farò senza Euridice ? . . . 

Che legiiada che & ciapà i turchi ! . 

Comedie da Gallina 

Didone abbandonata 

Entrar, o vegnir in brogio 

Esser in Candia 

Rsser r ombra de Nino . . . . 
Esser, o parer un remagio . . . . 

Esser s' un ponte 

Esser tra Marco e Tòdaro . . . , 

Esser un Atila 

Esser un candioto V. Esser in Candia 

Esser un semitécolo 

Esser un turco a la predica 
Esser una barca da Padoa 

Esser una meca 

Far cai-nevai 

Far el còdega 

Far el pantalon 

Farse turco 

Fumar, (bever, biastemar) come un turco 
Ohe vorave Selvatico qua ! 



PAg. 



29 

160 

159 

160 

160 

160 

154 

156 

34 

38 

36 

164 

169 

39 

172 

168 

154 

40 

168 

157 

36 

35 

37 

40 

162 

39 

161 

160 

164 

166 

165 

39 

39 

172 



174 — 



Mascara te eonosso 


pag. l*>4 


Mazzar un turco ....... 


39 


Méterse la mascara 


164 


Muso da liou in moleca 


33 


Muso da Samarco spegazzà .... 


33 


Naranzete • •„ 


ITI 


Pagar ìa seusa 


159 


Parer el piovan de la Bràgola .... 


161 


Parer (o esser) la pìavola de Pranza 


l.->6 


Parer Sipeli in pergolo 


169 


Passò quel tempo Enea 


167 


Redurse sora un ponte o Esser s'un ponte 


3G 


Remo de galera 


;36 


Roba che se usava ai tempi de Marco Caco 


ir>3 


Salvile Zeminian che '1 caso é bruto 


163 


Samarco per forza . .... 


» 3.'» 


Saver che ora che xo 


3.-> 


Scene da Goldoni ! 


ITI 


Si 


31) 


Smorzar Svlzari 


29 


Storzerse (o saludar) come un remagio 


IfìT 


Tagiar la testa al toro 


163 


Tipo da Goldoni 


ITI 


Trovarse al stendardo de mezo .... 


40 


Vìva San Marco 


31 



CONSIDEBiZIONI TECNICHE -ARTISTICHE 

Sulla ricostruzione del Campanile di San Marco 



Signori, 



Non vi meravigli se oso intrattenervi su di un argo- 
mento largamente trattato e discusso ; ma che, attesa la 
sua vitale importanza, non ha ancor cessato d'interessare 
il inondo civile. È per accondiscendere all' invito fattomi 
dalla Presidenza di questo Illustre Ateneo, cui altamente 
mi onora 1' esserne socio, che tocca a me oggi rivolgervi 
la parola, e fortunatamente proprio nei giorni in cui, 
con maggior serenità d' animo e sotto migliori auspici si 
sono ripiesi i lavori per la ricostruzione dell'eccelsa torre : 
« il Campanile di S. Marco». 

Verrò ora esponendovi colla modesta mia lettura 
quelle poche e semplici considerazioni di fatto che risguar- 
dano la suddetta ricostruzione, cosi per altrettanto avva- 
lorare colla mia tesi, quel moto : dov* era e com' era ; 
considerato sotto il triplice aspetto dell'arte, della tecnica 
e della storia. Dopo questa breve dichiarazione, lusingan- 
domi della vostra benevole attenzione, entro in argomento. 



y 



i 



— 170 - 

Dal 888 al 912, allorquando si gettarono le mas- 
siccie fondazioni per inalzare quella prima torre, che 
dovea proteggere e difendere la Città dalle sorprese e 
dalle rapine dei pirati che infestavano la Veneta la- 
guna, è certo che nessuno in allora pensava, e tam- 
poco quegli artefici antichi e lontani, che quelle stesse 
fondazioni, dopo un lungo periodo di dieci e più secoli si 
sarebbero prestate a fornire tema a penosi conflitti, aguz- 
zando l'ingegni e gli animi a sottili discussioni a disparati 
giudizi. 

Ma in quelle fondazioni appunto ebbe radice la torre 
di S. Marco, una delle più meritevoli di attenzione pel 
decoro, la venustà, la semplicità delle forme e l' arditezza 
nelle proporzioni ; tanto più mirabile inquantochè la 
mole colossale sorgeva isolata, piantata sovra di un terreno 
I di natura lacustre. Tesserne particolarmente la storia per 

metterne in evidenza tutte le vicende gloriose ed i fasti 
non acconsente di troppo il compito mio. La meravigliosa 
torre, che raggiungeva la ragguardevole misura di circa 
cento metri dalla base all' angelo dorato, alla compagine 
eterogena di frammenti e materiali raccogliticci associava 
una struttura di appropriate dimensioni, se le consideriamo 
in relazione all'arditezza della mole; e dico arditezza, perchè 
di coformità agl'insegnamenti ed alle regole suggerite dagli 
illustri maestri dell' arte, essa superava nei rapporti delle 
parti quella razionale proporzione che meglio risponde a ga- 
rantire la stabilità di sifatte costruzioni. A provarci però 
come per urto 1' organismo suo mai sofferse gravemente, lo 
inferisce la storia, narrandoci delle vicissitudini, che per 
cause metereologiche o per opera incosciente degli uomini, 
per gagliardi movimenti tellurici la minacciarono conti- 
nuamente lungo il periodo di sua esistenza. 

Per quanto siasi tentato accusarla di nascondere di- 
fetti e vizi costruttivi, certo è che la sua stabilità fu 
sempre ed in ogni momento tale da rassicurare i più dub- 
biosi. Ed invero, mentre nella generalità i campanili 



-^ 177 — 

(H Venezia, posteriori "per data di costruzione, offrono lo 
spettacolo o di straordinarie inclinazioni o di deforma- 
zioni, causate da intrinsici difetti o vizi realmente co- 
struttivi ; la torre di San Marco si mantenne immobile 
nella originaria giacitura, né cedettero mai sensibilmente 
le sue fondazioni alle maggiori pressioni, o per violenza 
di turbine, o per lo incalzar continuo e lento delle vi- 
branti oscillazioni trasversali, determinate dalla spinta dei 
poderosi bronzi. Ed a provare quanto lontani dal vero 
giungessero i giudizi, che muovevano alla prediletta torre 
dei Veneziani le infondate censure tecniche riguardo la 
sua consistenza materiale e la sua stabilità, interviene a suf- 
fragio dell'assunto la serie dei molteplici restauri succeduttisi 
per il lungo svolgersi degli anni anteriori al secolo Vili®; al- 
cuni dei quali restauri radicali ed importantissimi, e che in 
ogni caso, salvo rara eccezione, seguirono con i savi criteri 
che la conservarono nelle più assolute garanzie di sta- 
bilità. 

Sarebbe men che generoso far torto alle nostre sto- 
riche tradizioni, il pescare nel remoto per trarne argomento 
di rimprovero atto a scusare certi errori del presente, poiché 
tutto il passato documenta nelle opere la prova materiale 
di una grandezza e superiorità inflessibile, mentre il pre- 
sente, specie neir architettura, diciamolo a malincuore, 
rivela in tutta la sua estensione una straordinaria fragilità 
di concetto. E come risulta palese dalla storia, le cure 
della Serenissima per la conservazione dei monumenti, 
compreso il Campanile^ superarono in ogni tempo, puossi 
affermarlo senza reticenze, le nostre ; poiché in allora, 
come sempre ed é sperabile per l'avvenire, il caratteristico 
Campanile di S. Marco rappresentava la parte più cospicua 
ed originale del profilo altimetrico della Città: il Campa- 
nile di S. Marco in una parola dovette costituire il Sim- 
bolo dell' anima dei Veneziani, come ben lo defini con 
frase scultoria e smagliante il Conte Dottor Luigi Sugana. 



12 



- 178 



E che ne dite voi egregi Signori, di quel gioiello che 
stava addossato al piede gigantesco della scomparsa mole f 
Voglio dirvi della Loggetta del Sansovino, di quel miracolo 
d' arte che neHa squisitezza e perfezione delle forme, nella 
rara semplicità di un' insieme bellissimo realizzava la ge- 
nialità di un concetto sublime, senza menomamente con- 
traddirsi, nei rapporti ben diversi, col Campanile. In essa 
trionfavano le ragioni del bello estetico, e le leggi pro- 
spettiche erano saggiamente studiate e sapientemente appli- 
cate ; inquantochè le due masse, diverse per indole 
architettonica si distinguevano neir essenza loro : V una 
che alla gentilezza delle forme accoppiava una limitata al- 
tezza, cosi che per abbracciarla completamente di prospetto, 
dalle nostre visuali, ben poca distanza richiedeva, ed in 
allora rendevasi impossibile la veduta completa della mole 
di fondo che la sovrastava, e che diversamente avrebbe 
offerto uno schiacciante e stridente contrasto. Per Topposto, 
a godere dalla base all' angelo dorato, nella sua totalità 
contemplativa il Campanile, era necessario spingersi ad 
una distanza ben maggiore, bastante acche V insieme gra- 
zioso e colorito delia Loggetta si fondesse con quella 
dolce e secolare unità di tinta, che avvolgeva severamente 
di un manto il tronco laterizio della Torre millenaria. 

Né sarebbe logico attribuire al caso la disposizione 
planimetrica di quelle masse architettoniche che racchiudono 
ancora oggidì in un aere profumato di arte e di storia 
lo spettacolo incantevole della Piazza e della Piazzetta eli 
San Marco. Intorno al Campanile, quasi ad un centro «li 
rivoluzione, i mirabili monumenti della Basilica, delle 
vecchie Procuratie, del Palazzo Ducale, della Torre del- 
l' Orologio, si sono succeduti regolati sempre a lui ; e cosi 
pure le demolizioni e le riforme per migliori ampliamenti 
là dove s' innalzò da mastro Sansovino quel superbo edifizio 
regale che completa T evoluzione storica ed artistica ili 
queir insieme fastoso, che a ragione potremo chiamare 
il supremo convegno delle più alte produzioni dell'arte 



- 179 — 

e del genio umano. Quanta poesia emana da quelle arcate 
dorate e scintillanti alla luce meridiana, quale festa di 
vita esulta V animo nostro, quali rapporti d' armonia e 
proporzioni nei particolari ? In quella danza di stili e di 
forme varie e per età diverse, di archi scolpiti, di colonne 
dai marmi screziati, di storici capitelli, di cornici e tra- 
beazioni, di mosaici, di dorature, di scultore niente turba 
né molesta il senso fine della vista, che, anzi, nel goderle 
ne è più bramoso, insaziabilmente attratto da quelle bellezze 
incantevoli, che irradiano luce e colore. Il Bellini, l'illustre 
pittore che comprese la bellezza nella totalità dei suoi 
segreti, immortalò nelle insuperabili tele quella scena 
sublime e meravigliosa, animandola di quel linguaggio e 
sentimento che erano all' altezza del suo pennello. Egli 
trasfuse in og: i persona e nelle cose pienezza di colore e 
di espressione di vita, commisurate e quella perfezione di 
disegno che costituì sempre la più alta prerogativa della 
scuola quattroncentista veneziana. Ed è ispirandosi a questo 
qitadro, cosi degnamente e fedelmente eseguito, che i mo- 
derni trarranno ammaestramenti per restituire alle sue ori- 
ginalità caratteristiche la Piazza di San Marco e la Piaz- 
zetta in omaggio alla storia, all' arte ed all' estetica. 

Ma, pur troppo, una grande lacuna modifica nel momen- 
to presente il centro di quell'ambiente. Il Campanile di San 
Marco avea resistito per mille e più anni all' imperversare 
di tutti gli elementi celesti e terrestri, ma negli ultimi anni 
troppa fidanza si era fatta sulla sua robustezza, cosi che 
si sono operati intorno a lui restauri e manomissioni 
d' indole delicatissima ; alcuni valsero efficacemente al loro 
ufficio, qualche altro per 1' opposto contribuì a danneggiarlo 
largamente, qualcuno ad essergli fatale. E fu per 1' accu- 
mularsi di profonde ferite che la mole si rese impotente 
a sopportare più oltre il peso librato, e che si determinò 
improvvisamente la traccia di sua scompagine, colla sus- 
seguente manifestazione di una lesione angolare, che gettò 



— ìm — 

(li subito r alinrnie p ia preoccupazione, rendendoci conto 
di»! la sor le cho la au a accia va. 

NoD valsero a salvarlo tutte le buone iutenzioui. 
'Ribelle agli ?^furzi dell' arte, quello squarcio era l'indizio 
di una nias^sa che avea perduta ogni stabilità, il barometro 
che misurava il tempo alla fine ; poiché il progredire dei 
movimento iniziale moltiplicavasi sempre in proporzione 
ai nuovi e maggiori pesi, che s'aggiungevano ad accelle- 
rare la disgregazione di ogni elemento della struttura, 
fiatile, soprafaita dai carichi e vinta la forza di coesione, 
esqui librai ì i pesi, la toi re si raccolse su se stessa: ed appunto è 
il 1 1 Luglio deir auno 10^)2 che segna la data memorabile 
deir immane catastrofe, fortunatamente circoscritta. Quel 
cumulo di macerie, che poteva ben definirsi la risultante 
di mi cumulo di errori, aperse tosto V uscio alle induzioni 
delle vere cau^^e della caduta, evaporarono da quello giudizi 
strani, appre/.zameati iaverosimili ; e mentre Governo, 
Comune e popolazione si affrettavano ad escogitare i provve- 
dimenti all'uopo iieceiJisari, la Slampa straniera, neiraranjp- 
uirci severamente, ìagiustamente ci accusava, additandoci 
al cospeitutlel mondo quali indegni di possedere tanti preziosi 
nionumejiti pei quali si ntosfrM inettitudine ed incapacità 
nel coa.servarli. Ma i Veneziani respinsero sdegnosamente 
quello sfogo intempestivo, addimostrando che nell' animo 
loro non era ancor spento quel sentimento d' arte e la 
sensibilità, cosi da venire in essi meno il rispetto al patrimo- 
nio lasciato ìii eredità dai loro illustri antenati ; e da qui il 
principio alla più ^^olenne manifestazione di un popolo, 
ci>l(a sfiotitanea sottoscrizione, appoggiata dal concorso 
didla Xa/,ione, |K*rche ad ogni costo la eccelsa Torre di 
S. Marco sia eretta m dor* **ra r compera ». 

Non e proposito mio lo investigare sulla genesi delle 
cause uh ime che hanno deif-rminato il crollo del Campanile 
di S* >Ian.'u ; ne mi ì?eutu di affrontare all' uopo ricerche 
scìeuiilicht^ e leeuiche per ivcar\-i maggiori lumi, perciò 
^t»rpa<^a volentieri* quesTo anluo e scottante problema. 



- - 181 — 

Avete presente, o Signori, il doloroso spettacolo 
che presentava in quel triste giorno la Piazza e la Piaz- 
zetta di S. Marco f Io lo ricordo benissimo, e forse più 
d' ogni altro lo rimembro, inquantochè collo spirito in 
attenzione vegliavo in attesa dell' inizio di quelle preli- 
minari operazioni che doveano condurre allo sgombro 
immediato dalle macerie ; anelando di sapere con quale 
indirizzo sarebbero proceduti per risparmiare al materiale 
superstite dei guasti maggiori. Ma dell' attendere mio fu 
vana ogni lusinga ; la confusione soprassedette invadendo 
gli animi, si eh' io cradea d' esser ritornato ai tempi 
di Nembrotto : accessivo a chiunque divenne quel tumulo 
sacro, e, delusa la poca sorveglianza, molti approfittarono 
dei materiali senza riguardo e con poco rispetto. 

Lasciamo ogni dolorosa e {^ostuma recriminazione, 
accordando le attenuanti relative al momento; ma ò d' uopo 
riconoscere che ben diversa strada conveniva seguire al 
grido del popolo che decretava la ricostruzione ; e mai 
desisterò dal rimproverare coloro che assuntosi il grave 
compito lo abbandonarono al destino, e non pensarono a 
quei provvedimenti ed a quelle misure precauzionali con- 
sigliate per salvare materiali, il più possibile atti ad offrire 
minori difficoltà di una riedificazione. Ma, pur troppo, 
suggestionati da un falso criterio, che attribuiva alla 
decrepita vetustà del manufatto la caduta, si gratificarono 
gli avanzi laterizi superstiti del nomignolo di materiale 
polveroso, e da ciò la teoria più comoda : allontanare e 
seppellire ogni cosa, quindi, improvvisando una commedia 
che non saprei se più degna del momento o di giornale 
umoristico, a molti avanzi preziosi, eh' erano altrettante pa- 
gine di storia, furono resi onori funebri, e bagnati dalle la- 
grime, forse del rimorso, furono ciecamente abbandonati al 
fondo del mare. E pensare che in confronto a quella fretta in- 
giustificata maggiore ponderazione avrebbe trovato non lonta- 
na esuberante ricompensa? ! Poiché al pari dei massi raccolti e 
destinali a formare l'obelisco nei Pubblici Giardini, si doveva 



182 



attendere ad una selezione del materiale laterizio più proprio 
a formare, almeno in parte, rincamiciatura muraria della nuo- 
va torre, specie conservando quei blocchi colossali ben cemen- 
tati cui forza umana era impotente a disgregare, costretta ri- 
correre all'inesorabile piccone, ultimo testimonio della consi- 
stenza materiale della mole secolare. Le parti polverose e 
ridotte in centinaia di minuti frammenti, trovavano invero 
serio fondamento e giustificazione nell'enorme volume delle 
malte, ed in altri materiali sciolti e stritolati dalle masse 
enormi e pesanti che seguivano la discesa repentina e 
rovinosa, come lo attestarono i bronzi, dei quali miracolosa- 
mente rimase incolume la così detta Marangona. Diciamolo 
francamente : prima e poi si era smarrito il ben dell' intel- 
letto, e nulla può opporsi a tale severità di giudizio 
pensando allo scempio della povera Loggetta del Sansovino, 
perchè dall' attitudine minacciosa della mole alla mina 
trascorse un tempo più che sufficiente a salvare, almeno, 
quei capolavori di scultura interna ed esterna che for- 
mavano l'ornamento più prezioso di quel perfetto organismo 
architettonico. Ma la colpa non è stata degli uomini; ma tocca 
r organizzazione di quegli Uffici chiamati alla conservazione 
dei monumenti Nazionali, abboracciati senza criteri, con par- 
tigiane deferenze spesso composti nei loro elementi. Convie- 
ne si pensi seriamente a riordinare le funzioni di quelle 
attività, e sopratutto di quelle responsabilità tecnico ed 
artistiche, che devono fornire la garanzia del patrimonio 
artistico italiano. La manutenzione dei monumenti Del- 
l' ambiente nostro speciale richiede nel criterio conser- 
vativo, un interpretazione diversa da quella seguita oggidì. 
L'obbiettivo odierno della conservazione appoggia più Del- 
l' attendere la distruzione e la disfatta organica e materiale 
di un monumento per rifarlo poi, spesse fiate in forma 
negativa dalla vera sua origine, anziché nel prevenire 
tale distruzione, convergendo saggiamente a quel fine tutti 
gli sforzi della scienza ; ed è in ciò che consiste la con- 
servazione. Pur troppo ai giorni nostri si batte il tamburo. 



— Isa — 

ed anche in arte, come in tutto, si sollecita la reclame, e 
s'è dannosa alla buona causa non monta, purché serva di 
istruraento e d'argomento per raggiungere il fine di 
far salire o discendere ; ed è cosi che si compromettono 
quegli interessi vitali che solo nelle vere forze intellettuali 
devono trovare fecondo terreno. Così, dimenticando un deplo- 
revole accaduto, anche 1' architetto Luca Beltrami, ingegno 
non disprezzabile, prima d' accingersi a quell' opera che gli 
fu infedele e amareggiò i giorni migliori di sua fama, 
accennava alla necessità di radicali riforme nei corpi degli 
uffici d' arte Governativi, dettando con vastità di dottrina 
uno largo schema di programma, che avrei pienamente 
approvato e sottoscritto nell' interesse artistico ed economico 
della Patria nostra. « A barca rota no glie voi più cessola » 
dice un proverbio Veneziano, e cosi allora si passò di eccesso 
in eccesso; dapprima la negligenza convertita in un'assoluto 
abbandono, poscia le abberrazioni, la follia ! Commissioni 
che s' ingrossavano per via come valanghe, capitanate da 
queir illustre archeologo che è il Comm. Boni, si erano date 
alla caccia affannosa di Chiese, di Palazzi, di Campanili : e 
dovunque esagerazioni. Si diffidarono privati, fabbricerie, 
corpi morali, in ogni angolo di Venezia si scopriva una minac- 
cia di rovina; si ritenevano talvolta, a torto, come deforma- 
zioni gravi, i caratteri di un'originaria costruzione del secolo 
XIII.° XIV.^ Suggestionati dall' ambiente esagerarono, e 
cogl' incessanti, ali armi erasi gettato lo spavento, la tre- 
pidazione neir anima del popolo, nell' opinione del mondo, 
pur troppo con grave danno degli interessi economici della 
Città. Non diciamo poi dei Campanili : messi all' indice per 
una falsa interpretazione dei loro movimenti, furono oggetto 
di prove, di discussioni, di ostinati giudizi, di compromettenti 
e dispendiosi lavori, sulla cui efficacia lascio alla giusti- 
zia del tempo la parola per rispondere. L' urgenza poi 
di riparare edifici deperiti per trascurata manutenzione, 
o indeboliti per inconsulte manomissioni trovò solo sfógo 
laddove la potè imporre la legge, valendosi della borsa 



184 



del Comune, del privato o sfruttando i deboli mezzi di 
qualche povera fabbriceria ; ma non fu così per quanto 
spettava all' opera dello Stato, e lo provano il con- 
corso condizionato nella spesa per la ricostruzione del 
Campanile, V irrisorie somme approvate ed erogate a van- 
taggio di urgenti lavori per alcuni monumenti, ed il mu- 
tismo in cui si è racchiuso il governo per tanti altri, i quali 
di natura prettamente storica e monumentale, attendono 
senza indugio, non la vendetta del tempo, ma V opera be- 
nefica di radicali restauri. 

Rimettendoci sulle orme del tema, esaminiamo an- 
cora a quale somma di errori ci ha condotti il sistema 
prelodato. Sgombrato totalmente il recinto dalle macerie 
venne alle viste il troncone in tutta la sua vetusta robu- 
stezza a convalidare le opinioni che il sottosuolo era stato 
estraneo all' avvenuto disastro e che perciò le fondazioni 
intatte non aveano cospirato allo sfasciamento. Allora, 
non so per quali ragioni, forse per distrarre vieppiù 
r attenzione che incalzava a scoprirne e studiarne davviciuo 
le cause del crollo, forse per non lasciar traccia al giudizio 
sereno e spassionato degli studiosi ed allontanare il proposito 
di ogni responsabilità pei conseguenti danni, interviene 
r archeologia, che senza preoccupazioni tecniche, comincia 
a denudare con uno scavo le pareti del massiccio di fon- 
dazione, e per quali storiche ricerche non si sa. Quello scavo, 
continuato dal successore alla ripresa dei lavori, contraria- 
mente al parere dei nostri tecnici, fu spinto per le indagini 
al piano della palafitta, aprendovi cosi una falla, che lasciò 
addito air acqua del mare di penetrare e compiere a 
beneplacito Y opera sua deleteria. E mentre nell' opinione 
generale era invalsa V idea che quelle basi potessero prestarsi 
a reggere la nuova costruzione, evitando gravose spese, 
haimè! quando fu concesso osservare le condizioni loro 
create da opera inesperta ed inutile, fu giocoforza ammet- 
tere che su quelle fondazioni, la ricostruzione del Campanile 
di S. Marco era impossibile senza prima robustarle con opere 



— 185 — 

(l'arte, così da ottenere un consolidamento tale da offrire le 
più serie garanzie sulla finale stabilità del grandioso manu- 
fatto. E mentre Venezia ed il mondo attendevano impazienti 
l'inizio dell' opera, una serie d' incertezze e di tergiversa- 
zioni lasciavano dubbio il da farsi ; e mentre l'Amministra- 
zione Comunale s' adoperava all' uopo con uno zelo de- 
gno d' encomio, e sembrava raggiunta la meta desiderata 
a cui il Governo aveva con fiducia aderito — disgraziata 
opera ! — una nuova fase interviene ad arenare ogni divisa- 
mente, a gettare la disillusione, ad accrescere le preoccupa- 
zioni. Di quella fase non mi riuscirebbe lieto V intrattenervi 
e dirò col poeta:. più che il parlarvi, il tacermi è bello. 

Ora, che per slancio illuminato delle Autorità Cittadine 
un pò di luce si è fatta sul doloroso incidente, e dacché 
r opera disinteressata di egregi tecnici concittadini si 
è tutta rivolta a rialzar il prestigio nostro di fronte alle 
Nazioni edasmeutire la triste fama d' inettitudine e poca 
serietà di propositi che ci colpiva, auguriamoci che tutto 
proceda pel bene, cosi da mostrarci degni figli di questa 
eletta terra, che racchiude gli avanzi preziosi ed immortali 
dell' arte umana, degni figli di questa italica Nazione, che 
non può dirsi solo gonfia di aerea rettorica, perchè nel- 
l'ampio svolgimento del movimento artistico ed estetico suo 
fu la patria di Dante, di Raffaele, Michelangelo, del Tasso, 
del Verdi. 

Ed ora ci sproni all' alto ideale il detto di quella 
gentil donna che è Margherita di Savoia : Risorga — risorga 
dalla vetusta polve, testimonio di nuova gloria per la sua 
Venezia e monumento di concordia dell' Italia intera, di- 
mostri egli presto alle genti sgomente che ove è volontà, arte 
e cuore di popolo nulla è destinato a scomparire, perchè 
tutto può meravigliosamente risorgere ; e risorga dov' era 
e com' era. Dov' era, perché un alto sentimento lo impone, 
il dovere di ridare a Venezia il suo simbolo caratteristico, 
di tramandare ai posteri un' opera degna del presente secolo, 
in cui possa riflettersi il grado di nostra civiltà; e quella 



18(3 — 



ricostruzioue, retaggio eloquente di lontana grandezza, 
ammonirà le generazioni future a perseverare nella con- 
servazione di cotanto patrimonio storico ed artistico, a 
proteggere incolumi da deturpazioni vandaliche quelle 
gloriose pagine che segnano il movimento artistico di una 
data che difficilmente troverà emulazione, e quello storico 
di una grande generazione. 

Non discuto sulT opinione di chi vorrebbe sopprimerlo, 
inquanto sarebbe anticipare per altra via ed opposta ragione 
quello che dirò in appresso, nonché un approfittare di troppo 
della vostra cortese attenzione ; ma per chi sostiene la 
ricostruzione altrove non so comprendere con quali ottime 
ragioni la si propugni, poiché mi sono convinto dalle analisi 
circonstanziate dei fatti, che manca ogni fondamento alla tesi. 
Il Campanile di S. Marco rappresentava dov' era il centro 
(li un sistema estetico : di età maggiore ad ogni altro 
monumento, ne ebbe primo il natale e fu il caposaldo in- 
torno cui si svolsero ordinatamente le costruzioni marciane, 
seguendo un concetto artistico, che traeva spontanee 
origini dal genio e dal senso squisito di quei maestri, 
cui dobbiamo in gran parte riconoscere la disposizione 
piacevole ed armonica di quelle suntuose masse architetto- 
niche. Il Campanile deve sorgere dov' era, inalzarlo iu 
diverso posto, sarebbe errore ! Come V amputazione di 
un arto sulT organismo umano, procura un senso disagra- 
devole dell' insieme, altrettanto produrebbe quella la- 
cuna quel vuoto, che nuoce, per quanto alcuni sostengano 
diversamente, alle regolari funzioni estetiche e prospettiche 
in riguardo alla natura diversa dei caratteri architettonici 
della Piazza e della Piazzetta. 

Che certe scontinuità influiscano notevolmente sul 
valore estetico delle opere è «altamente provato in quella 
maestosa e trionfale via che è il Canal Grande, laddove 
tutta la bellezza è dovuta a quella mirabile continuità di 
masso architettoniche, che succedendosi con equilibrati 
rapporti determinano una giusta e dolce armonia nel 



~ 187 — 

colore e uelle linee, non muovendo offesa al nostro senso. 
Purtroppo badi subito interrotta quella bellezza un'inutile 
sventramento, che privo di pratica utilità e dettato senza 
un concetto arcbitettonico ben definito, ha aperto un vano 
profondo, una ferita, tra il S. Salvatore ed il Canal Grande. 
Voglio dirvi della nuova Via Mazzini. Orbene, la mancanza 
del Campanile di S. Marco diminuisce il «valore estetico 
della Basilica Marciana, perchè, spostandosi dall' asse che 
con artificio le procurava V intervento del Campanile, si 
trova sacrificata in un canto, e dall' altro invece sopraffatta 
dalla Porta della Carta e dominata da buona porzione 
del Palazzo Ducale, perchè entrambi contrastano con essa 
per ragioni di stile, di forma, di carattere e di colore. 
La Piazza di S. Marco perduta la sua forma singolare 
cesserebbe dall'essere quella sala perfetta, che, fiancheggiata 
ueir intero perimetro da quei superbi monumenti, vorrei 
ancor oggi ammattonata a spina di pe^ce, certo che le si 
aggiungerebbe un nuovo coefficiente di valore artistico. La 
Piazza di S. Marco in queir angolo dove viene a mancare 
il Campanile sprofonda in un insenatura, se ne allungano i 
lati, le si trasforma la figura, e vi produce un senso di disgusto 
non bene accetto alla visione. S' accumulano nel fondo 
masse a masse, che non legano ne armonizzano col nuovo 
ambiente. E per quel principio prospettico, che nel regolare 
gli angoli delle visuali ci fa apprezzare le distanze, la 
(Chiesa di S. Marco sembra, per queil' illusione ottica, 
avvicinarsi di molto colla parete che la prolunga di fianco, 
reudendo minore 1' asse longitudinale della Piazza e, per 
conseguenza maggiore il trasversale, cosi da apparentemente 
modificarne la sua bella forma. Sarà un apparenza, voi 
direte, e sta bene ; ma appunto spetta all'arte il segreto di 
quelle apparenze e l' artificio di disporre le persone e 
le cose seguendo le leggi dettate dalla prospettiva, della 
quale è uffìdo il procurare coli' inganno visivo quelle 
realtà che diversamente non sarebbero raggiunte ; e cosi 
ottenere nelle varietà delle forme e delle dimensioni, 



ÌHH 



V armonia ed il bello. Il Campanile di S. Marco poi, se 
osservato dal Molo non .dissipava le visuali dirette alla 
contemplazione di quei meravigliosi trafori, di quelle pareti 
marmoree; il Palazzo Ducale da un lato, la libreria del 
Sansovino dall' altro, entrambi di struttura statica ed 
artistica diverse ; ma di là T occhio proseguiva tranquillo 
nel suo viaggio ad abbracciare V insieme sorprendente, 
variopinto e scintillante, della Chiesa di S. Marco, inca- 
tenandosi piacevolmente fra la moltiplicità delle linee e 
delle masse, degli sporti, delle membrature, distraeudosi 
nella varietà dei colori, dei mosaici, delle dorature, delle 
sculture, degli ornamenti. Di là sortiti, come da un sogno 
e per un incanto, saturi ed inebbriati da cotanto splendore, 
come potevate più a lungo sostenere la visione in un lato 
di maggiore o minore capienza estetica? Ed eccovi la 
Loggetta Sansoviana costruita quasi per sfuggire a quel 
contrasto, guidarvi dolcemente a posar V attenzione sul 
fondo leggero, biancastro, semplice, della torre dell' Orolo- 
gio, e, vagando da piano a linea, discendere per morire 
nella sfumatura sconfinata e confusa dell' arcata di base. 
Ed altrettanto, per chi sboccava dalle Mercerie in Piazza S. 
Marco per sotto V arcone dell' Orologio, il Campanile 
presentava un' identica situazione di cose ; e per la Basilica 
Marciana nei suoi rapporti estetici ed architettonici col 
Palazzo Ducale e quello Reale, legati dal medesimo sfon<lo : 
il bacino di S. Marco, l' Isola di S. Giorgio e la Giudecca; 
come a sua volta la torre giovava a scindere nettamente 
e in due distinte prospettive il Palazzo Reale; e cioè: 
la fronte della Libreria nella Piazzetta da un lato ; quella 
prospiciente la Piazza dall' altro : la prima che svolgendosi 
entro un insieme tutto grazia e gentilezza trovava a Noni 
da completarsi e fondersi, senza sbalzo, nella Loggetta 
dello stesso autore, a Sud nel mirabile fondo del Bacino 
di S. Marco; l'altra faccfata, per T opposto, nella austera 
severità delle linee e della tinta secolare sormontata 
da un piano di un ordine architettonico superiore intestali- 



— 189 — 

dosi ne] tronco del Campanile, altrettanto semplice quanto 
austero, sugellava degnamente il quadrilatero che comple- 
ta la Piazza di S. Marco. E con quella disposizione risultava 
meno evidente V irregolarità geometrica, che ora vieppiù 
si rileva in quelle due nuove figure che costituiscono 
la superficie attuale della Piazza e della Piazzetta. Cosi 
r angolo maestoso e ardito del Palazzo Ducale quanto 
attualmente impera, per chi lo guardi nei limiti della 
Piazzetta, delineandosi gigantesco e leggero sull' orizzonte 
azzurro che sprofonda nella laguna, altrettanto allora rin- 
vigoriva isolandosi sulla parete del Campanile in quello 
sfondo che tutto legava in una unità d'insieme ; mentre 
oggi, anche se osservato dalla laguna e dalla Piazza, attra- 
verso i due orizzonti sconfinati vi perde tutta la gravità, 
rimpicciolisce la maestà sua per effetto di multipli rapporti 
che nascono dal movimento di piani differenti, di linee 
alternate e addensate, sopratutto in quel vuoto dove la pre- 
senza del Campanile di S- Marco tutto mirabilmente tem- 
perava. E le Procuratie Vecchie, che se ci allettano presen- 
temente dalla Piazzetta e dal bacino di S. Marco perchè 
scoperte figurano così belle, tradiscono per V opposto 
r effetto estetico di quel superbo angolo, specie a chi 
r osservi dalla Laguna, nella direzione di un raggio che, 
essendogli tangente, attraversi la metà dello spazio compreso 
fra la prima antenna Sud e V angolo Nord-Est della Libreria. 
Senza la scorta di un disegno mi riuscirebbe troppo di- 
sagevole enumerare tutte quelle altre ragioni estetiche e 
iV indole più teorica, che nell' osservazione spassionata mi 
hanno profondamente convinto della necessità di ricostruire 
il Campanile, dov' era ; necessità reclamata ancora per 
r edificazione, al suo posto d' onore, della Loggetta Sansovi- 
niana, proprio di prospetto alla Porta della Carta che 
r attende a nobilitare la vita di queir ambiente, ricolmo 
di tradizioni storiche. Ragioni artistiche reclamano ancora 
la ricostruzione di quest' ultima per mascherare la nudità 
della base del Campanile, da quel lato che fronteggia la 



190 



porta sopraddetta, che per V esiguo interspazio frapposto 
renderebbe di troppo disgustosa la rude semplicità del lateri- 
zio in mezzo a tanta pompa e magnificenza di monunieuti. 
La Loggetta del Sansovino riusciva perciò mirabilmente 
a coprire ogni cosa ; ed avanzandosi dallo scalone dei giganti 
r occhio, subito attratto, vi posava sopra, ne più abbando- 
nava nel breve percorso quel nobil fulgore di bellezza, che 
otteneva l'effetto di far scomparire la mole superiore. Tutto 
ciò sarebbe riuscito vano pella parete opposta, dove gì' in- 
terspazi offrivano distanza sufficiente per abbracciare a 
prima vista la torre nella sua totalità. Circa le lente rinnova- 
zioni succedutesi collo svolger dei secoli, per mutamenti »^ 
ricostruzioni, è indiscutibilmente provato dal quadro del 
pittore Bellini come ogni riforma segui sempre con certo 
riguardo al Campanile di S. Marco, e, subordinatamente 
alla sua posizione si regolarono air intorno tutti quei 
monumenti che non davano motivo per nulla a contraddirsi 
con esso. Credetelo, Signori miei, la Serenissima Repubblica 
Veneta più volte nel periodo dei suoi lunghi anni di dominio 
ebbe occasione di riedificarlo nella parte superiore, rovinata 
ed incendiata per l'azione delle folgori, né ad Essa mai 
balenò nella mente la preoccupazione di avvenimenti peg- 
giori, né in tali circostanze sorse T idea di abbandonarlo o 
sopprimerlo, che anzi, come narra la storia, la Repubblica 
cercò in ogni tempo gareggiare coi predecessori aggiunger*- 
dovi sempre nuovi più massicci e duraturi elementi decora- 
tivi ed architettonici. 

Finalmente la ricostruzione del Ctimpanile dov'era è 
imposta da quelle imperiose leggi artistiche ed estetiche che 
nascono dal bisogno di moderare 1' estensione comprensiva 
delle masse, ciò che non si avverte al primo entrare in quel 
mausoleo d'arte incantevole, dove l'assenza del Campanile ci 
costringe, per abbracciare completamente il panoroma este- 
sissimo, a sforzar 1' azione sensoria obbligandola ad una 
attenzione superiore alla normale portata, lasciandosi per 
tal modo sfuggire un' equivalente di quelle bellezze ; mentre 



— 191 — 

il Campanile dov' era limitava V insieme, lo separava in 
due distinte scene meravigliose, che si prestavano alterna- 
tivamente con le loro immagini a stimolare lo spirito, la 
fantasia, la visione nostra a geniali concepimenti di poesia 
e di arte. 

Discusse singolarmente le ragioni per le quali si vuole 
il Campanile dov'era, entriamo a valutare, ad esaminare con 
altrettanta ponderazione V oggetto della natura estetica ed 
artistica, per cui la nuova opera dovrà riflettere in ogni 
parte, specchio fedele, la vecchia immagine, vale a dire, 
presentarcelo in tutto ^com'era ». E qui mi permetto 
un'ammonimento fraterno e sincero a coloro che sono chia- 
mati dalla fiducia comune al difficile compito, ammonimento 
dettato dalla prudenza, per non lasciarsi cogliere totalmente 
disarmati nel giorno che, completate le fondazioni, si inco- 
niincieranno i lavori della ricostruzione fuori terra. Abbia- 
telo bene presente : il problema artistico che vi attende è 
oltremodo difficilissimo, quanto non l'immaginiate; esso 
non piegherà mai alle ragioni tecniche per quanto com- 
plesse. Il primo trova estrinsecazione dall' animo, dalla 
sensibilità eli' individuo, è innato colla natura sua, con 
quella dell'ambiente; le seconde nascono dal portalo di 
una scienza che raggiunse oggidì in fatto costruttivo le 
vette più inecessibili. Se dovessimo in questo secolo dispe- 
rare sulla finalità tecnica dell'opera, sarebbe fare grave 
torto alla ingegneria moderna ed alla scienza costruttiva, 
i di cui progressi in ogni ramo di quello scibile si succedono 
con esempi strabilianti ed incredibili. Le colossali opere 
murarie e metalliche dai lavori del Nilo alla torre di 
Eiffel, dalle ardite case americane, che si librano altere 
ueiraria con altezze ragguardevoli, al Tunnel di Londra 
che si scava nelle viscere della terra con speciale e mera- 
viglioso procedimento tecnico, e mille e mille altri manufatti 
sono saggi oltremodo convincenti per allontanare ogni 
dubbio e qualsiasi preoccupazione sull' esito tecnico defl- 



— 192 - 



nitivo del nuovo Campanile, e sufficienti ad offrire tutti 
i magfi^iori lumi per le garanzie nei riguardi della stabilità. 

E limiterei al solo necessario quell'eccessivo sottilizzare 
in ricerche matematiche e meccaniche sulla resistenza dei 
materiali, sulla coesione e la qualità dei cementi e delle 
malte da impiegarsi, nonché su qua'it' altro riguar'la V in- 
trinseco loro valore per giustificare e spiegare le difficoltà 
tecniche che circondano T opera, ritenendo più utile e pro- 
ficuo r applicarsi senza indugio a queir esame e studio 
che deve rivelare il segreto del come risulterà esteticamente 
quell'insieme, il quale connestare do^rà nella nuova mate- 
ria quella finzione di vetustà, di colore, d' arte, che furono 
prerogative e pregi della scomparsa Torre ; studi che met- 
tano in grado di sfidare e superare quelle difficoltà artistiche 
che indubbiamente contrasteranno a suo tempo il passo alla 
più rapida esecuzione dell' opera. La scelta del materiale, nei 
riguardi tecnici costruttivi in un manufatto di si alla e 
straordinaria importanza, è certo una delle esigenze che 
interessa moltissimo ; ma ai tempi nostri, e specialmente 
nello scorcio ultimo del secolo passato, nel campo vastissimo 
dell' esperienza e delle pratiche applicazioni attinse 1' opera 
paziente e genialissima di illustri maestri dell' arte, dettan- 
doci norme attendibilissime e sicure suU' impiego straor- 
dinario di speciali materiali, ed in particolare sulle pietre 
da taglio, sui laterizi, metalli, legnami, e, inutile dirlo poi. 
suir uso svariatissimo dei cementi, delle calci, delle pozzo- 
lane ecc. 

In questo caso non si abusi di troppo del calcolo, per 
quanto possa convenire a ridurre le dimensioni della nuova 
costruzione, a determinare e precisare il limite dello spes- 
sore nelle muraglie, la rastremazione che meglio comporta 
il manufatto, le proporzioni del sistema ingegnoso della 
cuspide ; inquantochè il tutto, più che nelle calcolazioni 
od in altro coefficiente, trova affidamento sicuro nelle misure 
della vecchia struttura, cosi che nella nuova dovrebbero 
risorgere immutate in ogni singola parte; ne cederei di un 



^ 193 — 

palmo ai progressi dell' arte moderna che lusingano di 
allegerire la massa come provvidenziale misura contro 
gli eventuali cedimenti delle nuove fondazioni. È preferibile, 
a mio avviso, un sacrificio «maggiore di tempo e di spesa, 
nel consolidamento di quelle, per inalzare una torre che 
sia rocca inespugnabile che risponda fedelmente alla crollata 
e tanto solida quanto quella, e possibilmente più di quella, 
da sfidare i secoli e resistere impavida per svolger di 
lontane generazioni, alle ire del cielo, all' insidie violenti 
della terra, alle manomissioni degli uomini. 

Se alla tecnica molto offre a nostra tranquillità lo 
sviluppo dell' ingegneria moderna, per l' opposto, le fa 
contrasto lo svolgimento moderno artistico dell'achitettura, 
per cui si possa affidare nella certezza di un corrispondente 
risultato suir estetica del nuovo Campanile. Ben affermo 
che per l'immagine perfetta di quell'organismo non basterà 
la semplice e precisa sovrapposizione del materiale nuovo 
agli avanzi superstiti, non la scrupolosa e onesta appli- 
cazione dei pochi disegni che rimangono ; esige qualche 
cosa di più tanto il Campanile quanto la Loggetta ; ed è 
r anima d' un' artefice che trasfonda quell' alito di vita e 
di arte, quel sentimento che vibra in tutta quella compo- 
sizione di opere architettoniche, da dove scaturisce una 
grande fluidità nella geniale leggiadria delle forme, nella ro- 
bustezza del concetto, nell'armonia dell' insieme, per cui sono 
sollecitate ed interessate ad un tempo tutte le facoltà che 
integrano le qualità del bello, procurandoci il piacere di 
goderle ed apprezzarle. E come nel nuovo Campanile, cosi 
nella Loggetta del Sausovino dovrà rivivere tutta 1' arte 
e la genialità dell' antica che, avvolgendosi in un atmo- 
sfera di bellezza, faceva trasparire in tutto l'anima eletta, 
il genio potente, di quel venerato artista. 

Il com' era attende l'opera finale dell'arte più che quella 
della tecnica; il tecnico saprà vestire 1' ossatura organica 
generale di quella solidità, forma e robustezza che potreb- 
be dare ad un' altra opera, senza determinazione di colore 

13 



194 



tli carattere architettonico; il com'era significa far rinascere 
nel nuovo Campanile di vS. Marco tutte le qualità estetiche 
ed artistiche de] vecchio, e che hanno diretto rapporto colla 
sua forma: è cosi che nelle parti architettoniche, nell'ef- 
fetto delle masse sporgenti, negli espressivi profili, nel 
colore originale, assurga a queir ideale per cui lo si vuole 
elemento integrante di quel fastoso complesso artistico, che 
neir armonia dell' unità sua rivela a profusione nello 
sfarzo della luce i tesori più preziosi dell' arte. Ammesso 
pure che all' insieme del Campanile di S. Marco, come 
soggetto, non debba attribuirsi un grande valore artistico, 
esso non era però del tutto disprezzabile, specie nella parte 
superiore, svelta e leggiadra ; e qualunque sia l' ipotesi dob- 
biamo riguardarlo come l'espressione sintetica dell'ambiente, 
r unico fattore di bellezza per quella linea altimetrica 
che determinava l'insuperabile profilo estetico, che dal 
Rio della Paglia, serpeggiando attraverso le cupole del San 
Marco, saliva rapidamente alla sommità dell' angelo dorato, 
per discendere sul Palazzo Reale lungo il giardinetto e 
morjr laggiù, laggiù a ponente, in uno sfondo confuso, 
nebbioso che da meglio risalto a quel superbo e capriccioso 
insieme che signoreggia il Canal di San Marco, il sontuoso 
tempio del Longhena : S. M. della Salute. Il Campanile è 
stato ingiustamente accusato di sproporzione ; tali accuse 
non reggono, perchè egli era proporzionatissimo non alla 
parte, ma bensì al tutto che dominava dall'alto, elevandosi al- 
tero nell'aere da queir insenatura che la sua scomparsa accen- 
tua e rende più che mai visibile dalla Laguna. Padre e filosofo 
a tutti i Campanili Veneziani, dalla severità del misterioso 
millenario scaturiva una cosi fresca trasparenza del colore 
che non temeva emulazione. Nel caratteristico panorama 
della Città, unico al mondo, specie per quelle torri che 
neir aere s' inalzano, sotto varie forme e stili, vestite da 
una secolare intonazione di colore, inclinate o meno 
air orizzonte, figurava maestoso il Campanile di S. Marco 
primeggiando su di tutti, cosi che il vuoto lasciato non può 



— 195 — 

farlo alla memoria dimeuticare- Quale altro stile potrebbe 
fraternizzare in mez'co allo sfolgorio ed allo sfarzo di tanta 
architettura? Quale potrebbe gareggiare colla semplicità 
eloquente di quel rinascimeuto che ornava la parte supe- 
riore, dalla cella campanaria all' angelo alato; mentre, come 
provvida e saggia misura estetica, il tronco inferiore se 
ne andava spoglio di decorazioni ornamentali, coperto solo 
da quella belletta lasciatagli dair impronta del tempo e 
destinata a sfuggire e non turbare all'osservatóre l'armonia 
di queir ambiente che s' unifica raggiante di glorie e di 
arte. A quale regolarità espressiva era improntato quel 
semplice profilo, quanta esuberanza di chiaroscuro e di 
colore dai piaui lisci alle cornici sporgenti, quale giusta 
proporzione in quella cuspide smeralda, che si fondea 
coir azzurro del cielo, quanta sapienza e quale ingegno 
neir applicazione di quelle Leggi prospettiche che reggono 
r estetica dei monumenti architettonici, pur troppo oggidì 
fatalmente dimenticate o pessimamente applicate ! 

Risorga, risorga dov'era e com'era, simbolo di frattellanza 
e di pace, ritorni librar ardita nel cielo quella maestosissima 
cima, ed i raggi riflessi dall'angelo dorato, spingendosi sovrani 
per lunghe miglia, riescano farsi spiare da queil' opposto 
lembo di terra che impaziente attende redenzione, e cosi 
neir alba come nei tramonti quella luce sia balsamo, con- 
forto e speme a quelle anime che anelano di ricongiun- 
gersi a questa terra eletta, ricordando loro che nello 
spirito dei Veneziani sempre vivono quelle virtù, quel 
patriottismo, quella abnegazione che, riannodate nella nuova 
torre Marciana, ci affermeranno degni continuatori di quegli 
antenati che, guardando solo al mare, trassero onori, 
grandezza e benessere, tali da eternare nelle glorie im- 
mortali dell' arte questa illustre Città che visse, e, augu- 
riamoci, vivrà sempre benedetta all' ombra di quel venerato 
e caratteristico segnacolo, « Il Campanile di S. Marco ». 

E permettetemi, o Signori, eh' io pigli occasione a 
concludere con una perorazione all' arte ; e per 1' archi- 



— 10(j - 



lettura specialmente, che iu questi momenti attraversa un 
periodo tristissimo. Quest' arte nobilissima e sovrana, che 
iu ogni tempo ebbe a cultori sacerdoti e /?/?, occupa il 
primo posto fra le arti belle, e come ben ne scrisse il 
Vasari « sta a quelle come il contenente sta al contenuto ». 
A malincuore, io vedo posposta continuamente quest' arte, 
quasi non entrasse più nel novero delle arti belle. Si 
parla, si scrive sempre dicendo pittura e scultura, .dimen- 
ticando r architettura che è generatrice di quelle, che 
le sono debitrici del loro incremento, del loro svilup- 
po. L' architettura offrì in ogni tempo soggetto ed ar- 
gomento vastissimo alle altre due sorelle, la sua deca- 
denza segnata dal nuovo indirizzo, la sua orientazione ad 
una meta diversa dall' indole e dalle radici, trova riscontro 
nella manifestazione delie altre, obbligate ad abbandonarla 
per seguire V imperiose necessità dei tempi. 

L' architettura moderna è saggio del più stridente 
contrasto, nel parallelo con V architettura delle regioni 
orientali, del medio evo, del rinascimento, del classicismo. 

Venezia deve pur troppo a questo traviamento, se 
giornalmente scema il suo caratteristico linguaggio, manife- 
sto nelle forme dell' architettura dei suoi monumenti ; essa 
va perdendo successivamente quel colore che segnava la vita 
e l'anima della Città; e da qui la necessità di coordinare 
possibilmente le nuove costruzioni cittadine in armonia 
all' ambiente ed all' arte dominante, pur rispettando in pari 
tempo tutte le esigenze reclamate dalle leggi e dall'igie- 
ne. Concesso lo svolgimento della nuova arte nel campo sem- 
plicemente decorativo, spingiamo pure gli studi alle ricerche 
di nuove forme ornamentali ; ma ciò che interessa sopratutto 
per r architettura è l' impronta dell' origine, V ossatura 
maschia e robusta ; per 1' architettui'a sarebbe saggio ritor- 
nare ad attingere alle antiche fonti d' inesauribile bellezza. 

Là solo potremo temprarci per la ricerca di nuovi 
concetti, che ispirino nuove forme architettoniche e nuove 
bellezze, là solo impareremo a comprendere le vere funzioni 



— idi — 

architettoniche delle membrature ed il valore estetico dei 
profili e degli aggetti, V espressione loro intesa a rivelare il 
linguaggio del soggetto, le proporzioni delle parti colle 
masse in rapporto agli effetti del chiaroscflro: quella è la 
palestra geniale dove potremo addestrarci per rinvigorire 
la scuola del colore applicato air architettura, da quella 
soltanto potremo trarre quei canoni e quelle leggi estetiche 
che governano i rapporti delle superficie piane coi vuoti, 
del colore colle ombre. Da quei codici marmorei solo 
impareremo a sapientemente applicare negli edificii, in una 
giusta e razionale misura, la decorazione, sia materiale che 
ornamentale, a scoprirne le vere funzioni, mentre oggidì 
per difetto se ne abusa con falso criterio, o la si trascura 
con insano principio. 

. Da qui il movente per condurre T architettura alla sua 
vera finalità artistica e rispondente ai concetti cui s' in- 
forma la pittura e la scultura, in guisa che queste tre 
arti belle cospirino in una causa comune indissolubile, e 
si prestino mutualmente a soddisfare nell'evoluzione sociale 
i bisogni della vita ; e specie V architettura ^)iù d' ogni altra, 
per conciliare in sommo grado il suo sviluppo estetico 
artistico coi diritti dell' igiene e della comodità. Da qui, 
vedo scaturire un principio nuovo che distinguerei così : per 
gli edifici di importanza superiore V architettura, così chia- 
miamola, aristocratica o monumentale, stilizzata e colorita 
sotto una determinata idealità : l'architettura, che chiamerei 
del secolo XX^ per la sua origine di un monumentale pit- 
toresco, emancipata dalla rigidezza dello stile e delle regole, 
seguendo uno sviluppo capriccioso e geniale, improiitato ad 
una fisionomia ad un regime tutto proprio; finalmeate, e 
per ultimo, 1' architettura caratteristica e modesta, eh' io 
chiamerei democratica, che sì estrinsecasse con regola- 
rità e massima semplicità sotto le parvenze di uno stile. 

E questa ultima architettura, che vorrei dalie forme 
semplici ma pronunciate, con un' espressione sempre addatta 
alla sua destinazione, vivificata da un' accento di colore 



— 198 - 

dall' intonazione più consona all' ambiente, bene aggiuntavi 
una disposizione dissimetrica delle parti ; insomma per noi 
un complesso tale di particolari che ricordassero nella fu- 
sione del loro*insierae quel brio, quella gaiezza cha ripro- 
duce la scena Goldoniana, e che trovò riscontro felice e 
geniale nella grande anima del pittore Giacomo Favretto, 
in quella del poeta Riccardo Selvatico, e di un commedio- 
grafo in Giacinto Gallina. 

Con tale nuova interpretazione 1' architettura dovrebbe 
personificare 1' ambiente dove nasce, e vestii*si, per cosi 
dire, dei costumi della vita, del sentimento del popolo, 
facendosi interprete ai posteri della nuova civiltà ; sarebbero 
quest' ultimi gli edifici, che, al pari di quegli altri sontuosi 
e monumentali, darebbero asilo ragionevole alla pittura 
*}i\ alla scultura moderna, come pure alla stessa decorazione 
sarebbe riserbato un posto eminente e più consentaneo 
al suo attuale sviluppo. Tutto ciò devesi attendere oltreché 
dalla evoluzione spontanea e naturale dell' architettura nei 
rapporti colla civiltà presente, dalla innovazione di quegli 
studi e di quegli insegnamenti artistici destinati ad educare 
le giovani menti nelle arti del bello, e venire cosi a quelle 
alte riforme Edilizie da oltre un secolo reclamate in Italia, 
e di cui og<(i più che mai ne è sentito il bisogno. 1 
disordini estetici per sventramenti, le nuove brutture, le 
deturpazioni su antichi monumenti, invano lamentate dagli 
architetti ed artisti, hanno ridotte alle più deplorevoli 
condizioni 1' Edilizia Italiana, gettandoci nel discredito 
dell'opinione straniera. 

Ma finalmente una voce autorevole è scesa dall'alto, 
la voce dell'onorevole (orlando, Ministro dell'istruzione 
l)ubblica. Egli, con sua circolare richiamò i prefetti all'atten- 
zione sulle nuove tinte«rgiature degli edifici. È sperabile che le 
Autorità asseconderanno il saggio provvedimento ministe- 
riale e vigileranno contro quegli attentati che minacciano e 
minano incessantemente l'incolumità delle opere d'arte, 
e sia « ssa sprone per sane e più ragionate riforme delle 



i 



— 199 — 

Commissioni cJ' ornato, nonché di quei Regolamenti che 
rispecchiano tutta V elasticità loro sotto un cumulo disor- 
dinafo e confuso di discipline, dettate tutt' altro che a render 
servizio all' Edilizia, ma, piuttosto, destinate a danneggiarla. 
Auguriamoci non venga meno il patriottismo di quanti 
sono chiamati alla tutela dell' arte Italiana, e che quel- 
l' eloquente circolare non rimanga solitario documento, 
ma sia di incitamento a nuovi indirizzi a nuove aspirazioni ; 
auguriamoci che la parola del Ministro trovi tutto quel- 
l'appoggio che le conviene neir interesse dell' Edilizia e 
dall'Arte Italiana, e che mercè una vasta e ben intesa agi- 
tazione, per opera degli Atenei, Istituti d' arte, Circoli 
Artistici sia mantenuto sempre vivo quel sentimento d'arte, 
rivelato dalla superba luce di tanti gloriosi e cospicui 
monumenti, di tante innumerevoli e preziose memorie, 
suggellate nell'unità di un nome caro ed amato, quello 
della Patria nostra — l' Italia. — 



Architetto 

Prof. Giovanni Sardi 



Il TBAOimTO NELLA CADUTA DI CAIU 



11 27 Seti, del 16(39, dopoché anche V ultimo soldato 
cristiano, un ufficiale tedesco, Cristoforo de Degenfeld, 
n' era uscito, il Gran Visir Ackmed Kòprili, entrava in 
Candia. 

11 Degenfeld era V ultimo d' una guarnigione, ridotta 
ormai a soli 5754 uomini, compresi gli ammalati e gli 
operai impiegati nella difesa. Anche T intero popolo, nou 
più di 4000 abitanti, abbandonava la città ; parte si sta- 
biliva in Venezia, parte nell' Istria ; vi rimanevano 
soltanto due preti greci, una donna e tre ebrei. Della 
fortezza non sopravanzava che un miserabile mucchio di 
macerie, specialmente dei bastioni di S. Andrea e di 
Sabionera, dove tutte le case erano state distrutte o ful- 
minate ; la sola città vecchia rimaneva intatta: lo Schei- 
ter, (1) testimonio oculare, scriveva nella sua Praxis ; la 
città presenta V aspetto di Betlemme, anziché di Geru- 
salemme. 



(T V, in Bìgge. — La guerra di Candia negli anni 1667-69 
Iraduz. del Comando di Stato Maggiore ita). - pag. 97. — Torino 
Unione Tipografica edit. 1901. 



— 201 — 

Con tale rovina la Repubblica di S. Marco perdeva 
per sempre una terra posseduta per quattro secoli e 
poneva fine ad una guerra combattuta par 24 anni e 6 mesi. 

L' ultimo assedio, il più furioso, era durato quasi tre 
anni, con G9 assalti, 80 sortite, 1304 scoppi di mine, 
29.088 cristiani e 108.000 turchi, morti. 

Gli storici antichi e moderni, narratori e critici, (com- 
presi il Marchesi (1) ed il Manfroni (2) ) che si occuparono 
di questa impresa, epica per molte ragioni, attribuirono 
la catastrofe principalmente a due cause : I. all' irresoluta 
direttiva da parte di Venezia ; II. alla gelosia degli alleati. 

Certo, Venezia, dopoché nel 1573 V isola di Cipro era 
caduta in mano dei Turchi, aveva perduto, con V egemo- 
nia sul mare, queir entusiasmo politico che 1' aveva infiam- 
mata a conquistare un tale egemonia. 

Fors' ella intuiva il prepotente sviluppo di altri fat- 
tori stranieri in quel bacino del Mediterraneo, nel quale 
aveva dettato legge, per tanto tempo, alle sue consorelle 
latine e, senza dubbio, già conosceva pienamente la forza 
dello stato turchesco, che, vittorioso sulla terra, agognava 
al trioftfo anche sui mari. 

I pirati turchi avevano da qualche tempo sostituito 
i pirati italici e ne avevano usurpata la fama, il Gran Re 
sempre studiavasi di perfezionare la sua flotta e ne aveva 
aiuti da veneziani stessi, disconoscenti della Patria. 

GÌ' interessi della Terra Ferma, inoltre, assorbivano 
(fatale distrazione !) buona parte delle sue forze guerresche 
e politiche e le impedivano « di levarsi d' un tratto e con 
unico potente sforzo porre, forse d' un sol colpo, termine 
alla guerra » (3). 



ri) Marchesi — Intorno a due recenti opere storiche — Atti 
del r Accademia di Udine 1901-02 — Udine. Borettl. 

(2) Manfroni — I Francesi a Candia — Nuovo Arch. Yen. — 
Venezia. Viscntini 1902. 

:jì) Bigge — idem. — pag. 99. 



- 20:^ 



La vecchia Repabblica non dimenticava no, come pensa 
il Bigge 4c la massima commerciale che per conseguire dei 
grandi vantaggi occorre impiegar mezzi adeguati > (i i ma 
per forza la metteva in disparte. 

Certo gii Ausiliari e non solo gli Ausiliari, ma anche 
i Veneziani stessi, non si mostrarono guerrieri altrettanto 
magnanimi quant' erano valorosi. La gran bontà dei cava- 
lieri antichi, finita miserabilmente con tante altre virtù 
in parodia, non era soltanto più onorata in Europa, ma 
nemmeno ricordata, se non per ischerno. Fra la gente di 
spada trionfavano la gelosia ed il dispetto, ridicolo patri- 
monio della gente di toga. « Per misere questioni d'etichetta 
si dimenticava il dovere e T onor militare» (2). 

A Candia il tedesco non voleva trovarsi sui baluardi 
con lo Schiavone, l'Italiano col Greco ; Maltesi e Veneziaui. 
Spagnuoli e Francesi erano intolleranti delle minime cose 
ed i Francesi, che per vero s' erano mostrati i più valorosi, 
diedero anche lo spettacolo peggiore, checché ne dica il 
Gay (3). « Es.^i guidavano la politica a loro arbitrio, fa- 
cevano quel che loro piaceva e poco si curavano della 
salute di Candia ». (4) (La condotta inesplicabile dei Fran- 
cesi a Candia non è stata ancora posta nella sua piena 
luce, ciò si potrà ottenere con lo studio dell' opera della 
diplomazia francese in Costantinopoli, ed io, se nuova legge 
non me ne toglie il tempo e il buon volere, ho in animo di 
approfondire un tale studio). Sì, deplorevole fu la condotta 
specialmente dei Francesi, ma ciascuno ebbe i suoi torti, 
più grave e fatale quello di aver contribuito tutti a ridurre 



(1) Bigge — idem. — idem. 

(2) Bigge — idem, pag, 101. 

(3ì André Le Gay — Ileviie d' Histoire Diplomatique — pa? 
208. Anno 1897. 

(4) Bigge — idem. — pag. 101. 



— 2o:j — 

il supremo comando nelle mani del debole ammiraglio 
papale, anziché in quelle di Frane. Morosini. Certo, V ir- 
resoluta direttiva da parte di Venezia e la discordia 
degli alleati sono due ragioni capitali, che di tale disastro 
« costituiscono la causa immediata e manifesta, (1) ma 
dal complesso delle altre circostanze prossime o remote, 
la cui influenza, in questa, come in ogni guerra, fu decisiva, 
ne emerge un' altra : il tradimento. 

Anche dopo un' accurata disamina di tutti gli avve- 
nimenti nelle narrazioni stampate fin qui, emerge questa 
terza causa capitale. Il Valier (2) racconta che un Ba- 
rozzi, abbandonata la sua stessa famiglia, passò nel campo 
turco ed insegnò il punto più debole della fortezza al Gran 
Visir, quando questi già disperava dell' impresa ; V Ham- 
mer (3) ricorda che quest' uomo era tenuto in gran conto 
come intendente di fortezze dal Sultano, il quale gli pas* 
sava una grossa pensione ; ed il Bigge, (4) parlando dei 
grandi progressi rilevati dinanzi a Candia dai Turchi, ac- 
campò il dubbio che qualche veneziano li avesse istruiti 
in ciò per odio contro la madre patria. 

Ma tutto questo è molto vago ed inconcludente al con- 
fronto di ciò che si trova nelle relazioni dei Balivi al 
Senato e negli incartamenti cifrati degl' Inquisitori di 
Stato (5). 



(1) Bigge — idem. — pag. 101. 

(2) Valier — Storia della guerra di Candia — p. 699. 

i3) Hamnier — Storia dell'impero ottomano — prima traduz. 
ital. — Venezia. Antonelli 1831 — to. XXIII p. 12 e seg. 

• 4) Bigge — idem. — pag. 12. 

(5) Senato Costantinopoli, Inquisitori di Stato, dispacci dai 
B.-ilivi a Costant., buste 418,419,420 — Inq. di Stato, Lettere ai 
Balivi ed Amb. in Cost.. busta 419, 



— 201 — 

Candia (ben ne parlò di recente oltre al Gerlaud (1) 
anche il conte Filippo Nani-Mocenigo) (2) era stata 
per quasi tutt' interi i primi due secoli della domiuazioiie 
veneziana una terra di ribelli, un semenzaio di traditori : 
ora essa risorgeva tale ; giustamente del resto, perchè i 
patrizi «non pastori, ma lupi» la tiranneggiavano senza 
pietà e senza buon senso. (3) 

Già nel 1655, mentre studiavasi il modo di ritorre 
ai Turchi la Canea, si erano discoperti alcuni traditori. 
Da più lungo tempo, i giovani di lingua, addetti ai con- 
solati, essendo trattati malissimo, gridavano contro Venezia 
e lodavano apertamente i nemici ; molti' erano i cittadini 
e gV impiegati, che minacciavano di farsi turchi e non 
pochi mettevano anche in effetto queste loro minacce. 

Nel 1658 era un Locatello, che sfrontatamente giurava 
di tradire la patria, e ueir anno successivo Gioseffo Jacutti, 
un ebreo di qualche conto, non faceva un mistero con 
alcuno della sua amicizia col Turco. Cosi a Candia, come 
a Costantinopoli, dove un Jesurum ei un Gobato, questi 
medico dell'ambasciatore inglese ed anche per qualche 
tempo incaricato d' affari della Serenissima, quegli mercante 
fortissimo, il primo senz' ambagi il secondo con arti volpine, 
tendevano mille insidie agli interessi di Venezia decadenti 
sempre più (4). 

Ed una tale genia non rimase senza imitatori, né 
presso la corte del Sultano, né per le terre dell'isola, 
cui egli, astuto politico, non sazio di Cipro, agognava, 



(1) Gerland — Creta colonia veneziana — Cassel 98 — Archi- 
vio del Duca di Candia — Strasburgo 99. 

(2) Conte Filippo Nani Mocenigo — Delle ribellioni di Candia 
(1205-1365) Venezia. Tip. Cora. 1902. 

(3) Marchesi — op. cit. pag*. 10 

(4) Arch. .di Stato — Dispacci dei Balivi agP Inquis. loco cit. 



— 205 — 

siccome a quella che « aveva la più alta importanza per 
il mantenimento della potenza veneziana nel Levante. Essa 
chiudeva in certo qual modo V arcipelago e comandava 
il mare di Siria, aveva numerosi e buoni porti, molte città 
fortificate ed un territòrio fertile, con più di 200.000 ab. 
Da essa Venezia era in condizione di proteggere il viaggio 
delle sue navi mercantili verso le coste dell'Asia Minore, 
della Siria e della Grecia e di comparire prontamente con 
la flotta, ovunque i suoi interessi lo richiedessero » (i). 

Ma i colpi più duri e più fatali, senza dubbio, vennero 
assestati a Venezia da alcuni di quelli, eh' erano impiegati 
nella difesa di Candia. 

Da questi i Turchi appresero novelle arti ^i guerra, 
col consiglio loro migliorarono le proprie artiglierie e le 
ridussero del calibro delle veneziane per poter lanciar 
nuovaniente nella piazza le bombe, che da essa erano 
piovute nel campo, sotto la direzione di questi sperimen- 
tarono le parallele, perfezionarono le mine, da questi 
rilevarono i vantaggi ed i mancamenti della città assediata!, 
la sua forza e le sue debolezze, ed in fine n' ebbero una 
pianta minuziosa ed esatta per poter dirigere più vantag- 
giosamente i loro assalti. 

Tardi si dolsero i reggitori veneziani della loro insana 
politica verso quei soggetti, ben presto compresero il male, 
che s' erano procacciati e s' affrettarono a spendere tutti i 
loro buoni uffici per cancellare gli amari ricordi, per 
migliorare le condizioni dei minaccianti, ma invano. 

Nel 1657 già s' era fatto di tutto per trattenere un 
giovane istriano (2) esperto neir arte di costruir galere, 
ma o le lusinghe del nemico fossero ben grandi o fosse 



(1) Bìgge — idem. — png. 2. 

(2) Arch. di Stato. Disp. dei Bali vi agi' Inquis. 



— 200 — 

molto dubbia la fede dei Veneziani, certo è che nel 10G8, 
r anno, in cui per opera dell' intelligente ed operoso Gran 
Visir Acknied Kóprili si risvegliava la guerra ìuUmti» » 
Candia, molti passarono nel campo turco*. 

Appunto in quel tempo uà Piwrtese Angelo di Len- 
dinara, un Rossi Domettico di Padova, capo di milizie, un 
Nicolò Tito di Candia, bombista, un ingegnere Barozzi 
(non patriatio, è bene dirlo subito, per evitar gli equivoci,» (li 
rinegata la fede, la famiglia e la patria, portarono Y aiuto 
del loro ingegno e della loro opera al nemico, che, se non 
disperava affatto della buona riuscita dell' impresa, certo 
ne diffidava molto. 

Ardua era T opera del Samraicheli, per quanto appa- 
riva dagli assalti fino allora tentati, tenace e valorosa la 
difesa, temibile sempre la potenza di Venezia sul mare, 
probabile V avvento di una crociata ausiliaria. 

Da parte sua il Gran Visir era un uomo, che non si pa- 
sceva punto d' illusioni ; egli conosceva troppo bene tutte 
le difficoltà di procurarsi truppe di rinforzo. « In tutta la 
Turchia Candia era considerata come una maledizione: i 
giannizzeri, quanto gli altri soldati, non ne volevano sen- 
tir parola e si doveva ricorrere agli altri regni anche per 
i lavoratori, prendendoli per forza e procurandoseli con 
grandi spese, come se fossero schiavi » (2). 

Appieno consapevole di questo, il Gran Visir aveva 
indotto il Sultano a recarsi personalmente in Tessaglia, 
a Larissa, per sollecitare V imbarco delle forze già quivi 
raccolte ed aveva ricorso per aiuti anche air Egitto, alla 
Siria e agli altri stati barbareschi delT Africa settentrionale. 

Inoltre le gallerie dei Veneti che per le lunghe ultime 
pioggie torrenziali erano state per qualche tempo inser- 



ii) Arch. di Stato. Dispacci dei Palivi agli luq. — !oc. cit. 
(2; V. Scheiter in Bigge, idem, pag. 45. 



— 207 — 

vibili, ora prosciugatesi, tornavano a portargli grandis- 
simi danni. 

Cosi stavano le cose, quando si presentarono al campo, 
forse insieme, forse in diverso momento, quel Rossi, quel 
Portese e quel Barozzi. 

Non si potrà mai sapere precisamente quanti e quali 
furono i vantaggi portati dal Rossi e dal Portese ai Turchi 
combattenti intorno a Candia, se ciò non poterono saper 
mai il Senato e gli stessi Inquisitori di Stato, che cosi 
delle azioni, come dei pensieri di ciascuno di essi vennero, 
quant' era possibile, informati dei Balivi di Costantinopoli. 
Ma certo noi possiamo dedurle dagl' incartamenti degli uni 
e degli altri. 

Nel 1670 infatti, il Molin si faceva interprete presso 
il Senato della tarda resipiscenza dei due sopranominati, 
consigliandolo ad accoglierla come sincera, perchè quelli 
« che havevano lavorato sotto Candia nelle opere di forti- 
ficatione, bombe, mine ecc. . . . non continuassero la loro 
opera in danno della Christianità ». Secondo l'uomo di stato 
veneziano il Rossi era « una persona » che tanto poteva 
nuocere « colla continuazione di suo servitio agli Othomani 
per l'opera propria non solo, ma per la pratica, che ap- 
prendevan altri sotto la sua disciplina». Particolarmente 
egli raccomandava alla clemenza sovrana il Portese, che 
aveva ancor in lui « servito molto in Candia appresso il 
suddetto Rossi a profitto della Porta. » (1). 

Fu il Portese accolto di nuovo dalla Repubblica nel 
5U0 seno 'i 

Non si sa; il Rossi certo no, perchè due anni dopo 
egli si trovava al campo turco in Adrianopoli, dov'era in 
fama di celebre balista. 



(1) Arch. Stato — Senato Costantinopoli. 



- 208 — 

Ed il 28 Marzo del 1072 il balivo Giac. Queriai ila 
quost;* città, partecipando al Senato come i Turchi tenessero 
« air imboccatura dei fiumi nel Mar Negro abbondanti 
monitioni da guerra » scriveva che « il rinegato Padovan 
dei Rossi » aveva perfezionato « 10000 bombe da ottanta > 
avendo « ritrovato il diffetto nella grossezza et peso dell» 
bocca » per la qual cosa appunto « sempre all' ingiù cade- 
vano neir assedio di Candia » (1). Al campo di Adrianopoli 
si trovavano ancora col Rossi il bombista Nicolò Tito e 
r ingegnere Barozzi, i qual erano stati chiamati da Gandia 
ed obbligati a seguire il Re in Polonia. (1) E sotto le mura 
di Chiamaniz, la chiave delle provinole danubiane, nel co- 
strurre forti esteriori, nel praticar mine a ramificazione, 
neir aprir « porte nelle fosse per le comunicationi e per 
le* sortite » si applicavano tutte le arti « aprese nelle 
fortificationi et acquisto di Candia ». (1) Ma del Rossi, del 
Portese e del Tito basta, che questi non assursero mai 
air importanza del Barozzi, uomo di gran lunga superiore 
ad essi, mente tecnica d' indiscutibile valore. 

Era il Barozzi esperto nelle costruzioni militali, dise- 
gnatore esatto, intelligente e provveduto di un certo acume 
strategico. 

Nato e cresciuto in Candia conosceva V antica opera 
del Sammicheli e le nuove aggiunte, come un valligiano 
i sentieri delle sue montagne. 

Arrivato al campo turco anzitutto incideva su pietra 
molle una minuziosa pianta della città per il Gran Visir, 
poscia lo consigliava a divertire i suoi assalti contro i 
bastioni di S. Andrea e di Sabionera. Erano queste le 
parti più deboli della fortezza : « le loro faccio, tanto da 
mare quanto da terra erano solo incompletamente fian- 
cheggiate e perciò in questi punti V attaccante non aveva 



(1) Arch. di Stato — Senato Costantinopoli. 



— 209 — 

(la pensare a coprirsi altro che sul dinanzi. AH' incontro 
(lueste due opere avevano una particolare importanza, 
poiché, servendo esse a proteggere V uno e 1' altro porto, 
la loro caduta avrebbe tagliato il difensore dal mare, 
unica linea di comunicazione » (1) con la patria. 

Quindi consumava tutto intero il suo delitto : dirigeva 
quei colpi e li avvalorava. 

Infatti i Turchi, che al principio del sec.** XVII.° 
erano ancora ben poco esperti nell' arte degli assedi, in 
breve tempo facevano considerevoli progressi, tanto da 
sorpassare sotto certi aspetti anche i popoli dell'Occidente. 
In breve le più grosse artiglierie del tempo venivano fuse 
a Costantinopoli e nei due ultimi anni dell' assedio di 
Candia s' impiegavano quelle parallele, che in Occidente 
furono usate da Vauban per la prima volta nel 1073 da- 
vanti a Maestricht e da lui perfezionate, distribuendole su 
tre ordini, nel 1697, davanti ad Ath. Prima del 1GG8 i 
Turchi, per avvicinarsi alle opere nemiche, costruivano 
delle semplici trincee d'approccio, rettilinee o tortuose, 
le quali offrivano ben poca protezione e ben poco spazio 
per tenere gli uomini al coperto; esse venivano, si trac- 
ciate parallele alla fronte di attacco, per coprire le truppe, 
ma senza regola d' arte, cosicché risultavano arbitraria- 
ineute dirette e tortuose. 

Ora da tutti si sapeva che ideatori del nuovo sistema 
non erano stati i Turchi. 

« Si dice (in questo modo il Bigge (2) rileva una 
fama molto diffusa) che il sistema delle parallele sia stato 
a loro insegnato da un veneziano, in odio alla patria, 
che l'avea trattato ingiustamente ». Ma chi altri potrebbe 
essere questo veneziano, se non l' ingegner Barozzi, tanto 
caro alla Sublime Porta e tanto inviso alla Serenissima ? 



(1) Big^e — op. cit. pag. 12. 

[2) Bigge — idem pag. 12. 

14 



— 210 - 

Comunque sia, fin dalla diversione degli assalti la 
città era perduta. Infatti quando il Morosini, vista la 
risoluta defezione degli ausiliari francesi, ignaro dei nuovi 
ordini di Luigi X1V.°, senza speranze nella patria, patteg- 
giò coi Turchi, i bastioni di Sabionera e di S. Andrea 
precludevano la via all' invasore più con l' aspetto che 
con la potenza delle loro masse. Ed il Teferdà entrando 
con una gran parte dell' esercito per le brecce, a guisa di 
torrente, nella città, visti i Tagli cosi deboli e rovinati, 
si rivolgeva pieno di sdegno al Ghiaia dei Giannizzeri, 
eh' era un di quelli che avevan trattata la pace, dicen- 
dogli : « Voi havete consumato dieci giorni à capitolare 
la resa di questa piazza, che si poteva prendere in due 
bore » (1). 

Pur troppo il Morosini s' era veduto nella necessità 
assoluta di scendere tosto a patti col Kòprili, poiché la 
città era stata mortalmente vulnerata. Certo se il Gran 
Visir avesse continuato a dirigere le sue artiglierie contro 
Panegrà e Betlem, questi bastioni, più forti d'assai, avreb- 
bero resistito più a lungo, ed il Morosini non sarebbe 
stato costretto ad affrettarvisi con l' incensurabile, anzi 
lodevole scopo di conchiuder dei patti onorevoli per la 
patria e per sé, a costo anche di farsi smentire dal Senato, 
di essere accusato di tradimento, di macchiare la sua gloria. 

Tale fu r opera del Barozzi sotto Candia. 

La Sublime Porta ne lo ricompensò con una grossa 
pensione di 3000 talleri (2), investita nelle terre pubbliche 
dell' Isola ed i suoi meriti, come quelli dei suoi consorti, 
ebbe sempre dinanzi nelle nuove imprese a cui s'accinse. 



(1) A. Bernardy — Venezia e il Turco nella seconda metà del 
sec. XVII.o — pag. 57 - Ci velli - MCMII - Firenze. 

(2j Vedi Kindsberg — relaz. arch. di Stato in Hanimer. te cit. 
pag id. 



— 211 — 

Né. il Sultano, né il Gran Visir intrapresero assedio alcuno 
senza consultare la sua esperienza. 

Nel 1672, avendo un ingegnere (si crede francese) 
fuggito di Polonia presentato al Gran Re, che allora &i 
trovava ai bagni caldi di Misseuria, vicino alla Varna, 
sul Mar Negro, la pianta della fortezza di Chiamaniz, in- 
segnando il modo e da qual parte si poteva attaccarla con 
sicurezza e con poco spargimento di sangue, il Gran Visir 
spedi subito in Candia a chiamare il « traditor » Barozzi 
perchè esaminasse bene V affare, eh' era di grand' impor- 
tanza, imperocché decideva del possesso delle migliori pro- 
vincia di tutta la Polonia. 

Il Barozzi finalmente arrivava ed il Gran Visir, dopo 
aver udito il suo consiglio, gì' imponeva d' incider tosto 
il modello di Chiamaniz sopra una pietra, come aveva 
fatto per quello di Candia (1). 

E non solo volentieri e sempre egli serviva il Sultano, 
ma anche spiegando iniziative proprie, lo eccitava contro 
Venezia. « Lo consigliava a far armata per mare, per 
passar più facilmente nei paesi della Christianità »; ed al 
consiglio faceva tener dietro « disegni di spiagge e porti 
di alcune isole del Mediterraneo, fra 1q quali Corfù prin- 
cipale, sostenendo sempre esser 1' unica e sicura impresa 
aver libero il passaggio in Italia ad entrare nel golfo » (2). 

Tutti poi sapevano in quanta stima era tenuto alla 
Corte di Costantinopoli questo veneziano e quando l'ambasc. 
francese Noiantel volle aizzare! Xarchi contro l' imperatore 
egli non trovò miglior intermediario del Barozzi per far 
giungere nelle mani del Gran Visir i piani delle fortezze 
di Raab e di Comorn. 



(1) Arch. di Stato - Senato Costantin. 

(2) Arch- di Stato - Senato (!ostantinopoU. 



— 212 — 

In queir occasione il Barozzi dovett' es.sere colmato di 
doni dalle due parti ; certo dalla Sublime Porta ottenne 
il trasporto della sua pensione da Candia a Chios, dove 
aveva creduto più opportuno trasferirsi per sottrarsi alle 
giuste vendette della sua patria. 

Era naturale che un tale uomo costituisse una vera 
spina nel cuore di Venezia e che il Senato e gli Inqui- 
sitori di Stato particolarmente, per mezzo dei loro Balin 
ne spiassero i passi, ne indagassero i pensieri ed attendessero 
a sopprimerlo in qual si fossse modo. 

Mira patriottica suprema del balivo Quirini fu costante- 
mente quella di ridare al Bailaggio, rovinato dalle arti 
subdole del Gobato, V antico prestigio, dotandolo di relato- 
ri e servi fedeli ; di ritorre alla Sublime Porta quei disertori 
veneziani che potevano arrecare seri vantaggi al progresso 
delle sue armi, o riconducendoli in seno alla patria, o 
mandadoli a render conto delle loro azioni a Domenedio. 

Ed i suoi successori Giov. Morosini, Pietro Civran, 
Giovanni Dona continuarono con tenacia ed entusiasmo 
r opera di persecuzione contro il traditore Barozzi, fino 
a che riuscirono a mandarvelo davvero. 

L'otto Gennaio del 1672 il balivo Quirini cosi scri- 
veva al Senato : « È in Adrianopoli succeduto accidente, 
che un gentilhuomo francese nominato Conte, giuocando 
con il traditor Barocci di Candia, quello gli sbarrò una 
pistola per amazzarlo, ma un servitore dello stesso fran- 
cese, mettendovi una mano sopra, diverti il colpo e la 
balla andò a storpiar un braccio del servitor del Barocci 
e lui restò illeso ; ma Dio Giusto riserverà forse a questo 
fellone un esemplar castigo in tempo opportuno, non ne- 
gando lui stesso d' haver quasi in horrore il nome suo per 
esser stato causa di tanta strage e di tanto male al mondo 
Christiano » (1). 



{V Arch. di Stato — Sonalo Costantìn. 



— 213 — 

Ed il 26 Maggio dello stesso anno agli Inquisitori di 
Stato partecipava d' aver ricevuto per la via di Cattaro 
certi requisiti che queir Eccellenze s' erano compiaciute di 
trasmettergli, e diceva loro : « Procurerò con la circon- 
spezione maggiore di valermene nelF occorrenza, attenden- 
dosi qui fra pochi giorni il traditore, che con galera del 

Primo Visir se ne viene a Costantinopoli Costui, 

per quello che intendo, non può viver in Candia 

Presento che possa ridursi ad habitare in Scio, non assi- 
curandosi di soggiornare a Milo, tutto che habbi qualche 
possessione della moglie » (1). 

Dunque Senato, Inquisitori di Stato e Balivi sono 
impegnati ormai nel perseguitare a morte questo infame 
traditore ; egli sa bene che non può più viver tranquillo 
e lo sa anche il Gran Visir che un giorno gli dà « brevi- 
manu » 200 Zecchini perchè si guardi dalle insidie. Le 
antiche terre della Repubblica gli scottano sotto i piedi 
ed anche in Costantinopoli non si sente ben sicuro, che, 
giuntovi dalla Canea nel!' Agosto del 1672, di passaggio, 
per raggiungere 1' esercito del Sultano, accampato sulla 
Varna, non sì fida di accettar V ospitalità di un certo 
Millioti, amico di Venezia, ma va ad alloggiare in casa 
di uu Agà francese. 

Un bel dì egli, o perchè sopraffatto da un soflRo di 
scoraggiamento, o per astuzia nuova, si presenta in Suda 
al Provv. Nani e tanto bene rappresenta la commedia che 
il buon patrizio gli crede e gli da una lettera di racco- 
mandazione per il Balivo. Arrivato in Costantinopoli con 
la galera del Primo Visir fa recapitare la lettera al Qui- 
rini ; questi gli risponde secco secco che si trova pronto, 
a qualunque ora, per riceverlo, in Bailaggio, Ma passano 



(1) Arch. di Sfato — Inquisitori di Stato, Dispacci dai Balivi 
di Costantinopoli. 



— 214 — 

due giorni ed egli non compare ; finalmente fa dire al 
Balivo che desidera la risposta per iscritto. 

Mostrava il traditore di sospirare il perdono e di 
rientrare nella grazia della Repubblica per poter ritrarre 
con maggior agio la fortezza di Corfù, ovvero perchè era 
ritlotto, se non in miseria, in grandi ristrettezze ? 

Cosi piuttosto pensa il Quirini; con tutto ciò non gli 
crede ed infatti, riferendo il tutto agi' Inquisitori di Staio, 
spera che « forse le sue dissolutezze daranno modo di 
sopprimerlo, entrando in casa di donne, ma V attentato è 
diffìcile, osserva V astuto politico, delicato assai, e chi 
azzarda la vita vuole il contento di esser ricompensato 
con profitto e con V oro » (1). 

Fallita cosifatta pratica, il traditore non vede per sé 
migliore asilo in altro luogo che in Costantinopoli, e pro- 
cura in tutti i modi di assicurarsi sopra la Dogana di 
questa città la rendita, che gli era stata assegnata in terreni 
nel Regno di Candia, rinunziando interamente cosi ad 
essa come a quel soggiorno. Al Quirini nel Bailaggio in- 
tani to succede Giovanni Morosini ed è a lui che giunge 
.iiOM tale deliberazione di mutar stanza la notizia eh' egli, 
non sazio di danneggiar la Repubblica, sta per presentare 
al nuovo Gran Visir la pianta della fortezza di Corfù. Da 
Vi^ne di Pera il 31 Gennaio 107(J il Balivo ne dà contezza 
agli Inquisitori e scrive « mosso io ... . dal naturale 
hereditario mio zelo verso la patria, vado maneggiando li 
mezzi che potessero togliere dal mondo questo mostro . . . 
valendomi di certo liquore dall' Ecc. ^^ mio antecessore 
consigliatomi e che a lui fu trasmesso per il fine medesimo 
dal Tribunale di V. V. E. E. » (2). 



a) Ardi, di Stato — Inquisitori di Stato. Dispacci dai Balivi 
dn Costant. 

i2) Arch. di Stato — Inquis. di Stato. Dispacci dai Balivi da 



Costantinopoli. 



— 215 — 

Ma nemmeno lui può arrivare a capo di qualche cosa. 
Finalmente nel 1681 al balivo Pietro Civran sorride la 
fortuna di guadagnarsi V animo di un - certo capitano 
Zuane Dambi, bandito della Repubblica, che insieme col 
rinegato Assan Agà suo figliastro, famigliare e favorito 
del Gran Visir, riesce a propinargli una prima volta il 
voleno. 

Il Barozzi, o per la robustezza propria, o per la de- 
bolezza del medicamento, n' esce felicemente, ma il Dambi 
per questo non si scoraggia e da Galata scrive al Balivo 
il 17 Agosto 1681 « questa mattina sono andato al solito 
ha riverire il Baroci. Subito mi ha fatto sentare e mi 
ordinò che mi portassero un caffè. Io gli dissi che non lo 
voglio, che mi scusa, che infine non li passa questa fan- 
tasia di testa che io V abbia velenato, ne li voglio d^r io 
niente a lui, ne lui a me. Lui allora si pose a ridere, però 
non di bona voglia dicendomi : mio caro, voi avete veduto 
che subito mi avete dato a bere quel vino che non passò 
né poco, né molto che mi mise il fuoco in pancia, che 
restai morto » (1). 

Il Balivo pensa; « non so che cosa potrà far il Dambi » 
dopo questo colpo fallito, ma nel Dambi le speranze non 
scemano d' un punto e da Galata il 5 Maggio scrive 
ancora : « ho ricevuto V altra medicina, hora le tengo 
tutte leste e ho destinato di andargli dietro fino a che 
ne possa mettere qualcheduna in opera » (1). 

Egli non s' illudeva. Il suo proposito ed il sogno della 
Repubblica avevano per sua mano il sospirato coronamento 
ueir Aprile del 1682. 

€ Restò finalmente punito, partecipa agli Inquisitori, 
quasi emettendo un sospiro dal profondo del cuore, il 



(1) Arch. di Stato — Inquisir, di Stato, Dispacci dei Bali vi 
da Costaiit. 



— 216 — 

Balivo Dona, restò finalmente punito il fu Baroci, fu 
sollevata là Serenissima Repubblica dall' insidie continue 
di questo infido ribelle .... Caduto .... ammalato se 
li portarono li medici, trovatolo con rodimenti interni, 
esalazioni ardenti alla faccia, lo medicarono per febbre 
maligna (e a questo punto il Balivo sente il prurito di 
scherzare ; è stata veramente tale egli nota, perchè Y am- 
mazzò). Fu risolto chiamare li Cirurgici, et, come io avertii, 
fu raccordato ancor quello di questa Gasa, a cui diedi 
licenza appositamente unito con altri, che si trovano qui, 
Ninno di loro avvisati di ciò che era il vero male, si die- 
dero alle loro esperienze, cominciarono incisioni e caustici, 
irritando la parte e sempre più tagliando, né troncando il 
principio della cancrena, fu concluso da tutti che fosse la 
radice nelle viscere interne, onde lo diedero per disperato 
e non fecero alcun riguardo al vero male. Restarono così, 
fatti rei della sua morte per voce universale il destino e 
la complessione. Di ciò tanto più, quanto che lui non ha 
qui alcun parente e pochi o niun amico, come è solito 
di simil gente della sua prava natura. Furono li fratelli 
della S^ola del Santissimo a chiedermi licenza di accompa- 
gnarlo al sepolcro, stante che era in disgratia della 
Serenissima Repubblica, da che la ! cola è sotto la pro- 
tetione di questa casa. A che acconsentii dicendole che 
già Dio r haveria castigato, e che li Principi non inveiscono 
contro li cadaveri : ma ne procurai V istanza per acconsen- 
tirvi e cosi coprire maggiormente T operato. Intervennero 
alla funzione anzi alcuni dei Veneti e furono fatte le 
cerimonie dal Vescovo, che volle, per V elemosine solamente, 
andar in persona a fare la parte di Paroco. Ad Assan 
Agà ho esborsato il valsente promesso di due borse in 
effettiva moneta e ne tengo la ricevuta, e al Dambi oltre 
la giornaliera assistenza che gli somministro, gli ho fatto 
una mancia di Reali 200, cadutami qualche dubbietà circa 
la somma, stante la difficoltà nel rilevare la cifra, per 
onore del numero sotto del qnale sta coperta la concertata 



— 217 — 

ricompensa. Al quale oggetto rimaudo costà il capitolo 
originale tramessoci dall' E. E. V. V. Però mi sono regolato 
colla mira di renderli contenti, e con quella del maggior 
pubblico vantaggio. Ho parimente rilasciata ad esso Dambi 
la sua liberazione dal bando che teneva, appoggiato alla 
facoltà pure impartita dall' E. E. V. V. a questa carica. In 
tale maniera, rimane Ka Patria servita di longo et scabroso 
uegotio che rese sempre più difficile, per essere attentissimo 
il traditore alla sua preservatione, ammonito dai tentativi 
fatti dai predecessori, e confido in Dio Signore che sia 
terminato con cautela tale che acqueti la -gelosia >. 

Finalmente queir infame era stato punito, finalmente 
la Repubblica si sentiva vendicata. GÌ' Inquisitori di Stato 
accolsero una tale notizia con sommo giubilo ed ordina- 
rono tosto al Balivo di non lesinare nelle ricompense. 

Magra consolazione e magro provvedimento davvero! 

Tanto zelo non era forse degno di miglior causa ? 
Certo la sapiente Reggitrice avrebbe dovuto invece vigilare, 
aflRnchè il seme dei traditori non cadesse nemmeno nelle 
sue terre, piuttosto che correr, anche soltanto, il pericolo 
d' incespicare nella triste messe. 

Troppo spesso germogliavano cosi fatt' erbacce nei 
campi del suo vasto impero coloniale, tanto spesso da 
diventare più tardi tema prediletto a romanzieri. 

Chi non conosce 1' Uscocco della Sand, il famoso capo 
dei pirati di Missolungi, colui che sotto mentite spoglie 
combatteva corpo a corpo coi suoi colleghi della marina 
repubblicana, gettando lo sgomento nel governo, il lutto 
nelle famiglie della sua patria. 

Saggezza politica vera fu e sarà sempre quella del 
prevenire, non del reprimere. 

Cosi soltanto anche la potenza coloniale di Venezia 
sarebbe stata più duratura. E qui, nei casi che ho narrati 
o soltanto accennati, cosi, solamente così, EU' avrebbe po- 
tuto raccogliere frutti condegni dagli eroici sacrifici de' 
suoi figli e dei suoi soccorritori. 



— 218 — 

Se fosse stato più illuminato e più solerte il suo go- 
verno nelle colonie, . meno avidi e più generosi i suoi 
patrizi, non invano si sarebbero coperti di gloria per lui, 
Giovanni, Tommaso e Giorgio Morosi ni, Gio. Batta Grimani, 
Giacomo Riva e Lorenzo Marcello ; non invano sarebbe 
caduto, sulla sua uave ammiraglia, davanti a Costantino- 
poli, Lazzaro Mocenigo, lanciando, come il Beaurepaire 
carducciano V anima ai fati, all' avvenire, a noi ; non 
invano si sarebbero fatti scannare sotto Candia gli ardi- 
mentosi cavalieri francesi, che movevano alla battaglia, 
vaghi di merletti e con un motto spiritoso sulle labbra; 
non invano il generoso Almerico d' Este, che dorme senza 
gloria nel grigio silenzio dei Frari, sarebbe corso in suo 
aiuto con 4000 uomini, per guadagnarsi la mano della 
bella nipote del Mazzarino, che, inscia dell'avvenire, doveva, 
in altre nozze, dare alla vita il debellatore dei Turchi, 
l'eroe di Zenta, quasi a vendetta d'un tanto amore. 1! 
Papa, r Ordine di Malta, gli alleati tutti avrebbero rac- 
colto qualche vantaggio dai loro sforzi ; e Venezia non 
avrebbe fatto inutile sacrifizio dei suoi tesori al mare, 
della sua dignità patrizia a bastazi e a pestapevere. 

Candia avrebbe resistito più a lungo per la fermezza 
del Morosini ; sarebbero sopraggiunti novelli aiuti dall'Eu- 
ropa e specialmente proprio dalla Francia ; le discordie si 
sarebbero assopite, com' era avvenuto ancora durante il 
corso della guerra ; V animo del Gran Visir a poco a poco 
si sarebbe piegato ; e la sua testa, non Candia, avrebbe 
dovuto cadere, V ancor bello e forte arnese del Sammicheli 
r ultimo baluardo di S. Marco in Oriente ; ed in quel 
bacino tanto disputato del Mediterraneo forse ben altre 
sorti sarebbero volte per Costantinopoli e per Venezia. 

Venezia, Gennaio 1904. 

-D\ Giuseppe Pavanello 



' 4iJ|||L<|P£Pi.U , I, . 



Prof. LUIGI VIANELLO 

(GlOIO DA MUKAN) 



WOLFANGO GOETHE 
A VENEZIA 

(28 Settembre - 14 Ottobre 1786) 



« Puur r étranj?oté et la mogiiificence, 

rien no peut so cjmparor & co s])octHrlo » . 

Taink - Voyngt rn Italie. 



Di Venezia hanno parlato, nelle loro strofe Inrainose 
ed alate, tutti i poeti del mondo : da Dante Alighieri, che, 
nella Divina Commedia^ accenna all' Arzanà de' Vinizuini, 
a Roberto Browning che chiudeva per sempre gli occhi 
nella città ch'egli aveva amato come una sua seconda 
patria, e le cui bellezze si rispecchiarono tante volte ne' 
suoi magnifici versi. Risuonano ancora, nelle notti calme 
e stellate, le parole di lord Byron, il grande entusiasta 
di Venezia, il geniale poeta che 1' ha chiamata « un pa- 
lazzo dalle cento colonne liquide ». S' odono ancor mor- 
morare dalle acque verdi, che vanno a lambire pacate 
le scure fondamenta, le strofe di Alfredo de Musset, 
che, dice Teofilo Gauthior nel suo Viaggio in Italia, 
(pag. 250), sono imitate da qualche vecchia poesia popo- 
lare veneziana. 



— 220 — 

A Saint-Blaise, à la Zuecca 
Vous étiez, vous étiez bien aise 
A Saint-Blaise. 

A Saint-Blaise, à la Zuecca, 

Vivrò et mourir là ! 



Chi passa davanti aìV Albergo Danielù pensi a questo 
infelice poeta francese, che ha infuso ne' suoi versi la 
quiete di Venezia : quella quiete, che calmava i suoi do- 
lori, a spegnere i quali non bastava Y assenzio. Fu là, uel- 
r Albergo Danieli, eh' egli dimorò in compagnia di Giorgio 
Sand ; fu là eh' egli cadde ammalato. Fu curato dal dottor 
Pagello, il quale, nel mentre cercava di ridestare nell' in- 
felice poeta la rosea gioia della vita, s' innamorava della 
grande scrittrice amata dal de Musset. La Sand, invaghita 
del medico, accompagnò, come fosse stato un baule, il 
poeta sino a Mestre ; indi, ritornò su' suoi passi per ri- 
prendere l'idillio col medico fortunato. strofe angosciose 
di lui, tradito ne' suoi affetti d' amante ! (1). 



(1) Il valoroso e gentile amico mio Dott. Osare Cav. Musatti, 
dopo la lettura del presente lavoro, nel ricordarmi « le pag:inc 
squisite che alla memoria venerata del dottor Pagello consacrò il 
Prof. Vittorio Fontana » e i geniali e ben noti articoli « che 
riguardo al De Musset e alla Sand stesero, polemizzando, il Martini, 
il Panzacchi e il povero Nencioni nel Fanfulla della Domenica 
del marzo 1881, » dopo di avere osservato « come le affermazioni 
di alcuni scrittori, a cominciare dallo stesso Paolo de Musset, contro 
la Sand e contro il Pagello, non combacin col vero », mi scrive, 
in data del 28 Nov. 1903 : « Io credo che sbagli di grosso chi, a 
proposito degli amori della Sand col dottor Pagello, presenta 
quest' ultimo come un volgar seduttore. che c'è da far le mera- 
viglie, se la Sand, già stanca delle gelosie, delle stravaganze e 
delle infedeltà del de Musset, s' in vaghi del D»" Pagello, anima 
vera di poeta, ventisettenne appena (la Sand fu a Venezia nel 



221 

Belle pagine ha, su Venezia, Giorgio Sand né suoi 
'Muìfres Mosiisfes ; e Carlo Dickens, V immortale autore del 
David Cooperlield, innamorato egli pure dell' Italia, che am- 
mira ed esalta nel suo libro Picture From Italy (1), parla, 
commosso, di Venezia nel magnifico capitolo An Ttalinn 
Dream (da pag. 103 a 114). Il grande romanziere inglese, 
che aveva visitato Napoli e che era rimasto pensoso davanti 
ad Ercolano e Pompei, a Pesto e al Vesuvio : che, circon- 
dato dai belli colli Toscani, aveva ammirato Firenze nel 
mentre sentiva neir anima il murmure dolce del verso di 
Petrarca e il fiero sibilo della terzina dantesca: che, in Roma, 
rimase assorto nelle grandi memorie del passato, tanto da 
dedicare all' eterna città uno dei più lunghi capitoli del suo 
libro, che dovrebbe essere più conosciuto in Italia, il grande 
romanziere, ripeto, a proposito di Venezia dice : « Roma 
ha i suoi monumenti, Firenze le sue cascine, Napoli la 
sua baja — ma Venezia è città unica al mondo ». 

Formano tutta un'ampia e gloriosa sinfonia le lodi 
prodigate alla città delle lagune dai primi scrittori del 
mondo. Non posso citare Teofilo Gauthier, che, nel suo 
Voyage en Italie (Charpentier, Paris, 1876), dedica a Venezia 
le sue più belle pagine, nelle quali 1' audacia del colore 
veneziano è mitigata dalla malinconia che fa ancor più 
divine le incantevoli notti veneziane. Né a voi sono ignote 



18^, e il Pagello nacque a Castelfranco il 15 Giugno 1807), bello 
e robusto, pieno di vita e di brio, a Venezia, la città degli amori ; 
e so, a sua volta, il giovane medico non rimase indifferente al 
lascino di lei ? Io ebbi la fortuna di conoscere il Pagello, ormai 
vecchio, a Belluno; e posso dire, orgoglioso della sua amicizia 
ma altrettanto sincero, che poche volte m' incontrai nella vita con 
un* intelligenza più eletta mirabilmente abbinata con le doti d'un 
gentiluomo perfetto ». 

(1) Collection of British Authors, Tauchnitz Edition — Voi. 
103 — Leipzig, 1846. 



222 

le stupende pagine del Taine, che, nel II*' Volurae del suo 
Voyage en Italie, (Paris, Hachette, 1876), parlando (H 
Venezia, tinge la penna neir azzurro del suo cielo e nel 
verde delle sue lagune. 

August von Platen, che visitò più volte T Italia — 
le cui bellezze egli ha cantato ne' suoi versi — e che 
chiuse gli occhi sotto il tepore del cielo di Sicilia, ha 
dedicato a Venezia quel bellissimo Sonetto che comincia cosi: 

« Venezia non è più che un sogno vano, ^ 

Ombra pallente d'un' età fuggita; 
Spento giace il Leon republicano, 
Le temute prigion non han più vita ...» 

sonetto, la cui traduzione inedita e fatta dal Prof. Francesco 
Major ha visto la luce, a merito del sig. Ferdinando Pasini, 
nelle Pagine Istriane, Anno I. Nov. Die. 1903, N. 9-10. 

È ancori caldo, si può dire, il cuore di Roberto 
l^rowning che amò appassionatamente Venezia d' affetto 
saldo e incrollabile. Basterà citare un sonetto del sommo 
poeta inglese, scritto nel 1883 a proposito della bizzarria 
da tutti ripetuta di un inglese, Rawdon Brown, il quale, 
dopo di aver fatto preparare i bauli per recarsi alla sta- 
zione, se n' era tornato air albergo, sentendo nel cuore 
che non poteva lasciare Venezia : 



« Tutì ga ì so gusti e mi go i mii » 

Sosi)irava Kawdon Brown — « Si, io sto per partire, Toni! 
Ho bisogno ancora una volta, prima di morire, di rivisitare l'In- 
ghilterra : perchè io sono inglese, sebbene il mio cuore sia veneziano. 
Sì, vecchio amico, 

Venezia e Londra — Londra è la morte scheletrita compa- 
rata alla vita eh' è Venezia ! Che cielo ! Che mare questa mattina I 
Un altro sguardo ! Addio, Ca' Pesaro ! Non sono uno spirilo 
forte, io ! 



- 2TS — 

Sono uno sciocco a piangere ! Sono abbagliato ! E questo sole 
che vedo riflettersi increspando la . . . la . . . Cospetto, Toni ! 
Giù quel sacco da viaggio e fuori quella valigia ! 

Bella Venezia, non ti lascio più ! Né Brown la lasciò mai. 
Ebbene, forse, Browning la prossima settimana fiirà come Brown. 



UiiO stupendo sonetto dedica il Browning al nostro 
grande commediografo Carlo Goldoni : sonetto, che, raro 
a trovarsi nelle raccolte, non vi riescirà discaro leggere 
nella mia povera prosa : 



A OoIdoaL 

Goldoni, buono, gioviale, anima piena di sole, nel cui verso 
mezza Venezia rivive ; che importa se vi si riflette soltanto l'om- 
bra e la luce della vita comune, e non ciò ch'essa porta seco 

di grandezza e di dolore ? Sufficiente pel tuo specchio d' acqua 
era il carnovale : la profondità del Parini racchiude segreti disa- 
datti a queir opalina superficie delle cose che ride nelle tue carte. 

In esse brulica il* popolo : come viene e "'a, come cinguetta 
il molle dialetto, come sfoggia le gaje vesti, come guarda sulla 
Piazza, nelle calli, sotto i portici 

e sui ponti ! Caro re della Commedia, che tu sìa onorato! Tu 
amasti tanto Venezia ; Venezia ti ama, e noi che amiamo lei, noi 
tutti ti amiamo. 

Venezia j Novembre 27, J883. 



E noi tutti amiamo il Browning che ha amato tanto 
Venezia e uno de' suoi più nobili figli : il Goldoni. Non 
ultimo il Goethe nelle lodi prodigate alla nostra città. 
In un mio scritto, pubblicato helP Illustrazione Popolare 
intorno agli Amori del Goethe (1), ho accennato alla dimora 



(1) Vedi N. 20, 21, 22, 24, 25, 26, 27, 28, 29 del 1890. 



-- 22i — 

fatta a Venezia dal grande poeta tedesco ; ma il tema, 
che allora m' incalzava, non volle i^he mi soffermassi a 
parlare un po' a lungo delle impressioni ricevute dal poeta 
alemanno davanti le bellezze di Venezia, né de' suoi 
giudizii espressi su questa città, su' suoi costumi, sulle sue 
abitudini, su' suoi monumenti, sulle sue glorie, — e tutto 
ciò dietro la guida de' suoi Viaggi in Italia (1), de' suoi 
Epigrammi Veneziani e delle sue lettere agli amici. 

Venezia, certo, non è più quella d'un giorno; essa, 
che dalla morte di Aitino, di Torcello e dal decadimerto 
delle altre isole attinse la vita, sali a tale altezza che 
nulla più, e il Leon di S. Marco mandò il suo ruggito, 
fino ai lidi più lontani, rispettato e temuto. Riandare, 
quinili, i tempi trascorsi nella grandezza della loro arte 
e della loro politica è come sentirsi l'anima piena di tutto 
ciò cht v'ha di più 1 elio e di più nobile nella vita; 
soffermarsi dinanzi ai monumenti, le cui fronti superbe 
furono slanciate nell'aria dall'ardita e santa pietà degli 
avi, è come riconoscere che, quando il presente è meschiuo. 
l'anima desidera di attingere, dalle memorie dei tempi tra- 
scorsi, larghezza di vedute, tenacità di propositi, nobiltà 
di sentire. 

Ed è commovente il rileggere le pagine di quegli in- 
gegni, che, nati e sbocciati sotto altri climi, si sentirono 
come potentemente attratti da questa sirena che siede 

* Si bella a specchio dell'adriaco mare * 

e la visitarono anche in quei tempi, in cui, scaduta dal- 
l'antica grandezza, accennava all'imminente e irrepara- 
bile tramonto, come un segno di più dell' universale cadu- 



Leipzig 



il) Itali('^i^ehe Rcise, {Auch ich ììì Arkadien)y Teschen und 

JZifi*. 



— 225 — 

cita (Ielle cose umane. Poiché è nel 1786 che Wolfango 
Goethe visita Venezia. « Stava scritto nel libro del desti- 
no, dice il poeta del Faust, che, nella sera del 28 settembre 
del 1786, io scorgesse per la prima volta Venezia, e do- 
vessi subito visitare questa meravigliosa città — isola, 
questa republica di castori. Dione sia ringraziato! .... 
« Cosi si esprime il più grande dei poeti tedeschi, quando 
può porre finalmente il piede in Venezia : in quest' Italia, 
che formò il sogno più attraente della sua fanciullezza e 
(Iella sua prima e felice gioventù. 

Ma quali erano mai le condizioni di Venezia, quando 
il Goethe vi pose il piede ?. 

La Venezia di allora è rispecchiata nelle immortali 
Commedie di Carlo Goldoni, il quale ritrae magistralmente, 
con pennello geniale, la vita di quei tempi e con tale 
verità che Voltaire lo chiamò dipintore della natura : 

Aux critioues, aux rivaiix 
La naturo a dit sans feinlo ; 
Toiit auteur a ses défants, 
Mais ec Goldoni ni' a pcinte. 

Dipinse il Longhi la vita di allora in .quei mirabili 
quadri, guardando i quali, al dire del Mutinelli, (1) « non 
v' ha chi conosca agevolmente il peculiare carattere di 
quell'epoca assai più che per l'opera sempre imperfetta 
dei libri ; gran parte della corruzione di quei tempi rispec- 
chiasi nelle lettere del Ballarini, il quale, avvicinando i 
patrizii e aggirandosi per i loro saloni, dove la virtù degli 
avi si nascondeva delle mani la faccia dinanzi alla mollezza 



(1) Memorie Storiche degli ultimi cinquantanni della Repub- 
blica Veneta — Fabio Mutinelli — Venezia, Grimaldo, 1854 — 
pagg. XXI-XXII. 

15 



— 226 — 

dei uepoti degeneri, era in grado di comunicare agli amici 
le prodezze di tanti che portavano nel blasone Tarma dei 
Dandolo, degli Zeno, dei Foscari, dei Venier ! 

La Venezia d' allora è ritratta nei Sermoni di Gaspare 
Gozzi, il quale, dinanzi alle nuove foggie di vestire delle 
dame di quei tempi, esclama : 

« Ah ! qual commedia e farsa 

E spettacol sublime io veggo insieme 

Ne' diversi vestiti ! e grido : è questa 

Scena in Francia o in Lamagna V E sono donne 

Qui nostrali, chinesi, o di Mombazza ? 

Un' altra, tolto 

Dal semplice orticel novo ornamento, 
Del cavol crespo ecco la foglia imita, 
O dalla sporta umil tratto l'esempio, 
Cappellini si formano * 



Le dame veneziane se la spassavano, allora, aperta- 
mente in piazza, coperte di solo giustacorpo e sottanino, 
calzando semplici pianellette, come è attestato dal Ballarini, 
che, in una sua lettera del 19 Maggio del 1781, scrive: 
€ Non si sa per anco quali viste abbiano li gran soggetti 
che compongono il Collegio delle Pompe, ma certo è che 
il vestiario seducente di queste dame che galoppano la 
piazza in muletle, busto e cottolin curto^ non lascia quieto 
r animo di questi soggetti ». 

- 11 piacere e i sollazzi erano ricercati da tutti ; sovrani 
dei conviti e dei ritrovi, la musica e il canto. 

« Questo amore per V arte del canto, dice Urbani de 
Gheltof nel suo bel libro su Faustina Bordoni (1), av- 



(1) La Nuova Sirena e il Caro Sassone — note biografiche. In 
Venezia, 1890, Tip. M. Fontana, pag. 10. 



— ,iZi — 

veravasi, in quei tempi, in tutti i gradini della scala 
sociale : dalla bella ed opulenta popolana, aiiraente nel 
suo misterioso zendado e nelle sue w2</e tradizionali, splendida 
per le strade e per le calli, cocolona nelle sere d' estate, 
quando su Venezia si cala un'aura molle e voluttuosa e 
il Canal Grande formicola di gondole e barche e barchette 
adducenti gli amori via vìa per le penembre misteriose 
dei ?•«, dalla bella popolana, che conquistavasi V amante 
e lo incatenava a sé con le canzoni da battello, nelle serenate 
chiassose, all' austera patrizia, che, sparsi i capelli di 
cipria, abituata ad aggirarsi per le ampie sale dei sontuosi 
palazzi, non voleva accettare il cavalier serventp, quand' egli 
non le avesse dimostrato di possedere speciali attitudini 
per la musica, quasi un titolo necessario per conquistare 
la sua simpatìa ed il suo amore ». 

Triste a dirsi : ma la musica e il canto pareva ral- 
legrassero la morte di quella Repubblica, che, una volta, 
incedeva forte e gloriosa tra V impeto delle battaglie : 
pareva che gli animi, conscii dell' irreparabile rovina, 
cercassero di affogare il triste pensiero dell' imminente 
caduta uell' armonia gioconda dei suoni. Non più i cuori 
battevano al fiero tumulto delle armi, ma alla melodia della 
A^oce granita d' una cantatrice famosa ! 

Già fin dal 1775, il poeta Labia, gettando da parte, 
per un momento, la scollacciatura e la strofa grassoccia, 
è assalito da una profonda tristezza dinanzi allo sfarzo 
con cui si festeggiava la Sensa (1) : 

Oh che Seusa ! oh che Sensa ! oh che cosassze ! 
Oh che pa rechi ! oh che gran novità ! 
In sta ocasion veramente in sta <jità 
L'oro e 1' arzento va per le scoazze. 



;1) V. Malamanl : B settecento a Venezia, 



Ì2S 



Che opalie ! che se iam bechi ! che f^aliazze 
Drìo la publica roji^ia maestà ! 
Che peòte in livrea, che infinità 
De barcolame de tute le razze ! 

Che lusso in oo:ni stato de persone ! 
Che teatri in ber^ò ! che simetria 
De Piazza ! oh che regata ! oh che bissone ! 

Che popolo, che «nan foresterìa ! 
Che canal, che tragheti, oh Dio che doue! 
E pur, no so perchè, mi piauzaria ! 



Dalle opere del Guardi e di Pietro Longhi, il Lancret 
veneziano — come osserva uno scrittore di qui — esala 
un'aura di quei tempi, in cui le religiose, tutte gentildonne, 
andavano e venivano a far conversazione alle grate del 
monastero. Tutto era guasto anche là dentro. « Abbiamo 
davanti i paffuti e rosei volti degli abatini, eleganti uel- 
l'acconciatura, sfarzosi nelle vesti, con gli occhi brillanti, 
con le mani bianche e grassottelle, col naso screziato tutto 
di polviscoli del tabacco di Spagna ; vediamo questi sciami 
di collarini, formanti circolo alle belle, verso le quali erano 
indulgenti e gentili, e quei monasteri dove entravano le 
giovani delle famiglie patrizie e cittadinesche e dove l'amore 
trionfava; giacché, mentre l'educatrice apertamente vietava 
alla donzella di ricever lettere, di rispondere a quelle e 
di scrivere a chi si fosse, notte tempo e di soppiatto, le 
apprestava intanto carta, penna e inchiostro, e lasciava 
che colei alleggerisse un ardente amore; nò la rinfacciava 
se, sotto r effigie dell' Annunziata, che vedeasi nel castone 
del di lei anello, nascosta vi avesse quella d'un vagheggino 
gradito. Le suore, ancorché' rotto il legame che le teuea 
strette al mondo, non abborrivano il titolo di eccellenza, 
né gli abiti leggiadri, uè i brevi e candidissimi veli, sotto 
i quali uscivano i capelli arricciati e acconciati con molto 
artifizio, né il seno mezzo scoperto, uè i festini negli arapii 
parlatorio E <5osl si spiega come il De Bernis, ambasciatore 



— 229 — 

di Francia a Venezia, piaggiatore della Pompadour, 
potesse compire quelle imprese erotiche, o quanto meno 
godere quei clandestini ed incantevoli suoi colloquii a 
Murano ». 

Fin dai primi anni del secolo XVIII, la porta Ottomana 
dichiara la guerra al liailo Veneziano Andrea Memmo;e 
la Repubblica vedo ricader la Morea nelle mani della 
mezzaluna, né può o non vuole pensare a ricuperarla : 
perde pure l'isola di Tine e le forti piazze di Spinalunga 
e di Suda, ultime reliquie del suo antico dominio sulla 
grande isola di Candia; poco le rimaneva della Dalmazia 
e dell'Albania e il suo commercio principiava a declinare. 

È vero che, nel 1722, quando i Turchi diffusero la 
voce di assalir Malta, Venezia, come infiammata dal sangue 
de' suoi grandi padri, diede opera ad armamenti conside- 
revoli per guarentire le isole Joaie. 

Ma ecco i pirati ; i quali, infestando il Mediterraneo, 
minacciavano il commercio marittimo della Repubblica. 
Propose questa il bombardamento di Algeri, Tunisi e 
Tripoli ; ma la Spagna, che entrava nella lega con Napoli, 
Genova e con 1' Ordine di S. Giovanni, voleva godere tutti 
i vantaggi della spedizione in Algeri, senza sobbarcarsi ai 
pericoli ed alle noje che portano seco simili lotte, le quali 
avevano l' intento di svellere il male dalla radice, appor- 
tando un beneficio a tutti quelli che si sentivano minacciati 
dalle scorrerie dei pirati. 

Ma questi infestavano i mari : e, nel 1765, fu eletto 
governatore di mare straordinario Angelo Emo, (che stava 
per levarsi in grande nominanza), perchè, avuto il comando 
di un vascello di linea e di due fregate, incutesse spavento 
ai pirati. Ma, nel 1706 e 1767, i corsari di Tripoli si ab- 
bandonavano ad ogni eccesso a danno del commercio veneto: 
e, nel 1774, nuove violenze operarono quei ladri di mare, 
i quali furono repressi dal valore dell' Emo. Nel 1784 è 
il Bey di Tunisi che provoca la Repubblica a nuovi atti 
di rigore : Emo apparisce in quei mari e fu questo, si può 



— 230 — 

dire, uno degli ultimi ruggiti del fiero Leon di S. Marco. 
Anche neir anno, in cui il Goethe capitò a Venezia, l'Emo 
era impegnato in nuove lotte contro gli Algerini ; e lo 
stesso poeta tedesco, ne' suoi Maggi tn Italia^ scrive (30 
Settembre 1786, di sera) : « Salii sulla Torre di S. Marco, 
di dove si gode uno spettacolo unico. Era mezzogiorno allo 
incirca ; il sole splendeva così limpido, che, senza ricorrere 
al cannocchiale, potevo scorgere esattamente gli oggetti 
anche molto lontani. L' acqua copriva tutte le lagune, ed 
allorquando volsi lo sguardo verso il cosi detto Lido, — 
lingua stretta di terra, che chiude la laguna — vidi il 
mare per la prima volta ed alcune vele qua e là. Nella 
stessa laguna vi erano galere e fregate, le quali devono rag- 
giungere il cavaliere Emo, che sii facendo la guerra agli 
Algerini, ma che furono trattenute fin qui (la venti contrarii. >. 

L'Emo moriva nel 1792 ; e fu questo 1' ultimo raggio 
che brillasse sulla pallida fronte della vecchia Repubblica, 
minata all' interno dai corrotti costumi, rovinata nel com- 
mercio sul mare per 1' abbandono in cui fu lasciato tutto 
ciò che aveva formato la sua grandezza e la sua gloria. 

E il 12 Maggio del 1797 la Repubblica di Venezia 
miseramente cadeva, dopo che Carlo Goldoni, perseguitato 
dal Baretti, da Carlo Gozzi e da altri, era stato costretto 
a trovare un rifugio a Parigi, dove, allo scoppiare della 
Rivoluzione, diventato già vecchio, perduto l'emolumeuto 
largitogli dal re, ricadeva nella miseria, oppresso dalla quale 
moriva il febbrajo del 1793. Cosi finiva il gran Goldoui, 
che, per tanti anni, avea formato la delizia di tanti cuori 
con le sue immortali creazioni ; il re della commedia, che, 
come disse Giovanni Chénier alla Convenzione, nella tor- 
nata del 9 Febbrajo 1793, alla sua vedova « non lasciò 
altra eredità che un nome illustre, molte virtù e un' estrema 
povertà > ! 



231 






Questi i tempi e queste le condizioni di Venezia quando 
il grande poeta tedesco vi pose il piede. Non pochi ingegni 
fiorivano, allora, nella città delle bgune. Lontano da essa 
viveva, è vero, Carlo Goldoni che, sebbene grave di 79 
anni, tra una rappresentazione e V altra delle sue commedie 
sui palcoscenici del cervello del mondo, stava per condurre 
a termine le Memorie della sua vila : ma in essa vivevano 
e lavoravano i due Gozzi, Gaspare e Carlo, l'ano morto a 
Padova tre mesi dopo la venuta del Goethe a Venezia, 
r altro allora nell' età di sessantaquattro anni e impegnato 
in gare e in odii teatrali e che, nel mentre chiamava 
ventoso lo stile del Chiari e forense quello del Goldoni, 
ammanniva al pubblico le sue Fiabe che il Sismondi, lo 
Ginguené e lo Schlegel portavano ai sette cieli e che ebbero 
r onore, in parte, di essere tradotte in tedesco nientemeno 
che da Federico Schiller, il poeta del Guglielmo Teli, (1) 
Erano in pieno fiore Angelo Querini e Jacopo Filiasi : il 
primo, stimato da Voltaire e frequentatore assiduo delle 
adunanze serali d' Isabella Albrizzi e di Giustina Renier 
Michiel ; il secondo, giovane allora di trentasei anni e che 
cinque anni prima aveva pubblicato, in due volumi, il 
Saggio sui Vemli Primi. 



(1) Vedi : Tnraìidot, prhìdj)eiisa di China^ del Gozzi — Schillers 
iiimtntlìche Wcrke- Leipzig, Roclam, Voi. V e VI. 



— 232 — 

Quando il Goethe capitò a Venezia, Isabella Teotochi 
Albrizzi aveva 26 anni : ed alla bellezza fresca e fioreute 
della persona univa lo splendore dell' ingegno e della col- 
tura. Nelle sue adunanze serali conveniva il fior fiore della 
societcY straniera e cittadina ; e fu là che Lord Byron potè 
ammirare la Sstaol veneziana, com'egli stesso chiamò la donna 
bella e valente. Giustina Henier - Michiel, bellissima e colta, 
era sui trent' anni ed aveva, per il suo ingegno, le lodi 
del Monti e del Pindemonte ; più tardi si sarebbe stretta 
in amicizia col Cesarotti, col Bettinelli, col Foscolo e col 
Canova. Era amata dalla Albrizzi, che ella contraccambiava 
di pari nobile affetto : morta nel 1832, riposa ora in San 
Michele di Murano, in mezzo al vasto silenzio della laguna 
che si stende verde e lucente d' attorno, mentre la lettura 
del suo celebre libro della Origine delle Feste Veneziane ci 
fa passare davanti allo sguardo i fulgóri di feste ormai 
tramontate, e la cui eco riempie 1' anima d' una pensosità 
malinconica I 

Il Goethe, quando capitò a Venezia, aveva 37 anni : 
avea già scritti i suoi famosi Ciiìti d' amore, principiato 
il G:}lz di Berlichinr/en ed abbozzata la prima parte del 
Faust ; aveva già pubblicato il famoso Werther (1773. 
scritto CLtvi(/o, 1' Et/monf, Stelli e aveva steso in prosa 
r ipgenid od il Tasso : avea pure principiato il Wilhplm 
Meister ; opere tutte che aveano diff'uso il suo nome in 
tutto il mondo civile. Fin dal 1775, quando, cioè, aveva 
20 anni soltanto, era amico e consigliere del duca Carlo 
Augusto rli Weimar : nel 1779 n' era diventato consigliere 
eff*^ttivo segreto, avea viaggiato col duca in Svizzera, e. 
nel 1782, era stato nominato presidente della Camera col 
titolo di nobile, conferitogli dall' imperatore Giuseppe II. 
Cosi giovane e ormai tanto in alto ! 

Né s' era occupato soltanto di lavori letterarii. Fin 
da quando era studente all'Università di Strasburgo, godeva 
a tavola, come dice egli stesso, la compagnia di molti 
medici : ne era presidente il Dottor Salzmann, da cui prese 



— 233 — 

consigli su' suoi studii e ripetizione. Dal suo Diario di quel 
tempo, si scorge V attività meravigliosa di questo ingegno 
titanico per applicazioni diverse. Non istupirete, quindi, se 
egli si diede diligentemente allo studio dell' anatomia e 
della chimica : udì, la prima, dal Lobstein — la seconda 
dallo Spielmann e frequentò, inoltre, la Clinica di Ehrmann 
seniore e le lezioni di ostetricia di Ehrmann juuiore. S'era 
pure occupato di elettricità e rivolse, allora, la sua atten- 
zione alla teorìa dei colori, che formò, si può dire, tutto 
i tormento della sua vita: s'era occupato pure di alchimia. 
Avea già fatto degli studii interessanti di osteologia e di 
botanica; gli scritti, anzi, di Linnòo lo seguivano nelle 
sue escursioni ... 

Quand' egli giunse a Venezia, il suo cuore aveva già 
provato tutte le dolcezze e tutte le vampe della passione 
amorosa : all' immagine di Margherita s' era sovrapposta 
quella della graziosa Anna Schònkopf e questa era stata 
soppiantata da quella di Emilia; — non aveva, forse, 
ancora dimenticato del tutto la bella e soave figura di 
Federica Brion e la sua mano tremava scrivendo il nome 
di Carlotta Buff, che gli aveva inspirato il Werther. Il suo 
cuore aveva battuto violentemente per Lili, per questo 
fiore d' una freschezza veramente mirabile ; avea provato 
le vampe tormentose dell' affetto per la baronessa di Stein 
e si accingeva ad amare, in Venezia, Bettina . . . Poiché 
questo grande amatore volle provare anche l' affetto d' una 
veneziana. Neil' Epigramma XXXVII egli dice come, 



« Stanco ornai di veder quadri, tesori 
PrezYosi dell'arto accolti in questa 
Città dei dogi, e poichò questa gioia 
Un po' d'ozio richiede e di riposo. 
Il mio languido sguardo errò d' intorno 
Fra le beltà viventi ...» 



— 234 

€ Mariuola ! esclama il poeta, io scorsi in te V ori- 
ginale degli angioletti che Giovanni Bellini dipinse soave- 
mente con le ali». E neir Epigramma XXXVIII : « Come 
scolpita dalla mano dell'arte, la cara figurina, molle e senza 
ossi, nuota come i molluschi. Sei tutta membra ; tutto è fles- 
sibile e tutto è piacevole, tutto foggiato secondo le regole — 
come tutto si muove a volontà ! Ho conosciuto uomini ed 
animali, uccelli e pesci, rettili singolari, portenti dell' immen- 
sa natura ; eppure io guardo te con istupore, Bettina, o 
amabile portento : te, che sei tutto ciò unito insieme e 
un angiolo a un tempo». Egli ammira in Bettina fEpigr. 
41) la testa che si china graziosamente sul collo, ed 
esclama : « sotto un peso più bello non si piega collo 
Teruno». Ad una vecchia, che sta a contemplare la giovane 
veneziana, la quale fa tutto piacevolmente ridendo, (Epigr. 
il) egli dice : « Vecchia donna, tu ammiri — e ben giu- 
i^lamente — Bettina ! Tu sembri diventare più giovane 
e più bella quando la mia diletta ti rallegra.» È una di 
quelle sane nature di fanciulle veneziane che sanno em- 
pire d' un riso giocondo tutti i luoghi dove esse appari- 
ìjCOuo e inondare di letizia tutti i cuori che le avvicinano. 
BeLlina, cantata dal Goethe, non vi richiama forse alla 
mente le care Irotokte della graziosa poesia che fa parte 
del melodramma / Volponi di Carlo Goldoni, scritto in 
Parigi nel 1777?... 



Se de Venere el piitelo 
In 9itera j\ bù la cuna, 
Do Venezia la laguna 
L' à nudrido e l'à arlevà. 

Son sta in Franza e son sta in Spagna, 

Son sta a Londra e in Alemagna, 

Ma ste care coeolete 

Veneziane graziosete, 

Ma ste caro trotoleto 

No so trova altro che qua. 



— 235 — 

Gh' è per tuto dei Vulcani 
Che fornisce Amor de archeti, 
Ma in Venezia i bei ochieti 
Xe più forti e megìo i tra. 

Son sta in Svezia e son sta in Prussia, 

Son sta in Grecia e son sta in R^issia, 

Ma ste care cocolete 

Veneziane graziosete, 

Ma ste care trotolete 

No se trova altro che qua. 



Ben poco si sa di questa Bottina: ma, da quanto 
risulta leggendo gli Epigrammi Veneziani del Goethe 
(104 in tutti), sembra che il grande poeta tedesco, facile 
ad innamorarsi d' una donna e pronto anche a dimenti- 
carsene, non abbia considerata Bettina che come un amore 
passeggiero, dopo il quale l' aspettava in Roma quello 
più forte per la formosa Faustina, che rese paradisiaco 
(com'egli scrive nelle Elegìe Romane) il suo soggiorno 
neir eterna città. 

E vengo, ora, ad un passo de' suoi Viaggi in Italia, 
passo, di cui nessuno — eh' io sappia — nonché discusso, 
ha toccato. 

Non ho risparrniato ricerche per poter precisare a 
chi alludesse Wolfango Goethe, là, dove egli dice (28 
àSettembre) : « In Venezia mi conosce, forse, un uomo 
soltanto, e, forse, non s'abbatterà in me » ; ho rovistato in 
tutte le opere e le lettere del poeta del Faust — ma senza 
costrutto. 

Or bene : chi era quest' uomo .... 

Senza dubbio, una persona di alta levatura perché 
il Goethe si soffermasse a fare — sia pur di passaggio — 
r osservazione suddetta. Non il Goldoni perchè, anzitutto, 
iu queir anno, il gran commediografo, come dicemmo, si 
trovava a Parigi e poi perchè nessun dato abbiamo eh' egli 
lo avesse mai conosciuto da vicino : non Gaspare ne Carlo 



— 236 - 

Gozzi, non il Querinì e non il Filiasi, dei quali— ch'io 
sappia — non parla mai ne' suoi scritti. 

Nel passare, però, in rassegna gì' ingegni, che allora 
fiorivano in Venezia, e specialmente quelli coi quali l'inge- 
gno del Goethe poteva avere relazione in certe questioni 
scientifiche, a cui egli tanto si appassionava sin dall'età 
giovanile, mi avvenni in Francesco Aglietti, il quale, nato 
nel Novembre del 1757, aveva, alla venuta del Goethe a 
Venezia, ventinove anni. Nel 1780 egli era in patria, dopo 
di essersi laureato in medicina e dopo di avere assodate 
le dottrine, apprese nelle scuole, con la pratica nei grandi 
ospedali di Bologna e di Firenze. L' ingegno suo era vario e 
pronto e il suo affetto alla scienza grandissimo ; e tale, 
che, associatosi al Gallino ed al Gualandris, intraprendeva, 
nel 1783, la pubblicazione del suo celebrato Giornale per 
servire alla storia della medicina : giornale, nel quale 
versò a piene mani molte e dotte scritture, tanto che il 
suo nome si sparse rapidamente per tutta l' Italia. Trattando 
dei lavori del Rosa sul vapore espansive, apriva quasi la 
via al Galvani: cotalchè la celebrità del suo nome andava 
allargandosi anche oltre il confine della patria. S' occupò 
non solo di medicina, eziandio di fisica, di botanica, di 
geografia, di storia e di letteratura classica ; conosceva 
perfettamente il latino, il francese, il tedesco e l' inglese 
ed aveva nella sua biblioteca una raccolta di quanto di 
più eccellente si era pubblicato in ognuna delle lingue 
suddette. 

Quantunque io abbia cercato invano in tutte le opere 
del Goethe, « la cui mente — al dir dello Zumbini — 
abbracciava insieme le scienze, le lettere e le arti > un' al- 
lusione ai lavori dell' Aglietti concernenti 1' anatomìa, la 
fisica e la botanica, pure, amico coni' egli era di tutti quelli 
che si distinguevano nelle scienze, non è probabile eh' e^Yi 
conoscesse quest' uomo, il cui nome, ancor giovanissimo, 
aveva valicato la frontiera della patria ?... Assai temeraria 
è, certo, la mia supposizione : ma trovi essa indulgenza 



— 231 

(la parte di chi, di me più versato in simili studii e più 
fortunato di me, vorrà meglio approfondir la questione, 
soddisfatto d' averla almeno posta sott' occhio a qualche 
critico valoroso. 






Ma torniamo a quanto ha colpito il Goethe in Venezia. 
Alla vista della gondola, egli « rammentava uno de' suoi 
giocattoli infantili, a cui forse non pensava da più di 
vent' anni. Mio padre, soggiunge il Goethe, possedeva un 
bel modello di gondola eh' egli aveva portato seco ; e lo 
teneva molto caro e mi venne altamente raccomandato 
quando una volta potei giuocare con esso. Il lucido ferro, 
che s' avanza come un becco, il nero felze della gondola, 
tutto io salutava come una vecchia conoscenza ; e rigodevo 
una lieta impressione giovanile, che non provavo da molto 
tempo ». Neir Vili de' suoi Epigrammi^ egli canta così 
della gondola : 



Ad una culla, 

Che dolcemente ondegg^ia, 

Questa barca assomiglio e il suo cassetto 

Lo rassembro ad un vasto cataletto : 

Ed 6 pur ver quel che in cervel mi frulla ! 

Fra la culla e T avel noi fluttuiamo 

Sul canal della vita .... 

Ma spensierati ahimè, noi lo solchiamo ! 



- 238 — 

Nel V degli Epigrammi^ sì sente la gioja provata dal 
gran po(^ta nel passare, — seduto nella gondola snella, 
vogata (la due barcajuoli robusti, — in mezzo ai navigli. 



Disteso io giaccio in gondola e per mezzo 
Passo ai navigli, che di merci carchi 
Stanno nel Canal Grande. Ivi, diverse 
Son mercanzie pei varii usi e bisogni : 
Ivi, frumento, vino e insiem civaie 
E tavole di legno e insiem cespugli : 
E noi passiamo, come freccia, rapidi. 



Versi, a cui può servire, a dir cosi, di commento quanto 
egli dice ne' suoi Viaggi in Italia (29 Settembre, giorno 
di San Michele, di sera) : 

« Trovai facilmente il Canal Grande e il ponte di 
Rialto, dal quale si gode una vista magnifica : il canaio 
apparisce pieno di navigli, che recano dalla terraferma 
tutto ciò che fa bisogno alla città, e che approdano e 
scaricano, qui principalmente, le merci ; fra tutti questi 
navigli e' è un grande formicolìo di gondole ». 

Il Goethe alloggiò all' albergo della Regina d' InghiUn- 
ra. « Le mie finestre, scrive il poeta, danno sur un angusto 
canale rinchiuso tra alte case : sotto di me e' è un ponte 
ad un arco, e di rimpetto una calle strettissima molto 

animata di gente La solitudine, cui avevo anelato con 

si vivo desiderio, or la posso godere davvero; poiché in 
nessun luogo ci si sente tanto solitarii quanto tra il rumor 
della folla, in mezzo alla quale si passa sconosciuti aflFatto 
ad ognuno ». 

Nel giorno di San Michele, stanco di passeggiare per 
le vie strette di Venezia, monta in gondola, attraversa il 
gran Canale dalla parte settentrionale della città e giunge, 
per quello della Giudecca, fino alla Piazza San Marco. A 
questo punto, il Goethe esclama : « Tutto ciò che mi cir- 



- 239 — 

coiida è stupendo, è una grande e rispettabile opera della 
potenza umana unita insieme, un superbo monumento, 
non d' un sovrano, ma d' un popolo. E quando anche le sue 
lagune a poco a poco lo colmino, innalzandosi, e miasmi 
perniciosi si levino dalle paludi e il suo commercio illanguidi- 
sca e la sua potenza aflfatto decada, non per questo saranno, 
un solo istante, meno rispettati i disegni della Repubblica 
e la sua sapienza. Essa soggiace al tempo, come tutto ciò 
che ha una vitalità appariscente ». 

Nobili parole, che, pur celando nella loro stringatezza 
il triste pensiero del decadimento della gloriosa Repubblica 
Veneta, racchiudono altresì un grande entusiasmo per la 
bella città degli Zeno e dei Dandolo, e come un' indulgente 
pietà dinanzi all' incipiente languore di tante cose belle e 
gloriose. 

Com'è naturale, il Goethe visitò 1' Arsenale : quest' Ar- 
senale, che, come dice il Gautier, (Voyage cn Italie, pag. 
188), «co' suoi immensi bacini, co' suoi cantieri coperti, 
nei quali una galera poteva essere costrutta, attrezzata, 
equipaggiata e lanciata in mare in un giorno, richiama 
alla mente, col suo triste abbandono, quello di Cartagèna 
in Ispagn a, cosi attivo ai tempi dell' invincibile ar/war/«. Di 
là partivano le flotte che andavano a conquistare Corfù, 
Zante, Cipro, Atene, tutte queste ricche e splendide isole 
dell'arcipelago; ma, allora, Venezia era Venezia » 

« Questa mane (5 Ottobre), dice il Goethe, sono stato 
all' arsenale ; e, quantunque non m' intenda di marina, 
pure lo visitai con interesse e diletto, perchè si può dire 
eh' esso presenti 1' aspetto d' un' antica famiglia distinta, la 
quale inspira tuttora riverenza, benché sieno scomparsi i 
tempi in cui ella splendeva nel fiore della sua potenza. 
Percorrendo le officine, vidi parecchie cose degne di osser- 
vazione, e salii a bordo di una nave di ottantaquattro 
cannoni, che si stava costruendo e eh' era già portata a 
buon punto. Un' altra se ne vede, sulla riva degli Schiavoni, 
bruciata sino a fior d' acqua da ben sei mesi ; la stanza 



- 240 - 

(lelle^ polveri iiou era molto piena; e, scoppiando, produsse 
'dei danni di molto rilievo. Le case vicine ebbero i vetri 
frantumali. Ho visto lavorare delle quercie stupende, recate 
qui dall' Istria : il che mi fece pensare al modo con cui 
cresce quest' albero preziosissimo. Non posso dire abba- 
stanza quanto sopratutto mi giovino le cognizioni di storia 
naturale, che ho acquistato con molta fatica, a spiegarmi 
il metodo di lavoro degli artisti e degli operaj, neir uso 
di quei prodotti naturali che somministrano all' uomo i 
materiali da costruzione ; e cosi pure la conoscenza dei 
monti e dei marmi, che da essi si estraggono, mi fa fare 
un grande passo neir arte. » 

Nel XX'^ de' suoi Epigrammi Veneziani, il Goethe cele- 
bra i due leoni che stanno davanti all' arsenale : « i due 
colossi in marmo pentelico, che, come dice il Gautier, 
(op. cit. pag. 187 J, sono aflfatto privi di quella verità zoo- 
logica che Barye avrebbe lor data, senza dubbio ; ma che 
hanno qualcosa di così fiero, di cosi grandioso, di così di- 
vino, se questa parola può applicarsi a degli animali, da 
produrre un' impressione profonda. La loro bianchezza 
dorata si stacca mirabilmente sulla facciata rossa dell' ar- 
senale, composta d' un portico popolato di statue di merito 
e che, nondimeno, questi terribili vicini fanno rassomigliare 
a delle bambole, e di due torricelle di mattoni rossi 
merlate ed orlate di pietre, come le cfese della piazza Reale 
di Parigi. » 

Questi due "leoni, che, come soggiunge il Gautier, 
sebbene trofei di una sconfitta, conservano sempre il loro 
aspetto superbo ed hanno 1' aria di ricordarsi, nella città 
di San Marco, dell' antica Minerva, sono cantati cosi 
nell'Epigramma goethiano {Epigr. XX), 



Davanti all'Arscnal, stanno tranquilli 
Due leoni, dall'Attica recati; 
Piceiol diventa tutto a lor vicino, 
Porta, torre e canal. Se qui venisse 



— 241 — 

La madre degli Dèi, certo, ambedue 
Piegherebbero il eolio innanzi al carro, 
Lieta ella in cuore di cotal pariglia. 
Ma giù posano tristi ; or, miagolare 
Dovunque s' ode il nuovo gatto alato 
Che a protettor scegl levasi Venezia. 



Di questi leoni tocca il Goethe (8 Ottobre) anche ne' 
suoi Viaggi in Italia, « L' uomo stesso, egli dice, si senti- 
rebbe annientato alla loro presenza, se non valesse a 
rialzarlo la contemplazione di oggetti sublimi ». 

Del Bucintoro egli scrive (5 ottobre) : « Quel legno 
è tutto ornamenti . . . tutto dorature e sculture, inadatto 
a qualsiasi altro pratico uso, fatto soltanto per presentare, 
nel modo più signorile e più splendido, il suo capo al 
popolo veneziano. Da ciò impariamo che il popolo, allo 
stesso modo che adorna volentieri i suoi cappelli, vuol pure 
vedere ornati magnificamente i suoi capi. Questo legno di 
parata è un vero inventario di quanto erano, e ritenevano 
essere, i veneziani ». 






Vedemmo più indietro come il Goethe, prima di giun- 
gere a Venezia, avesse cominciato il suo Tasso in prosa, 
che poi condusse a termine e in versi sotto il tepido sole 
della nostra patria, ne' due anni deliziosi che vi passò. 



16 



— 242 — 

« Debito onore a og-ni mortale io rendo 
E non son ver Torquato altro che giusta. 
Ei d'un guardo la terra appena degna, 
Ei r unisono intende di Natura; 
Ciò che insegna la storia, ofifrc la vita, 
Pronto e volente ei nel suo petto accoglie ; 
Sua niente unisce ciò che lunge è sparso, 
Le morte cose il suo sentir ravviva; 
Quanto a noi par volgare ei d' aurea luce 
Sovente abbella, e ciò che in pregio abbiamo 
Calca a paro del fango. In questo suo 
Magico cerchio 1' ammirabil vate 
Sempre s' aggira e noi v' attragge e sforza 
A volger seco, a palpitar per lui. 
Par che a noi si raccosti, ed è lontano ; 
Par che in noi fìssi il guardo, e in nostra Vi».ce 
Spiriti, forse, agli occhi suoi si stanno. 

L' innamorato 

Cor disfogando, i boschi adempie e T aure 
Colla blanda armonìa de' suoi lamenti. 
Canto si bello, si soave affanno 
Ogni orecchio governa ed ogni core ». 

Queste parole mette il (loethe in bocca, nel suo TnJisn^ 
a Leonora (1); e, pieno la mente dei casi e dei versi iW 
oantor di Goffredo, si reca ad udire, nel silenzio della 
notte, un famoso concerto dei gondolieri che cantavano 
(ed ora ahimè, cantan si poco !), sulle loro proprie melodie, 
i versi del Tasso, pieni 

Della blanda armonia de' suoi lamenti. 

Carlo Goldoni stesso — nel Capitolo XXXVIII delle 
sue Memorie — dopo di avere accennato a' suoi amori iu 
gondola con la Passalacqua, nel mentre « V astuto gondo- 



(1) Atto primo, scena I. 



— 243 — 

lioro ... fa fare al remo da timone della gondola, e la 
lascia dolcemente andare a seconda del riflusso del mare », 
scrive : « Egli (il gondoliere) ripiglia il remo, gira la prua 
della gondola verso la città e ci canta, cammin facendo, 
la vigesiraa sesta stanza del decimo canto della Gentsalemwe 
liberata ». 

L'anima del Goethe, eh' era rimasta sino ad ora serena 
contemplatrice delle bellezze veneziane, si commuove : i 
suoi scritti si riscaldano e V ala della poesia batte, tra 
riga e riga, tiepida e luminosa. 

« Spuntata la luna, scrive il gran poeta tedesco, salii 
in una gondola la quale aveva un cantore a prora, un 
altro a poppa ; incominciarono essi il loro canto, alternan- 
dosi ad ogni verso. La melodia, che fu resa nota dal Rous- 
seau, ritiene del corale e del recitativo ; conserva sempre 
lo stesso ritmo, senza avere misura ; le modulazioni sono 
sempre le stesse, e vengono mutate soltanto, a seconda del 
contenuto del verso, in una specie di declamazione sia nel 
tono che nella misura; ed è facile formarsi un'idea 
dell' effetto che ne risulta. Non voglio ricercare in qual 
modo sia nata questa melodia, ma la si deve pur dir 
proprio adattata a persone di coltura scarsissima, le quali 
abbiano disposizione per la musica e vogliano subordinare 
a quella il canto di poesie che sanno a memoria. 

« Talvolta un cantore, dotato di voce estesa, qualità 
([uesta che è tenuta dal popolo in maggior pregio, se ne 
sta sulla sua barca presso la sponda d' un' isola o di un 
canale, ed intuona la sua canzone con quanta più energia 
vi può dare. La voce corre sul tranquillo specchio delle 
acque nell' ampio silenzio notturno ; da lontano, la sente 
un altro che conosce la melodia e che comprende le parole 
e risponde col verso che segue : il canto è ripigliato dal 
primo cantore e cosi via, talché il canto dell' uno è sempre 
l'eco dell'altro. Il canto dura, talora, tutta quanta la 
notte, senza che i cantori provino stanchezza; e quanto 
più grande è la distanza fra i due, e tanto più delizioso 



— 244 — 

pare il canto, sovra tutto se chi ascolta si trova nel 
mezzo. 

« A farmi meglio godere V incanto, scesero essi dalla 
gondola alla Giudecca, e presero posto V uno di fronte 
air altro sulle sponde del canale, dove io andai su e giù 
allontanandomi sempre da quello, il quale doveva inco- 
minciare il suo canto ed accostandomi a quello che aveva 
allora finito. Provai, allora, per la prima volta, V armonia 
ed il carattere di quel canto ; il quale, udito in lontananza, 
è sorprendente davvero e pare un lamento senza impronta 
di mestizia ; non parrà vero, ma commuove al punto da 
far sgorgare le lacrime. Io attribuivo quest' effetto ad una 
particolare disposizione dell' animo mio ; ma il buon vec- 
chio, che stava meco, mi disse : E singolare, come quel 
canto ùUenensce, e molto più quando è più ben cantato, (li 
Egli desiderava eh' io avessi potuto udire le donne del 
Lido, e specialmente quelle di Malamocco e di Pellestrinr, 
cantano esse pure i versi del Tasso sulla stessa melodia 
e sopra altre di carattere analogo. 

« Quel vecchio mi soggiunse che tali donne, quando 
i loro mariti sono a pescare in mare, sogliono sedersi 
sulla spiaggia intuonando ad alta voce, nella sera, quelle 
loro melodie, finché la voce dei loro uomini risponda 
da lontano, e s' intrattengono in tal modo con essi. Non 
è ciò molto bello e commovente ? Si comprende, però, di 
leggieri che uno non potrebbe provare, da vicino, nessuna 
soddisfazione ad ascoltare tali voci, le quali devono lottare 
contro il rumore delle onde del mare. Però, se non si 
comprendono le parole, si sente la melodìa di questo canto 
di una persona solitaria, la quale mira a farsi udire e 
ad ottenere risposta da un altro, che si trova ad una 
distanza notevole». 



(1) Le parole in corsivo sono citate dallo stesso Goethe in lin- 
gua italiana. 



- -^45 — 






Un ingegno osservatore e fantastico come quello del 
Goethe non poteva non restare impressionato dinanzi a 
quei vecchi, i quali, narrando storielle ad un ozioso udi- 
torio, intento tutto a bere dalle labbra venerande il 
racconto di antichi e meravigliosi •fatli marinareschi ovvero 
dei Beali (li Francia e di Baco d' Anfana , assumevano 
quegli atteggiamenti che erano richiesti dalla situazione, 
che essi dipingevano con la parola, scintillante, tratto 
tratto, del frizzo mordace del patrio dialetto. Anche adesso, 
quando è l'estate e il sole inonda della sua letizia il 
verde delizioso dei Giardini Pubblici di Venezia, e mentre 
le cicale cantano e scrosciano le fontane nelle loro vasche 
marmoree, anche adesso, all' ombra fresca e fragrante 
dei castagni e dei tigli, vecchi abbronzati dal sole, lupi 
di mare e arsenalotti in pensione si trovano insieme e si 
raccontano a vicenda antiche leggende, ovvero fatti accaduti 
duriate la loro non breve vita, passata in mezzo al vasto 
.^lenzio deir oceano : o parlano dei loro figli, che, macchinisti 
dell' arsenale, toccano, nel loro viaggio d'istruzione, l' India 
e il Giappone. Uno parla e gli altri ascoltano ; e i fanciulli 
ed i giovani si fermano ad udire quei racconti , in cui 
la ricordanza del passato si mesce al detto mordace, mentre 
r ampio bacino di San Marco, in cui si specchia l' isola 
di San Giorgio, è tutto luminoso al sole. Talora, ne' bei 
giorni d' autunno, quando l'aria comincia a farsi frizzante 
e il cielo si allarga nella sua ampia azzurrità sulla Uiri 
degli Schiaronì, che si stende lunata dal Ponte della Veneta 



— 240 — 

Marina sino al Palazzo Ducale, si formano qua e là 
lungo la Riva, sulle gradinate marmoree baciate lenta- 
mente dair acqua che le corrode, o sui gradini dei palazzi 
fulgidi al sole, non pochi gruppi di vecchi i quali, dinanzi 
a tanta luminosità diffusa e serena, si raccontano storie 
meravigliose. I loro gesti son lenti ; i loro occhi si aprono 
gravemente, mentre le pipe chioggiotte tremano loro tra 
le labbra. 

« Disgraziatamente, nota il Goethe, (3 Ottobre) nulla 
io potevo capire; osservai soltanto che il narratore non 
rideva mai e che rideva pure di rado l'uditorio, che era 
composto per la maggior parte di popolani. Del resto, il 
narratore nulla presentava di ridicolo nel suo aspetto, 
ed anzi pareva serio e composto ne' suoi gesti, che erano 
d' una varietà e di una precisione meravigliosa. » 






Giungendo nella città del Goldoni e del Gozzi, il 
Goethe, che era innamorato del teatro, nel quale avea 
già segnato, come vedemmo, una si chiara orma e si 
preparava a segnarne una di più profonda ancora, si recò 
varie sere a teatro; il 3 Ottobre andò a quello di San 
Moisè ; ma, come dice il poeta, « non ne rimase guari 
contento. La musica difettava di carattere, mancava ai 
cantanti V anima che sola può sollevare a perfezione tale 
sorta di spettacolo ». Assistè al ballo, che venne fischiato; 
« vi era, però, soggiunge il Goethe, una buona coppia 
danzante; e la ballerina, la quale si ritenne in dovere di 



— 247 ~ 

esibire agli spettatori tutte le parti belle della sua persona, 
ottenne fragorosi applausi ». Assistè, nel teatro di S. Gio- 
vanni Grisostorao, alla rappresentazione dell' Elettra di 
Crébillon, tradotta in italiano, e vi si annojò orribilmente. 
Ebbe, però, occasione di persuadersi — scrive il Goethe, 
G Ottobre — « che gli endecasillabi italiani non sono guari 
adatti alla declamazione, imperocché V ultima sillaba, in 
generale breve, non ostante la volontà dell' attore, ferisce 
r orecchio di chi Y ascolta ». 

Ma ecco splendere, fra tanta noia, il sole chiaro e 
sereno. 

La sera del 10 Ottobre assistè, nel teatro di S. Luca, 
alla recita delle Baruffe Ckiozzotte ; la soddisfazione, provata 
dal Goethe nell' ascoltare Y immortale capolavoro goldo- 
niano, si palesa da ciò che il poeta ne scrive sùbito dopo 
la recita ; quantunque, pur conoscendo Y italiano ma 
pochissimo il dialetto nostro e meno il chioggiotto, abbia 
frainteso la commedia in qualche punto. (1) 

« Quest' oggi, finalmente, posso dire di avere udita una 
buona e bella commedia ! L' abitudine di tutta quella gejite 
di schiamazzare sempre, neir allegria come nel dolore ; 
il loro contegno, la loro vivacità, la loro bontà d' animo, 
i loro modi volgari, i loro frizzi, i loro capricci sono ri- 
prodotti con inarrivabile spontaneità. La Commedia è ancora 
una di quelle del Goldoni . . , . quelle scene mi divertirono 
moltissimo, e, quantunque io non potessi comprendere tutti 
i particolari, riuscii, però, a seguire lo svolgimento del- 
l' azione ». 

Chi ha assistito alla rappresentazione delle Baruffe 
Chiozzotte avrà sentito per tutto il teatro circolare come 



(1) V^edi ili proposito qiuinto scrive il signor E. Maddalena 
nel suo scritto Goethe o. Il Goldoni^ pubblicato nel Fcnìfitìta della 
Do7ru>ììua, Anno XIV^ N^ 36, 24 Sott. 1892. 



A. 



— 248 — 

una gaja corrente di schietta allegria. Oh, benedette e 
immortali commedie di papà Goldoni, che ignorate i 
nervosismi dei drammi moderni, rappresentati alla sera, 
dimenticati alla mattina dopo : benedette commedie, cosi 
piene di sole, di gajezza e di vita sana, voi allargate il 
cuore di chi vi ascolta e fate buon sangue, pur ritraendo 
fedelmente ne' suoi costumi, nelle sue abitudini, nel suo 
cicaleccio la magica città che diede la vita a chi vi 
dettava ! 

« Non ho mai visto finora, soggiunge il Goethe, un 
popolo prendere cotanta parte ad uno spettacolo, godere a tal 
segno, di vedersi riprodotto sulla scena con tanta naturalezza. 
Non faceva altro che ridere ed applaudire durante tutta 

la rappresentazione Vuoisi propriamente dar lode 

all'autore per aver saputo trasportare con tanta verità 
sulla scena i costumi del popolo. La cosa non sarebbe 
guari possibile con altro popolo, di natura meno piacevole, 
ma si dovrà pur sempre dire che la commedia è scritta 
da mano maestra ». E ben diceva, la bellezza di vent'anui 
prima della venuta del Goethe in Venezia, Pier Giovaimi 
Groslej^ (1), uno degli scrittori più bizzarri, fiorito in Francia 
nel secolo decimottavo. « Il Goldoni unisce, ad un ingegno 
conosciutissimo, tale un carattere e tali abitudini che la 
loro naturalezza, dolcezza e giocondità farebbero di lui 
un uomo altrettanto stimabile quanto amabile, anche in- 
dipendentemente dall' ingegno. 

Un Plauto, un Terenzio, un Molière compongono la 
sua biblioteca ; il mondo e gli uomini sono i libri eh' egli 
studia più di tutto. Da questa miniera inesauribile, un 
colpo d' occhio attivo ed esercitato trasporta senza sforzi, 
nelle sue composizioni, dei caratteri sempre veri, le sfu- 



(Ij Vedi : Achille Neri — Aneddoti Goklonìjanì, Ancona, Morelli, 
1883, pftg. 39. 



— 249 - 

mature più delicate che le passioni destano in ogni carattere, 
delle situazioni che colpiscono straordinariamente, quantun- 
que molto semplici, finalmente quel comico che nasce ad 
ogni istante nella società, e che si sperde appena sorto, 
perchè non osservato uè colto : in una parola, il Goldoni 
è fecondo, semplice e vario, ma inuguale e trascurato come 
la natura stessa. Nessun autore ebbe mai una facilità 
uguale alla sua (1). » 

Nella sera del 3 ottobre, il Goethe fu alla Commedia 
del Teatro di San Luca — e vi si divertì moltissmo. 

« Vidi, narra egli stesso, (4 Ottobre), rappresentare 
dalle maschere una produzione improvvisata e con molta 
naturalezza, energia e valentia. . . 11 Pantalone è bravis- 
simo . . . Gli spettatori s' identificano con lo spettacolo . . 
Alla sera vanno in teatro e sentono la loro vita di ogni 
giorno rappresentata al vero, innestata in una favola 
che le maschere recitano con una evidenza e una verità 
inarrivabili .... Non ho mai veduto recitare con tanta 
naturalezza quanto da queste maschere ; e, per raggiungere 
quella perfezione, non bastano le più semplici disposizioni 
naturali : è d' uopo, altresi, d' una lunga pratica. » 

Come vedete, all' autore del Faust e delT Ifigenia 
piacevano molto Pantalone, Truffaldino e Brighella ; e 
molto piacevano anche allo Schiller, il quale volse in tedesco, 
come dicemmo, qualche fiaba dei Gozzi. « Le maschere, 
scrive il Goethe, (10 Ottobre), che presso di noi hanno 
r aspetto di altrettante mummie, sono qui per contro 
piene di vita, e si devono dire propriamente un prodotto 
particolare a questa contrada. Riuscirono, per cosi dire, 
a personificare le varie età, i caratteri diversi e le diverse 
condizioni ; e, per quanto recitino le maschere in teatro 



(1; Nouvemix Mémoires ou ófìservations sur V Italie — Londrc^s, 
1764, IL 4. 



r 



— 250 — 

per la maggior parte dell' aiiuo, si trovano pur sempre 
naturalissime quelle figure couvenzionali. » 

La sera del 5 Ottobre il Goethe ritornò, ridendo, 
dalla tragedia : e non potè fare a meno di conseguane 
alla carta questa sua allegria. — Finita la tragedia, iu 
cui le morti di tutti i personaggi , meno due , tennero 
dietro le une alle altre, calato il sipario, cominciarono 
gli applausi ; e, dice il Goethe, « si gridò a squarciagola 
fuori ! fuori ! finché i due sposi, (i soli sopravvissuti al 
generale eccidio), alzato il sipario, comparvero sulla scena 
e, traversandola a furia d' inchini, rientrarono nelle quinte 
dalla parte opposta. Ma il pubblico non era ancora sod- 
disfatto ; e continuò ad applaudire freneticamente e a 
gridare : fuori i morti ! finché i due padri, (che si erano 
uccisi per rivalità di famiglie), comparvero alla loro volta 
sulla scena, facendovi essi pure i loro inchini ; ed allora 
alcuni presero a gridare : bravi i morii f — e questi furono 
a lungo trattenuti sulla scena dagli applausi, finché poi 
si permise loro di ritirarsi. Questo scherzo divertì il 
pubblico in modo incredibile, e risuonauo tuttora al mio 
orecchio / bravo ! bravi ! che gP italiani hanno, ad 
ogni momento, sulle labbra - e che questa sera valsero ad 
evocare dalla loro tomba i morti. » 

Però, dalla tragedia il Goethe -- come confessa egli 
stesso — y> capì con quanta avvedutezza il Gozzi mescolasse 
le maschere alle figure tragiche » ; udì pure « in qua! 
modo gì' italiani pronuncino e declamino i loro versi 
ejidecasillabi » (4 (ottobre). 

Quattr' anni prima, cioè, nel 1782, avea scrittolo 
Schiller (1) : « la declamazione è sempre il primo scoglio, 
a cui vajino a spezzarsi la maggior parte degli attori, e 



(1; rW>^r f/rt.s fjef/eiìtnirfif/e dcnfschf Theater Voi. IX e X. 
pacr. 30. 



- 251 — 

la declamazione contribuisce sempre, per due terzi, alla 
iutiera illusione. La via delle orecchie è la più praticata 
e la più vicina al nostro cuore. La musica ha soggiogato 
il rozzo conquistatore di Bagdad, per il quale Mengs e 
Correggio avrebbero invano esaurito tutta la loro pofejiza 
pittorica. » 






Il 6 Ottobre, il Goethe si recò alla funzione a cui 
assisteva tutti gli anni in quel giorno, nella Chiesa di 
Santa Giustina, il doge in memoria di una vittoria riportata 
anticamente sui Turchi. Dalla descrizione, che della festa 
fa il gran poeta tedesco, esala come un profumo di antiche 
glorie : e balena ancora una volta dinanzi allo sguardo 
un fulgore di quella Uepublica, la quale sapeva dare un 
aspetto di magnificenza a tutto ciò che valeva a ramme- 
morare le gloriose vittorie riportate in quei tempi, in cui 
r alato leone di San Marco faceva sentire il suo ruggito 
nelle spiaggie più lontane, e il rosso vessillo di Venezia 
sventolava sotto i fiammaiiti cieli d' oriente. 

Ma lasciamo parlare il gran poeta. 

« Quando giunsero davanti alla piccola piazza le 
barche dorate, le quali portavano il principe e buona parte 
della nobiltà, ornate tutte di drappi e mosse da remi 
dipinti in rosso : quando sbarcarono il clero e le confra- 
ternite, con lanterne d' argento, fissate in cima a lunghe 
aste, attraversando il ponte ricoperto di tappeti, ponte che 
dal canale dava accesso alla fondamenta: quando si videro 



>~ 252 — 

strisciare sul sUolo le code, prima delle toghe di color 
violaceo dei Savii, e, appresso, di quelle rosse dei Senatori: 
quando, finalmente, si vide apparire il doge, col berretto 
frigio in oro, col manto d' armellino, e si scorsero sulla 
piccola piazza, davanti alla chiesa, le bandiere tolte ai 
Turchi (ì), allora io credetti d'avere sottocchio un tap- 
peto antico di stupendo disegno e di colorito vivace. 
Viaggiatore delle contrade settentrionali, provai un piacere 
grandissimo a questo spettacolo nuovo. Presso. di noi, dove 
tutti assistono alle feste col loro modo di vestire abituale, 
dove, nelle feste maggiori, si vedono sempre anzitutto 
soldati con lo schioppo in ispalla, tutta quella pompa, tutto 
quello sforzo sarebbero stati per «avventura fuori di luogo 
ma qui, tutte quelle toghe, tutte quelle code, tutto quel 
corteggio solenne erano al loro posto. » 

« Il doge è uomo di beli' aspetto, inoltrato già negli 
anni ; e, per quanto possa essere affrjinto dalla vecchiaja in 
contemplazione della dignità di cui è rivestito, cammina 
ritto tuttora della persona, a malgrado delle vesti pesanti 
che iiidossa. Del resto, pare il patriarca di questa stirpe 
numerosa, ed ha T aspetto sommamente buono ed affabile : 
il suo costume gli sta benissimo, — ed il cappuccio, 
sottoposto al berrettone, non lo pregiudica punto, essendo 
finissimo e trasparente, cosicché non nasconde la canizie 
del vecchio venerando ». 

« Accompagnavano il doge cinquanta nobili all' incirca, 
i quali vestivano la toga a coda, di colore chermisino: 
begli uomini in generale, nessuno di aspetto meschino, 
molti di alta statura, con teste voluminose le quali facevano 
buona figura sotto le loro ampie parrucche bionde ricciute: 
tutte quelle faccie piuttosto pienotte, di carni molli, bian- 



< l; Nella famosa battaglia di Lepanto. 



— 253 - 

chissiin^, liscie e di aspetto pacato rivelavano la soddisfazione 
di essere al mondo e di trovarsi bene ». 

« Allorquando tutto il corteggio solenne ebbe preso 
posto nella chiesa, e si diede principio alla funzione, i 
membri delle confraternite entrarono processionai mente 
due a due per la porta maggiore della chiesa, uscendone 
per una porta laterale a destra, dopo di avere presa V ac- 
qua benedetta, e dopo di aver fatto una genuflessione 
davanti all' altare ma^jgiore ed un saluto al doge ed ai 
nobili >. 

Non abbiamo noi dinanzi un quadro veramente bello?... 

Situata presso San Francesco della Vigna, la Chiesa 
di Santa Giustina, dove avea luogo la cerimonia, non 
mostra ora che la sola facciata, poiché la chiesa fu ridotta 
a quartiere militare. Eretta da S. Magno nel XII secolo, 
venne rifabbricata nel XIII, XVI, XVII e XVIII ; dopo 
di che, caduto il soffitto, venne chiusa definitivamente. La 
facciata, di stile della decadenza, fu ordinata dalla fami- 
glia Soranzo all'architetto Baldassarre Longhena. Ora, per 
il campo malinconico di Santa Giustina, passano la mattina 
e la sera gli arsenalotti, che, reduci dai loro cantieri, 
degnano appena d' uno sguardo V edificio che fu già la 
chiesa dove la Repubblica Veneta affermava, con le ceri- 
monie religiose, la sua grandezza e la sua gloria. Sic 
iransit gloria mundi! 

Doge di Venezia era, allora, Paolo Renier, grave di 
76 anni quando il Goethe lo vide. Salito al soglio ducale 
il i4 Gennajo del 1779, erano già scorsi 7 anni dacché 
egli reggea la Repubblica. Era uomo di acutissimo ingegno 
e oratore di eloquenza cosi lucida e vigorosa che, morto 
il doge Marco Foscarini, rimase, senza contrasto, il primo 
ed il più grande oratore della Repubblica di Venezia. Fu 
prima Senatore, Censore, Consigliere di S. Croce, Savio 
del Consiglio, ambasciatore a Vienna, Bailo a Costantinopoli 
e Cavaliere della Stola d'oro. Era uomo di tempra forte 
e gagliarda ; e. prima assai di pervenire al dogato, e prò- 



— 254 — 

priauieiito nel 17G2, avea parteggiato con quelli che pro- 
l)ngnavano la necessità di nuove riforme negli ordini 
interni della Repubblica ; ed unito ad Angelo Queriui e 
ad altri, assalì apèxtamente V autorità del Consiglio dei X 
e degr Inquisitori di Stato : ma il trionfo rimase al partito 
conservatore, capitanato da Marco Foscarini. Ebbe parte 
alla pugna, e, certo, V ebbe principalissima, come nota il 
Dandolo (1\ quando il partito de' novatori scendeva nuova- 
mente in campo, nel 1780, guidato da Giorgio Pisani e 
da Carlo Contarijii, con pretese ad ognora crescenti. Renier, 
allora, era doge da circa un anno ; ed egli, al dire del 
(iradenigo — quantunque suo accusatore — « con quella 
eloquenza e virtù, che retaggio suo speciale, dileguò 
qualunque sospetto, atterrò e 'tentò di conciliare i voti. 
Egli non fu inteso da tutti, perchè gli avversarli tentarono 
di far strepito per svagar V attenzione dei bene intenzionati 
e degr indifferenti. Dopo di questo fu mandata la parte. 
Ebbe il Serenissimo 4G0 voti, 372 i Capi di Quaranta... 
Dunque, fu presa la parte del Serenissimo e vi fu un bat- 
timento di mano incredibile ». 

Fu sotto il dogato di Paolo Renier che si condussero 
a termine, come dice il Goethe, ^^9 Ottobre), « quelle co- 
struzioni s^randiose denominate Munizzi, che la Repubblica 
ha fatto innalzare a difesa contro il mare >. Collocata la 
prima pietra il 24 Aprile 1744, furono terminati nel 1782: 
e contro essi, lunirhi più di 4(^1)0 metri dalla parte del 
litorale di Pellestrina e metri 1200 dalla parte di quello 
di Sottomarina, contro queste Dighe, che si possoup chiamare 
le luura di Venezia e che hanno alla base uno spessore 
di II metri, si frantre Pira delP Adriatico. Dall'alto dei 
Murazzi V occhio nero e pieno di foco del gran poeta 



l / * ? c.uitif.j tU ;.\ ! lì' f ' u V J .\n • t a Vrnrzìa ed i siwì « itimi cin- 
(/i«frMr,iM',4 — ViMìoxìa. l^^i* — Nuraìovich — Voi I. pagg. da 



— 255 — 

tedesco ha spaziato sul mare — e della sua visita a Pel- 
lestriua e alle vicinanze di Chioggia la lasciato memoria 
ne' suoi Viaggi in Italia. 

Innamorato del Palladio, egli visita la Chiesa della 
Carità, quella del Redentore e quella di San Giorgio; ed 
ha parole di ammirazione per quell' architetto, che, come 
dice il gran poeta, (3 Ottobre), « si era compenetrato tal- 
mente dell' esistenza degli antichi, che sentiva le meschi- 
nità, la picciolezza de' suoi tempi, quasi uomo grande il 
quale non vi si può piegare, e che cerca, per quanto gli 
è possibile, ridurre il tutto conforme alla sublimità delle 
sue idee ». E più oltre (6 Ottobre) : 

« Comprendo ognora più le sue idee a misura eh' io 
leggo le sue opere, e scorgo in qual modo avesse egli stu- 
diati gli antichi ; scrive poco, ma ogni sua parola ha il 
suo peso. Il suo quarto libro, il quale tratta dei templi 
antichi, si deve dire una vera introduzione al retto studio 
dei monumenti dell' antichità. » 

L' 8 Ottobre si recò al Lido — e raccolse, sulla spiaggia 
del mare, alcune piante e portò seco dei semi. Nel cimitero 
degli Inglesi vide la tomba del bravo console Smith e della 
consorte, e scrive : « Sono debitore al primo dell' edizione 
del Palladio, e gliene manifestai la mia gratitudine sulla 
sua sepo tura appartata». Indi, come un senso di tristezza 
lo assalisse in quel luogo deserto, dinanzi all' ampia 
solitudine del mare, egli scrive : « E non è questa appartata 
soltanto, ma oramai ricoperta dalle sabbie, che i venti 
trasportano su quella lingua di terreno, la quale si allarga 
di continuo — e, fra poco, quella tomba rimarrà total- 
mente sepolta! ». 

Nel XXV" de' suoi Epigrammi \\neziani egli scrive : 

La baia hai visto, il mar conosci e i pesci. 
Quivi é Venezia .... (1) 



(1) Si veggano pure gli Eingrammi 96, 97, 98 che parlano del mare. 



250 - 






E che dico egli mai dei pittori veneziani, dinauzi alle 
opere dei quali potea sbramare lo sguardo, lui, che, ne' 
suoi stessi Viaggi in Itiiia, scrive (8 Ottobre) : « è mia 
antica dote caratteristica di contemplare le cose con 
r occhio del pittore ? ». 

Nel XXIX Epigramma egli dice d' aver molto dise- 
gnato ed inciso e dipinto ad olio; e di ciò par a a lungo 
il Lewes nel suo bel libro sul CfOethe. Entusiasta egli 
era, adunque, dei quadri dei valenti maestri. A tale pro- 
posito, assai significante è un brano de' suoi Viaggi i^ 
Ottobre) : brano, in cui il suo entusiasmo per i pittori 
della scuola veneziana si palesa, largo ed intero, «ella 
frase immaginosa e colorita. 

È chiaro, scrive, che V occhio si forma a norma degli 
oggetti che si hanno in vista da giovani, e convien dire 
che i pittori veneziani vedessero le cose sotto un aspetto 
più limpido e più sereno che gli altri uomini. Noi, che 
siamo vissuti per lo più in una contrada ora fangosa, ora 
polverosa, senza colorito, di aspetto cupo, e rinchiusi inol- 
tre spesse volte in appartamenti ristretti, non ci possiamo 
formare UJi' idea di quelle tinte calde e brillanti. » 

» Allorquando io vò vagando per la laguna, alla luce 
di uno splendido sole, e contemplo i miei gondolieri cur- 
varsi sul remo ed emergere, vestiti di colori vivaci, dal 
verde del mare nell' azzurro dell' atmosfera, posso dire di 
avere propriamente sott' occhio un dipinto della scuola 
veneziana. La luce del sole fa brillare i colori : le onde 



— 257 — 

souo cosi leggere, che si direbbe potere queste alla lor 
volta far le parti di luce. E la stessa cosa si può dire 
della tinta del mare ; tutto è chiaro, limpido, trasparente, 
sia r onda spumante, sieno gli sprazzi di luce, fra cui io 
occupo uno spazio impercettibile. » 

» Tiziano e Paolo Veronese possedevano in sommo 
grado questa chiarezza, questa limpidezza di tinte; e quando 
esse fanno difetto nei loro quadri, si può ritenere con 
certezza che questi ebbero a soffrire, ovvero che furono 
ristaurati. » 

L' 8 Ottobre visitò il palazzo Pisani Moretta, per 
vedervi lo stupendo quadro di Paolo Veronese, rappresen- 
tante le donne della famiglia di Dario inginocchiate davanti 
ad Alessandro e ad Efestione. Questo quadro, osserva il 
Goethe, « è fatto propriamente per dare idea della valen- 
tia di quel grande maestro. Rivela esso tutta la grand'arte 
del pittore, di dare alle sue opere un aspetto armonico, 
senza ricorrere ad una tinta monocroma, ma col sapere 
fondere colle ombre e colla luce i colori; questa tela, poi, 
trov^asi in ottimo stato di conservazione ; pare sia uscita 

ieri dallo studio del pittore ». Nel palazzo Farsetti 

ammirò una collezione preziosa di copie in gesso delle, 
migliori statue antiche; opere tutte, come osserva egli 
stesso (8 Ottobre), « le quali potranno recare soddisfazione 
in ogni tempo, e dare a pensare a lungo sul merito dei 
loro autori ». 

E curiosa V osservazione eh' egli fa sui cavalli che 
stanno sulla facciata della Cniesa di San Marco. 

« Dalla Piazza — egli scrive, T 8 Ottobre — non si 
scorge che souo macchiati, parte di un bellissimo colore 
di metallo dorato, parte di colore verde di rame. Esami- 
nandoli con attenzione, si vede che anticamente erano 
dorati per intero, e si notano tuttora le graffiature fatte 
sui loro corpi dai barbari per trarre V oro dalla superficie. 
Meno male che le forme rimasero illese ». 



17 



— 258 - 

« Quali stupende coppie di cavalli ! Mi piacerebbe u- 
dirne il giudizio da parte di persona versata nelle cogni- 
zioni ippiche. Ciò che mi ha colpito maggiormente si fu 
che, stando a loro vicini, essi sembrano pesanti ; mentre, 
visti dal basso, in Piazza, appajono svelti e leggeri come 
cervi. » 






« Trovo che avrei potuto dire varie cose con mag- 
giore precisione : trattarne altre più diffusamente, più ac- 
curatamente ; ma, come stanno, varranno pur sempre quale 
ricordo fedele di una prima impressione, che, sebbene 
possa non essere sempre la vera, ci rimane pur sempre 
preziosa. Potessi almeno dare ai miei amici un' idea di 
questa esistenza piacevole .... Se non avessi presa la ri- 
soluzione, che ora mando ad effetto, non so davvero quale 
miserai fine avrei fatto, tanto era diventata in me ardente, 
imperiosa, la bramosia di potere considerare questi oggetti 
co' miei propri occhi . . . Sono stato pochi giorni a Vene- 
zia, ma mi sono addentrato abbastanza nel modo di vivere, 
neir esistenza, per meglio dire, di questa città, per sapere 
che ne porto un' idea tutto che incompleta, fedele però ed 
esatta ». Queste parole scrive il Goethe il 12 Ottobre, due 
giorni prima della sua partenza da Venezia ; e il 14 Ot- 
tobre, alle 2 di notte, al momento di dare T addio alla 
città dei dogi, verga queste poche linee che suggellano 
quanto egli lascia scritto sulla regina delle lagune : 

« Scrivo negli ultimi istanti del mio soggiorno in 
questa città, imperocché devo partire fra poco per Ferrara 
colla barca corriera. Parto volentieri da Venezia, dacché, 
per starvi più a lungo con piacere e con profitto, avrei 
dovuto fare altri passi, i quali avrebbero dissestato i miei 
disegni. Del resto tutti se ne allontanano in questo mo- 



- 259 — 

monto, recandosi alle loro ville o alle loro possessioni in 
terraferma. — Intanto, non ho perduto qui il mio tempo, 
e ne riporto meco la splendida, meravigliosa, anzi unica 
immagine. » 

E, con r immagine di Venezia nel cuore, partì per 
Roma per recarsi poi a Napoli e in Sicilia, dove l'anima 
sua avrebbe goduto le più pure delizie dinanzi ai monu- 
menti deir antichità e dinanzi alla gaja e serena natura 
dei paesi meridionali, « su quelle riviere, come dice egli 
stesso, (Sotto Taormina, 7 Maggio 1787), sotto un cielo 
purissimo, dove soffia ua dolcissimo zeffiro e le rose sono 
in fiore e si ode il canto dell' usignolo. » 

Nel 1886 i signori dott. Th. Elze, pastore dei prote- 
stanti tedeschi residenti a Venezia, Federico Weberbeck, 
presidente del club alemanno ed il pittore Augusto Wolf 
si unirono in comitato per commemorare, nell' Albergo 
Vittoria, già Recfina d' Inghilterra,, il centenario del sog- 
giorno a Venezia del grande poeta tedesco. A tal uopo, 
nella gran sala dell' albergo suddetto, elegantemente ad- 
dobbata per r occasione, un' eletta accolta di signori te- 
deschi conveniva a gajo banchetto, la sera del 14 Ottobre 
dell' 8G ; ed allo sciampagna ij dott. Elze evocò, con belle 
parole, la grande lìgura del poeta del Faust. Fu pure de- 
ciso di ricordare, con una lapide in marmo, la dimora 
fatta dal Goethe a Venezia : lapide, che venne infìssa sulla 
facciata dell' albergo, con la seguente scritta : 

GOETHE 

WOHNTE HIER 

28 SEPT. — 11 OCT. 

MDCCLXXXVI 

((Goethe abitò qui dal 28 Settembre al 14 Ottobre 1780). 
Tutte le volte eh' io passo davanti all'albergo Vitto- 
ria, e vedo quella lapide, volgo in giro lo sguardo come 
dovessi vedere apparire a qualche verone la bella testa da 
Apollo del gran poeta, che ha amato Venezia e idolatrato, con 
afret4:o quasi di figlio, la nostra cara e bella patria : l' Italia. 



LEGA CONTRO L'ALCOOLISMO 

e ASSOCIAZIONE DEL RIPOSO FESTIVO 



Venezia, li 3 Marzo im. 



Onorevole Signor Deputato 



Discutendosi ora nel Parlamento Nazionale 
la Legge snl Riposo Festivo sentiamo il dovere 
di riv^olgerci alla S. V. Ill.ma per ragioni di inte- 
resse vitale ai Lavoratori e alla Nazione. 

La Legge sul Riposo Festivo sarà alta conquista di 
civiltà per V Italia ; non enumerandone le ragioni fisiche, 
morali, economiche che Ella, On. Deputato, ben conosce, 
ricordiamo solo come il Riposo Festivo sia precisamente 
diretto a ottenere la reintegì^azione di tessuti ed organi 
usurati, e di foi'ze esaurite, e /' eliminazione completa 
delle varie sostanze tossiche circolanti nel sangue e 
negli umori degli operai, provenienti queste e dal lavoro 
neuro - muscolare, e, talvolta, da intossicazioni profes- 
sionali. 



— 261 — 

Ma date le condizioni economico-morali doir Italia 
nostra avverrà fatalmente che nelle lunghe ore di Riposo 
Festivo molti fra i Lavoratori saranno attratti dalle lusin- 
ghe degli spacci di vini e liquori : cosicché anziché uno 
svelenamento avremo nuora e crescente intossicazione, 
anziché reintegrazione organica vedremo fatti di detno- 
lizione somatica e psicomorale neir individuo e nella 
specie, frutti inevitabili deir alcoolismo. 

È superfluo ricordare alla S. V. Ill.ma tutti i gra- 
vissimi danni indotti nell* individuo e nella discendenza 
dall'abuso delle bevande fermentate e distillate, ed é 
parimenti inutile trattare ora del rapporto diretto esi- 
stente ft-a alcoolismo e tubercolosi, e nevrosi, ed epi- 
lessia, e psicòsi, e delinquenza, e immoralità. 

Ci permettiamo esporre alla S. V. Ill.ma alcune poche 
cifre statistiche le quali possano richiamare l'attenzione 
sulle coudizioni in cui si trova oggimai V Italia in rap- 
porto al Consumo di Vini e di Spiriti. 

Tino (1) 



inni 


Fnriuiose 
EUoytri 


Importuiou 
ElttUtii 


Eipwtuìou 
EtUUtri 


ConaDO Totali lliquU pir 
Ettolitri abitanti - uno 


1899 


32.500.000 


142.420 


2.430.378 


30.212.042 litri 94 


19O0 


32.200.000 


127..Ó04 


1.875.784 


31.4.Ó1.720 . 97 


1901 


42.600.000 


180.01 1 


1.334.897 


41.451.114 » 127 



Alcool puro a lOO"" (2) in bevande spiritose 



Anni Ettolitri 

1898-99 — 185.490 

1899-900 — 202.4r)7 

1900-901 — 200.377 



Aliquota per abitante - Anno 

litr. 0.58 

» 0.63 

» 0.61 



v^l) Boll. stat. di Leo-."'' dojrantile comp.*» anni 900-902. 

(2) Relaz. ann. Gabelle — Min.*» Finanze — anni 1899-901. 



— 202 — 

Tali cifre statistiche si riferiscono a tutti gli abitanti 
del Regno, donne, lattanti, bambini, e astinenti compresi : 
e a tutto il Regno anche alle Regioni sobrie — per es. 
Italia Meridionale. 



Al I*" Oennaio 1894 (1) esistevano in Italia: 

Ristoranti, trattorie, osterie, bettole . N. 99.803 
Caffè, birrerie, fiaschetterie, cantine . > 61.181 
Liquorerie e simili .... » 16.499 



Spacci di bevande fermentate o distillate 

Totale N. 177.483 

cioè l spaccio ogni 180 abitanti. 

In Prov. di Toiino esistono località con 1 spaccio 
ogni 134 abitanti, a Venezia si ha 1 spaccio ogni 124, a 
Milano 5 spacci per 1 negozio di pane ! 

Nella Basilicata (2) si hanno spacci 41 su 10.000 abitanti. 
Nel Lazio (2) » > > 84 » » > 

A Venezia » » » 80 » " » » 

La lotta contro Y Alcoolismo oggi mai si impone nel 
Regno : e sorsero Leghe contro questo flagello e a Fi- 
renze, da oltre 11 anni ; nel decorso anno a Bergamo, 
Brescia, Venezia, e si sta fondandone a Udine e Bologna. 

Le Leghe sorte e sorgenti si occuperiinno della edu- 
cazione antialcoolica del popolo : 

Ma dallo Stato debbonsi attuare o promìiorere tutti 
quei provvedimenti che mirino efficacemente a salvare 
V uomo dair alcool. 

Egli è perciò che come correlative alla Legge 
sul Riposo Festiro ci permettiamo additare, e dicliia- 



(1) Annuario statistico Ital. 1895. 

(2) Rochat. r Alcoolismo in Italie — Florence 1899. 



— 203 — 

rare urgenti, alcune disposizioni le quali raccoman- 
diamo air illuminato criterio di governo della S. V. Ill.ma: 

I. Imporre il totale riposo festivo alle Liquorerie, 
e quindi la loro chiusura durante V intero giÓ7Vio 
festivo (V. discorso On. Cottafavi sul Riposo Festivo — 
li 2 Marzo 1904). 

IL Imporre la chiusura di tutte le osterie, e caffè 
ove si spaccino vini o bevande spiritose, dal mezzo- 
giorno dei giorni festivi fino al mattino seguente. 

III. Ridurre al minimum V imposizione tributaria 
sullo zucchero (1) caffè e simili^ Cì^escendola fortemente 
sugli spiriti e sui viìii ad alta gradazione alcoolica. 

IV. Ridurre rapidamente e stabilmente al minimum 
possibile il numero degli spacci di bevande fermentate 
o distillate, 

V. Incoraggiare da parte dello Stato la istituzione 
di Ricreatori Festivi di iniziavita e proprietà coope- 
rativa operaia. 

Non sfuggirà certamente alla S. V. Ill.ma come il 
breve squilibrio economico prodotto in una certa classe 
di persone in Italia, e T apparente ripercussione sul 
Bilancio dello Stato, Provincie, Comuni, sarebbero cor- 
retti, chiariti, compensati : 

a) dall'accrescersi di consumo di zuccheri, caffè ecc., 
generi alimentari diversi e oggetti di comfort della vita ; 

b) dal trasformarsi delle bettole in caffè senza liquori ; 
e) dallo scemare di decadenza organica, di malattie 

in genere, di pazzia, di delinquenza, di miseria, e rispet- 
tivamente dallo scemare di aggravi, oggi enormi, all'As- 
sistenza Pubblica, Manicomi, Carceri ecc. 



(1) Lo zucchero ha valore alimentare di poco diflferente e 
forse identico all'alcool, ì^enza es,sere un veleno del sistema nervoso, 
del cuore», vasi, fegato ecc. ecc. 



— 264 — 

Alcuno poti-ebbe obbiettare che se nelle Città o grossi 
Paesi sarà relativamente facile far sorgere Ricreatori 
Festivi Operai, ciò sarà difficile per le Campagne, ove, 
chiudendo le osterie, gli agricoltori saranno condannati 
ad ozio completo : dobbiamo peTò ricordare come nelle 
Campagne si potrà disporre di una sentinella avanzata 
nella lotta contro /' alcoolhmOj di un Pioniere della 
Rigenerazione Umana^ ed è questo Y Ufficiale Sanitario, 

Questi quando lo si voglia, appena lo si metta in 
condizioni di poterlo liberamente fare, diventerà prezioso 
elemento di Educazione Civile, e nel caso nostro, potrà 
cooperare efficacemente al sorgere e al funzionare di 
opere di ricreazione domenicale incoraggiate e vigilate 
dallo Stato. 

Non dubitiamo le nostre parole avranno 
trovato Eco feconda noli' anime di Lei, Onore- 
vole Deputato, e frattanto con tutto ossequio 
le presentiamo i sensi di alta stima e conside- 
razione. 



Per la Lega contro rilcoolismo io Tenezia Per rissociaiiona del Riposo Festire 

n Presidente 11 Pre^sUieìtte 

D.r F. FIORIGLI DELLA LENA Avv. A. CORNOLDI 

Il Vicepresidente II Vicepresidente 

Ing. L. (j. Macuìioni Cav. Gino Sarfatti 

Il Segretario II Seffìrtario 

Avv. P. Zamboni Francesco Gakzia 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



>>»«u«>«OiC:c*- 



Arnaldo Segarizzi. — Lauro Querini umanista veiu^zìano del 
secolo XV — Dagli atti dell' Accademia R. delle ScieiiBe in 
Torino. — Torino Clausen 1894. 



Arnaldo Segarizzi. — Nicolò Barbo patrizio veneziano del sec. 
XV e le accuse contro Isotta Nogarola. Dal Giorn. stor. della 
letterat. ital. Ì904 voi. XLIII pp. 39-54. — Torino Loe^scher. 



Ottimo contributo, entrambi que^sti lavori, alla storia dell'u- 
manesimo quattrocentesco a Venezia. Basti dire che Lauro Querini 
era fino ad oggi poco men che ignorato e mal conosciuto dallo 
stesso Voigt ; onde ben ffce il nostro Segarizzi a sporne la vita e 
gli studi con rara diligenza e fine critica, mettendo in luce il suo 
ardore per le dottrine aristoteliche, l'interesse storico delle lettere 
che Lauro stesso scrisse da Candia quando cadde Costantinopoli, 
e giungendovi, tra le produzioni inedite di lui, un opuscolo filo- 
sofico contenuto nel ms. Canoniciano 308 della Bodleiana, una 
lettera al Valla che sta nel ms. Ambrosiano S. 99 sup. ; e final- 
mente il dialogo politico De pace ItalUz contenuto nel cod. Vatic. 
lat. 5356. 

C. DOTT. M. 



JN ECJROjLOGIA 



ANTONIO LABRIOLA 



I. 



Sembra che la natura, che non per nulla i poeti anno chiamato 
madre in jmrto ed in voler matrigna dell'uomo, voglia di qu.indo 
in quando inconsciamente vendicarsi degli ardimenti umani. L'uo- 
mo, per illuminare la sua notte, strappa all' ètere vibrante la scin- 
tilla prometèa : la natura spegne ben altra scintilla, la scintilla 
del genio e del sapere, distruggendo con le fiamme i tesori d'una 
insigne biblioteca. Antonio Labriola, come il suo maestro Socrate, 
fece della sua vita un apostolato di verità mercè la parola clic 
sorti da natura eloquente incisiva nervosa colorita : la natura lo 
à colpito negli organi della voce: un male di gola tremendo lo 
à tolto al nostro affetto e alle speranze della scienza e del pro- 
letariato di tutto il mondo civile. 

Cosi una delle più lucide e robuste menti che abbiano mai 
onorato l'Italia, si è spenta: cosi noi giovani, esciti dalla sua 
scola, abbiamo perduto il nostro maestro, 1' uomo dal quale ricono- 
sciamo il fervore dei nostri sentimenti, le orientazioni del nostro 
pensiero, la tendenza a effondere la nostra anima vibrante in mezzo 
alla folla, il bisogno di tuffarci nelle correnti della vita sociale. 
E, quando torneremo a Roma, non vedremo più il nostro caro 
maestro continuare al Caffè Aragno la sua alta opera di educazione 
della mente italiana ; non lo vedremo più scotere, in atto di can- 
zonare qualche povero di spirito, la bella testa dai cap<»lli fìtti e 



— 267 — 

crespi, non ancora canuti ; non vedremo più scintillare i suoi occhi 
acutissimi e stupendi uclla gioja della conquistata verità ; non 
udiremo più la sua roca voce tagliènte, scattante, indimenticabile. 

Bisognava conoscere Antonio Labriola per comprendere l'al- 
tezza e la vastità della sua mente e la fecondità dell'opera sua. 
I suoi libri gli daranno la gloria immortale : ma 1' uomo e il inaestro 
valeva anche più. Le sue lezioni per lungo ordine d'anni saranno 
un desiderio vano. Il sapere era diventato in lui sapienza, che è 
quanto dire conoscenza degli uomini e della vita e conoscenza 
delle necessità della storia. Nulla in lui di accademico e di catte- 
dratico : ma nessuno onorò la cattedra più di lui, che se ne valse 
a rifar le teste e le coscienze di più generazioni. Spirito irreque- 
taraente curioso, in continuo movimento, non conobbe mai i dolci 
ozii del pensiero contemplativo, e continuamente sì rinnovò. Tutta 
la sua vita fu una polemica con gli avversarli, con gli amici, e 
con sé stesso. La sua versatilità, la sua dottrina profonda, orga- 
nica, di prima mano pose a servizio della redenzione umana. Fu 
soprattutto un grande filosofo della storia : e la critica storica portò 
in ogni categoria di conoscenze e di pubbliche instituzioni. Ma la 
glacialità del pensiero scientifico e della concezione critica delle 
cose non spense in lui la fiamma del sentimento. Fu, com'è il 
genio, un solitario : ma non amò la solitudine sterile del filosofo 
che vive nel picciolo mondo de' suoi libri e de' suoi sistemi, cieco 
e sordo alle luci e alle voci della vita ; si quella solitudine che 
fa rifuggire le libere menti dal partito, dal reggimento, «lai la 
chiesuola, da qualunque constrizione morale e intellettuale. Ma 
disse la sua parola, ascoltata con deferenza anche da' suoi avver- 
sarli, in tutte le più alte quistioni civili : e com'era in relazione 
co' maggiorenti del partito socialistico in Euroj)a^ cosi ora in 
relazione co' più autorevoli uomini politici, che spesso gli chiede- 
vano r ajuto dei suo senno e del suo acume. Fu primo a spargere 
nel vecchio suolo di Roma la semenza delle nuove idee ; primo 
diede alla vecchia Roma la nova coscienza umana. 



IL 



Lo studio dei fatti lo aveva trasformato di conservatore in 
socialista: al che contribuì la sua educazione filosofica ; della quale 
egli stesso c'informa nel mirabile discorso su la libertà della scienza : 
« Per le fortunate contingenze della mia vita, io avevo fatto la 
mia educazione sotto l' influsso diretto e genuino dei due grandi 



— 208 — 

sistemi, nei quali era venuta al termino suo tutta la filosofia che 
oramai possiamo chiamare cl^sska : ossia dei sistemi di Herbart e 
di Hegel, nei quali era arrivato all'estremo delle conseguenze 
l'antitesi tra realismo e idealismo, tra pluralismo e monismo, tra 
psicologia scientifica e fenomenologia dello spirito, tra specifica- 
zione dei metodi e anticipazione di ogni metodo nella onnisciente 
dialettica. Già la filosofìa di Hegel avta messo capo nel materia- 
lismo storico di Carlo Marx, e quella di Herbart nella psicologia 
empirica, che, a date condizioni e dentro certi limiti, è anche 
sperimentale, comparata, storica e sociale. Eran quelli gli anni, 
nei quali, per la intensiva ed estensiva applicazione.del principio 
dell'energia, della teoria atomica e del darvinismo, e col ritrova- 
mento delle accertate forme e condizioni della fisiologia generale, si 
rivoluzionava a vista d'occhi tutta la concezione della natura. E, 
in pari tempo, l'analisi comparativa delle istituzioni, in concorreva 
con la linguistica e con la mitologia comparata, e poi la preistoria 
scritta, e, da ultimo, la economia storica rovesciavano la più parte 
delle posizioni di fatto e delle ipotesi formali, su le quali e per le 
quali si era per lo innanzi filosofato sul diritto, su la morale e su 
la società » [ì) La citazione è lunghetta, ma importante. 

Si staccò dai suoi maestri già nella discussione sostenuta per 
ottenere a Napoli il libero insegnamento di filosofia della storia; 
e, più, nella recensione che scrisse delle Lezioni del Vera pubblicale 
da K. Mariano. Era già divenuto un pensatore originale. Egli ri- 
fece in sé il processo della ftlosofia tedesca da Hegel a Marx; e 
divenne naturalmente socialista. 11 Marxismo, com ' è noto, supera 
per inversione dialettica l' Hegeliani smo, in cui s'era allevalo a 
Napoli il Labriola, avviandosi con Hegel alla concezione genetica 
delle cose. Impossibile precisare quando avvenne il mutamento. 
Leggo in una conferenza del 18H9 : * Mi ha condotto al socialismo 
il disgusto del presente ordine sociale e lo studio diretto delle cose. 
Fin dal 1873 scrissi contro i principii direttivi dell'ordinamento 
liberale, e dal 1879 cominciai a movermi in questa via di nuova 
fede intellettuale, nella quale mi son fermato e confermato con gli 
studii e con l'osservazione negli ultimi tre anni >^ . (2) Ma questa con- 
ferenza è ancora imbevuta di dottrine sentimentali e quasi cristia- 
neggiauti. Nel 1893 partecipò attivamente, come delegato italiano, 
al Congresso internazionale di Zurigo. Dopo di allora esci dal 



ri) L'Università e la libertà della scienzcf, Roma, 1897. 
2) Del Sofv'alisìno conferenza, Koma, Ferino, 1889. 



— 209 - 

partito, come dicono, militante, contentandosi di consijfliarc i compa- 
gni, dì scriv^ere nella Neiie Zelt, d'illuminare le menti dalla cattedra 
e con gli scrìtti, di parlare nelle occasioni solenni. I suoi discorsi 
erano avvenimenti : ricordo la commemorazione di Engels ; ricordo 
il citato discorso 1/ JJniversifà e. la libertà (Iella scienza : uno dei 
più nobili e coraggiosi che si siano mai pronunziati nelle aule 
dell» Università italiane. Mi par di vedere ancora la faccia del 
ministro Gianturco, quando il Labriola definì il ministro dell'istru- 
zione pubblica «l'amministratore delle cose scolastiche», aggiun- 
gendo che « nessuno può temere si assuma mai la parte di direttore 
della scienza e dì pedagogo della nazione » . 

Parliamo del professore. Mente organica e unitaria, per quanto 
nulla affatto sistematica, anzi evolutiva (uso la solita parola per 
dir: dialettici) (« nella concezione dialettica s'intende di formulare 
un ritmo del pensiero, che riproduca il ritmo della realtà che di- 
viene») ; de' primi a far conoscere Herbart in Italia; dilucida fore, 
com'egli die» va, del determinismo interno di Leibnitz (1) e del 
determinismo economico di Marx, insegnò a Roma, con mirabile 
unità di metedo, pedagogia, filosofia morale, filosofia della storia (2). 
Chiamandolo professore, io non l'ò messo nel branco di certi pro- 
fessori. Egli fu vero maestro : cioó, come il suo maestro Socrate (3), 
ti formava e t 'indirizzava il pensiero. E l'ironia era la sua arma 
lucida e tremenda, con cui egli rifletteva e perseguiva l' ironia 
delle cose. L' arte dell' insegnamento orale era in lui spontanea, 
duttile, pronta, adatta ai sìngoli casi, ricca dì attinenze e di riferi- 
menti, maravigliosa di motti, di aforismi, di arguzie, e, tal volta,- 
di commossa e commovente eloquenza. 

Le sue lezioni più frequentato erano quelle di filosofia della 
storia : nelle quali egli esponeva le nuovo dottrine storiche, e al 
lume di quelle narrava un qualche grande accadimento, come si 
compiaceva di chiamare gli avvenimenti catastrofici o palingenetici 
dell'umanità Già nel 1889, in antitesi al Bonghi conservatore, 
avevfi narrato la Rivoluzione francese, e spesso e volentieri tornava 
su questa che fu la matrice della società moderna. Nessuno avrebbe 
potuto scrivere un libro definitivo su la grande Rivoluzione meglio 



(1) Vedi una compiuta trattazione del determinismo nei due 
scrìtti Im libertà rnm^aley Napoli, 1873, e Morale e religione, Napoli, 1875. 

r2j È notabile la prolusione 1 j>roblemi della filosofia d^lla storia, 
Roma, 1897 ; la quale suppone un libro più antico : DeJV insegna- 
mento della storia, Roma, 1876. 

(3) V. la memoria Ixi Dottrina di Socrate, Napoli, 187L 



ro 



(li luì, che avev«a anche raccolta una preziosa biblioteca su l'ar- 
f^oinento, come una non meno preziosa ne aveva raccolta sul so- 
cialismo. 

Ma il maestro pur troppo è scomparso per sempre, e a noi non 
restano di lui che i suoi granitici volumi : alludo specialmenle a' 
suoi saggi sul Materialismo storico. 



III. 



Se è vero ciò che scrisse l'Engels, la storia del Manifesto dn 
Comunuiti rispecchiare fino a un certo segno quella de la società 
contemporanea, io oso dire (né credo che l'affetto di disce|)olo mi 
accechi) che il sicuro ingresso del socialismo italiano nella storia è 
segnato dalla data della pubblicazione del primo saggio del Labrio- 
la intorno al Materialismo storico ; di quello, appunto, intitdato 
In memoria del Manifesto dei Comunisti (Roma, Loescher, 1^95 : 
tanto più che in Italia, jx'r le peculiari condizioni della produzioni' 
economica, il socialismo non può esser altro che, da una parU*. 
« preparare l'educazione democratica del popolo minuto >, dal- 
l'altra, rivoluzionare le menti con la nova concezione della vita 
che sta in fondo al Marxismo. 

Per comprendere una dottrina, e la dottrina, nel caso nostro. «• 
quella che è stata non troj»po felicemente denominata concezione mot'- 
ri(dintica meglio era dir : realistica) della storia^ bisogna anzi tutto, 
invece che ritrarre il senso dall'analisi della j)arola,che à sempre un 
valore convenzionale, studiare geneticamente il come la dottrina 
s'è prodotta, e poi studiarla nel contesto d'una esposizione. I^ 
studio genetico è 1' argomento del primo saggio citato ; la esposizio- 
ne, del secondo CSel materialismo storico, Roma, Loescher, 1896. 
A mio credere, dopo il Machiavelli, il primo grande storico 
moderno, che concepì già in modo realistico la storia, parendo a 
lui «più conveniente andar dietro alla verità effettuale della co>a 
che all'immaginazione di essa» (Principe, XV); dopo la Scienzii 
Nora di G. B. Vico, preoussore del .secolo XIX; dopo le opere di 
G. B. Romagnosi, ordinatore del .sec. XVIII, del Cattaneo, che 
continua il Romagnosi, e di G. Ferrari, l'aritmetico della storia, 
non è apparso in Italia libro che dia maggior impulso alla filosofia 
sociale. Prima del Labriola eravamo sempre a Hegel, per non 
parlare de' comtiani e spenceriani, i quali ci anno dato una socio- 
logia schematica, non una vera e propria filosofia dcUa storia, o 
metodo di pensare su la realtà storica e su l'esperienza sociale. 



— 271 — 

Né avevamo saputo svolgere le idee, fecondissime, di G. B. Vico. 
Il Labriola inizia un novo movimento; e l'autore della Scienza 
N<yt'a k trovato il suo moderno continuatore. 

Vero è che la Scienza Nova è la vera creazione geniale o 
rivelazione d' un novo mondo scientifico, mentre 1' opera del La- 
briola è lo svolgimento e il complemento delle idee del Marx. 
Ma, mentre Marx ed Engels non trattarono mai fx professo le loro 
dottrine^ ài qui una trattazione piena e chiara, nella sua severa 
concisione, in cui le vedute d' una parte politica sono trasformate 
in una compiuta filosofia, e il gretto e unilaterale determinismo 
economico di certi marxisti in una organica comprensione della 
storia. 

Questo filosofo, che primo in Europa à osato parlar di marxismo 
da una cattedra universitaria, è riescito a fare della dottrina di 
Marx una dottrina italiana. E veramente il marxismo rielaborato 
dal Labriola è congruo e consono alle tradizioni filosofiche del 
nostro paes/», dove Leonardo, il Machiavelli, G. Bruno, Galileo, 
G. B. Vico distrussero per sempre la scolastica. Tutta una lette- 
ratura oramai fiorisce attorno a questi Saggi ; e il realismo storico 
forma la gloria di tutta una scola italiana, di cui il Labriola 
è il venerato maestro. 

Il Sorel, nella prefazione alla traduzione francese dei Saggia 
mosse dom.'tnde, pose quistioni, toccò punti, sui quali senti il bisogno 
di rifarsi il Labriola, in alcune lettere dirette al suo amico, per 
aggiungere qualche chiarezza ai Saggi e dare gravi ammonimenti 
ai dommatisti, scientifici e politici, del Marxismo. Ne venne fuori 
il volume D'iscorrendo di socialmno e di filosofia (Roma, Loescher, 
1898) : r ultimo del Maestro. 

Que-ste lettere riguardano le condizioni del marxismo ne' paesi 
latini; ricercano la filosofia implicita al materialismo storico, filosofia 
che non può esser altro se non «l'immanenza del pensiero nel 
realmente saputo », filosofia utile, « per rispetto alla scienza, a 
mantenere la chiaroveggenza dei metodi formali e dei procedimenti 
logici, e, per rispetto alla vita, a diminuire gl'impedimenti che 
all'esercizio del libero pensiero frappongono le fantastiche proje- 
zioni degli affetti, delle passioni, dei timori e delle speranze » \ 
studiano i prodotti delle affettività che «adombrano l'intelletto vol- 
gentesi alla scienza, e V oUimimno q \\ jxutsimismo ; provano come 
né pure il Cristianesimo sfngga all'intendimento realistico; parlano 
delle presenti condizioni d'Italia. 

Per tanti e si varii argomenti il Labriola à scelto la forma 
della lettera, che lo à dispensato dall' usare la prosa misurata e 
serrata, propria del discorrere a tèsi, permettendogli di scrivere 



— ^rz — 

come vien viene : tantoché queste lettere mi ricordano il maestro 
insuporaì)ilo e insuperato dell'arte delT insegnamento orale. 

Il Labriola possiede uno stile, che è quanto dire una personalità 
artistica. Oggi, in cose di scienza, in Italia, s'è abolito lo :^ttl(' 
Dalla scienza, dicono, dobbiamo bandire il personale, il subjetlivo. 
E sta bene : ma pure le cose, di cui sarà materiata la scienza, 
debbono passare a traverso un cervello ed essere vagliate e prender 
un certo ordine, una certa movenza, un certo colore. Questo stile 
del mio maestro, tutto muscoli e nervi, tutto cose, il cui tono è 
conveniente all' ìndole dell' argomento, e che nasce spmìiwm 
(direbbe 11 Buffon i dal fondo delle cose, è suo, unicamente e inte- 
ramente suo : e con esso tornano in onore le gloriose tradizioni 
della scuola italiana che comincia con Galileo. 

Aggiungi V umore ^ aggiungi la convinzione morale dell'edu- 
catore che fa del materialismo storico, il cui midollo è la filwwfia 
Ideila praxLs, un' etica realistica^ una filosofia della vita ; e trorerai 
qui gli elementi d' una i}€rsonalìtù singolare. 

I letterati, studiando questi libri, impareranno il modo di 

comprendere la genesi e il processo degl' istituti sociali, imparc- 

• ranno che il pensare e il sapere sono operosità in fieri, che le 

tormule, come dieea Bacone, sono Impari agli aspetti sottilmente 
variati e pieghevoli della realtà; gli scienziati impareranno a /hr? 
itn libro, valendosi d' un proprio stile. 

In somma qui abbiamo una stupenda mente italiana, che in 
succosa ed efficace prosa ritrae la visione nitida e objcltiva delU 
storia e della vita 1 1. 



Pavia, febbrajo 1904. 

Giulio Natali 



(1) Questo articolo è il preannunzio d'un libro dal titolo: 
Antonio fjabriola e la filosofia della storia in Itcdia. 



Ultime pubblicazioni arrivate all'Ateneo 



Segarizzi Arnaldo. — Carabello Antonio umanista Bergamasco 
del secolo XV/' — Estratto" dall' Archivio Storico Lombardo. 
Anno XXX fas. XL 1903. Milano Cogliati 1904. 

idem. — Lauro Querini umanista Veneziano del secolo XV. *» 
Accademia Reale delle scienze in Torino (anno 1903-1904;. — 
Torino Carlo Clausen 1904. 

idem. — Nicolò Barbo Patrizio Veneziano del secolo XV® e le 
accuse contro Isotta Nogarola. — Estratto dal Giornale Storico 
della Letteratura Italiana. — Torino E. Loescher 1904. 

Moro Cav. Ab. Giovanni. — Tu es Petrus nel Vangelo. — Venezia 
tip. C. Ferrari 1903, 

Galimberti Dott. Carlo, assistente effettivo della Cattedra Ambu- 
lante di Agricoltura per la Provincia di Venezia. — Notizie 
sulle viti americane, Porta Innesto, nei riguardi della Fillossera. 
— Mestre tip. Longo liK)3. 

Stiattesi D^ Raflfaello. Spoglio delle osservazioni Sismiche dal 1<^. 
Agosto 1992 al 30 Novembre 1903. — Mungello tip. A. Maz- 
zocchi 1903. 

De Toni Dott. Ettore. — Un codice-erbario anonimo. — Estratto 
dalle Memorie della Pontificia Accademia Romana dei Nuovi 
Lincei, Voi. XXII. — Roma tip. L. Cuggiani 1904. 



I 



\ 

Istituto Ortopedico Rizzoli in Bologna (S. Mictielfì iti Bosco). — 
V. Regolamento e disposizioni Amministrative prr 1' asségiiamiM? 

Ìdel premio Umberto !.<> — Bologna tip. Azzù^nidi 1904. 
Cisotti Comm. Giambattista, Procuratore Generali' dei Re, — Lii 
^ Giustizia nel Distretto della Corte d'Appello di Milaìio bùI- 

(r anno 11)03 — Discorso air Assemblea Generale dt'l 14 Gfn* 
najo 1904. — Milano tip. Cogliati 1904. 

r 

l A. Zocco Rosa. — Il Codice delle Leggi di Hamnmrabf, Nota. 

^ Estratto dalla Rivista Italiana per le scienza fllundiebe» Voi 

; XXXVI, fas. III. — Città di Castello tip, Lhjk H*04. 

i 

^ Amante Antonio. Il Mito di Bellerofonte nella lettt^rntura classica 

-- in particolare Greca. — Arcireale tip. delle E(*rrovic 1903, 

r • 

Gabriele d' Annunzio. — La figlia di Iorio. Tragedia Pastorale. — 
Milano F.lli Trcves 1904 (acquistato) 

Condio Filippo, Sottoarchivista di Stato Brescia. — Brachi - 
Tachigrafia e Stenografia. — Brescia tip. Apollonio 11*04. 

Neviani Prof. Antonio. — Alla memoria di Luigi Bombiceì. — 
Commemorazione letta nella adunanza generala della 5?wÌPt* 
Geologica Italiana in Siena il X Settembre 1W3, — ^ Omaggio 
della Vedova A. Bombini). 

Assicurazioni Generali di Venezia. — Rapporti e Di 1 mici fx^r 
l'anno 1902. Venezia tip. Orf. di A. Pellizzato 11^3. 



Direttori della Rivista : 
Luigi Gambari — Daniele Rku^ohoni, Vìcepresitù^ntt d^W Atrttrfi 

Fai'Sto Rova, gerente responsabile 



( 



La Gazzetta Ufficiale del 29 Gennaio 1904, N. 23, pubblica: 



ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI IN BOLOGNA 

(S. Micliele in Bo»co) 

c8o 



AVVISO DI CONCORSO 



È aperto il concorso al premio Umberto L 

Questo premio, di L. 3500, verrà asse- 
gnato, secondo il deliberato del Consiglio 
Provinciale di Bologna, « alla migliore opera 
od invenzione ortopedica ». 

A tale concorso possono prendere parte 
medici italiani e stranieri. 

Le modalità del concorso e dell' assegna- 
zione del premio sono fissate da apposito 
regolamento, che sarà inviato a chi ne faccia 
richiesta. 

La domanda di concorso dovrà essere 
rivolta al Presidente dell'Istituto Rizzoli in 
Bologna. 

Il concorso si chiude il 3t Dicembre 1904. 

Bologna 1 Gennm'o 1004. 

Il Presidente 
RODOLFO SILVANI 



L' ATEMO VENETO 

RIVISTA DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 



PREZZI D'ABBONAMENTO 

Per Venezia e per il Recrno L. 20 

Per r Estero • • . . ^^ «4 

Pei soci corrispondenti, Istituti Educativi, 

Corpi morali -^ 12 

Un fascicolo separato L. 3, pagamento anticipato. 

I pagamenti possono effettuarsi anche semestralmente' 
in Gennaio e Giugno. 



^i-s' 



Lettere e plichi alla Direzione dell' ^/^^;ieo Veneto 
Campo S. Fantino. 

Gli abbonamenti si ricevono soltanto presso V Ammi- 
nistrazione dell' ^/6^//^o, Campo S. Fantino, 



'•^mw^ 



^/y ^ ^. ;■ 



Anno XXVII. - Voi. I. Fasolcoio 3 



L'ATENEO VENETO 



RIVISTA BIMESTRALE 

DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 



Maggio " Giugno 1904 



VENEZA 
Tip. Orfanotrofio di A. Pbi.liiszato 

1904 



i3srx?iCE 



^leiiiorfe ; 

Lett<^w ittHite» di Daniella Mania. — ìu ncoftélìztk d^l 
r anutvers&rio* — Pr<ff, Imito B^ruzzi 



Vnnaul! ni;ilMtf:ili 



ÌUdL Fffui'r Th^ Tiilii 



Otto>iACA uiu*L' Atknko VK!<fc;rii — J Dintton 



Hmune^ÈiH itìblltigrufiini : 

\<^>f;t If^l l+MMiria, — pmwì** l^^ l'elfi Fi i»** Nili* 

<( Farule ?»einpJiui 3> di Hossatia tZiwa Oeaut iartarini). 
Ultime pubblicazioni arrivate all' AUmioo 



LETTERE INEDITE DI DANIELE MANIN (*) 

IN RICORRENZA DEL C ANNIVERSARIO 



// vero nome di Daniele Manin 



Non è vero che Daniele Manin provenga dalla 
Famiglia Fonsecà, come fino ad oggi, erroneamente 
stamparono tutti i biografi del grande uomo. 

Ecco come sta ano le cose : 

Il Registro del Priorato dei Catecumeni di Venezia 
attesta che Samuele Medina ed Allegra Moravia Medina 
r uno di 24 anni l' altra di 20 anni (nativi di Verona) 
furono battezzati in questa chiesa il 3 Aprile 1759 che 
presero al battesimo il nome di Lodovico Manin e Cor- 
nelia Antonia Balbi. 

Nel 1770 nacque loro un figlio di nome Pietro che 
fa il noto avvocato padre del Daniele presidente della 
Republica del 1848. 

Il padre di Daniele mori nel 1841. 

(*) Il deputato Tecchio, mi favori, gentilmente, e di ciò lo 
ringrazio, alcune lettere indirizzate da Daniele Manin al padre 
suo, che era, com'è noto, nel 1848-49, ministro di Carlo Alberto, 
e nel 56 vicepresidente del Parlamento Subalpino. 

Naturalmente queste lettere mancano nella Raccolta dei Do- 
cumenti di Manin depositati al Museo Correr ; vi sono però le lettere 
del Tecchio che provocarono le lettere di Manin, o furono da queste 
provocate. Ordinate dette lettere ne usci un che di organico. Dalla 
lettura di esse scaturisce viva e palpitante una pagina di storia 
gloriosa, scritta col cuore, con la speranza, con T altissimo amor 
di patria dai due illustri italiani. 

Queste lettere gettano nuova luce sulla quistione del sussidio 
del Piemonte a Venezia; sull'intesa fra Manin e il governo di 
Carlo Alberto circa il piano di guerra ; sull' opera risoluta del 
Manin, perchè tutti 1 partiti fossero concordi allo scopo di ottenere 
la libertà dell' Italia tutta. 

Le lettere inedite di Daniele Manin sono stampate in corsivo. 

Meno una le lettere di Sebastiano Tecchio sono inedite. 

Prof. Isotto Boccazzi 
18 



276 — 



U Opera dì Daniele Manin 



Le vie de Manin fait voir ce que 
peuvent étre, de nos jours, un 
citoyen italìen, une fainille ita- 
lìenne, une ville italienne. 

Henri Martin. 



Dallo aspre coste dell'Alpe scendono ruscelli e tor- 
renti. Questi precipitano rovinando, lasciando un' orma 
indeterminata, poco profonda ed irregolare ; quelli sol 
cano, seguendo il declivio naturale, lentamente, ma 
profondamente, la terra ; il loro alveo, man mano si 
spingono nel piano, si fa più ampio e profondo ; accol- 
gono altri rigagnoli ed altri rii; e, talvolta, il torrente 
disordinato; e si ingrossano e diventano fiumi larghi e 
tranquilli, conducenti al mare il tributo di mille sorgenti. 

Cosi i vari partiti ai tempi dell' unificazione della 
patria. 

I repubblicani, i federalisti, i murattiani ed altri. 
volevano, ognuno per proprio conto, una forma di go 
verno, un' Italia libera ; e non accettavano consiglio o 
aiuto da altri partiti, ma anzi erano in guerra aperta 
con essi : quindi la loro opera, il loro entusiasmo, le 
forze vigorose della loro mente e del loro cuore, si per 
devano, come il torrente precipitante rovinoso nel piano, 
in vani conati ; e questa differenza di vedute faceva 
germogliare in loro e negli altri la sfiducia, e rallenta 
va il cammino dell' idea nazionale. 



Lt' 






— 277 — 

Altri partiti, invece, che vedevano prima di tutto 
la unificazione della patria e poi la forma di governo, 
convinti che soltanto casa Savoia poteva mettersi alla 
testa degli italiani per cacciar lo straniero, si unirono 
ad essa: e vi si unirono repubblicani, che amavano 
più della repubblica V Italia, realisti che più di una 
dinastia amavano V Italia. Menti elette persuasero que- 
ste forze a confondersi colla grande corrente, col gran 
fiume di Casa Savoja ; le cui forze ed i cui sforzi sa- 
rebbero giunti certamente a buon porto, perchè avevano 
una meta fissa e una strada ordinata e naturale. 

Daniele Manin, genio del buon senso, repubblicano 
federalista, comprese che la divisione dei partiti, con- 
duceva a rovina; e quindi, fra i primi, alzò, Lui re- 
pubblicano, la bandiera unificatrice, invitando a circon- 
darla e a difenderla chiunque voleva che T Italia fosse : 
e proclamando che se 1' Italia doveva avere un Re, 
questo non poteva essere che uno solo, quello del Pie- 
monte. 

Grande, sublime, come quella nella resistenza ad 
ogni costo, fu r opera del Manin nell' esilio ! Egli, con ^ 

r autorità che gli veniva dal suo genio, dal suo eroismo, 
dal suo buon senso, s' affannò, fino air ultimo di di sua 
vita, a chiamare a raccolta i vari partiti, a persuaderli 
alP unione, a convergere gli sforzi per ottenere l' indi- 
pendenza d' Italia, che era lo scopo unico e principale : 
si adoperò per regolare il corso di queste forze dispa- 
rate, di incahalarle e dirigerle al fiume fecondo che 
lentamente, ma sicuramente, andava alla foce. 

L'opera di Daniele Manin fu feconda e trionfò, A 
Lui, dunque, la gloria d' aver lavata con la resistenza 
ad ogni costo, V onta del 97, e d' aver dimostrato al 
raondo l'eroismo degli italiani ; e la gloria, più grande ^ 

ancora, d' aver sedate fraterne discordie, pel bene unico 
della patria ! 






— 278 — 



Manin prima del 48, e nel 48-49 



Talvolta, improvvisamente, si drizzano dinanzi a 
noi grandi figure, che il destino ha tolto dall' oscurità, 
per metterle sotto la piena luce del sole. Se ne rimane, 
sul principio, abbagliati ; poi, passato il primo stupore, 
si giudica il colosso ; e, in generale, si trova, quasi 
sempre, qualche cosa d* imperfetto, qualche cosa da 
sfi^otidare; per cui, il gigante, si impicciolisce alquanto, 
quando non scenda addirittura all'altezza della inedia 
degli uomini. Ingigantisce sempre più, invece, Tuorao 
che si 6 alzato lentamente, insensibilmente al disopra 
dì noi, per nostro unanime consenso, perché riconosciamo 
in luì facoltà e rettitudine superiori : quindi la sua a- 
scesa^ se anche vertiginosa poi, non ci reca nessum» 
stupore, ma anzi un pieno ed intimo compiacimento. 

Manin appartiene a questa classe di grandi uomini. 

Damele Manin, avvocato sapiente, coltissimo; mente 
vasta e pratica ; pronta nel concepire e tenacie nel 
mantenere ; cuore fermo e leale ; di coraggio cahno. 
intrepido, che nulla poteva illanguidire ; Daniele Manin. 
r eroe del buon senso, V uomo più armonicamente for- 
mato che abbia avuto V Italia moderna| non si eresse 
d* un tratto sulla folla ; ma cominciò prima a fai'si 
amare e realmente ed altamente stimare da una breve 
cerchia d'amici, 'che in lui riconoscevano una mente su- 
ptM'iore; e, airoccorrenza, avrebbero riconosciuto il c^po. 
Questa cerchia, coir andar del tempo, si ampliò, dimodo- 
ché, nel 47, Manin era il capo riconosciuto da tutti; era 
il cìipo che ognuno aveva nel cuore ; era il capo di cui 
sì aveva la più ampia, completa, illimitata fiducia. 



— 279 — 

Nella sua lotta legale contro TAustria, contro i so- 
prusi, le imposte ingiuste, i veneziani vedevano in Lui 
il loro rivendicatore, V unico uomo a cui si poteva ri- 
volgere per chiedere ragione al governo delle ingiusti- 
zie, hid erano talmente convinti che egli potesse tutto, 
che esclamavano : — Daniele Manin, xe el nostro hon pare 
e nu sento tuli so fioi, e col parla lu no ghe xe pia gnente 
da dir. — 

E della sua opposizione all' Austria audace, calma, 
continua, inflessibile, il popolo gioiva, e in essa era con 
lui : e fremette d' entusiasmo quando venne a sapere, 
che, nella discussione per la ferrovia Venezia-Milano, al- 
l'I. R. Commissario che gli imponeva silenzio, il suo 
Manin aveva risposto sdegnosamente : 

— È consiglio, comando ? Se è consiglio non 
r accetto ; se è un comando, perchè ingiusto, non mi 
piegherò che alla forza ! — 

In queir avvocato, tutto casa e famiglia, e del quale 
si poteva veder, conàe traverso a un cristallo puro, la 
vita regolare e intemerata, e' era V ardimento del leone, 
la mente del dominatore. 

Venezia lo adorava, perchè egli solo accoglieva 
nella sua, Y anima della cittadinanza, anelante a libertà 

« È nuovo, originale anche il modo, col quale Ma- 
nin rappresenta, fino agli ultimi aneliti, tutta la città 
di Venezia. Egli è che le tendenze del popolo, la sua 
resistenza ad ogni costo, erano nel Manin, che la gran- 
dezza di quest' uomo è appunto neir avere riunito in 
sé quanto di buono v' era nel carattere veneziano. E 
ciò si rivela in ogni cosa, nei grandi come nei minimi 
fatti della sua vita pubblica e privata. Un Manin, tri- 
buno della plebe, nemico d'ogni autorità religiosa, ateo, 
.scettico, radicale, demagogo, declamatore, promettitore 
di grandi cose, libertino, e avvolto in ammanto di eroe 
da tragedia, avrebbe mosso allo sdegno o al riso un 
popolo cosi patriotta e cosi arguto. Un Manin rivolu- 



— 280 — 

zionario e conservatore ad un tempo ; repubblicano ma 
che accetta V imperiosa necessità della fusione con il 
Piemonte ; spregiudicato nella religione, ma desideroso 
che il rito cattolico si accompagni al rito civile: uomo 
più di azione, che di parole : modesto, breviloquente, 
tutto famiglia; il primo nel cimento, l'ultimo nella ces- 
sione : ecco quello che il popolo cercava ed ebbe nel 
prigioniero liberato il 17 Marzo, nel A/&c^ra/or^ dell'Ar- 
senale nel 22, nel Presidente della Repubblica del 23, 
nel Dittatore e infine nell'Esule a Parigi del 27 Ago 
sto 1849! » (1). 



* 



Deir opera sua durante la rivoluzione tutti sanno. 
I suoi atti sono scritti a lettere indelebili nell'eterno 
libro della storia, che porterà il suo nome, fulgido come 
un sole purissimo, fino ai nepoti più lontani. Anzi i 
nostri nepoti, più di noi, vedranno la vera grandezz»a 
di questo intemerato patriotta, di questo genio del buon 
senso. 

Per dimostrare, però, quanto giusto criterio avesse 
e come comprendesse perfettamente e integralmente lo 
spirito dei tempi, riportiamo le parole eh' egli disse ai 
popolo entusiasta, che liberatolo di prigione il 17 Marzo, 
lo portava in trionfo sulla piazza di San Marco. 

— « Cittadini, ignoro per effetto di quali eventi io 
sono stato tratto dal silenzio del mio carcei*e, e portato 
dal popolo in Piazza di San Marco. Ben veggo nei vo- 
stri volti, nella vivacità dei vostri atteggiamenti, che 
i sensi d' amor patrio e di spirito nazionale hanno fatto 



(1) Alberto Errerà: Daniele Manin e Venezia — Firenze suc- 
cessori Le Monner, 1875 pag, 417. 



- 281 — 

qui grandi progressi durante la mìa pilgionia, e ne 
godo altamente ed in nome della patria ve ne ringra- 
zio. Ma non vogliate dimenticare, che non può essere 
libertà vera e durevole dove non è ordine, e che del- 
l' ordine voi dovete farvi gelosi custodi, se volete mo- 
strarvi degni di libertà ... Vi hanno per altro tempi 
e casi solenni, segnati dalla Provvidenza, nei quali la 
insurrezione non è solo un diritto, ma un dovere ...» 



Interessante è la relazione del suo operato che fa 
al Cormenin in una lettera del 7 giugno 1848. 



7 Giugno 1848 



Cittadino I 



(1) 



Fra le gravi cure che vi tengono occupato, Voi avrete 
dimenticato probabilmente che verso la fine dell' anno 
decorso, quando vi recaste a Venezia, un avvocato di 
questa città ebbe l'onore di parlare lungamente con Voi, 
ragguagliandovi delle condizioni politiche ed economiche 
delle venete provincie. 

Questo avvocato pensò poter giovare al suo paese, 
provocando dal Governo austriaco, nelle vie legali, al- 
cune riforme altamente richieste dalla condizione dei 
tempi ; e il Governo Austriaco rispondeva cacciandolo 
in prigione, ed ivi tenendolo, fintanto che un tumulto 
popolare ne lo ebbe levato a forza. 

Il 17 marzo di quest anno questo avvocato, che 
sono io, dal popolo che lo aveva tratto di prigione, fu 



: 1) Museo Correr - Raccolta Documenti Manin - Voi. I. N. 466. 
già pubblicata da A. Errerà. 



m\ 



f 



— 282 — 

condotto in trionfo nella piazza S. Marco : e cinque 
giorni dopo, il prigioniei-o li berti fo, resosi padrone df4- 
r Arsenale, diventava padrone di Venezia e proclamaYa 
nella medesima piazza la veneta Repubi>lica. Nel giorno 
dopo si costituiva un Governo provvisorio, di cui egli 
era nominato Presidente . . . >. 

Quanta grandezza in queste semplici parole \ 
La polizia Austriaca, famigerata per diffamare i 
liberali, cosi diceva di lui. 

« U avvocato Daniele Manin gode la stima pubblica, 
per la sua condotta morale, pei talenti di cui va insignito 
e pel suo carattere disinteresaato » (1), 



«1 
* m 



E veniamo alle sue lettere inedite. 

Venezia resiste, eroicamente resiste ! Nelle lagunp si 
combatte Tultima, la più dispt^rata, ma la più gloriosi 
delle battaglie per la libertà, lìiyogna aiutare i valorosi ! 
bisogna che i fratelli di tutta Italia, coopt^nno agli sforzi 
della regina dei mari, il cui antico leone s'è ridestato 
ed ha ruggito, terribilmente ruggito. 

— popolo d' Italia, aiuta aiuta ! — invoca una 
voce solenne dalle lagune. 

E gli Italiani ascoltano quella voce; tutti s'adopra- 
no, perchè non siano vani i conati di Venezia : lo stesici 
Governo del Piemonte, animato da patriottismo, e spiiin' 
dal fervore di Sebastiano Tecchio, vicentino, ministro 
dei Lavori pubblici con Gioberti, decreta un sussidi'-^ 
mensile di 600 mila lire pei veneziani* 



(1) Rapporto confidenziale del JJircttore gtuierale dì Polizia 
Cali, scritto 18 febbraio 1848. 



— 283 — 

Con r animo esultante, Sebastiano Tecchio, si af- 
fretta a dar la buona novella all' amico suo Daniele 
Manin, che è là, fra le lagune, imperterrito irremovibile, 
sereno a sfidar la bufera croata. 



Torino addi 20/12 48 



Cittadino Presidente! d) 



Non come Ministro, ma come amico, mi affretto ad 
annunciarvi che questa Camera dei Deputati nella sua 
tornata di jeri, ha autorizzato il Ministero a dare 
all'eroica Venezia un sussidio di italiane lire 600 mila 
al mese, cominciando col Gennaio prossimo e conti- 
nuando fino a guerra finita. 

Duolmi che mi manchi tempo a scrivervi d'altro, 
ma lo farò il più presto possibile. 

Costanza ; e pienissima fiducia nel trionfo della 
santa causa. Addio di cuòre. 

Tecchio 



A Daìiiele Manin 

Cittadino Presidente 

del Governo provvisorio di Venezia. 



(1) Munto Correr : Raccolta Documenti Manin — Voi. 4 n. 888 
- La lettera è intestata : Ministero dei Lavori Pubblici - Gabinetto 
del primo Segretario di Stato. 



— 284 ^ 



1^ * 



E Manin tosto risponde : 



Caro Amico, 



Ut 



Ho tneetndo questa mattina la cara lim lettera 
del SO torrente. 

Ti rinffra^jio molto della premura che it sei d^fa 
per farmi pervenire la notista della generosa mostra 
Camera del deputati a prò' di Vene:sia. 

La quale non ha dimenticato uè dimenticherà mai 
i meriti insigm del Piemonte nella lotta contro V op- 
pressione draniera. 

Ora, chf^ seggono in codesto Gore r no uontini di 
pafrloltismo proruio, mrgono le speranze pif* IusÌìì- 
ghiere. 

Stringiamoci Intli uniti e concordi^ mirando ora 
unicamente alla race iuta dell' Anstriaeo e rimettendo 
le allre qniMioni a tempi pii* tranquilli, (Wt tiuct> 
remo sicuramente. 

Agli egregi tuoi colleghi spero non sarà discaro 
un mio saluto affettuoso : poi eh" iOf non solo stimo. 
ma amo ehi ama neramente l' Italia. 

E lu ctmtinua a volermi bene^ 



iJi VcueKÌfi, il 30 dictìiiibre 184^. 



Tuo (iff".^ 

Mani k 



(1) Lettera posseduta da SebasUano Tecchìo. 



— 285 — 



* * 



E che anche il popolo, e specialmente gli emigrati, 
i figli non obliosi perduti in terre lontane, offrissero il 
loro obolo per aiutar Venezia nella sua titanica lotta 
gloriosa è chiaramente dimostrato dalla seguente let- 
tera diretta dal Presidente della Repubblica Veneziana, 
air abate Gioberti, Presidente del Ministero Piemontese. 



Dal Governo Provvisorio di Venezia il 23 Gennaio 1849. 



Signor Presidente e Ministro, 



(i) 



// nostro concitladino Gherardo Freschi ci comu- 
nicò il dispaccio 13 corrente col quale gli partecipate 
la graziosa disposizione di S. M. V Augusto Vostro 
Signore che sieno inviate a Venezia le somme desti- 
nate per la causa del Risorgimento italiano raccolte 
dai nostri fratelli stabiliti nel Perii, 

Neir atto che ringraziamo di tale benevola comu- 
nicazioney vi supplichiamo, IlLmo Sig. Presidente, a 
presentare a S. Maestà il Re Carlo xìlbertOy in nome 
di tutta Venezia, i sentimenti della piii profonda tH- 
conoscenza per questo ?iuovo tratto della sua generosa 
premura verso una città, che con indicibili sacrifizi 
ha voluto e vuole perdurare im^perterrita nella gran 
lotta della indipendenza nazionale. 



(1^ Museo Correr: Raccolta Documenti Manin - Voi. II n. 849. 



UT' 



m0 



m 



— 286 — 

* ♦ 

Manin, come il Tecc^hio. come tutti i veri patriot ti, 
anelava alla guerra ; bisognava finirla, ona buona 
volta, con gli oppressori e ricacciarli nelle loro tane al 
dì là delle alpi, 

E due giorni dopo aver ringraziato il patri otta vi- 
centino deir opera sua in prò' di Venezia, cosi gli ma^ 
nifesia T animo suo circa la gueri-a : 



Caro amico. 



(ij 



Noi siamo persuasi che il Ministero sardo voglia 
sinceramente ritentare al più premito la prova dell' armi; 
e siamo pronti ed ansiosi di concorrere secondo le forat 
nostre air opera santa. 

Per la scelta del momento opportuno di riprender! 
le oi^tilità, e per ordinare le mosse nel modo più van- 
taggiosOj giova, anzi occorre, conoscere le condizion 
deir esercito nemico. 

Su ciò noi raccogliamo giornalmente ragguagli co 
mezzo de' nostri espi ora tm'i : e parmi utile che del ri 
su Ita mento di tali ragguagli sia fatto partet^ipe V egre 
gio Ministero sardo. Come gioverebbe che da esso ricc 
vessi nin le notizie, eh' egli avesse dal suo canto raccolte 

T' invio intanto privatamcìite 1' inclusa memoria 
Se codesto Governo gradisce, potrà il nostro diparti- 
mento defila guerra mettersi in diretta e regolare eoiri 
spondenza con lui* 

Insomma il nostro scopo unico e solo è quello d 
cacciare V austriaco, e per questo niun sagrifizio e 



(1) L* orig-ìnale dì questa lettera appartiene a Sebasliau' 
TetchiD. Al Museo Correr v'ó soltanto In minutn. 



— 287 — 

parrà mai grave, e chiunque a quello scopo mira, ed 
a raggiungerlo concorre, è a noi amico e fratello amato 
e benedetto. 

Addio di cuore. 

Venezia 1 gennaio 1849. Tuo a/f.» 

Manin 

Il governo del Piemonte ebbe, veiso la fin del di- 
cembre, la grave notizia di una cospirazione contro 
Venezia. 

Gioberti, il 30 dicembre, ne diede tosto avviso al 
presidente della repubblica Veneziana, scongiurandolo 
di star alle vedette. 

Il dì dopo, lo stesso Gioberti, dirigeva a Manin, 
per istaffetta, una seconda lettera, in fondo alla quale, 
il Tecchio aggiungeva questo augurio : 

« Manin carissimo, — Non so chiuder meglio V an- 
no che mandandoti un saluto di cuore ; né di comin- 
ciare meglio il 49 che augurando a Venezia, all'Italia, 
gloria, trionfo pieno, solenne, irrevocabile ! > 

Ecco la lettera del Gioberti annunziante la trama : 



Chiarissimo Signor Manin, 



(1) 



Ho ricevuta una notizia che le trascrivo, senza 
però guarentirgliene la verità ; ma è bene che ella sappia 
tutto ; tanto più che la persona da cui ho ragguaglio 
è grave, leale e afifezionatissima alla causa veneta. Ne 
faccia r uso che crede opportuno, e si compiaccia al 
tempo medesimo di trasmetterla al contrammiraglio 
Albini. 

(l) Museo Correr — Raccolta Documenti Manin V. 4 N. 889, 



— 288 - 

* La trama che si muove tiontro Venezia è ordita 
in Ti'ieste, e per m*^zzo dì un battello peschereccio {m\ 
si comunica di là ('(»ii Venezia» ove ud hoc abita da 
cirea tre iiieìéi un Triestino eoi nome vero o siippo3*m 
di Ludovico Vespucci* Il sito di e onvegno de* cospira- 
tori è nella via o eanale de' Bchiavoni in quella citta. 
I rospìratori sono Napolitani^ i quaìi farebbero a giorni^ 
prestabilito saltare la ]>olv<'riera N 7 a Malghera, Av- 
viso ne darebbe ai Tedest^hi un segnale di tre lumi di 
diverso colore, che verrebbe fatto al forte di Martc^iei'i' 
dalla parte che mira al Castello dì 0. La cambìazione 
dei colori indicherebbe se la polveriera salterebbe il 3?» 
il 20 il 2f> di gennaio. Un milione di svanziche dcfH^ 
aitato in una casa bancaria di Trieste è il premio pat- 
tuito di'l tradimento, » 

Gradisca^ generoso sig-nore, ì sensi della mia più 
alta e cordiale osservanza 



ToHiio, 30 dicembre 1848. 



GlOliMRTl 



Dopo ventnn giorno, le lettere del tTioberti arri vìi- 
vano a Manin, il quale cosi rispondeva a Tecchio : 



ì/ìustre Signore ed amico, 



\U 



* \>n*izid 2;i gemi aio 1B4^ 

// carimmo vostro foglio del 3i Dicembre mi 

pervenite la Pierri del 21 corr. da qne^fo Console Sani^ 
che l'ebbe dai legni della R. Squadra. 



(1) MuMm Correr Raccolta Documenti Manin - Voi* 4 N, tS^ 



— 289 - 

Non vi so esprimere la mia gratitudine dei nuovi 
indizi che mi porgete intorno alla congiura che si 
ordirebbe a danno di Venezia. Sinora tutte le pratiche 
piti sottili ìion ci giovarono ad alcuna scoperta, ma 
non cessiamo di continuaì^le colla più attiva insistenza. 

Intanto abbiamo prese tutte le necessarie precau- 
zioni per istornare il tradimento dal forte di Marghera 
e speriamo che niuna sorpresa venga a deludere la 
nostra vigilanza. 

Vi ringrazio col cuore della offerta che mi fate 
di forze : i nostri presidi sono sufficienti ad una ro- 
busta difesa, e l* accot^renza dei coscritti da terraferma 
fuggenti dal servizio austriaco aumenta giornalmente 
le nostre truppe. Il bisogno che veramente proviamo è 
quello di fucili, e se il vostro Governo ci potesse in 
questo aiutare prepareremmo una buona milizia alla 
nuova guerra. Non vi parlo delV altro bisogno di denaro 
a Voi notissimo. Attendo con impazienza che possiate 
attivarci il generoso sussidio mensile votato dalla Ca- 
mera dei deputati. Accogliete, illustre signore ed amico, 
le espressioni sincere della mia altissima stima : augu- 
riamoci a vicenda che i nobili sforzi e le onorate 
fatiche rendano finalmente la nostra comune patria 
indipendente e libera. 

Manin 



* * 



Tecchio scrive a Manin il 12 gennaio una lettera, 
nella quale gli chiede quali istruzioni la Repubblica di 
Venezia ha dato ai suoi incaricati di Parigi e di Bru- 
xelles. 

Gli propone altresì di tenere con lui carteggio 
privato intorno alle mosse della guerra ; e gli chiede 



— 290 ^ 

notìzia (lolla siui salute* A Torino eoirpva voce eh 
Manin tasse gravemente ammalato. 

Manin act lisciato dal soverT-hio lavoro non aveT 
requie ; tutta la responsabilità del Governo gravava si 
suo capo ; per cui non è da meravigliarsi se atìpettav 
decine di giorni prima di rispondere alle lettere imjw) 
tanti t!he gli arrivavano. 

Ecco come risponde : 



Egregio Amico! 



(1) 



Venezia, 23 Gennaio l&l 



La fua cara lei/era iki 12 corr. mi pervenne i7 2 
quantunque in ritardo di due soli corrieri. 

Le istruzioni date ai nostri incaricati a Ihirigi e 
Brusaelic, puoi ben credere^ che ìion putevann esuert disvùn 
dui principio pei quaie qui combattiamo e resistiamo. 

Cardine pertanio delie medesime é l'assoluta e pieifi 
indipmd-enza deli' Itaiia dai dominio smmiero e poiché t 
icììiamo che indipendenza vera, e nordinanmìto politica d\ 
rat uro non si possum avere qualora si imicMe consrrtm 
direttamente o indirettamente l'elemento Austriaco nelin p 
nisola, abbiamo espressamente ordiuato di rigettare^ e di fn 
soiemw protesta contro la formazione di un regno, (fnnlumii 
fosse a suo territorio, la cui corona venisse ditta ad u 
principe austriaco, per quanto queato regno si voifss*' così 
tuìto indipendente dalla corona imperiale, e il nuovo prineii 
projfciolto da qualsivoglia leynme colla corte di Viemm. 

Io non so veramente cosa sperare dalie eoufermse d 



(1) L'originale della lettera appartìeae airois, S. Tecdiio. 



— 291 — 

piomattche di Brusselle, ma se tutti i rappresentanti italiani 
avranno il positivo ed indeclinabile mandato di rifiutarsi a 
quella combinazione politica che lasciasse un solo palmo del 
nostro terreno sotto la mediata o immediata dominazione 
straniera; ritengo per fermo^ che le potenze^ le quali voles- 
sero conservata la pace in Europa, si darebbero un grande 
pensiero per cooperare risolutamente al nostro divisamento. 

E per conseguire questo scopo^ trovo indispensabile che 
si accudisca alla guerra^ e si dimostri col fatto, che i governi 
italiani sono d' accordo a volerla; e sono preparati a sostcr 
nerla vigorosamente e costantemente di comune consenso colla 
nazione. 

Accolgo con lieto animo il tuo invito di tenere fra noi 
speciale carteggio riservato intorno le mosse di guerra,, e di 
informarci rispettivamente di tutto ciò che concerne alla 
stessa : studiamo intanto il suo piano, e te ne dirò in breve 
la opinione dei nostri, E a questo proposito credo utile av- 
vertirvi di provvedere in modo che tutte le istruzioni^ e le 
notizie che trovaste necessario di porgere all'ottimo generale 
Pepe per combinare le future operazioni militari^ sieno scritte 
a me direttamente, che io poi, ne farò allo stesso la oppor- 
tuna comunicazione, 

I movimenti dell' esercito nemico si tosto ci sieno noti 
con sicurezza verranno partecipati con ogni sollecitudine al 
tuo Governo, 

Le nostre truppe vengono giornalmente ingrossate da 
giovani di terraferma, che fuggono dalla coscrizione austnaca. 
Noi li accettiamo ben volentieri e perchè gioviamo loro e alla 
causa comune, e perchè togliamo nuove forze al nemico. Vedi 
adunque che il nostro principale bisogno presente è quello di 
armi e danaro, Quafito a qu^st' ultimo attendiamo con im- 
pazienza che possiate attivare il soccorso delle lire 600 mila 
mensili ; ma in quanto al primo ti debbo caldamente racco- 
mandare ogni possibile sforzo, perchè ci giunga un buon 
numero di fucili, di cui difettiamo, e di cui abbiamo urgente 
necessità per armare la nuova milizia che andiamo formando. 



19 




— 292 — 

Quando poi si darà mano aita gicerra, richiederemo st4Ìnk 
secmidn il piano di es.m^ quelC aiuto di truppe pietnonfa 
che ci jitird indinpenHabiie a rendere sicure le fazioni si 
nostro territorio. 

Nulla abbiamo potuto scoprire intorno alla congiura^ i 
cui ha fatto cenno r illustre Gioberti : abbiamo perà ptt 
tutte le misure per isoentarne, se esistesse, f effetto. 

Quantunque la mia salute non sia perfetta, pure non 
passato yiorno senza eh' io attendessi agli afffiri del Gov^rn 
La falsa notizia che ti pervenne sarà stata forse occasiofm 
dal trattare che io faccio le cose piii in casa^ che all' uffa 
per avere minor tmnpo sciupato da visite di formalità^ o fui 
per interessi puramente personnli. 

La prespnte è se ritta di mano del comune amiro Pezza 
che ti saluta cordialmente. 

Continua a volermi bene e sta sano. 



Tuo aff: 

Manin 






Questo Pezzato, di cui si trova tanto spesso il non 
nelle lettere di Manin, era un grande amico» l' ìntir 
eontìdeiite del dittatore. Di lui il MaDÌn diceva eh' e 
la più beir anima e la più bella intelligenza che a\ es 
incontrato nella sua vita. 

Dotato di un intelligenza distinta, dice il Federici. I 
e di una intraprendenza instancabile, questo fervi 



(1) Federigo Federico — Del Periodo politico e della viti h 
ma dì Datiìele Mania — Veneiia^ tip. Visentini 1868, 



— 293 - 

patriotta avrebbe dovuto rappresentare una delle prime 
parti nel teatro della rivoluzione, siccome quello che 
ne era stato uno dei principali fautori; ma per un certo 
suo fare schivo ed intollerante ; (conseguenza in parte 
d' una malattia di cuore che lo condusse di appena 40 
anni al sepolcro) limitossi a brillare di una scarsa luce 
riflessa, pago di sprigionare le scintille del suo genio e 
del fuoco sacro eh* egli custodiva nel cuore, nel solo e 
particolare gabinetto del presidente. Iacopo Pezzato era 
per Manin, come il buon demone degli antichi, lo sti- 
molo più efficace ne' suoi momenti di prostrazione, il 
suo Consigliere, il suo braccio destro, il suo solo e vero 
segretario ». 

Pezzato doveva seguire Manin nell'esilio, ma il di 
prima della partenza mori fulminato ! Egli non rivide 
i croati a infamar Venezia! 






E la corrispondenza fra i due patriotti continua : 

Torino, il 19 Gennaio 1849 

Carissimo Manin I ^'^ 



Poche sere fa Correnti e Freschi chiesta udienza 
dal consiglio dei ministri, ci lessero una lettera di Pepe, 
la quale fa istanza che il nostro Governo mandi costà 



(1) Museo Correr: Raccolta documenti Manin - Voi. 4 N.895 
lu* intestazione é: Ministero dei lavori pubblici — Gabinetto. 



m 

"111 . 



1 



— 294 — 

un ufficiale superiore per confeiire con esso Pepe, esa 
minare lo stato della piazza, dei forti, della gLiarnigiom 
ecc. e quindi farci riferta dt^i vantaggi <"he alla guvvvi 
può prestare W^nezLa e la sua truppa e del bisogno d 
un secondo di linea dal Pepe desiderato. TI Consigli 
ha preso air unanimità d' inviare all' uopo un espert 
generale: e questo probabilmente sarà il generale Oli 
viero : avvertì bene che non è V Olivieri che lece mal 
prova in Milano. 

Il 1. Febbrajo sì apre il Parlamento. Il Senato eh 
non ha d'uopo di spendere tempo per la verificazion 
dei poteri, prop;>rrà nelle primissime sedute la legg 
di sussidio a Venezia votata come sai dalla Camer 
dei Deputati, Il ilinistero intende mandarvi il prilli 
mensile i m media tameo te, quindi ti prego, in nome 
per commissione del mio collega delle Finanze : 

1. di munire dì ampio e regolare mandato a rit'* 
vere il denaro persona di tua confidenza^ possibiiraeut 
in Torino o in Genova ; 

2. di indicarmi tutti quegli spedi enti (*he meglio 
paiono opportuni perchè il danaro giunga al più prest 
e nel più sicuro modo alla sua destinazione. 

Qui attendiamo il generale Pelet inviato straord 
nario del Presidente della Repubblica Frani vse pf 
ringraziare il Re, che ad esso Presidente mandava cmì 
sollecito il Marchese Arese a proferirgli congratulazion 
ed amicizia. Questo tratto, a' nostri giorni assai ran 
dì simpatia francese pel Capitano della guerra italici 
speriamo che giovi nelle nienti e negli animi, lanto pi 
che sembra aversi il Pelet il decreto mandato di dan 
lumi e consigli sul riprendere la guerra. 

Il Re, che ho veduto stamane, mi ha ripetuto eh 
!mUa spera dalla mediazione, e che arde dalla brani 
di ricominciare le ostilità- Il 23 o 24 egli girerà sull 
frontiere per esaminare le condizioni della nostra trupp 



il^à 



— 295 — 

e poterne dare autentica contezza alla Camera nel di- 
scorso della Corona del 1. Febbrajo. 
Comandami ed amami. 

Il tuo Tecchio 



Ecco la risposta: 

28 gennaio 
Al Sig. Avv. TECCHIO 

Ministro dei Lavori pubblici 
TORINO 
Carissimo Amicai ^^^ 



Rispondo in fretta ali* argomento che più importa^ 
la carissima tua del 19 corr. 

Il sussidio dei 600 mila franchi è una necessità 
di Venesia. Ti prego d'interpretare questa parola nel 
suo più stretto senso. La nostra carta monetata non 
va alVestero e abbiamo bisogno d'importare ogni merce, 
ogni oggetto necessario alla sussistenza. Il denaro fu 



(1) Museo Correr - Raccolta Documenti Manin Voi. 4 N. 902 - 
La carta è intestata : Governo Provvisorio di Venezia - è una 
minuta di lettern - L'originale è posseduto dall'Onor. Sebastiano 
Tecchio. 

N. B. — Alcuni brani di questa lettera furono pubblicati da 
Federica Planat de la Faye nell'opera «Documenti e scritti auten- 
tici lasciati da Daniele Manin ecc. » - Venezia, Antonelli, 1877 vo- 
lume II pag. 172. 




I 



— 296 — 

esportato in gran parte ^ n m naf^eonde per dìffirknza, 
e noi ci troriamo in ìitibarazzi che ogni gior/m jti 
accrescono. Devi dunque fare ogni sforso perchf> qi/e^fn 
sommay alV arrìm della presente sarà dì 1.200.000 
franchi j non ci manchi^ e non ci ritardi. Hi fletti inoltri 
che il ritardo è come un riftuto e che ancora i venezian 
aspettano il milione promemo da Genova^ da fanti 
mesi ! 

Quanto mi diri in proposito mi rassicura, tm 
replico è necessario che facciale assai presto ! 

Le istruzioni da ìioi date al cittadino Fresch 
prima d' ora forse rispondono alle lue domande. In 
tanto oggi abbiamo spedito un regolare mxmdata ali 
stesso Freschi di ricevere per conto nostro qualunqw 
somma che il Governo Piemontese mettesse a nosln 
disposizione. In caso però, che il Freschi fosse assenti 
qualsiasi altro impedimento si frapponesse^ depositai 
la somma o in Torino presso la ditta Todros e Comp 
in Genova presso la ditta Hortolomeo Ferodi q. Gin 
comOj ìHtirandone la relativa quitanza. 

Noi scriviamo ad essi analogamente; ma in ogn 
caso fa in modo che questa mia dichiara 3 ione sii 
succiente, tanto pik che vi sarà poi spedila la regolur 
qnitanza. 

Quanto al modo d* inviarci la somma, se questa 
in effettivo, coìne spero e ti raccomando^ non travia m 
espediente migliore che di un vapore delta sqtmdrn 
mentre per via di terra le strade sono mal sicure. 

Se poi non potete destinare a tale scopo un rapon 
e se non vi ^^ possibile di darci la sovvenjionr in e) 
fettivo contante depositatela presso Todros o press 
Parodi e noi la faremo da essi convertire per nostr 
conto in danaro effettivo o in cambiali, ne disporrcììi 
con tratte od in altro modo. Non vi date, dunqitf 
pensiero in questa ipotesi, di farei voi le rimessi 
perchè non fareste che perder tempo^ tanto piti che ì 



— 297 — 

cambiali sopra Venezia sono rare, ed è il modo di 
pagamento che meno ci conviene^ perchè non introdur- 
rebbe danaro, né merci in Venezia. 

Sul resto mi riservo di scriverti in altra mia. 
Coopera intanto a sollecitare qitesto sussidio ed avrai 
reso all' Italia un eminente servigio. 

Addio di cuore 

Manin 






Tecchio, e con lui moltissimi a quei di, era con- 
trario alla federazione, voleva V Italia una e libera sotto 
Casa Savoia. Sebastiano Tecchio, in quel tempo di in- 
certezze, di tendenze verso varie forme di governo, fu 
dei pochi che vide la salvezza dell' Italia nel Piemonte. 
La lettera che segue è di una grande importanza. Essa 
ci rivela quanto soffrisse per le nubi che sorgevano 
sull'orizzonte della patria, nel constatare che molti 
italiani, guidati più dalle parole reboanti, che dal buon 
senso, si affannassero a dividersi in repubblichette, 
mentre bisognava essere compatti per vincere e cac- 
ciare il croato ! 

Torino, il 22 Gennaio 1849. 

Carissimo Manin, ^^^ 



Come ti scrissi oi son pochi di, (forse il 19^ per 
aderire al desiderio del general Pepe, manifestato da 
lui per iscritto a Freschi e Correnti, e da que' stessi 



(1) Museo Correr — Raccolta documenti Manin — Voi. 4 N. 896 
La lettera è intestata ^ Ministero dei Lavori Pubblici — Gabinetto » . 



I 

i 

I 



— 298 — 

riferito al nostro Consiglio de' Ministrìj abbiamo deli- 
berato di inviare costà il Generale Oliviero, por vedere 
Io stato delle truppe e delle difese, le possibilità e le 
utilità delle sortite, gli eventuali bisogni di un soccorso 
di linea — prendere col Pepe i concei-ti pei piani di 
gueri^i — e dare in proposito a questo Governo le 
opportune riferte. 

Spero che troverete nel Generale Oliviero (ripeto 
che non è V Olivieri) una brava persona, un espertn 
militare. Il nostro Ministro di Guerra e Marina, ci assi 
cura che T Oliviero è dei migliori, tranne quelli che nei 
presenti momenti assolutamente non potremmo staccar^ 
dalle divisioni. 

Mercordi 24 il Re parte da Torino per fare egli stessn 
ispezione dell' esercito e delle bagaglìe» 

Vvv carità, raccomanda a qualunque de* tuoi k 
Parigi e Brusselle che finiscano una volta di sostenerf 
il partito di un regno Lombardo- Veneto con un forestien 
alla tt^sta ! Codesto partito non sarebbe la indipendenza 
quale noi tutti dobbiamo intenderla^ o per lo meno non 
ci diirebbe che indipendenza precaria, labile, peritiirM 
L' austriaco acquisterebbe dal voto dei popoli, (se mai 
ì popoli assentissero) quella specie di giure che mai 
non ebbe e non ha : e poi, appena rabberi-iate le co:^ 
in casa sua ci farebbe il mal gioco che fece prima i 
Cracovia e che oggi rinnova in Uugheiia. 

Coloro dicono che il nostro Ministero fark la pact 
air Adige. Calunnie ! 

Non pace, ma guerra, e guerra grossa, e guerra 
per l'indipendenza assoluta, intendiamo di fare e fare 
mo, se Dio ci salvi. 

Abbiamo un esercito grande, che che ne dicano 
poveri di. spirito ; il di che si accenderà la scintilli 
r incendio divamperà fino air Isonzo. 

('nme già Sdì il 1 febbraio si apre il Parlamento 
Abbiamo grande motivo di credere che le elezioni sa 



1^ ^ 



— 299 — 

ranno favorevoli alla nostra polìtic.a. Scriverò io stesso 
al Presidente del Senato, perchè proponga immediata- 
mente la legge di sussidio a Venezia. Per verità, era 
nostra intenzione mandarvi subito una parte almeno 
delle prime L. 600.000 : ma ce ne trattiene, per questi 
pochissimi giorni che occorrono, la considerazione che 
la cosa non potrebbe starai celata e che il geloso Se- 
nato, quando sapesse che non abbiamo aspettato il suo 
voto, vorrebbe forse vendicarsene dimimiendo la somma 
ammessa dai Deputati. 

Amami, comandami, credimi 

il tuo Tecchio 

Tecchio era neir incertezza perchè non aveva rice- 
vuto ancora la lettera del Manin del 23 gennaio, pub- 
blicata a pag. 19, e perciò non appena la ebbe ricevuta, 
dimostrava all'amico tutta la sua letizia perchè i tristi 
dubbi venivano sfatati con tal lettera. 

Anche in questa risposta, il Tecchio batte sempre, 
sempre sullo stesso tema : — Siate uniti. Nessun accordo. 
Vogliamo r Italia con un re italiano. I Croati debbono 
andar a casa loro .... 

Questa lettera del Tecchio è una magnifica pagina 
vibrante d' amor patrio. 

Torino 30 Qennaio 1849 



Carissimo amico! 



(i) 



La tua lettera del 23 ci ha recato somma consola- 
zione. Da qualche giorno correvano voci che le truppe 

(1) Museo Correr: Raccolta documeuti Manin - Voi. 4 N. 904. 



— 300 — 



V • 



austriache fossero molto ingrossate intorjio allo vo'itn 
lagune — che fosse già cominciato contro Venezia 
formale attacco e da parte di terra e di mare — eh 
la nostra squadra fosse stata dalla squadra nemìcj 
distrutta. E benché In voci ci paressero alquanto esa 
gerate, ci premeva il fuore anche solo il sospetto eh 
pur vi fosse alcuna cosa di vero. Radunato subito tr 
o quattro volte il nostro Congresso di guerra per istu 
diare se e quali truppe 0(*corrcsse inviare costà ; rispc 
aero che per ora non si poteva disporre air uopo ; pe 
mare la via sarebbe pericolosa» giacché ci era pur fatt 
sapere dal nostro vice ammiraglio Mameli (avvisatoli 
da un console francese) che 1' Austiìaco cominciava a 
arrestare neir Adriatico anche i haj^tinienti mercantil 
con bandiera italiana : per tei i a il viaggio sarebh 
lunghissimo e quindi troppo tardo il soccorso se rea! 
mente l'attacco fosse princiiiiato. A vedere che tu no 
scrivevi nulla, né di ostilità attua lij né di cresriu' 
pericoli, né di timori, ci siamo persuasi che quelle vot 
erano tutte favolose. 

Siam già quasi alla vif^ilia d' aprire la Canien 
Il Re parlerà breve, ma fermo. Non è dubbio che 
sussidio di danaro a Venezia, del quale col mezzo dt 
Correnti vi abbiamo mandato appena ima mo^^/ra, sar 
confermato. Quanto ai ùu-ilì che mi chiedi, non so t 
quanto potremo giovarti. La compera dei fucili è stat 
sempre al nostro Governo, ed è tutta via uno dei pi 
acerbi viluppi. Puoi b(*nc immaginarti quanti ne al 
bisognano al nostro grande esercito, che deve averi i 
almeno 2 per ogni soltlato ! Napoleone ne voleva tn 
Poi la Guardia Nazionale li chiede ogni giorno, e no 
ne ha che una parte, I l'abbricatori forestieri li prome 
tono, ma venuto il tempo della consegna, o donìaitdau 
lunghe proroghe, o li portano tali da dover essi^re a: 
solutamente rifiutati. I quattro milioni di lire rhe 
Parlamento avea pei- queste compere autorizzati, sou 



— 301 — 

esauriti, e divennero quasi cinque. In somma, oggi non 
posso prometterti nulla, ma spero di poterti parlare 
meglio un altro di. 

La mediazione non ho mai creduto, né credo che 
riesca a niente. 

Il Ministero Gioberti non aderirà certo a verun 
fatto che offenda la indipendenza assoluta. Dio voglia 
che gli altri o Inviati o Oomissari che si recano a Brus- 
selle non guastino ! Cosa strana e pur vera ! i ì^epiibhli' 
cani d* Italia che erano a Parigi favoriscono con ogni 
potere, (ce lo assicura il nostro ambasciatore Ricci) la 
formazione di uno stato Lombardo-Veneto con un tede- 
desco alla testa. Avremmo allora una costituzione che 
durerà quel tanto che parrà airAustria ; la quale acco- 
modate le cose in casa sua, susciterà tra noi le discordie 
civili : poi ci diffamerà come indegni e incalvaci di 
libero reggimento ; e ci porrà alla condizione di Cra- 
covia! 

Voglio sperare che Y Assemblea di Venezia sarà 
prudente e riservata nelle decisioni politiche. E^li è troppo 
certo che la guerra non la può fare che il Piemonte^ 
e il Piemonte con Carlo Alberto, perchè Y esercito non 
intende di battersi se non pel Re! Gli altri hanno parole 
magnifiche, ma io non credo che colle parole si scon- 
fìgga il croato : se ordinassero coscrizioni, imposte, 
fucili, e cannoni, sarebbero i benedetti ; ma di questi veri 
mezzi d' indipendenza io non veggo chi si occupi tranne 
il Piemonte e la povera Venezia. Se questi due in 
mezzo a tanta confusione di lingue, stanno concordi e 
continuano a guardare il grande scopo, la concordia 
loro sarà tremenda al nemico. 

Scriverò, come siamo intesi, a te stesso, le più im- 
portanti notizie militari o nostre o del nemico, ed i piani 
probabili. Tu ne dirai quel tanto che ti parrà al Generale 
Pepe : del quale desideriamo sapere se sia ferma la 



Itili'» 

— 302 — 



salute da re^gert^ alle eoormi fatiche che presto hm 
gneranno. 

Gioberti ti sa Ulta e ti ringrazia della lettera rh 
gli scrivesti. Abbraccio l' antico collega Pezzato che h 
sempre stimato ed amo di cuore. Conservami il tu 
affetto e credimi 

il tiùo Tecchio 

* * 



Manin, mente fredda, vasta, poderosa, uomo d'i 
zione, non distrae neppur per un minuto la sua atteT 
7Àone dal suo pensiero dominante : che è la caccint 
del croato. E la sua mente vede un vasto campo ( 
azione, una mossa di truppa per dividere le forze Ai 
striache e indebolirle per isbaragliade. 

Le sue lette re» buttate giù schiettamente* semplice 

mente, vibranti d' amor patrio^ invadiate dal buon seii^ 

pratico, dall^ giusta visione delle cose e dei tempi, soe 

Li I fra i documenti che meglio di ogni altro dimostrano 1 

^ L grandezza vera del dittatore veneziano, 

' VeneKia, 11 Febbraio 184 

Carissimo Tecchio t '*^ 

Ho ricevuto k tue lelfere dd 22 e dei 30 ffenìitm, . 
gmerale Olivpro va assftnwHdo le sue informazióni milHa^ 
f prenderà laftì gii opportuni concerti per le operazioni i 

guerra. 

(1) Museo Correr: Racco ita documenti Manin N. 908, VoL 






— 303 — 

Non so come siasi potuta spargere costi quella notizia 
che ti angustiava tanto degli attacchi di Venezia e della per- 
dita della vostra squadra. Che gli Austriaci ci avessero as- 
saliti era credibile^ ma che le navi austriache inferiori sem- 
pre di numero e di forza alle vostre ed ora in gran parte 
al disarmo^ avessero nientemeno che distrutta la flotta^ ciò 
propriamente non poteva essere creduto. 

Quantunque da tutte le parti ci si dica che saremo in 
breve attaccati, pure non vediamo che l' inimico prenda le 
necessarie disposizioni per farlo. JSoi già siamo da molto 
tempo preparati a sostenere le ostilità e non dubitiamo nelle 
nostre difese. Merita attenzione per altro l'ingrossarsi degli 
Austriaci sulla sinistra del Po, e se le vostre relazioni cun 
Roma ve lo acconstntissero sarebbe utilissimo che spingesse 
un buon nerbo di truppa sulla riva destra, con che porreste 
un ostacolo all'intervento negli stati pontifici, preparereste una 
diversione pel caso Venezia fosse attaccata, e avreste una 
forza pronta nel territorio dove pur sarà mestieri di ripi- 
gliare la guerra. 

Non è necessario che ti ripeta le assicurazioni contenute 
nella mia del 23 intorno all' accettazione di un principe 
austriaco. Il nostro incaricato a Parigi ed a Brusselle ha 
r ordine preciso di protestare contro la formazione di un 
regno Lombardo Veneto, la cui corona fosse data ad un 
Arciduca della casa imperiale o della Casa d' Este, e chi ti 
avesse fatto credere diversamente, ti avrebbe fatta credere una 
menzogna. Ottenere la indipendenza assoluta d* Italia ; elimi- 
nare ogni elemento austriaco sia diretto, sia indiretto, dalle 
cose nostre ; preferire quella combinazione politica che renda 
stabile la pace e più facile la federazione degli stati italiani, 
eccoti in poche parole la leale indicazione dei principii sui 
quali sono fondate le istruzioni impartite a Valentino Pasini. 

Correnti ha lasciato presso il banchiere della Ripa a 
Firenze i cento mila franchi che voleste anteciparci in conto 
del sussidio mensile, perchè essendo mal sicure le strade era 
imprudenza continuare il viaggio con cosi grossa somma. 



— 304 — 

Abbiti mo già dato tv disposizioni per rifinirli nd nmh mt^ 
gtio opporinno, Sinmo eerii che il Senuto approverà la Ifg^ 
della Camera eleìfim ed adendo con impnzimza che fu mi 
annunci la spedizione defù^ due memiiifà di cui abbiamo m 
immenso bisogno specinlmenfe per oHtnre r uUitr minte ribassi 
della nostra carta-moneta. 

Confintia a volermi bene e sfa sano. 

Màkik 



* 



Le notizie più disparate di tradì nienti, di colpì ^3 
mano, f-orr-t^vano al Ioni di bot-ca in bocca. Ne fa fed 
la lettera che segue* In essa però l'/era del vero: VAx 
stria ai preparava al colpo decisivo su Venexia, 



Torino, Il 4 Febbraio l8^ 



Carissimo Manin, ^^* 



TI nostro Ministro della Guerra ha ricevuto or o 
dal Maggior generale Trotti, Comandante interinale 
prima nastra divisione, una lettera datata dal Quarti 
Generale di Vogliera, delia quale credo opportuno ti 
scriverti il tenore. 

Non so qual fede meriti la notizia contenuta ne: 
lettera; delle cose venete tu saprai meglio di noi. 



(1) MuÈ€o Vorrtr — Eaceolta documenti Manin — VoL 4 N. fl 
— L'IiitestAzione della carta è « Miniabero dei Lavori PubMki 
Gabiuetto » * 



— 305 — 

Quanto alla squadra austriaca abbiamo lettera del- 
l' Ammiraglio Albini che essa è tuttavia a Fola quasi 
al disarmo. 

Perdona la fretta, ed ama 

il tuo Tecchio 



Ecco la lettera Trotti : 

« Da canale pressoché sicuro vengo informato che 
il Maresciallo Radetzky persiste nel progetto di attaccar 
Venezia, malgrado le difficoltà della posizione, dal forte 
O. Infatti il 20 gennaio è partito da Mantova il gran 
parco d' assedio diretto per Mestre e furon raddoppiate 
le guarnigioni di Treviso e Padova. A Ferrara vi sono 
9.000 uomini, sul Modenese 10.000. 



^\ 



Gente che non ha giusta visione dei tempi e del- 
l' opportunità, ce ne fu e ce ne sarà sempre. A Venezia, 
un giornalista, il quale, come molti di allora, sognavano 
r Italia divisa in tanti comuni o in tante repubblichette, 
scriveva sul Mondo Nuovo, uno di quei giornaletti, che 
allora fiorivano come i funghi, e più che altro erano 
gli organi personali di chi li scriveva, stampò un arti- 
colo contro il Piemonte. Il Tecchio, che vedeva nella 
armonia di tutti gli sforzi, il trionfo della santa causa, 
alla lettura di tale articolo andò su tutte le furie, e ne 
scrisse risentitamente a Manin, trattandolo quella volta 
anche col voi ! ! 



— 30tJ ~ 

Torino addi bi2 lèi! 



I» 



♦il 



Carissimo Manin, '^^ 



Il nostro Console gonerale ci trasmette il N. 3 di 
Giornale // Mondo nuovo, {2} stampato a Venezia, ci 
contiene un articolo intitolato La fiotta sarda^ 

Queir artU'olo paro scritto a posta per seminai 
la discordia. Voi sapete quanti doveri abbia la caus 

(1) Museo Correr; Raccolta documenti Manin - VoL 4 X. ^ 
La lettera è intestata « Regia Segreteria di Stato per gli affi 
den' Interno — Gabinetto del Ministro, * 

Lettera scrìtta m fretta* Da rpianto si può arguire, il Tecch: 
fu chiamato dal Gioberti il quale gli mostrò il giornale incriu 
nato. Il Tecchio, sfdnta stante, [e lo dimostra la carta intenta 
al Ministdro dell' intemo] scrisse sdegnato a Daniele Manin. 

(2) Questo Giornale dopo il 13 numero, e precisamente il 
giugno 1848 cessò le sue pubblicassioni. In quel tempo veime 
pubblicati a Venezia i seguenti giornali ; La redenzione itcìliii 

— Il corriere venexiano — Il vero antico del popolo — Tja Rivi: 
dei giornali — La Formica — La Formica in 40 — La Guart 
Civica — Il ficcanaso — Il Gastigamatti — Un milione di IftUi 
La voce del popolo — Il fuoco patrio — U Corriere — Le sperar 
del popolo — La lanterna magica — Il Novelliere del caffè 
Caffè e Bettola — A tutti e per lutti — La Bilancia deiropiuio 

— Il difensor del popola — La staffetta del popolo — Fatti i? ii 
parole — L'eguaglianza — Il Pimpirimpara — La sentinella < 
popolo — Il corriere e l'Italia — Venezia in mano del suo pp 

— Il circolo delle donne — Verità, e non plus ultra — L'A[H' ^ 
li tare — La Repubblica — 8ior Antonio Hioba — La Prova — 
democratico - Pio IX e l'Italia — Il Corriere d'Italia - 
Guardia Nazionale— Fatti e parole — Il Pn^cursore — San Mai 
Il Biricchino — Il soldato — La guida del popolo — Il moii 
nuovo — Lo s]nrito folletto — I/Ape — Il Mattiniero — La Costruì 

— L'Italia nuova — Ad un solitario — Bupplemento airinferao 
Dante — El Bacanal — Il ce mesi mo — Per tutti — Asiuodeo 
Il Gobbo di Rialto — La fratellanza dei popoli — 11 2 Aprile 
L'operaio — Il popolo Italiano. 



— 307 — 

italiana al Piemonte, alla squadra, a Carlo Alberto. La 
ingratitudine e la calunnia che troppo chiara traspare 
da questo articolo è indegna di uno scrittore italiano e 
veneziano qualunque egli sia. 

Immaginatevi quali tristi conseguenze ne possono 
provenire! Da una piazza eh' è in istato di guerra, e 
quasi d' assedio, deve pur essere posto qualche limite 
alla libertà della stampa. Imianzi tutto la salute della 
patria. 

E se alla salute della patria bisognasse che noi 
mandassimo costà ^secondo il desiderio di Pepe, e quando 
il cenno che voi stesso vi siete riservato di farci), qual- 
che corpo di linea, con qual* animo lo spediremmo noi, 
con quali auspici viaggerebbe desso per una città nella 
quale è lecito alla stampa il lanciar si negri strali 
contro la nazione nostra e contro il Re che consacra 
la sua vita alla indipendenza della Nazione? 

Per carità ponetevi qualche rimedio e subito. Non 
guastate V opera santa. Addio di cuore. 

Il tuo TECCfflO 



4: # 



In una lettera del 13 febbraio 1849 (1) il Tecchio 
parla ancora del sussidio di Venezia e dice che fu ap- 
provato il 12 febbraio con 140 voti favorevoli e 24 con- 
trari alla Camera — e che spera che presto sarà di- 
scusso e approvato al Senato — e chiude : « Mi gode 
r anima di poterti dare queste notizie : e sono impa- 
ziente di avere notizie vostre, giacché parmi da temere 



(1) Museo Correr — Raccolta Documenti Manin. Voi. 4 N. 910. 

20 



— 308 — 

che gli imdicìraila Austriaci raccolti in Padova siano 
direni a marciare contro Venezia *, 
Saluta r Mmico Pezzato e credimi 

il tìAo Ticchio 



llaniiVr calmo aeiiipre, sempre padrone dì sé, dice 
eie non può metter limiti alla libertà di stampa, per- 
chè sino allora gli abusi non erano stati rimarchevoli 

Anche qui e^li, repubblicano federalista, affemm 
solennemente che bìso^a stare uniti per potar trion- 
fare. 

Yetiezfa. 24 fòbbniio \m 



Carissimo Tecchio, 



(1) 



Ho avute le tue lettere del 4, 5 e 13 corn e dex 
credere che se non ti scrissi prima non è mia colpa 
ma del tempo che mi fugge. 

Non lessi V articolo di cui ti dolesti : so per alm 
che fu disdetto» o tu avversato con molta forza, Soi 
abbiamo ancora una legge sulla stampa, e ci vuol pa 
zienza. Gli abusi sin qui non furono pericolosi e questi 
popolo ha molto buon senso, uè certamente io p ' 
vincoli preventivi ad una libertà, che aai bene fu > 
prima del 22 Manao. 

La sanzione del vostro Senato alla legge del su& 
sidio mensile ci ha consolati- Abbiamo un imponenii 
bisogno di danaro sonante, poiché la nostra ear- 



(1) Pubblicata da Federica Planat de la Faye nel suo lìbf 
KU Manin, triìi J' originale della lettera è posseduto dalKon.Sf'bi 

Btiaoo Tecchio. 



— 309 — 

moneta scapita terribilmente, e non t' aggiungo pre- 
ghiere a sollecitarne Y invio delle due mensilità ma- 
turate. 

Il Venturi, che abbiamo incaricato di una missione 
speciale a Roma, Firenze e Torino, relativa alla Costi- 
tuente Italiana, e che ho munito di una lettera per 
Gioberti, fu trattenuto a Roma da quegli avvenimenti, 
e poi dair avere avuto conoscenza della circolare che 
il Ministro Rusconi dirigeva sull'argomento ai diversi 
Governi. 

Ti acchiudo copia della circolare stessa e in via 
riservata e confidenziale ti unisco pur copia della let- 
tera che abbiamo scritta al Venturi, dalla quale rile- 
verai le istruzioni eh' egli tiene ed il fine a cui miriamo. 

Nelle circostanze presenti una scissura fra i nostri 
stati sarebbe stato pregi udicievole alla indipendenza 
nazionale quanto una nuova sconfitta in battaglia; ed 
è a mio credere indispensabile dimettere alcun poco 
l'austerità dei principii propri, almeno per ora, onde 
conciliare gì' interessi scambievoli colle esigenze dei 
tempi. Come io t' apro lealmente il cuore, cosi spero 
non t' increscerà manifestarmi il tuo pensiero, e son 
certo che non avremo mai a pentirci se procureremo 
di unire gli sforzi e gli intendimenti al bene della co- 
mune patria. 

Pezzato ti saluta, ed io t' abbraccio. 



Tuo a/f.o 

Manin 



Quanta nobiltà di sentimenti ! Quale nitida visione 
del trionfo della causa, se gli italiani rimarranno uniti ! 
Quale abnegazione ! Di fronte al grande ideale a cui 
aspira, Manin non discute più sulle sue idee. C'è qui 




— 310 — 

il geniip dì ciò che farà quel!' uomo noir esilio ! Griderà 
— Rc^alistì, mazziniana federalisti, murattiaiiì, unitevi 
fate r Italia» libera, indipendente, una! 






La lettera del 4 Mafzo 1849 (1) sul margine ivi 
quale bene iu vista il Tecehio ha suritto : confidenzia 
— al solo Jlanìii — parla lungamente della Costitueii 
Italiana Federativa ; ma x è eontrario * Noi, dicej ci 
abbiamo sempre veduto ehe la quisìtiooe sta nella giien 
che sol colla guerra potrefmo raggiungere Tindipendens 
che senza indipendenza non ci sarà in nessun ang< 
d' Italia ombra aleuna di libertà ; noi che sappiai 
come il nerbo della milizia per 1" indipendenza s 
principalissimamente nel Piemonte^ e per modo e 
senza il Piemonte la guerra sarebbe cissolufauienie ì 
possibile; noi abbiam repugnato e repygnianio a 
detta Costituente perchè abbiam creduto e crediai 
che ella toglierebbe air Italia le maggiori e le migli' 
forze, le forze del Piemonte. » E dopo essersi diffuse 
lungo sulle altre ragioni per cui non aderisce alla ( 
stitueute Federativa^ esclama : « Perdona se ho detu 
male e in fretta, ma pur troppo dovrai aceeii;arti e 
il Piemonte solo può e vuole da senno ; che gli al 
non hanno che parole ; ed io amo più un cannone e 
mille poemi ! » 



(1) Mmeo Correr : Raccolta documenti Manin - YoL A n.l 



31t — 



* # 



Il 9 Marzo Tecchio scrive a Manin annunziandogli 
con gioia non senza trepidanza che il gran momento 
si avvicina. Il giorno venti marzo saranno incominciate 
le ostilità. Aggiunge che la diplomazia ha fatto il pos- 
sibile per intimorire il Piemonte e sedurlo alla pace; 
ma invano. Il Re e il suo Governo volevan la guerra. 
Alla minaccia di un ambasciatore d' Inghilterra, il 
quale ammoniva che il Piemonte sarebbe rimasto solo, 
Carlo Alberto rispondeva: — Ebbene io non ho confidato 
sopra alcuno ; non ho confidato che su le nostre truppe >. 

È la guerra che il Tecchio e il Manin sognano ! 
È la guerra che debellerà T Austria e darà l'indipendenza 
air Italia! Ma pur troppo V ora della redenzione non è 
ancora sonata! Altre prove, altri sacrifizi, altre ango- 
scie, altro sangue vuol questa sacra ed inesausta ma- 
dre d'eroi e di poeti . . . 

A Novara i Piemontesi sono vinti ... € La scia- 
gura è al colmo ! » scrive quasi pazzo di dolore Tecchio 
al Manin ! 



312 — 



U esilio 



\ 



Dopo Novara, la corona di speranze che posava 
sul capo della Repubblica di Venezia, si sfrondò, e mostrò 
tutti ì triboli. Ma Venezia, l'unico asilo in <-ui 9>ra 
rifugiata la libertà, volle coramovore il mondo, come un 
giorno la Serenissima, colla sua disperata sublime re- 
sistenza. 

Manin fu lo spirito buono, T angelo tutelare delle- 
roismo e dell' onor di Venezia. In lui palpitava Y anima 
dc^l popolo, che sperava e disperava con lui. In ogni 
frangente è a Manin cui si rivolge il pensiero^ è a Manin 
cui si chiede consiglio, è da Manin che si spera conforte 
ed aiuto. 

Ma la fatalità, che governa gli eventi, non volle che 
11 buon diritto e V eroismo ottenessero il trionfo. La forzai 
brutale, V infamia, la viltà ebbero ancora una volta il 
sopravvento ... E Venezia caci de! 

Il 13 agosto 1849, il giorno dopo quello nel quale 
per guadagnare qualche ora, onde trattar con più calmai 
c*ol nemico, s' era alterato ancora una volta il panf* 
(costituito ormai, solo per un quinto dì farina, il 13 agostc 
alla finestra del palazzo nazionale apparve Manin pallida 
disfatto, ma con T occh io calmo sicuro. Chiese alb 
guardia civica, commossa, con voce alterata dal pianto 
se aveva ancora fiducia nella lealtà di lui. Tutti, pop*»!* 
e soldati acclamarono con frenesia; ed un nk entusiiusu 
proruppe da tutti i petti. 

— Questo afletto, questa fede inaltei^abile nella mh 
pci'sona, - continuò il Dittatore - ini commuove profeti 
damente, ma nel tempo stesso mi rattrista. Mi rattristi 



— 313 — 

al di là di quanto si possa credere, imperocché ciò vale 
a schierare davanti ai miei occhi, senza orpello e ve- 
lame, tutti i dolori tutte le sofferenze di questo povero 
popolo. 

Voi non potrete sventuratamente ormai più fare 
assegnamento sul mio spirito, sulle mie forze fisiche, 
morali o intellettuali, ma sopra la mia affezione per 
voi, profonda, ardente, imperitura oh ! contatevi pur 
sempre, qualunque sieno le prove a cui la provvidenza 
ci riserba. Voi potrete dir forse: Quest' uomo si è in- 
gannato, ma giammai non direte: Quest' uomo ci ha 
ingannati ! 

No, mal ho ingannato nessuno: mai ho cercato di 
far nascere delle illusioni cui intimamente non parte- 
cipassi; mai ho detto, sperate, quando cessava in me 
la speranza. — 

Detto ciò un lungo straziante singhiozzo scoppiò 
nella folla, Manin era vinto dalla commozione sua in- 
tensa. « Cadde a terra piangendo dirotto, e battendo i 
pugni sui suolo, gridava : 

— E con un tal popolo bisogna cedere ! » (1) 



* * 



E Venezia cadde ! Il 24 Agosto, dal quartier gene- 
rale di Marocco, il generale Qorgowscky spediva al 
Municipio di Venezia la lista dei generosi che dovevano 
prender la dolorosa via deir esilio. E Manin il 28, alle 
sei della mattina, colla moglie ed i figli, si imbarcò sul 
Plutone che doveva portarlo lontano da Venezia per 
sempre ! Uno soltanto di quella santa famiglia, sarebbe 
ritornato in tempi migliori ! 

{!) Federigo Federico — Del periodo politico e della vita ìiUima 
di Daniele Manin — Venezia Tip. Marco Vlsentini 1868. 



— 314 — 

E il popolo stremato dalla ùiino. vinto dal cholera 
passando dinanzi alla sua casa diceva : 

— Qui ghe gera el nostro bon pare, el gà tant^ 
patio per nu, che Dio lo benedissa ! — 

La Municipalità di Venezia, sapendo che il sm 
glorioso dittatore partiva povero, senza aiuto, senzi 
conforto, con atto gentile gli offriva una somma ri 
danaro, accompagnata da una lettera nobilissima. 

Eccone un brano: 

* Il Comune di Venezia, non avrebbe potuto inven 
tollerare che il disinteresse col quale il suo primo cit 
tadino si era imposto tante privazioni, per darsi inten 
alla cosa pubblica, diventasse per lui una nuova 5>or 
gente di sofferenze, nel duro esilio (hiì Io si sapevi 
condannato. Laond* è che, interprete del sentimenD 
generale, studiossi di temperare, almeno in parte, le d 
lui stringenze economiche, col pregarlo a voler accettan 
la modesta somma di Lire 24,000» — La Municipalità 
conosce troppo bene V elevatezza dei vostri sentiment 
per non essere convinta che voi esaudirete la sua pre 
ghiera provandole con ciò che penetrate nel fondo de 
suo pensiero. 

Quando, per raddolcire i dolori dell' esilia, voi v 
risovverrete dei giorni in cui ìa vostra intrepidezzii e< 
il vostro coraggio hanno preservato Venezia da map 
glori disastri, e mantenuto V ordine pubblico, vi sov 
verrette nel tempo stesso che Venezia vi consacravi 
per sempre la sua gratitudine, » 






E r esilio fu doloroso, atroce per queir anima 
santii! Sul Plutone, gli si ammalava la moglie adorata; 



~ 315 — 

per cui il primo passo eh' egli fece in terra straniera, 
lo fece depositando un cadavere (1). 

Con la disperazione nel cuore egli s' avviò a Pa- 
rigi, dove gli mori la figlia, dove più che mai lo vili- 
pesero i nemici, dove per vivere dovette fare il maestro, 
dove egli stesso moriva senza vedere la libertà del suo 
paese ; quella libertà, eh' egli, coir occhio acuto del suo 
genio, avea vaticinato ! 

L' eroe della difesa di Venezia, usciva ogni giorno, 
lento ed afflitto, per recarsi al lavoro che procurava il 
pane a lui ed a' suoi figli. 

E nell'esilio, un pensiero, un grande pensiero lo 
dominava ; unire tutti i partiti per ottener la libertà 
del suo paese. E perciò combattè i partigiani di Maz- 
zini, di Murat, i piemontesi ; egli repubblicano incitò a 
confidar nel re del Piemonte. 

Spirito pratico, interessò la stampa nelle quistioni 
della indipendenza italiana ; e della stampa egli si servi 
come ariete contro l'oppressore austriaco. 

E r opera titanica, V opera santa e sublime riusci 
a buon porto, ma soltanto egli non potè vederne il 
trionfo. 



Egli respinse tutto ciò che poteva recar danno 
air idea dell' unità nazionale. 

« Fedele alla mia divisa: Indipendenza e unificazione 
io respingo tutto ciò che se ne allontana. Se l'Italia 
rigenerata deve avere un Re, questo non deve essere 
che uno solo, e questo non può essere che il Re del 
Piemonte. 



(1) Sua moglie, ammalatasi di cholera, moriva a Marsiglia ai 
primi di ottobre, qualche giorno dopo T arrivo del Plutone, 



— 316 — 

Il partito repubblicano cosi araarfiìneiite calimniato, 
fa un nuovo atto di abnegazione e di sacrificio alla 
Causa nazionale. 

Convìnto che prima di tutto bisognava fare V Italia, 
che questa è la quistìoue pj int^ipale, quella vhe domina 
tutte le altre, esso dice aUa Casa di Savoia : — Fate 
r It.aUa ed io sono con voi se no, no — Esso dice ai 
costituzionali : — Pensate a fare l' Italia, non ad in* 
grandire il Piemonte ; siate patriotti italiani e non esclu- 
sivamente sardi^ e io sono con voi; se no, no — », 

Cosi scriveva il 15 settembre 1855, e quattro giorni 
dopo dichiarava : 

€ D vero dissenso sta in due eampi. Il campo del* 
l' opinione nazionale unificatrice, ed il campo della 
opinione municipale separatista. 

10 repubblicano, abso la bandiera unificatrice; venga 
a rannodarvìsij a circondarla, difenderla chiunque vuole 
che r Italia sia, e 1* Italia sarà .,.,.. 

Bisogna preparai-si a quella rivoluzione che è possibile 
e desiderabile ; a quella che potrà scoppiare da qui a 
dieci anni, a cinque anni, ad un mese, domani. Sappiamo 
ciò che ci vogliamo : vogliamolo con inflessibile energia, 

11 grande partito Nazionale comprende tutti i l'epo^n 
blicani che amano V Italia più della RepubbHc^i, e i 
realisti f*lie amano l' Italia più che una dinastia qualim- 
que* Questo è il medesimo partito, il quale neir interesse 
deir Italia intera, divise Venezia abbandonata da tutti 
dall' agOHto del 1848 all'agosto del 1849 »> 



* 



Come dicemmo. Egli ebbe sempre di mira il ^»'> 
ideale supremo che era quello di conciliare e far con- 



— 317 — 

vergere ad uno scopo solo, alla inificazione della patria, 
le forze dei vari partiti, sempre in lotta fra di loro. 

Il 12 febbraio 1856, ai giornali piemontesi, inviava 
la seguente lettera che strapparebbe le lacrime, se non 
istrappasse V ammirazione pel fervidissimo, sublime amor 
di patria che la anima : 

< Io faccio un leale tentativo, per riunire sotto una 
stessa bandiera le forze della nazione. Accogliete questo 
tentativo con simpatia discutetelo con calma. Uomo di 
buona fede, mi appello ad uomini di buona fede. Per 
chiunque ama V Italia, io sono un amico, un fratello. 
Ve ne supplico in nome della nostra sventurata patria ; 
che la discussione sia tal quale conviensi tra fratelli ed 
amici. Lo scopo cui miro è santo. Se m' inganno sui 
mezzi indicatemi amichevolmente il mio errore: Vado 
gridando : Pace, pace, Pace fra noi, se vogliamo che 
risuoni un giorno terribile ai nemici d'Italia il nostro 
grido di guerra ! * 

Il suo pensiero si faceva strada : molti ascoltavano 
la voce del grande patriot ta che ora nel tempo stesso 
anche un uomo di gran buon senso. Ma di quando in 
quando gli attriti fra i vari partiti si accentuavano, gli 
animi si scaldavano, e Manin, ne perdeva la pace, si 
sdegnava ; temeva che tutto il frutto della costante, alta 
opera sua andasse perduto. Egli era sempre vigile ; e sino 
all'ultimo istante della sua vita si affannò' perche i te- 
stardi, i restii si mettessero in carreggiata e non guastas- 
sero r opera santa, o ne ritardassero il cammino. 

Eran colpi di pugnale le notizie di queste diver- 
genze di partiti. Potete figurarvi, quindi, il suo dolore 
quando gli riferirono che il Piemonte favoriva il movi- 
mento Murattiano nel regno delle Due Sicilie. Con 
forma vibrata, categorica, dalla quale traspare V ansia 
secreta, lo sdegno represso, cosi ne scriverà a Seba- 
stiano Tecchio : 



— 318 -^ 



Parigi, 23 Aj^osto 1«56 



Caro Amico, 



(i) 



Si dire puhblkamente fi Torino, a Genmm, a Parigi, 
che il ministero Piemontesir farorisce ì maneggi della 
setta niuraii lana, E forge men:^ogna dimi/^afa da' par- 
tigiani di Marat per accreditare la loro scita, e rfd' 
segìiaci di Ma z si ni per i se redi tare il Piemonte. Mi 
occorre sapere esattamente la verità. Tu devi eonoscerla, 
e perciò a te mi rivolgo j e facendo appello aUa fm 
lealtà ed alla tua aììiici2ia^ ti prego di dirmi schietto 
e franco se la detta roce è reridica o mendare^ Ctr- 
dimi sempre 

Tuo a^. Manu? 

L'opera compiuta da Daniele Manin durante il suo 
esilio fu colossale ; fece prevalere V ideale deir titittà 
Nazionale con casa Savoia* Ed è naturale, quindi, che 
i vinti scagliassero contro di lui ogni ingiuria. Egli 
senti le ingiurie e ne sofferse; ma nella sua grande 
ed ingenua anima pietosa no v' era posto pel rancore 
e molto meno per I' odio, 

A chi gli rimproverava di essere troppo indulgente 
rispondeva: < No, noi non dobbiamo punto pentirei, ma 
andar piuttosto superbi, dì esserci mostrati leali, mo^ 
derati, generosi anche verso i nostri nemici. In una 
sconfitta materiale e riparabile» il sentimento intimo 
della propria superiorità morale, diventa esso medesimo 
un sostegno e una forza >. 



(1) Lettera posseduta dall*otior. Tecchio. 



— 319 - 

A chi lo rimproverava di aspirare a divenir Doge, 
rispondeva le seguenti parole sublimi, che rivelano la 
sua grande anima generosa, che lo pongono fra i pochi 
veri eroi di cui possa onorarsi la schiatta umana. 

< Fu detto da altri che io aspirassi a diventare 
Doge ! Oh ! Meschino concetto di cìd non arrivò a sco- 
prire r ultimo limite della mia vera ambizione ! Nessuno 
penetrò fino al fondo dell' anima mia, né seppe mai a 
qual tipo fosse V arcano mio intendimento informarmi : 
Washington. Ecco quel nome, che non oserei pronun- 
ciare, se non fossi suir orlo del mio sepolcro, » 



^ 320 — 

Fierezza d* animo di Manin 



Quale animo fiero ed altero avesse Daniele Mani 
è noto. I due documenti, ohe riportiamo più sotto, danu 
novella dimostrazione dell' energia indomata dì quel 
r uomo, che fu meraviglia de' suoi tempi e destei 
meraviglia finché si avrà sulla terra amministrazione [n 
gli animi onesti gagliardi, inflessibili. 

E questa energia straordinaria Manin la dimosti 
in cantere, quando è sotto gli artigli della Jena, a n 
egli vibrerà colpo mortale. Nella sua istanza al Tribi 
naie si rivela tutta la sua grandezza. Non è prigioniei 
che domanda ; è il cittadino che chiede, <rhe irapon 
In queste poche righe, non v* è una preghiera ; ma \ 
un comando reciso^ che non ammette discussioni*. Sentiti 



Air 1. R. Tribunale, ''' 

Ila diritto di domandandare e do mando. 

Chi mi fece arrestare/ 

Chi ini itene In arredo ì 

Per guai titolo ì 

Con guai diritto ? 

Attendo risposta categorica , e pronta ; per im 
promedere, come di raglom alla difesa della viola 
mia personale libertà. 

Al Tribunale è già noto eh' io ho la mono man 
della legalità^ la quale m* induce a credere: 

Che le leggi siaìio fatte per essere osservate i^empr^ 
e da tutti. 

(1) Museo Correr — Raccolta documenti Maum* Voi* 1, NJ 



— 321 — 

Che ogni cittadino abbia debito di combattente con 
energia^ con ostinazione, qualunque arbitrio, qualun- 
que sopruso. 

9 Marzo 

Daniele Manin 



Ey nello stesso foglio, aggiunge alla fierezza una 
punta di sarcasmo atroce, che avrà fatto andar, certa- 
mente, in bestia i giudici. 



Airi. R. 

Tribunale Criminale di Venezia 

ISTANZA 

di Daniele Manin, avvocato di Venezia^ quale alber- 
gato per forza nello stabile presso il ponte della Paglia. 

clniede 

che gli sia fatto prontamente sapere da chi, e perchè 
sia tenuto in arresto. 

9 Marzo. 

Manin 



È il cittadino offeso, imprigionato dall' oppressore, 
che si ribella, che sfida sdegnosamente, nobilmente la 
burbanza dello straniero ; e la sfida in nome della lega- 
lità. Come giganteggia la figura di questa gagliarda, 
altera, schietta anima italiana, sulla gretta, subdola, 
bieca anima croata! 



- 322 — 



Un Conto dì Daniele Manin ^' 



Nella raccolta delle Carte di Daniele Mauìn, pre*4*o 
il Museo Correr, trovuninio un foglietto irto di (ifre, il 
quale* è un dot umeiito non iudifferonte che attesta h 
lueidità positiva, il buon sen«o pratico della vita dd 
grande veneziano* 

Tutto v^ìi rurava con estrema diligenza; con ima 
meticolosità qmm muliebre. La sua mente poderosa, 
ma calma, non perdeva di vista nulla; un* azione eroica 
non gli impediva, certo, di raccogliersi in sé, qualdie 
istante, pei* armo tt a re le^ spese di lire e centesimi fati*= 
durante il di. Ma fu appunto in questa sua eccplleal^ 
qualità d' uomo di buon senso, pratico, ordinato, scm- 
peloso eh' era riposto il segi'cto del suo grande aaceu- 
dente suHe genti, della prontezza neir operare, delli 
oculatezza sapiente nel riparare agli errori, nel pre- 
vedere* 

Son note che vanno dal 6 al 24 dicembre ; non s 
sa dì quale anno : ma tutto fa credere che siano, ir 
parte, note riguardanti il suo viaggio a Milano, 

Fa colazione con cinquanta centesimi : spende veu 
tisei lire per un cappotto al Aglio Giorgio e per ni 
paio di scarpe per sé : nota le spese per i faechini : di 
buon cittadino, fedele alle tradi^aioni^ V antivigilia ili 
Natale, spende quattro lire in mostarda e in ì/iamlor' 
lato: unico lusso» in un mese» un romanzo di Paul di 
Koek, allora in voga, e comperato, certo, (ler passar 1^ 
noia delle lunghe ore in città lontana. 



(1) Museo 'Correr Raccolta dDcumetitì Mauin - VoK I, N, TK 



— 323 — 

Sono note modeste di un più modesto borghese, 
che sapendo quanto sudore costi il danaro lo spende 
con parsimonia e vuol sapere dove e come Io spenda : 
sono umili note, ma son le note del modesto avvocato, 
che in un anno terribile, compirà uno degli atti più 
gloriosi che registri la storia, e griderà spartanamente 
al mondo stupito ; — Venezia resisterà ad ogni costo ! 

Son note chiare e semplici come la sua vita, che 
fu pura e immacolata come onda di scaturigine al- 
pestre. 

Ecco senz' altro il documento : 



Portate con me L. 372 

6 dicembre Gondola .... 1.50 

7 » Temperino ... 2 

Barbiere .... 0,50 

8 » Acqua di Cologìia . 1 

Pranzo .... 2,75 

The 1 8.75 

9 » Tirastivali ... 1 

Acqua di S. Pelle- 
grino . . . . , 1 

Colazione .... 0.50 

Sturatoio .... 2 + 4 

Tela 1 

Pranzo . . . . • 3 

Cappello .... 15 4- 15 

Paul de Kock Soeur 

Anne .... 5 5 

Caffé . . . . 0,25 28,75 



324 -- 



10 Domenica Pranzo 
Caffè 



il 



18 
13 



14 



15 
16 



18 



19 



20 



Barbiere 

Pranzo 

Caffè . 

Pranzo e Caffè 

Calzolaio 

Lettere 

Cappelliera e man- 
cia 

Caffè . 
Indiana 

Carta ed ostie 

Pranzo e caffè 
Pranzo e caffè 
Prussiana . . 
Biglietti di Visita 
Pranzo e caffè 
Calzolaio . , 
Pranzo e caffè 
Lana . . . 
Barbiere . • 
Pranzo e caffè 
Albergo . . 
Cameriere 
Piccolo . . , 
Lustratore 



2 




0,50 




0,50 




2,50 




1,00 




3 




0,50 




1,30 


' 


15,25 


+ 15 


0,50 


27,05 


4,50 


4,50 


1,25 




3.50 




3,50 




18 


+ 18 


8 


- 8 


5,50 


45,75 


0,50 




3,50 




8,32 


8,32 


50 




4 


16.82 


36 




6 




2 




3 


47 



174,12 



— 325 — 

21 Dicembre a Pasini L. 19,50 79,82 

22 * Ca^è l 4 

Cioccolattini .... 4 3 

Uccelli 3 

Alloggio e cameriere . 4 86,82 

Mance 1 

Omnibus 1 

Facchini —,50 

Biglietto Ferrata Ba- 
gaglio 5,60 

Gondola 2 41,60 

23 » Mostarda e mandorlato 4 

Barbiere ..... —,50 215,72 

Bottiglia 3 

Spese varie .... 2 

Mancie 1 

24 » Stivali per me e prus- 

siana per Giorgio . 26 36,50 



252,22 
Rimastemi 109,40 



Spese non so come 



361,62 
10,38 



372,00 



— 326 — 

Dalle spese a tutto 22 Dicembre 215,72 
Detrattele spese per mio conto 86,82 



resiano L. 128,90 
A Pasini per quota spesa viaggio 

oltre la pagatagli , . . • . L. 19,50 — lr>9 

Metà delle spese non so come . • . , - ^ 5,1 



L. 293tC 

In altra piigina dello stpsBO foglio sono queste ai 
notazioni : 

Actìnophorus A 

sacer r\ 

Gen, Vacconi saluta il cav. Paleocapa 
e lo prega di scrìvere a Fossombroni. 

Statuti Oriniinalì — Manzoni 

Stivalerìa Gagnola ai suoi. 

Poi vi sono altre note cancellate : e insieme ai non 
di Manzoni, Pincherle, Pezzato. Zambeccari, Malenssii, ' 
sono notte sugli stivali, il paletot, uccelli, Valpolicella» 

In fondo in lapis « a Pasini L* 18,50 if. 



Venezia, 13 Mtigglù 1904. 



Prof- Isotto Boccaiei 



DoTT. ETTORE DE TONI 



APPUNTI DIALETTAU 



Le lingue furono spesso paragonate agli organismi 
perchè numerose fra esse sono scomparse senza lasciar 
traccia di sé, altre lasciarono qualche frammento come i 
fossili, altre, benché morte, sono conosciute in tutte le 
loro parti mercè la ricca letteratura che lasciarono e son 
paragonabili agli animali imbalsamati, altre sono in pieno 
vigore, altre vanno declinando e son condannate a sparire 
davanti V invasione delle sorelle più fortunate. 

La minor probabilità di sopravvivere, almeno nella 
memoria dei posteri, spetta a quelli idiomi che si chiamano 
dialetti, perchè col costituirsi degli Stati, una delle lingue 
che si parlavano nella regione fu assunta come lingua 
ufficiale, il che portò una cessazione d' uso del dialetto 
prima nelle classi colte ed a poco a poco in tutto il popolo 
che lentamente lo corruppe mescolandolo alla lingua di 
Stato. Se uno scrittore non sa raccoglierli a tempo e 
fissarli sulle sue carte, questi linguaggi non lasciano di 
sé che qualche rara parola che per lunga consuetudine 
il popolo continua ad intramezzare alle altre, anche 
quando parla la buona lingua. 



21 



— 328 — 

Ed oltre lé parole, intere frasi scorapaiono o vengOD( 
alterate in modo da non ri conoscer ne facilmente Fori^ne 
la quale di solito è un feiioiiieiio naturale od un fatto uinaoi 
che, senz' e.sser passati alla storia, uolpiroao vivamente 
contemporanei. 

In queste poche pagine il lettore troverà quanto potè 
raccogliere dei vari dialetti, sia dalla voce del popolo 
sia dai documenti, una mescolanza di vivi, di morti, d 
agonizzanti e di risuscitati sott* altra forma, come se fos» 
vera la metemsplicosi di Pitagora* 

Non è tutto risultato delle mie fatiche, aiui per debita 
d* onore, rendo i dovuti ringraziamenti a tutti coloro chi 
vollero assistermi, tra i quali la signora Maria Monterumic 
ed il prof. Pier Andrea Saccardo pei termini zoldanL 

Agostdii^ Ago^tarolo. - Queste parole indicano gene 
Talmente tutto ciò che fa la sua apparizione nel mese d 
Agosto, ma servono special mejite (e meglio ancora h 
abbreviate ostuneio^ osiarolo) come nomi di un insetif 
affine ai grilli (Oecanthus peltiirens) che nelle sere cald< 
d' Agosto fa sentire a tratti un suono acuto. 



Albarella o Alberella, — Presentemente questo nome s 
dà in lingua itallajia al pioppo ìreiuoìoiPopulm tremula] 
mettendo il nome al femminile per distinguerlo dall' a 
berello o pioppo bianco {Popuiiis aiha) e dall' al baro 
albero (P. nigru). 

Questa nomenclatura risente delle idee dei veccl; 
botanici i quali di due specie simili chiamavano femmia 
quella di statura più piccola o di fusto più debole; Df 
nostro caso la specie più alta è il pioppo vero, la pi 
umile il pioppo tremolo. 

Ma il nome AibareUa si trova registrato dal Michii 
(lib. azz., 136) come termine dialettale u.sato nel Vicentin 
per indicare un albero di specie affatto differente e che 



— 329 — 

quei tempi era poco noto, come Io mostrano le figure 
imperfette ed anche errate, il siliquastro o albero di Giuda 
{Cercis Siliquastrum.) Non possiamo assicurarci se proprio 
il nome avesse allora questo significato perchè non è 
impossibile che il Michiel abbia commesso un errore 
d' interpretazione. Il Mattioli figura tutti tre i pioppi e, 
chiamando il tremolo pioppo montano^ pioppo Ubico, lo 
identifica col xepxf^ di Teofrasto che invece è il siliqua- 
stro ed il Michiel può avere inteso che nel Vicentino il 
Kerkis chiamavasi albareUa (intendendosi parlare di quello 
di Mattioli) ed aver creduto si trattasse del Kerkis di 
Teofrasto. 



Amarella. — Oggidì si chiama con questo nome una 
specie di genziana a fiori di color vinoso molto comune 
nelle alture {Gentiana amarella,) ma nel sec. XVI in quel 
di Lanciano in Abruzzo chiamavasi cosi, per testimonianza 
deir Anguillara, il trifoglio bituminoso {Psoralea bituminosa 
V. Michiel, lib. verde, 198). 

Anguèla. — Questo pesce che nel sec. XVI chiamavasi 
Anguiia (V. Melanzana) non è già V anguilla degF Italiani 
(Anguilla vulgaris) che i Veneziani chiamano bisùto, ma 
un pesciolino di piccole dimensioni [Atherina Boy eri) e 
poco stimato, per cui serve usualmente di cibo ai gatti. 
Da quanto è scritto all' articolo Melanzana pare che un 
tempo lo si credesse un cibo malsano. 

Assaline. ■— Attualmente il nome è veneto e si dà 
alle canne palustri, ma la sua origine è araba. La prima 
forma Hab-el-zelin trovasi neli' autore arabo Serapione che 
con essa indicò una pianta non bene identificata. Poi 
troviamo le forme el-zelin, al-zelin, azzelin, acelin, granus 
celin^ ma differenti sono i pareri sulla specie vegetale. Per 



— 330 — 

alcuni era Eihes uigruM, por altri Cyperm eseukntm e 
pare din queì^ta seconda idf^iiHiica^! itine sia stata più 
popolare perchè ognuno conosce la ^^JOiniglianxa fra i 
ciperi ** le canne. 



Afìtón. — Nel (Haletlo padovano questo nome corri- 
spomle al toscano antune cioè Cirsiuìfì arvensf*^ nel bellnutì-i»* 
invece si dà ad un' altra pianta compfisita, SonehHji firvemu. 



Astemi n. ~ Ne! Michiel ()ib, venie, 188) trovai 
questa parola nella seguente frase : <t Io T Iiebbi depiuiù 
da uno azeuiino con questa nota di Soria » con elio 
r autore vuol dire che ebbe, la tìgura dipinta di mia 
pianta insieme alla sua descri/àone da un azemino venuta 
di Siria, La parola proviene da ùzpìho (pane aziino) quindi 
deve significare l.^ruvlita. La pianta in questione è una di 
quelle specie fantastiche sempre cercate e nuli mai tro 
vate dagli alchimisli ed è appunto delT alchimia che nei 
tempi andanti si occuparono specialmente gli Arabi e ^li 
Israeliti. 



Budaptedì; — Nonie siciliano del tribolo {Trifmha 

terrexiris) citato dal Michiel (lib, giallo, WS) che gli died< 
forma veneta, scrivendo ; t Rasapi^di in Cicilia *. K utir 
dei termini ironici di cui fa uso il popolo, percliè i bac 
che dà sotto la pianta del piede il frutto di quella pìaiiU 
colle sue acute spine sono tutt' altro che graditi e ii< 
hanno reso il nome tanto popolare sotto il sigulficatt 
metaforico, 

Bagigglo. — Sopra questa parola divenuta celebri 
dopo che il Goldoni V introdusse nella sua co m medi. i : > 
peKegoiezzi deik dontw, ebbi giù a parlare in un articoli 



m 



— 331 — 

ove dissi che a quel tempo essa indicava la pianta Cyperìis 
esmlmlusy i cui tubercoli radicali sono dolci e perciò 
ricercati. Ma questo nome di b:igiggio, abagiggio, bacicio 
non si trova nei primi documenti che parlano di quella 
specie. Il Rinio la chiamò aceìin (v. Assaline), piper nigro- 
riim^ dulciglini^ (1) folrast^ il Michiel (lib. giallo, 73) la 
chiamò trasi, avvertendo, come avverte il Lobelio, che la 
parola appartiene al dialetto veronese e che la pianta si 
semina nel Veronese. Nel Michiel poi troviamo (lib. rosso 
II, 37) il nome bmilla dato ad una specie che pur oggi 
chiamasi baciccio o bagiggio, Crithmum maritimum. Il 
bagiggio di oggidì non è né questa pianta, né quella 
menzionata dal Goldoni, è il legume di una pianta col- 
tivata nella zona torrida di ambedue i mondi, Arachis 
hypogea. Questo legume è sotterraneo, sostenuto da un 
lungo gambo e rugoso come i tubercoli radicali del bagiggio 
goldoniano ; la somiglianza grossolana fra i due organi 
e la loro commestibilità aiutarono questa sostituzione 
d* infante. 



Baltraean. — Questa parola oggi scomparsa è scritta 
a mano insieme sAV bIìtsl Sparpanazzi più oltre citata, nel 
medesimo luogo, indicava quindi la sp. Barbarea vulgaris. 
E siccome il Guilandino fu prefetto dell' Orto botanico di 
Padova, anzi successe in quella carica all' Anguillara è 
da ritenere che la parola appartenesse al dialetto pado- 
vano. 



Barba del diàol. — Nel Bellunese questo nome si dà 
ad un fungo non velenoso, come parrebbe dall' esserci di 



(1) Di questo nome veneto, ora scomparso, troviamo in altri 
autori la variante dulzoUni, Gli corrisponde l'odierno toscano 
dulcichinL 



332 



mezm il diavolo, ma buono da mangiare, Agirivm pfmi 

THs, {\\ imi il piede ed il pileo portano nuniero*5e sporgenz** 
hmn^ spiccanti sul bianco dell' fjpidermide. 



Be.sill»e^n. — Questa parola colle varianti hMftte e he^^bm* 
iridicò presso gli Arabi il frutto della noce mo!»cata e 
sotto f|Uesto lignificato trovasi in Ariceli na* Acquistò pui iiu 
significato irnlecente dovuto all' apparen^ìa che a.^^sume il 
frutto ste^iso ijuaiida si apre e sotto queìito sigQilìcato 
passò dagli Arabi ai Veneziaui e tuttora sopra i^n ve m 
alcune frasi triviali del nostro popolo. Pio tardi iiell^ 
tavertie passò ad indicare il due di spade delle cartp 
italiane proraiscuanient^ coli* altro nome più usalo ili 
ineifeghèla. Perciò a torto il Boerio la chiama voce neo- 
logica perchè il suo uso nel secondo dei tre .^ìguitìc^ti, 
non conosciuto da f|iieir autore, è ajiteriore all' invenzione' 
delle carte da gioco. 

La constatazioiif di questi cangiamenti nel senso del 
vocabolo ha importanza storica perchè ci dimostra eh* 
gli Arabi conobbero la pianta della noce moscata (MijrisUm 
mifxcata) ; di fatti il frutto dopo la caduta del seme perd»' 
r apparenza che servì al paragone e quindi né il seconde 
uè il terzo significato avrebbero dovuto generai^sì se gli 
Arabi, come i Veneziani, avessero solo conosciuto il $e\m 
ed il macis* 



Bruti di monte. — Trovasi notato ne! st^o. XVI conn 

nome cadorino appartenente ad una specie dai fiori i 
bruni ed odorosissimi, ^if/ntpUa it/itjt/siifoim. Il Mi. 
(lib. (TiallOi 55) vi dedica le seguenti frasi : « Bruii d 
yr monte da Contadini di Cadore », « rara in queste band^ 
1» [al piano] ma in Cadore in copia in quantità nelle prath 
» rie de raouti di Cadore », 



— 333 — 

Buta iìì borsa. — Nome dato nel Bresciano nel sec. XVI 
ad una specie di genziana da fiori azzurri, grandi a forma 
di sacchetti finché soa chiusi, chiamata ora Genliana 
Ascleptadea (v. Cod. Michiel lib, verde, 99). 



Cànevo, Canevèla. — È noto che la canape {Cannabis 
Saliva) è pianta dioica, cioè ha i fiori maschili e femminei 
separati in diversi iniividui. L'individuo maschio di fusto 
più gracile mosso dal vento lancia in giro il polline, 
r individuo femmineo di fusto più consistente porta a suo 
tempo i piccoli frutti detti volgarmente semi di canape 
per la formazione dei quali è però necessario Tarrivo del 
polline da una pianta maschile. Anche il popolo distingue 
due piante diverse di canape ed attribuisce loro due 
differenti sessi, come si scorge dai soprascritti nomi dialet- 
tali, ma, nulla sapendo dell' influenza del polline, si vale 
per la distinzione dell'aspetto esteriore, chiamando maschio 
la pianta più robusta, femmina la più debole. Per ciò che 
abbiamo detto più sopra è chiaro che la nomenclatura 
dialettale riguardo alla canape è in contraddizione con 
quella botanica; il cànevo è la pianta femmina, la canevèla 
è la pianta maschile. E difatti si vendono pegli uccellini 
le semenze de cànevo non già quelle della canevèla che è 
inetta a produrne. 



Ceggia. — Il nome di questo comune della nostra 
provincia entra in frasi scherzose che si sentono ripetere 
dagli abitanti dei luoghi limitrofi, come Oderzo, Motta di 
Livenza, S. Dona di Piave ecc. 

« Vien quei da Qegia », « Arriva quei da Cegia » 
si dice quando uno in una conversazione sta chiudendo, 
suo malgrado, gli occhi pel sonno. È chiaro il bisticcio 
tra il nome del luogo e cegia che qui corrisponde in significato 






— 334 -^ 

air italiano ciglio, mentre nella maggior parte delle frasi 
venete equivale air italiano sopraccigiio. 




Osare in Africa. — Combinaodo ì due sigtjificati chf 
si danno alle due parole (Cesare-generoso, Africa-avaro 
il nostro popolo usa questa frase per censuraro coloro v\u 
si millantano di generosità, mentre iu fatto non tirerebb<^n 
fuori un soldo per alcuno. 



^hiereghini o Fratonzelll. — Nel secolo XVI era stati 
introdotta nell' Europa dall' India una pianta rarapicatitt 
adattissima per adornamento dei pergolati che iJ botanìn 
tedesco Girolamo Trago chiamò V^simna peregnnu pe 
fusti rigonfi e pendenti. Ma un altro carattere attirava 
r attenzione quando i frutti si aprivano, quello dei sem 
neri con una macchia bianca in forma di cuore, donde i 
nome botanico moderno Cardiosperinum Halimcabum, Si 
questa macchia si sbizzarrirono i roedici del tempo, pr€ 
clamando il seme ottimo contro le malattie dì cuore, si; 
fisiche, sia morali. Leggiamo ad esempio nel Michiel (lib 
azz., N. 15) : « Per esserli dipijito il cuore nel mezo nxolt 
si credono che la sia valorosa in amore » e più sotto 
« Io per me crederei che il bolo di mio cuore scolpii* 
che ci sonno nel suo seme non vogH manifestare altn 
che valore et util forza si contenga a rimedìj del cuore 
manifestandolo con questo esquisito segnio ìa naturn. ì 
Il popolo invece trovò un altro paragone che pur viei 
riportato dallo stesso autore . . . . «t suoi rotondi sem 
duri over tre per vesicha neri signiati come da uno bianc* 
cuore overo meza chierica di prete donde à preso il nome » 
A quei due nomi caduti in disuso ora è sostituite 
quello di Domenicani per i due colori bianco e nero eh* 
rammentano la veste di queir ordine monastico. 



— 335 — 

fiévole. — Questo pesce, il cefalo degl'Italiani {Mugil 
Cephalus) è uno dei più consumati a Venezia come lo 
prova la nomenclatura dialettale ricca di oltre venti nomi 
secondo la età ed i luoghi. Da quanto si riporta all' articolo 
Melanzana pare che nel sec. XVI fosse cibo sgradito. Può 
essere però che quel passo alluda al cefalo che non ha ancora 
digerito il pasto (ciòcolo da rio) il quale è meno buono 
del cefalo che ha digerito {cievolo eia hon.) 



Coligillo. — V. Erba S. Antonio. 



Concordia. — Oggidì chiamasi con tal nome un'orchidea 
indigena (Orchis maculata)^ ma nei tempi andati queste 
specie chiamavasi invece Palma Christi in causa dei tuber- 
coli radicali divisi in rami somiglianti a dita. Il nome 
concordia trovasi, per testimonianza del Michiel (lib. az- 
zurro, 15) dato nel sec. XVI a Brescia ad una pianta 
ornamentale, Cardiospermum Halicacabum già sopra nomi- 
nata (v. ^hiereghini). 



Conastrèlo, eonestrèlo, conostrèlo. — Questo nome, 
usato anche al femminile (Conuslrèla ecc.) indica oggidì 
due piante di diversa specie e famiglia, ma di aspetto 
esterno somigliante e di eguale stazione, il ligustro {Ligu- 
guslrum vulgare) ed il sanguine {Camus sanguinea). Ambedue 
sono arbusti a foglie opposte d' un verde vivo, con fiori 
bianchi in ricche infiorescenze e piccole bacche nerastre. 
Il Soravia [17] osservò che attualmente a Belluno gli 
abitanti che stanno alla destra della Piave dove siede la 
città chiamano conostrél il sanguine e ardivèla il ligustro, 
mentre quelli alla sinistra del fiume invertono i significati 
di questi due vocaboli. Dall' esame dei documenti risulte- 
rebbe che il nome conostrèlo un tempo apparteneva al solo 



— 336 — 

ligustro, ma che la coufiiiioiìe col sauguiiip *iata 4a luu^o 
tempo. Nel codice del Kirdo a e. ^80 aU* articolu C/rror/wm 
(Ligustro) v'è il Qouie CuHO,^li'eium e la tigura, che jmt 
le foggile e le inUoresceiìze laterali è di ligustro, ha peraltro 
r iiiHoresceiiza termiuale (ì le corolle di sauguine. Nf*l 
Michìel (lìb, azz, N, l'<^) sotto i nomi Ligmtro CfmmfrrUo 
v' è una ligura Jì vero ligustro e iieirAiiguillara, che pur 
visse nei me* XVI, sta scritto : € Che il ConastreUo poi 
tion ma il Ligustro dei latini uou voglio negare, ma chi^ 
il Ligustro sia il Cipro negOi » 

Anche il Boerio chiama Conastrélo il Ligustro senz^ 
far parf»la del sanguine» 



Colchii'iiin aul UHI naie — Questa pianta cosi freqTi^ut»* 
pei prati di piano e monte si crede generai mente ap- 
partenga a due fìiverse specie pel fatto che iu autunni» 
mette fuori dal tubero sotterraneo solo i fiorì la cui parte 
epigea muore nelT inverno, ma aeJIa primavera segueiif*' 
spuntano da t-erra le foglie in raexaio alle quali matura 
il frutto- iNeirautunuo la pianta chiamasi /?or defìa hrasa 
(fior della britia) nelle montagne del Bellunése, freddolina 
nel Padovano, Jionii allusivi alla stagione, nella primavera 
chiamasi eHn poreta nel Trevisano (pel tubero ^omiglìaiite 
ail un bulbo e le foglie simulanti T appetto del porrti). 
i^rùa da infeudet' (erba per tingere) nel Cadore ed è usata 
iu varie parti del Veneto per tingere in gialio le uova 
jiasqnali. Altri nomi ebbi già a notare in altre pubblicazioni 
[7,SÌ sono gìk berj noti ([neno italiano zafì*'ranm^ «'d 
il tcdtisco Wild S ffantìi cho alludono ali* uso tintorio. 



Cosato aiiiaro< — Chiamasi cosi in Puglia (Mi«hiel 
lib. verde, N. 17) un' ombrellitVra, ÌMSt*rpì(itim Uitifotinm 
che probabilmente usavttsi come succedaneo de vero costo* 
la cui pianta era sconosciuta. 



— 337 ~ 

Cristofouarla. — Cosi è scritto nel Codice del Michiel 
(lib. rosso I, 146) uu nome, che davasi nel sec. XVI dai 
Padovani alla sp. Spiraea Aruncus ed alla naedesiraa pagina 
è citato il nome « noselaro salvatico >► che i contadini 
davano alla medesima specie in causa delle lunghe infio- 
rescenze pendìile paragonate agli amenti maschili del 
nocciuolo. Il primo nome è una vanità dì cristoforiaìia 
che citiamo più sotto ; Y Anguillara lo storpiò ancora di 
più, scrivendo crostofanaria, 

Cristoforina. — Questo nome un tempo indicava a 
Belluno la sp. Paris quadrifoUa probabilmente in causa delle 
quattro foglie messe in croce o delle parti del fiore pure 
incrociate come lo mostrerebbe il nome odierno toscano 
erba crociona ed il vecchio del sec. XV Herba Crux [11] 
Il nome trovasi anche sotto la forma Herba Sancii Chrisio- 
phori [11]. Che fosse in uso a Belluno lo prova il Michiel 
che scrive (lib. rosso I, 157) : « Chrìstoforina a Cividalj di 
Bellun. > Oggidì i Bellunesi la chiamano uà de volp 
(uva di volpe). 

Crògnolo. — Il primitivo significato di questo vocabolo, 
che non trovasi nel Boerio è eguale a quello di còrniòlo^ 
cioè designa quella pianta che i Botanici chiamano Cornus 
mas i cui frutti ovoidali, rossi ed aciduli si mangiano 
tanto freschi quanto secchi. Poi passò per analogia ad 
indicare quella sporgenza dell' articolazione ossea della 
mano fra il metatarso ed il dito che si rende visibile 
attraverso la pelle stringendo il pugno e serve al popolo 
come un calendario naturale per sapere quali mesi contano 
trentun giorni e quali trenta o meno. Si pone il dito 
dell' altra mano successivamente sui crùgìioli e sulle cavità 
che li separano V uno dall' altro nominando i mesi e si 
constata che i mesi lunghi corrispondono al crògnolo, i 
corti alla cavità. 



— 338 — 

Alcuni derivano il nome della g^^roraa corniólfi ti 
quello del frutto, [18] adducendo la samìgliaiiza del cotor*^ 
ma erroneamente accentano ambedue i nomi sulla penulnm 
sillaba, mentre il nome del frutto e sdrucciolo. Casi esimili 
abbiamo in prugnolo frutto del pruno {Pritnus spinom) e /in 
(piòlo specie di fungo [Agaricws Prunmlm)^ ddtmno speci 
di pianta labiata {Origanum Dictnmnm) e f^/miru^ specie i 
pianta rutacea {Dictamnus albu.s). 



«lègol = Gègol. 



Dineraria. — Dall' Anguillara fp. 223) e tlal Michi< 
(lib, rosso I, 130) é notato questo nome come propria y 
una specie vegetale colle foglie rotonde a forma di dena 
che 1 botanici moderni chiamano Lynmuchìa nummnlari 



Erba Carara. — Nel secolo XVI iisavasi a Bologn 
{Michiel, lib. rosso I, 138) per indicare una pianta crucifa 
Senebiera Coronopus). 



Erba Corniola — Secondo il Michiel (lib. verde, VS 
fili amavano cosi i ferraresi la ginestra dei tintori {Gai 
sfa tinctoria). 



Erba del Demonio. — Cosi chiama vasi nel Veron*> 
iifd secolo XV r erba di S. Giacomo (Seneeto ìneobto' 
come testifica il Rinio a. e. 316 drd suo codice. Avvertii n 
che i semplicisti di quei tempi la confondevano talrul 
[)rima della fioritura coir erba di S. Barbara {Barbar* 
r^fìgarls) per V aspetto delle foglie, ma la figura del kiu 
è di pianta fiorita e perciò potè iiientificar*>i la speci 



- 339 — 

Una prova della coafusione T abbiamo nel nome alberga 
che il Rinio cita come dato alla sua pianta da Bolognesi, 
nome che oggidì si dà alla barbarea. 



Erba delle ferite V. Lombmna. 



Erba flc. — Chiamavasi nel Bellunese con questo 
nome come ci dimostra il Michiel (Herba ficus nel territorio 
di Zividal di Belluno, lib. giallo, 76) la sp. Corydalis 
tuberosa per la radice tuberosa ed incavata che si parago- 
nava ad un fico. A quanto sembra il nome è caduto 
in disuso. 



Erba lazza. — Per V acredine del Succo lattiginoso 
chiamasi cosi il Titimalo Caracia {Euphorbia Characias), 
ma il nome applicavasi ad un' altra specie affine il cui 
succo serviva ad attossicare le acque per catturare le 
cheppie {Clupm Aiosa). V Anguillara nel sec. XVI parla 
di un « Titimalo Characia >► che « su quello di Luna 
città ed altrove è chiamato herba lazza per ammazzare 
le chieppe > ma questa < characia > era Euphorbia amyg- 
ilaloides, come appare dalla figura del Codice Michiel 
(lib. rosso 1, 177) che pur parla dell'uso in Lunigianaper ucci- 
dere que' pesci. Il Michiel figura anche alla pagina seguente 
la op. E, Characias^ chiamandola « Thitimalo Characia » 
come specie somigliante e non parla dell' uso nella pesca. 



Erba S. Antonio. — Nome dato nell' Umbria alla sp. 
Plumbago europaea nel sec. XVI per testimonianza del- 
l' Anguillara e del Michiel (lib. verde, 201). Veramente il 
Michiel dice : « Herba di Sauto Antonio in Romagnia » 
ma più sotto soggiunge : « In Romagnia ne fossi ne vidi 



- 340 — 

in grande quantità tra Narrii e Terni », Giova notare ò* 
consultando quel codice, si rileva che il nome Rùnmgn 
seconiìo quelJ' autore iadicara non solo la regione cispad?i[i 
orientale, come indica ora, ma anche le Marche etl 
bacino det Tevere. 

Per testimonianza dei medesimi autori la pianta rìn 
ma vasi nella regione de' Marsì CuligiUo. 



Erlm 8, Pietro* - Questo nome fu in t più pi diver 
applicato li specie differenti, L'Anguillara nel sec. XVI 
porta come nome volgare dei creiamo [Crifhmum maritimm 
e lo conferma il Michiel (lib, rosso II, 37), Un seco 
prima il Riniofc, 254) chiama così la primaverina {Primn 
ìmigarìs), però alla e, 28'i ove è ligurato il crétamo ìi***t 
fra gli altri nomi, lo slavo P^irovoselie U*etrovo-x^lji 
Altri autori contemporanei ai Rinio cliianmvano erba Sj 
Pietro una specie di betonica; oggidì il nome è pa^sa 
ad un'altra onibreUifera vivente lungo il mare, nota p 
le spine di cui è tutta Irta, Erì/tufinm maritimiutu 



Erlia tera* — (Jucsto nome fu notato dair Angailla 
come piarnoTitese ed appartenente alla pianta ila lui chi 
mata limeù di Plinio che è Acffììiium Anikorn comp 
rileva dalla lìgura del Michiel (lib, verde, 28). Veraiuii 
TAnguillara scrisse erha ferm, ma un annotatore (il 
landiini) eancpllò una r e ^^crisse a mar^^^ine: * Est mU 
Tera valdeusium et Pedemoulanorum qua:- alij Tlic 
vocant », combattendo poi l'opinione delT Anguillaru e 
la Thora sia il limeo di Plinio. 11 Michiel chiama la pi.ai 
Acorjito Torà e dice; « Nel Piemonte si chiama ìm 
Terra et li cavano dalla radice un ^succhio chianiat*> 
loro medicarne ». Questo non^e dato al succo fu ira 
pure tlair Anguillara. 



— 341 — 

Festùc. — La parola festhco è quasi disusata in ita- 
liano, usandosi in §ua vece festUca^ mentre in Val di Zoldo 
è tuttora viva per indicare una pianta graminacea che 
però non è né Festuca pratensis, né F. elatior^ né altra 
specie di quel genere, ma la tremolina {Briza media) 
usata di frequente per le sue graziose e moUissime spighe 
come ornamento sui cappelli rustici. 



Fiamma — Questo nome é dato oggidì a Melampyrum 
arvense per le brattee di un vivo color rosso, ma si dà 
pure a varie piante parassite come quelle del genere 
Cmcuta che guastano il lino, Y erba medica ed anche ad 
un' orchidea, il /?a/w;/4one di bosco (Limodorum abortivum). 
In passato il nome davasi pure od a piante con parti di 
color rosso vivace come Amarantus kypochondriacus (An- 
guillara, Michiel lib. rosso I, 323) od a piante parassite 
come quelle del genere Orobanche che Y Anguillara dice 
chiamarsi Fiammina presso Fabriano e Matelica ed il 
Michiel (lib. giallo. 2) dice chiamarsi. « Fiamina e Torina 
nel contorno di Fabriano ». 



Figaèla. — Presentemente chiamasi nel Veneto con 
questo nome l'Erba Trinità degl'Italiani {Anemone Hepatica) 
le cui foglie trilobe persistono sul fusto sotterraneo anche 
dopò morte, pigliando un colore bruno di fegato. Nel 
sec. XV chiamavasi con questo nome a Venezia una 
pianta che cresce lungo il mare a foglie carnose reniformi 
che pur divengono brune, Convolvulus Soldanella dei Bota- 
nici, come ce lo testifica il Rinio che, parlandone a e. 
238 sotto il nome « turbi t » soggiunse « figatella vocatur 
Venecijs ». Un secolo dopo il Rinio, il Michiel (lib. rosso 
I, 144) la riporta come parola usata a Chioggia nel mede- 
simo significato : 

« Figaela da Chiozoti. » 



*♦ 



— 342 — 

Fior d' àzola. — Nella valle di Zoldo sì dà quest 
nome al giglio rosso (Liitum bulbifi^rum) che vi cresi 
selvatico qua e là e viene anche coltivato nei giardit 
per la bellezza dei fiori e per la facilità con cui si ripn 
duce a mezzo delle gemme carnose e globuJose (bulbill 
che nascono all' ascella delle foglie superiori e, staccando 
spontaneamente, cadono a terra per germogliare. Que^i 
carattere è uno di quelli che lo distinguano dal gigl 
bianco {LilUim album) ed è causa del nome vernaco 
sopracitato, chiamandosi àzole non mìo gli occhielli, n 
anche quelle borchie convesse che servono di fermai 
ai piviali. 

Fior de carAs. — Nome zoldano di un' ombrellifer 
Pimpinella magna. 

Fior del drago. — Nome zoldano di una legurnlnof 

Latyrus Silvestris. 

Fior di notte. — Presentemente chiamasi così 
meraviglia (Mirabilis falapa di Linneo, Belie-de-nuii < 
Francesi), perchè i suoi fiori si schiudono di notte e 
contraggono durante il giorno. Nel sec. XVI chianiavai 
cosi a Napoli le campanelle indiane {CtmvulvulHs hM*'^ 
ceus Ipomaea Nil) per la medesima causa, come notii 
Michiel al lib. azzurro N. 11 : « suoe eainpanelle di Gì 
gno et vano durando et remetendo ogni matiiia alla : 
rora di fresche et nove ma come il noi le vengono in 
diate si sechano et per questo à preso il uomu di ti 
di notte ». 

Fior j^orella. — Nome romano del ligustro (Ligmin 
vulgare) nel sec. XVI per testimonianza del Michiel J 
azzurro, N. 12.) 



- 343 — 

Fior de spin. — Nome zoldano di una pianta comunis- 
sima, affine ai cardi, Cirsium lanceolatum. 



Flnde. — Nome zoldano d' una specie di cerfoglio 
{Chaerophylluìn temulum). 



Formentón. — Questo nome si dà ai nostri giorni 
nel Veneto al frumentone o granturco {Zea Mais), ma nel 
sec. XVI si dava al grano saraceno {Polygonum Fagopyrum)^ 
come testificano V Anguillara ed il Michiel (lib. rosso I, 
106). Il Michiel poi parla dell' uso che ne facevano i 
contadini friulani colle seguenti parole : 

« Li contadini famelichi lo mangiano et li bestiami 
più che più. Et si componeno bene insieme con il sorgo 
nel Friule il forzio de contadini se lo mangiano saporo- 
samente. Et si amoglia [ammolla] assai bene. 



Frassinella. — La frase « la frassinella fa la donna 
bella » che troviamo riportata dal Michiel (lib. verde, 172) 
non si riferisce già alla vera frassinella o dittamo (Die- 
tamnus albus)^ ma ad una di quelle specie di liliacee che 
pel rizoma a nodi colle impronte dei polloni caduti chiamansi 
bigini di Salomone in italiano e chiamavansi in Veneto 
Zenochieti (ginocchietti) e che ora sono dai botanici messe 
nel genere Polygonatum. Cosi appare da vari autori i quali 
figurarono come frassinella ora la specie P. vulgare (Rinio» 
e. 148), ora P. multi florum (Mattioli, Michiel) e dal fatto 
che il succo fresco del rizoma suddetto si usa tuttora come 
un buon cosmetico nella Russia dai popoli baschiri. 

Avvertiamo di volo che Frassinella, benché diminutivo 
di frassino è femminile perchè deriva direttamente dal 
latino barbaro fraxinella derivato alla sua volta da fraxinus 
che in latino è femminile. 



2l> 



/ 



— 344 — 
Fratonzelli V. ^hlereghiiii 



Gal. — Iq Valle di Zoltlo nel Belluuese questo noi 
si dà alla sp. Lotus cornicili a!us 1 cui fiori gialli a gruppe 
hanno corolle papilionacee coi vessilli eretti come cm 
di gallo. Ha il riscontro nel nome giai che ìii Friuli 
dà ad altre papilionacee e nel iioioe galkz de pm (gallel 
di prato) che a Belluno si dà pure ;i L, cornkitlattis. 



tìaleti. — Questo nome che ha la medesima origi 
del precedente si dava nel Veneto alia pianta Mtlampyn 
pratense la cui corolla è labiata, ma ha il labbro supem 
volto all' indietro. Il Michiel (lib. rosso I, 290J lo racco 
« da rustici sul Padoan » a « Lumegnian nel Padoai 
cioè a Luraignano, villaggio a [liedi de' Cecili Berìcìche' 
gidi appartiene al comune di LoiigAre in provincia di Viceu 



Gàtnbaro. — I pescatori osservarono da lungo ten 
che il gambero nuota all' indietro e percit"» introdussero 
frase : « andar come i gàmbari > che iJ popolo intese lu 
e perciò trasforma spesso neJT altra ; « cauiìnar com 
gàmbari», benché quel crostaceo possa camminare 
senso del capo. 

Cosi la frase « rosso come un gàmbaro » nella qu 
spesso si omette la parola « cotto » fa crt^dere a im 
che vivono lontani dalle acifue che si tratti del co 
originario dell' animale, non di quello che acquista a 
cottura. 



Gfegol, Ifegol, DIfegol, Vl^grol, 'Ig;iL — Il prini/^ 
questi nomi fa pensare all' it,iliano géolo che è Tehnl 
ebbio (Sambucus Ebutus)\ ma invece nel dialettu bellm- 



— 345 — 

tutti indicano una pianta leguminosa ben nota, T avornio 
{Cytisus Laburnum) che vive nelle nostre siepi e può cre- 
scere fino a diventare un alberetto. 

Il suo legno invecchiando si fa scuro e tenace e colla 
calce diventa assai simile all' ebano che può ben sostituire. 
Gli antichi Greci chiamavano il vero ebano (Diospyrus 
Ebenum) indifferentemente épevo; od i^tko^ e da que- 
st' ultima forma provennero i nomi attuali dell' avornio. 
Come forme intermedie possiamo notare egano e gegano 
che nel sec. XVI (1) si notano usati dai rustici per indi- 
care la nostra pianta. Il passaggio dalla labiale alla 
gutturale non è raro nel dialetto bellunese p. e. la pa- 
rola Ògol corrisponde al nome oppio usato nella pianura 
veneta ed al latino opulus con cui un tempo s' indicava 
la sp. Acei' campestre. 



Gelosia. — Questo nome^ applicato a due piante è 
una delle tante prove della tendenza che ha il popolo a 
trasformare le parole di origine straniera e per lui in- 
comprensibili in altre che abbiano un significato, anche 
se questo non va per nulla d' accordo coi caratteri del- 
l' oggetto. La prima pianta che fin dal Medio Evo è 
chiamata ceiosia é Amarantus iricolor beila specie ornamen- 
tale le cui foglie hanno tre colori tra i quali molto vivace 
il rosso giustificante il nome derivato dal greco Xi^Xeoc 
(bruciante). Ma quando s' introdusse nei giardini una 
pianta dalle splendide spighe di fiori sanguigni e consi- 
stenti le quali spesso si dilatano per fasciazione tanto da 
prender la forma di triangoli ondulati (onde il nome 
odierno cresta di gallo) il nome ceiòsia alterato in gelosia 
passò a questa con relativo trasporto d' accento dall' o all' i. 



(1) Cod. Michiel lib. azz„ 58 



— 346 



Nel Codice Michiel i! uome è dato a tre 

r ani ara rito tricolore è cliiamato Geìmia a Bologna fi 
rosso 1, 158^ la cn*sta tii gallo Geiosta di Fr^un 
V amaranto irekma Padoam ilib. rosso I, 323), 

L* alterazioiip de) T accento fti opera ilegli iialiiJ 
tanto che in altri libri troviamo il nome tradoiio 
Iran coso con jnioHsle, meiUr*? oggidì i Francesi chiama 
quella specie con altri nomi, Kel Veneto usa^i invi 
tuttora ifvUma \wt irulicaro la cresta di gallo eh* 
Botanici chiamano (ìiima crùiaia. 



Erba grland ugnerà. — Nel dialetto veneto la par 

giundusm (gh Land ola) signitìca furuiicolo o bubbone e 
usata anche (anni 1348 e 1300) nel sigoìtìcatù di p 
huhhoniea^ da cui Y iinprectjzione : 

« Che te vegna la giandussa ». L' erba che, sec<ji 
il popolo, guariva dalia malattia era Scrofularia nod 
e probabiljuente le si attribuirono tali virtù in causa 
nodi radicali che paiono fnruiicoli. Era usata anche con 
le scrolule (come lo ricorda V attuale nome botanico), 
emorroidi ed in generale contro tutti i mali che port, 
gonfiori, da cui )' altro nome millemorùia, 'Se parla Sim 
da Cordo (Simon lanuensis) e ne parla anche il Mici 
(lib. verde, 6) come segue : » Per suoa amarej5z:i 
diseccati va suoe radici vagliono cotte nel oglio a do 
di maroìde al morbo dunde per chiamam da rat 
herba gendussera si puoi credere alia suoa esperienza, 



iìigììo sulvatico da rustici. — Cosi è registralo 
Michiel (lib» verde» 222} una specie di Genziana (GeuU 
Pummonanthe) trovata da lui al Mesirino presso Padt 
ma r autore stesso si maraviglia di questo nome, C4 
lo dimostrano le sue parole: € Non è in questa pi;^ 
parte alcuna che convenga con li gigli, dunde io non : 



— 347 — 

pensare la caggione che li rustici cosi dimandano questa 
pianta » Una lontana somiglianza dei fiori con quelli del 
giglio fu causa del paragone. 

Oiaginleno, Ginginlena. — Questi nomi siciliani del 
sesamo {Sesamum orientale) trovansi citati dairAnguillarae 
dal Michiel (lib. rosso I. 52). Il Michiel cita pure il nome 
Jutiulen che è citato altresì dal Rinio (e. 103) come 
arabo ed il nome Torìotetia che dev' essere una storpiatura 
di amanuense. Il Rinio cita, oltre il nome Jutiulen^ altri 
due nomi arabi, Giggtlem e Semsem. 

1 Veneziani avevano corrotto il nome in Susimani, 

Grisole — Nome ancora vivo della pianta Stiene 
in fiata (Valle di Zoldo). 

Grlsón. — Nel dialetto friulano questo nome designa 
quello schifoso insetto che i Veneziani chiamano schiavo 
i Triestini bàucolo ed i naturalisti Blatta orientalis e 
probabilmente in antico servi per V affine Blatta germanica 
la quale un tempo era diffusa in Italia ed ora ne fu 
scacciata dalla prima specie venuta dal Levante. Il nome 
non ha certo giustificazione nel colore delle specie che 
sono o gialle o brune, anziché grigie e perciò bisogna 
interpretarlo altrimenti. È caso frequente che agli animali 
antipatici si dieno per disprezzo nomi di persone, di classi 
sociali di popolazioni resesi pure antipatiche per una 
causa qualsiasi e ce lo prova il nome veneto sopra citato 
che risente dell' avversione dei Veneziani pei loro secolari 
nemici, gli Slavi. (1) Ed un' altra prova ce la dà quella 



flj Questa spieg-azione mi pare più attendibile di quella, se- 
condo la quale ] Musetto sarebbe stato chiamato cosi dal suo color 
nero, simile a quello degli schiavi di razza negra. 



— 348 — 

specie ili cimice macchiata dì rosso e nero {PijrrhùcQn 
aptrrnA t^he i Parigini chiamauo St'izzfirfu Nel ciu?u pre^piiti 
lo schifoso animale avrebbe avuto il nome dalla popola 
zioiie del cantone svizzero dei Grigioni e ci servirvbbi 
a provniv che in un tempo a noi scoaosciuto avventi 
una mif^n-azioue lenta e perciò rimasta inavvertita 4'i 
Tìrolo al Friuli. La regione di provenienza sarebbe statai 
Val Venosta {Vìntschjau) nel bacino dell'alto Adige. 1 
quale confina coi Grigioni ed aveva una popolazione laJin 
ora surrogata dalla Tedesca, ma dì cui restano vive irac?.^ 
nei nomi geografici locali somiglianti ai friulani d ; 
veneti (p* e. Ciars o Tschars^ Tra fai ecc.) 11 Czornig (* 
basandosi su dati linguistici suppose che varie migraisioi 
si succedessero, anzi, secondo Ini, tutti i Friulani avtvl 
bero avuto origine dai reto-romaui del Tirolo e dell 
Svizzei-a. Pur non accettando in tutto le sue ingegDOj 
deduzioni, dobbiamo convenire che la parola grisòn no 
avrebbe ragione di essere nel dialetto friulano, se non 
aniniettesse la suaccennata migrazione dalla Val Venosi 
la cui popolazione non si sarebbe germanizzata, ma avrebt 
lasciato il posto alla tedesca che ora la occupa. 



i^gol, Igol, V. UegoL 



Lagrime di Giobbe. — Con questo nome si ehian 
ora una graminea delle Indie orientali [Coir Lncnjmn) 
cui frutti bianchi e lucenti servivano a fabbricar rosai 
ma nel secolo XVI chiamavasi cosi iu Abruzzo, jh 
testimonianza dell' Anguillara, un albero che queir auto 
chiama Arhor vitis traduzione del greco Siaphtjlodt'mh 
e che è V odierna sp. Siapht/lm pinnala i cui semi stìi 
duri e lucenti e servono al medesimo uso, donde il mu 
tuttora vivo nel Bellunese : <a pianta da corone y^. E Ij'i 
insistere su questo punto perchè V Anguillara dìchiani 




^^i^rafM 



— 349 — 

aver veduto la piaata nel giardino del iiob. Filippo Pasqua- 
ligo a Padova e qualche autore ingannato dai due nomi 
citati : « Arbor vitis » e « Lagrime di Joppe » credette 
trattarsi di due piante che furono ritenute il Pistacchio 
Selvatico e la Coix Lacryma. La figura data dal Michiel 
al lib. azzurro N. 115 è chiaramente di Staphijlea pinnata 
ed è accompagnata da vari nomi fra i quali: « Staphylo- 
dendron da Plinio, Lagrime di Giopo in Abruzzio, Pistacher 
Salvatico in molti luoghi, Arbor vitis dal Anguillara ». 
Un altro nome dialettale citato dal Michiel è « Ornello in 
Komagnia >. 



Lambrana = Lombrnna. 



Landrf. — Questo nome è citato dall' Anguillara 
come dato dai Milanesi una specie di crocifera, Sistjmbrium 
orientale^ come si può verificare osservando la figura nel 
Codice del Michiel (lib. verde, N. 80) accompagnata da fram- 
menti della pianta che servi di originale al pittore. L' An- 
g'uillara dice che in Abruzzo la pianta chiamavasi lasana^ 
lìome che è una corruzione di lapsana perchè vari sem- 
plicisti la ritenevano la lapsana o lampsana di Plinio, 
come pure nota il Michiel. Oggidì chiamasi Lapsana una 
pianta ben diversa, appartenente alla famiglia delle com- 
poste. 



Lasana V. Landrf. 



Làsseme star. — Il nostro popolo ricorre spesso a 
frasi espressive per indicare i caratteri più spiccati degli 
og'getti naturali. Tale il caso della pianta, che oggidì 
chiamasi Cardo di Maria (Silybum MariamimJ dei botanici, 



I n^^^^^^^K 



- 350 ^ 

bea caaascìuta per la ricchc^zKa di spine al rnargiiifi foli 
ed at torno ai fiori e per le linee bianche che p^rcorn 
in vari sensi la pagina siiperiope della foglia nW 
bui te al latte della Vergine onde furono il fondamente 
due usi ben differenti : far venire il latte alle puerp 
e coagulare il latte nei caseifici. Ma ogni qaalvoHi 
contadino voleva impadronirsi della pianta preziosa, qm 
nel suo muto lirjguaggio gli rispondeva : « lasciami 51 
non toccarrai se ììqìì vuoi far sangue ». 11 Michi^l al 
giallo N, 131 del suo codice riporta il nome : « lasse 
star da contadini »» 



m\ 



Liquirizia, — Questo nome che spetta in rpaltà 
sp. Gltjct/rrhjza ghihrn è dato nel Bellunese ad una k 
PohjpodÌHjn vuigare il cui rizoma ha un sapore doldas 
quantio viene masticato. 11 medico Castore Durante 
vìsse nel sec* XVI ci apprende che uji nome simil*' 
dava a quella felce aelT Italia centrale [tO], Ecco le 
parole : « i villani lo chiamano regoli tio pel gusto d 
radice ». 

Osseniamo che il Durante era umbro e visse n 
Stato della Chiesa e che il nome regoUzia è, come liquii 
una corruzione dì yXuxòppLva 



Listrago. — li Rinio a e. ;389 del suo codice ni 

questo nome come dato dai rrenovesi al ligustro {Ugust 
vuigare) : t listragum secuiidum ydioma iaauense ». 



Erhii lizza. — Come ricorda V Anguinara, i Padoi 
chiamavano così le odierne barbe di capro [Tragoiti^i 
che dopo aver fiorito, fanno vedere i loro frutti pp 
che sembrano pallottole trasparenti ed al minimo soU 
disperdono. A differenza di altre piante che fruttìtiL 



w 



— 351 — 

in simil modo, le setole del pappo in quel geuere di piante 
sono piumose ed in varie specie {T. pratense, T. maior) 
le barbe delle setole s'intrecciano fra loro in modo da 
limitare il liccio dei tessitori ; da ciò il nome diatettale. 
Un secolo prima dell' Anguillara la parola fu registrata 
dal Rinio (e. 307) in forma latina Herba licia (da licium- 
liccio) colla variante Herba luca ed a quanto sembra il 
Hinio per primo raccolse questa voce perchè soggiunge : 
« de ea nullum reperi tractare ». 



Lombrnna bolognese. — Erba delle ferite padovano 
(Anguill. 216, Mich. lib. verde 33). Nome dato nel sec. 
XV a Centaurea nigrescens, 

Macaroni. — In dialetto veneto questa parola equi- 
vale air italiano maccherone^ indica cioè la pasta alimentare 
ridotta a forma di cannelli, ma da qualche tempo il 
significato fu esteso a quelle paste ridotte in forma ovoidale 
a rilievi mammillari che veramente dovrebbero chiamarsi 
gnocchi. E la parola macarón sotto quest' ultimo significato 
è usata anche come termine di paragone, p. e. i macaroni 
de mar dei Veneziani sono le ascidie, animali dal corpo 
biancastro, ovoidale, sacciforme, a superficie bernoccoluta 
e molliccio che abbondanti si trovano attaccati ai legnami, 
alle corde e ad altri corpi immersi. I pescatori napoletani 
invece li chiamano pig?ie di mare. 



Mala erba. — I Bellunesi sembra non abbiano della 
sp. Angelica Archangelica V ottima opinione che le meritò 
il iionoie scientifico perchè la chiamano con quel nome di 
mal augurio. Lo stesso nome {maiherbe) vien dato dai 
Francesi ad un' altra ombrellifera, Thapsia villosa^ ed anche 
alla dentellaria {Plumbago europaeà). 



— a52 — 

Mareièra. — Nel Belluueae chiamasi con questo uon 
tenendola molto cara «juau'io la si rinviene nel terreu 
una specie diniembrana iraspareule tutta sfiarsa di grani 
lini di terra, fuscelli ed altri oggetti mintiti rimastile ù 
renti. Esaiuitiata con attefizione, la si riconosce essere ut 
tela fabbricata ria ragjii appartenenti a specie va^abomJe, d 
cioè non aspettano gV ìn!!it*tti al varco, ma li inseguoi 
per catturarli. Tali sono i ragni dei generi Lycosa, Mygs 
ecc. che producono la materia serica per avviluppare 
uova tappezzare il nido sotterraneo^ tocche spiega 
gran numero di piccoli corpi aderenti alla tela. 



Marigne (matrigna), — Nome zoldauo di Viola trm 
var. arvemis che corrisponde all' italiano suocera e nm 

Mecca. — 11 nome della città santa delT Arabia diveii 
ben presto familiare fra i Veneziani ì quali, seiiteu 
parlare dei lunghi e penosi viaggi che i buoni MaomeU; 
devono fare per visitar la tomba del Profeta. int^udus^M 
nel loro lirjguaggio le frasi : « far el viagio de la M^'c: 
« andar a la Meca )► nel significato di far una cma. ( 
gran lentezza e pena. Ma la frase f^ubi col tempo un 
terazioue e la parola < meca s> ora si dà alla persi 
stessa che ha il difetto della lentezza e perciò fu am 
modificato il verbo, dicendosi ; «e ti ze una meca > iuv 
di : « ti va a lÉ^Meca ». (V, Musatti, Motii Popoian\ Ateo 
Genn. -Apr. 1904), 

Melanzana, — Su questo frutto ora tanto gradita 
su altri commef^tibili animali e vegetali v* era nel ^ec 
XVI il seguente detto (Michiel, ]ib. giallo, 118): « Zièvi 
Augnila, Melengiaua et Fougo la peggio r cosa chf 
mangia al mondo ». L* autore che cita questo fir 
soggiunge : « et soimo nocive alla testa, generando hun 



— 353 — 

melanconici, cancri, lebra, oppilationi, longhe febre et 
tristo colore. Leggi Avicenna II Canone, e. 458, nelle 
Pandette [IG] cap. 538, in Serapione Lib. agrest. » 

Come si vede, tutte le accuse sono fondate sulle asserzioni 
degli Autori, specialmente di Avicenna. Quasi per mettere 
meglio in guardia il popolo contro il pericoloso frutto, il 
nome fu alterato in modo da dargli un senso di mal 
augurio : « mala insana » cioè mele insane. I botanici 
moderni risuscitarono il nome originario, chiamando la 
specie Solarium Melongena. 



Meo. — La somiglianza che hanno fra loro numerose 
piante della famiglia delle Ombrellifere fa sì che il popolo 
scambi V una coli' altra le specie. Così il nome di Meo 
si dava ora a Meum athamanticum, ora ad Angelica 
Archangelica, ora a Carum Carvi. V Anguillara dice che 
gii abitanti del Monte Generoso sopra Como chiamano 
Meu una specie che dalla figura che ne dà il Michiel al 
lib. verde N. 76 risulta essere Ammi Visnaga. 



Molesso. — Nome che, secondo l' Anguillara, veniva 
dato in Abruzzo al Tino ( Viburnum Tinus) come si rileva 
anche dal Michiel che figurò la pianta al lib. azzurro N. 3 
chiamandola « Molesso da Lanzanesi (cioè da .fluei di 
Lanciano in provincia di Chieti). 



Ornello V. Lagrime di Giobbe. 



0h80 del porco. — Fra i vari significati della parola 
porco v' è quello di poltrone ed è in questo che essa entra 
nella frase : « Aver Y osso del porco in scarsèla » (non 
aver voglia di lavorare. 



- 354 ~ 
Ostaiielo, Ostanilt» W A^onimu 

Pan-e*ciie. — Questo nome nel dialetto bellanai 
dà air acetosa {RifMiP.r Aee(osa) e corrisponde alla ww 
forma francese pain-ii-coucoa ora divenuta pain-df-cm 
Ma qupslo nome vieii dato iuvec*^ alT acetosella ((h 
Aci'(oxpltfi) pianta di famiglia ben diversa, somigliautf : 
Del sapor delle foglie dovuto a<l un sale acido (biosj^a 
potassico) che ambe le specie contengono. In Friuli aj 
le piante chiama usi pan-e-vin^ nel Bellunese la Sf^w 
disti nguesi sotto il nome pngnèie. Il pan di cacoio 
Toscani è una ter»a pianta differentissìma da ambedu 
priva di sapore acido, Orchis }forw, 

I Bellunesi diedero il nome pan-e-cuc anche a pij 
non acide, però afiiui air acetosa, come Rnmex cri 
(pan*e-cuc de bissa), R, aquaticus (pan-e-cuc de cavai.) 



Patata — Il lìoerio oltre al nome botanict» Sok 
lubernaum pone come volgare anche Batafa^ mentre qu 
nome spetta all' altra specie Convoivulus Batntfa. A 
le specie sono di origine americana e la prima eh bina 
« papa *, < papas » o * papaia » e poi il nome fu 
giato in patata, coufojidendola sia per la somiglianza 
tubero colle radici tuberose, sia per V atììnità dei h 
colla batata. Oggidì tutti le distiiiguoJio bene, ma a Ver 
chiaraansi ambedue patata, solo la seconda essendosi \ 
larijt^ata più tardi, suoLsi chiamare patata amerkawL 



Fa vari na. — Questo nome proveniente da /w 

(p.'ìpero) si usa nel Veneto per indicare una pianta {S 
ria ìmdia), i cui semi servono di alimeli to agli uo 
Però da lungo tempo esso è dato abusivamente ad 
pianta (Anayattis arveiifiis) che le somiglia nella stai 



,:r 



— 355 - 

nella forma e disposizione delle foglie, ma i cui fiori son 
di un rosso scarlatto. Ne troviamo la prova nel Rinio che 
parlando dell' anagalo (e. 430) dice : Que vero profert 
flores rubeos sive dactileos sive iacintinos est masculus et 
nomiuatur xaralia arabice, morsus galine, ipia, luminella, 
centunculus, pavarina. ». Anche V Anguillara, . parlando 
deir anagallide dice : « Sono notissime in Italia sotto il 
nome di pavarina ». La somiglianza deir aspetto non 
basta a giustificare la confusione avvenuta ; v' è anche 
una ragione linguistica. L' anagallide pel color dei fiori 
si paragonò ad un piccolo papavero, onde il nome pri- 
mitivo fu papaverina che poi si corruppe in paperina (1), 
pavarina. Quindi, consultando gli autori, troviamo una 
promiscuità di nomi alquanto dannosa perchè i semi 
deir anagallide son velenosi. L' Omboni chiama papaverina 
la stellaria, il Cazzuola dice che i semi dell' anagallide 
piacciono alle galline. 



Pavèra. — Benché derivato da Papyrus il nome indica 
uua pianta di altra famiglia, la mazza sorda {Typha lati- 
folio). Per giustificare questo passaggio notiamo che in 
antico la parte più tenera del rizoma del vero papiro 
{Cf/perus Papyrus) serviva a fare lucìgnoli che perciò 
chiamansi tuttora pavéri. Ma, quando il papiro divenne 
raro, 1 lucignoli si fabbricarono colla parte tenera dell' in- 
fiorescenza mazza della sp. Typha latifolia che troviamo 
perciò fin dal sec. XV [14,15,19] chiamata impropriamente 
papyrus, E siccome questo nome in latino è femminile, 
fu tradotto in pavèra, continuandosi a chiamar pavéro il 
luciguolo. 



(1) Tuttora ne]l* Italia meridionale chiamasi paperina la specie 
Papaver JShoeas. 



— 356 — 

Pecanule. — Nome dat^, sfìuoado AiiguUIara, 
sec. XVL ia Puglie ad una piauta die fu tìgurala 
Mìchiel nel lib. rosso I, N. 203 ed è Puiicirm vut^a: 



VeiìHÌerù, Nel dialetto Zoldano non e la viola 
peiisiem [ptmèi* dei Fraocesi» Viola Incoior d^i Wiau 
ma uaa specie differetitissima, la camomilla inglaie (J 
ihorum Pariktnium). E malagevole indo vi ilare il perei 
questo nome. 



Pero Cervino. — Nome de era dato nel sec 
in Puglia alla sp, Mespilm Cofonetulen Oggidì lo ì 
ad uua pianta affine di provenienza esotica^ il pero coi 
del Canada (Atm^lanclmr cfinadesis) 

La figura del <t pero cervino da Pugliesi * trova» 
Michlel (lib. azzurro, 145)» 



Pesta late. ™ Chiama vasi cosi un tempo a Tn 
Ih primaverina (Pnmula vulgari»). 11 nome trovasi o< 
nel Codice Rinio a e. 254, però non sappiamo se >ia 

da lui raccolto perchè le parole: « Pesta late vulga 
Tarvisij j* appaiono dalla scrittura e dairiiichioslro iiggi 
più tardi. 



PetraHudula. — Questo nome citato dall' Angui 
come pugliese appartiene, come ben si comprende ad 
pianta che nasce nelle fes.sure delle pietre. L* Angui 
perù non la conobbe, come si ricava dalle sue s 
parole : «e Parmì haver inteso che nella Puglia, si i 
una pianta che si chiama Pietra fenrluln» la quale i 
si confà alla descrizione di questa Caucalide *. 11 Mi 



— 357 — 

al lib. verde N. 236 dipinse questa pianta, ma la pittura 
non è fatta sul vero, bensì sulla descrizione della caucalide 
di Anguillara. Al lib. rosso I, N. 50 lo stesso Michiel* 
figurò un' altra pianta per Pietra fenduta in Puglia che 
é Ptycholis helerophylla {Canim Bunius), ma soggiunge che 
è opinione altrui, non. affermando quindi sia la petraiSndula. 
Nel Rinio N. 264-265 troviamo come Peirafindula la pianta 
che ci pare la legittima che è Pimpinella saidfraga. 
Veramente il Rinio la chiamò saxifragia bechina, il nome 
petrafindula fu aggiunto da un annotatore. 



Pilnla V. ZamiK^aga. 



PÌ8S0 de can. — Attualmente il nome pisciacane si 
dà ad una pianta composita, Taraxacum o/lìcinale^ ma nel 
sec. XVI [13] lo troviamo dato ad una liliacea, T attuale 
latte di gallina {ornithogalum timbellatum.) 



Re. — È il nome che nel Bellunese si dà alla sp. 
Eryngium amelhystinum^ forse perchè la specie è un' om- 
brellifera imperfetta la cui unica infiorescenza terminale 
fatta a capolino e circondata da foglie fiorali allungate 
imita una corona regia. Notiamo che i Francesi chiamano 
Heine d^s alptis una specie prossima, Eryngium alpinum. 



Kecie de Sghir. — In altro mio lavoro [5] interpretai 
questo nome che si dà a Hieracium Pilosetla come orecchie 
di ghiro benché la parola Sghit* non esista nell' odierno 
dialetto bellunese e presentemente il ghiro chiamisi gii''. 
Il paragone può essere stato suggerito o dalle brattee 
deir invoglio incavate e curve o dalle foglie basilari 
acuminate e pelose. Come riscontro noterò che i Dalmati 



— 358 — 

italiani chiamano la pianta orecchia dì topo che è t 
traduzione dello slavo mÌKJe uhn, li Dodoneo [9] neh 
XVI ne scrisse : « Non nulli auriculani rnuris nominaj 
differ^^ns est a vera Aìiricìda Mur/s ». La xer^ aitrir 
murh di qnest' autore è il miosotide o iion-ti-scordarMlì 
(Mi/soUs palmtrifi) il cui nome (da [iOc e qOc) sigui 
appunto orecchia di topo* 



Religioii. — « Gala religiou sta to novizzaftè 
domanda che si usa rivoJg(^re ad un giovane qua 
annuuiìia di essere fidansiato, E nel proferire quelle pai 
sì fa scorrere il pollice suU' indice come per contar d^n 
di modo che ben si comprende il significato che io qu 
caso ha la parola rellgion. 



Raz^ne. — Nome, tuttora vivo della margheril 
fLeucmlhemum riUgareJ usato in Val di Zoldo. 



Itokle. — Questo nome sì dà nel Bellunese a pi 

deboli che hanno bisogno di appoggiarsi od avviticchi, 
come il rovo (Hnbm frulicosìu^X 1^ vitalba {Clf^f 
Vi(alhn). Questa parola è stretta parentt* delle Ium 
ripiglio, rtihigim, delle pa<iovane rueggia, broeggiu d;i 
deriva il verbo ruviglar (avviticchiarsi l, dei nomi rv^ 
rovemcìie. trovia[no in docunienti me{lievali> Tutte deri^ 
da eruUia nome dato ad una legumìuo-sa rata pica nif^ 
forse è Vicin Hnyiiìft (la rubigli t àeì Toscani), 11 
giameuto della sillaba er in rn trovasi in altre j>. 
venete, come ropt^gar ^ erpicare. 11 nome ì* ubigli* * 
si dà ad una specie di pisello {Pifìum are e fise) ì 
Uovi hantio delle parti rosse, volendosi con un' etimo! 
casalinga che la parola derivasse dal latino rubet\ 



— 359 — 

Rosa marina — Dall' Aaguillara si rileva che nel 
sec. XVI si chiamava cosi a Lanciano in Abruzzo una 
specie di cisto che, queir autore chiama cisto maschio 
« a Lanzauo il maschio si chiama Rosa marina et rosole » 

Il Legré suppose trattarsi della Sp. C. albidus, ma 
la figma che dà il Michiel (lib. rosso I, 272) del cisto 
maschio di Anguillara, benché non molto bella, è di 
C. villosus. 



Rosella. — È notato dal Michiel (lib. rosso I. 282) 
come nome appartenente alla sp. Saxifraga crostata per 
le eleganti rosette di foglie basilari. 



Rosole. = Rosa marina. 



Ràden. — Questo nome si sente tuttora in valle di 
Zoldo applicato ad una pianta odorosa, Artemisia cam- 
phorata. 



Salvia salvega. — Nel Michiel (lib. rosso I, 272) 
questo nome trovasi citato come usato « da contadini sul 
padoan > ad una specie di cisto che i botanici moderni 
chiamano Cistus satviaefolius per la somiglianza delle foglie 
bislunghe e rugose con quelle della salvia comune {Salvia 
officinalis). L' Anguillara a p. 61 parla pure di quella 
pianta sotto il nome di cisto femmina^ aggiungendo però 
« Salvia salbega di Padovani > ed avverte che trovasi in 
quantità nei monti patavini. 



Sangnenèla. — Questa erbaccia è una delle tante che 
collettivamente diconsi gramégne (gramigne) e si chiama 



23 



- 360 ^ 

con quel nome perchè da lungo tempo usata per proTW 

r emorragia nasale. Il Rinio la figurò col nome pf^ 

linaceus cui ne aggiunse vari altri fra i quali ximjHÌn' 

a e. 76 del suo Codice, il Midiiel al lìb. rosso I, *iì 

j i chiamò canaHa perchè prò moveva iJ vomito ai a 

non aggiunse il nome sangnìnaria^ ma parlò delle v 
nel modo seguente: « Alli cani son molto salutifera 
gandoli di sopra per vomito. Et alli putti porgendosi qi 
asperi ramini di semi nel naso per provocare il sat 
dicendo con questo suono : ^ € herba herba cainpiigr 
quello che ti catti tira fora, » » (1) damiosi appress*^ 
pugni nel naso havendo Y herba dentro di esso » La 
prietà di provocare il flusso sanguigno dalle fosse ni 
appartiene a tutte le piante graminee le cui spighe 
compatte e con reste, ma è probabile che si sia dat 
preferenza alla specie qui contemplata perchè le sp 
sono spesso vangate di vertU'" e sanguigno ed anche t 
mente rosso violacee. I botanici moderai la chiari 
Digitarla sangninalls^ mentre il nome pie di gallo 
a varie specie, fra le quali una affine, Bmicum Crm-Cn 
Santa Martina. — È citato come nome dato 
Bergamaschi nel secolo XVI air androsemo o ci€i 
{Hypericum Andy^osaemum), come testifica il Mi 
(lib. rosso I. 236). 



Schiapnci da conza corami alla Zndeca. — C 

scritto dal Michiel (lib. azz., 63) uno dei nomi dell; 
Rhus Cotimis perchè i frammenti (s^hi apuzzi) dei 
rami si usavano alla Giudecca dai conciapelli. 



(1) Erba, erba campagnuola, ciò chfì trovi tim fuoH 



- 361 — 
S^*hiavo V. 6ri80n. 



Scoranzini. — Nei diatorni di Vittorio si chiamaao 
cosi le larve degli insetti del genere Phryganea che 
camminano lentamente sul fondo dei piccoli fossati rav- 
volte in un astuccio di fuscelli e vengono catturate o per 
uso di esca da pescatori o per alimentare uccellini. 



Erba serltta. Numerose piante devono aver ricevuto 
dal popolo questo nome, bastando air uopo che le loro 
foglie si presentino macchiate. E troviamo il nome dato 
anche a specie le quali non sempre mostrano tal carattere, 
come la verga d' oro {Solidugo Vi^ga-aurea). Il Michiel, 
chiamandola « Herba scrita da Padovani » (lib. rosso 
II, 28) avverte che le foglie sono « alcuna volta macchiate 
di bianco dunde ci ha preso il nome » e lo stesso dice 
l'Anguillara che la ritenne il leucographis di Plinio: 
4c hora è da avvertire che la sua natura non è di far 
cotali macchie per tutto, ma in alcuni luoghi ». 



Heritara del diàol. — È frequente il caso di vedere 
sulle foglie di varie piante (p. e. della cappuccina, TVo- 
paeolum maius) delle linee trasparenti e sinuose che 
sembrano i segni che si tracciano per bizzaria sopra una 
carta nei momenti d' ozio. Questa scrittura del diavolo o 
pioggia di serpenti era creduta annunzio di sventure ma 
ora si sa esser lavoro di un piccolo bruco di quelli che 
si chiamano minatori (perchè rodono solo il tessuto verde 
delle foglie risparmiando Y epidermide) generato da una 
farfallina, Lyonnetia clerkella. Spesso possono vedersi, 
seguendo la linea sinuosa, o il bacolino che sta rodendo 
od il bozzoletto serico attaccato alla foglia. 



- 362 - 
Secnlaria V. Zampogni^. 






Serài. — Nel dialetto bellunese questa parola con 
sponde, come forma, all' italiano serraglio, secondo 
regola per cui le desinenze aglio y iglio, oglio divengor 
al, el, oi (esempi : a/-aglio, mei-migìio, <^/-tiglio, straP^ 
trifoglio). Come significato indica quelle forre tanto fi 
queuti fra i monti della provincia, specialmente neir Ag( 
dino ; celebri fra le altre il Serraglio di Sottoguda percor 
dal torrente Pettorina in comune di Roccapiètore ed 
Serraglio delle Gemelle o di Garès percorso dal torren 
Liera in comune di Forno di Canale. Ben si corapreu 
che come si dice T al, el tamài \Y aglio, la trappol 
dovrebbe dirsi el serdi, ma ormai anche tra le perso 
del luogo è invalso Y uso di dire : « i serài » come se 
parola fosse al plurale ed equivalesse all' italiano : « 
serrati ». Come si vede è uno di quelli errori che min< 
ciano di passare in giudicato e rendere oscura la ve 
origine della parola. Un caso simile troviamo nel terrai 
schei formato dalle prime lettere della parola Scheii 
manze (moneta spicciola) che trovasi nelle monete austr 
che circolanti pel Veneto prima del 1866. L' ultima letu 
i lo fece credere un plurale e se ne fabbricò il singoh 
scheo ora passato ad indicare il centesimo di lira italiana ( 



j:. : 



i \ 
' I 

! 



Sigillo della Madonna. — Questo nome si dava 
sec. XVI ad una bella specie alpina, Gentiana a/janlis 
cui grandi fiori azzurri e campanulati formano l'ori 
mento delle alte praterie. [13] 



(1) Ve n'erano altre colla scritta in italiano: « Moneta s 
ciola del Regno Lombardo- Veneto » che si chiamavano latnba 
nome tuttora usato pei centesimi italiani. 



l ... .. 



— 363 — 

Soldebt^c. — Nome tuttora vivo della pianta Po/z/f/o/u^m 
rivipanon (Val di Zoldo). 



Spagna. — L' erba che i Veneti chiamano con queì>to 
nome è la medica (Medicago saliva) molto coltivata fra 
noi per foraggio e ciò rende poco comprensibile V errore 
del Boerio che la confuse col trifoglio (Trifoliitin 
pratense J. 

Forse V autore copiò da vecchi documenti nei quali 
chiamavansi medica certe specie di Trifolium perchè nel 
secolo XVI la vera medica non si coltivava in Italia e 
sotto il suo nome si spacciavano altre leguminose. Ce lo 
prova il Mattioli il quale non potè nemmeno darne la 
figura e ne porta nel suo libro [12] la ragione : « E come 
ella fusse già volgare e si seminasse per tutta Italia 
per li bestiami nondimeno a' tempi nostri par che si sia 
ella del tutto fuggita da noi quantunque sieno alcuni mo- 
derni semplici Xì che pensano d' haverla rintracciata. » Il 
suo contemporaneo Pierantonio Michiel (lib. rosso I, 311) 
ne dice : « Solevasi seminare per li bestiami et dicousi 
[dicesi] che in Spagnia ancora lo fanno >. Ed il Ruellio 
ne dice : « Sed mirari subit quomodo res iam Galliae 
trivialis, tamdiu Italis incognita latuerit el iampridera 
familiaris evanuerit». Da tutto ciò si ricava che la coltura 
del prezioso foraggio fu per qualche tempo trascurata in 
Italia e la causa probabile è espressa nelle parole del 
suddetto Michiel: «Se ne mangiano assai li nuocono ge- 
nerandoli tristo sangue et lo mangiano fresco ». Ma in 
Francia e Spagna dove T erba si riduceva a fieno, non 
dava origine al meteorismo e perciò la coltura ne rimase 
sempre fiorente. E probabile che siasi ripresa nel Veneto 
con semi spediti dalla Spagna e che da ciò sia provenuto 
il nome attuale. 

Un secolo prima del Mattioli la pianta non si era 
smarrita ancora e ne troviamo la figura nel Rinio [15] 



— 364 - 

col nome erba medica accompagnato da quello spagnuo 
latinizzato hfrba mfilìaruììu Che in ogni tt'mpo essa ? 
stata coltivata in Spag-na lo prova la nomenclatura sp 
gnuola derivata dalTarabo. La chiamavano allafaìfaga [I 
Alfasasat. Alfalfa [13]. Notiamo che l' Alfa di Spagna i 
nostri giorni é una pianta ben iHvi^rsa (Macrochloa j 
nachùma) usata come TAIfa ordinaria {Lìjgeatn Sparili 
nei lavori di sparteria. 

8|m£rim* — Nel sno significato geografico qui^sta ] 
rola è usata in una frase scherzosa: « Arno la Spag 
dove se magna t^, il che indico : « Mi accomodo in quali 
qne paese purché mi dia da vivere ]t. 



Bparpauazzt. — Attualmente nel dialetto veneto que 
nome si dà al Lappolone {Xanlhlum sirumariHm), 
sec. XVI, lo troviamo dato a Barharea tulgarh^ co 

risulta da una notn manoscritta attribuita a Melchio 
Guiiandino che trovasi in una copia del Libretto 
Semplici di Lnigi A ugnili ara [1] custodita alla Bibliot 
Marciana di Venezia air articolo Scopa regia (uorae Ai 
Barbarea seconilo V Anguillara), 



Stellarla. — Oggidì questo nome fu dato dai l>otai 
ad un ge[iere di piante diautacee colle corolle fatt 
stella che comprende il comune centonchio (S. mei 
ma in passato si dava a piante le cui foglie od er 
disposte in rosetta, comfì S'ixi fraga crusfata, chiani 
sten 'irla del Bresciano per testiraoniauKa dpi Michiei \ 
rosso 1, 282) od avevano forma raggiata durante il 1 
schiudimeJito come Alchemilla vnlgarìn [13]. 

Anche Terba liiiula {Oxaiis cornicili afa) per la foj 
delle corolle chiamavasi stellaria (Riuio, C- 310). 



„ 365 - 

Strangola preti. — Questo nome che tuttora si dà 
alla varietà amoscina della susina {Prunus domestica) 
trovasi nel Contarini [2] ma non nel Boerio sotto questo 
significato. Il Boerio si limita a farne il corrispondente 
air italiano ravioli e chiama le susine sunnominate va- 
casse, termine ora andato in disuso. Il nome di mal au- 
gurio che ora portano quei frutti ha il riscontro nel nome 
greco anges (da ocyXo) strangolo) notato in un codice del 
sec. XV [15]. Non è facile scovarn e 1' origine, forse 
proviene da qualche disgraziato accidente che tuttora pro- 
ducono gli ossi acuminati ad ambe le estremità quando 
sdrucciolando dalla faringe si mettono di traverso nella 
trachea. 



Sacciamele. — Oggidì questo nome si dà in italiano 
ad una pianta parassita delle fave, Orobanche pruinosa, 
ma in certe parti d'Italia si dà ad altre specie che, 
come r Orobanche, hanno i loro fiori visitati dalle api 
pel nettare che contengono, p. e. in Calabria chiamasi cosi 
la sp. Cerinthe minor. 

E dair Anguillara è notata come conosciuta sotto il 
medesimo nome una pianta da lui trovata a Pescina 
neir Abruzzo nel 1548 che dalla figura data dal Michiel 
(lib. verde, 343) si verifica essere Phlomis fì^uticosa. 



Snsiniani V. Giugìuleno. 



Taràntola. - - Sono ben note le cred enze sulla malat- 
tia convulsiva, detta il tarantismo, che falsamente si 
credè prodotta dal morso venefico di questo ragno. Da 
ciò la frase : < Aver la tarantola adesso > che si usa per 
rimproverare le persone irrequiete. Ma oggidì la frase ha 
subito la stessa evoluzione di quella contenente la parola 



306 — 



m 



Mecca e spesso si ode dirf : « Ti /e mia tarantola» chi 
no ti poi mai star quieto >, 



Tasta. — Questa parola che oggidì in veneziano h 
lo stesso sigjiiflcato che in lingua, cioè indica quel \-ilupp 
di fili che si pone nelle forile per tenerle aperte, nel socol 
XVI aveva il significato di strega o fattucchiera, 11 >[ 
chiel [13] così scrive, parlando della belladonna (Airop 
Belladonna) : « et si fanno di molte tristicie da mail 
[male] taste et magge [maghe] femine dandone per amor 
da mangiare che fano di molti impacire [impazzire] 
tal che da questa pianta non se ne cava sa non male i 



Torìna V. Fiatntniiia. 



£rba turca. — In italiauo si dà questo nome alla s 
Herniaria glabra chi sa per qual ragione, perchè la spec 
è indigena dei ?iostri paesi. Nel secp XVI il nome si dai 
nel Vicentino [13] ad ujia lunaria (Lunaria redivin 
che chiaraavasi pure lunaria greca [li, II], 



Vavorna. — Nome calabrese, corruzione di viburni 
Ora è dato alla sp. Vibnrnum Lanfana, mii nel sec. X^ 
per testimonianza dell' Anguillara, davasi ad una i^pfc 
di ginestra, che dalla figura del Michiel (lib, azzurro, 
121) si comprende essere Spartì iim iunceum. usata tutto 
come pianta tessile. 



Veleno di terra. — 11 Miidiiel (IìIj. venie 1?2) ri[)iir 
questo nome come dato dai pescatori delta Terra di l^vo 



— 367 — 

(« pescanti di Campauia » ) alla sp. Arislolochia ClematitiSy 
il cui rizoma era probabilmente usato a stordire il pesce 
per impadronirsene più facilmente. 



Yermind&eh. — Questo vocabolo scomparso, a quanto 
sembra, dal dialetto bellunese indicava, come lo prova un 
codice del sec. XV [11] la sp. Erythronium Dens-canis. 

In questo codice non è detto a quale idioma appar- 
tenga, ma lo si apprende dal Michiel (lib. giallo 54) che 
un secolo dopo lo scrisse latinizzato in vermendaculum ag- 
giungendovi « a zividal de bel un ». 

Se vogliamo domandarci T origine di questo nome, 
possiamo confrontarlo coi nomi verminacola, verbenaca 
che si danno a Verbena offìcinalis ecc. Michiel, lib. 
rosso I, 172. 



Zampognaga. Questo nome, che colle varianti Sam- 
pognacha, Qampognagna, Sinfoniaca trovasi assegnato in 
vari codici al giusquiamo comune {Hyoscyamus niger) era, 
secondo il Rinio, genovese (e. 82-83 De. iusquiamo). È 
interessante il fatto che l'autore predetto registra in 
quella pagina tre nomi liguri della pianta distinguendo 
anche i luoghi che sono Genova, Sestri-Levante e Porto- 
venere : € Qampognaga in ianua, Pilula in segestro, Secu- 
laria in portu venere », 



Zanicala. — Nel sec. XVI questo nome è notato 
in Friuli non come corrispondente alla sanicola (Sanicula 
europaea), ma alla orecchia d' orso {Primula Auriculà). 
Il Michiel che ne parla (lib. rosso I, 281) la pone « nei 
monti del Friul ed a Goritia nel Monte Salvatine » e 
soggiunge : € nel Friul V adoperano per il mal di recchia ». 



368 



Veilesi qui chiara I* ap[j!icaKÌoiìe della ifloria th^ìU sig 
ttii'e per cui m ifìurlicavano buurìf contro il mal d'^m 
chie le foglie di ibriiia auricolare- 



Zaréfit' nuti* cioè ciliege selvatiche? è il uorae che 
dà upI Btdhniese ad iuta spiccie prossima ai capri fu 
chiamata Lonìaera alpigena differente dalle coniaceli 
perchè le hacche rosse, auzicht'^ libere tra loro, ^i salda 
alla maturità iti un fruito che pare u uà ciliegia, Notia; 
pel riscontro il nome tede^ico Aipcn-Iiechen- Kirsch"* 



Zale (^ampe)* — Iji Zoldatio chiamaci ccjsì la 
Phyleuma orbicalare pegli siiiumi fiorali fatti a mo* 
?>ampiuì. 



Z«n, " Questo vocabolo, eli e ora pare scumpaiM, 
raccolto dal Michiel (IìIjp rosaio I, 302) come uonie di t 
piauta Vegetante nei ibssi di Horgo uel Pailovauo (atti 
meute iu comune di Cartura), piauta che i Ijotaiiici udie 
chiamano Polamogeton lucens. 11 Michiel uoa ne co 
sceva altro oome e perciò la chiamò: « lucoguita < 
foglie di salci, Zen ria rustici padoaui i*. 



— 389 



INDICE DELLE OPERE CITATE 



[1] Anguillara Alvise. — Semplici, Padova 1662. 

Di questo rarissimo libro esiste una copia alla Biblioteca Mar- 
ciana di Venezia con annotazioni manoscritte anonime, che ritengo, 
dietro argomenti esposti In altro mio lavoro, tuttora inedito, essere 
di Melchiorre Guilandino. 

[2] Contarini Nicolò. — Dizionario del dialetto veneziano. 

[3] Czdrnig — Die alten Vòlker Oberitaliens, Vienna, Hdlder 
1885, pp. 48-69. 

[4] De Toni E. — Il Bagiggio (Numero unico, Treviso 16 
febbraio 1901). 

[5] Id. — Sui nomi vernacoli di piante nel Bellunese, Ser. I. 
(Atti Istituto Veneto 1897-98 pp. 195-206). 

[6] Id. — Detti, Ser. II. (Atti pred. 1898-99. pp. 177-186). 

[1\ Id. — Note sulla Flora friulana, Ser. IV (Atti Accademia 
di Udine, 1895). 

[8] Id. — Note sulla Flora e Fauna veneta e trentina (Atti 
pred., 1898). 

[9] Dodoneo Remberto. — Pemptades. 

[10] Durante Castore. — Herbario novo. 

[llj Erbario (Codice) medioevale (Bibl. priv. Quggenheim in 
Venezia). 

Sa questo codice anonimo vedi una mia pubblicazione negli 
Atti degrr Istituto veneto 1897-98. pp. 1235-1271. 

Sopra un altro codice pure anonimo custodito alla Marciana 
sotto il N. CCL della classe VI vedi altra pubblicazione nelle 
^(emorie della Pohtif. Accad. Nuovi Lincei, Voi. XXII. 



— 370 — 



[121 Mattioli Pier Andrea — Discorsi su Diojscoridft, 

[13] Mìobiel i*ier Aiitonio — Gtxiict^ erbario iii8* custodito 
Biblioteca Mareinnìi satto il N, XXVI dt-llii classe 11- 

Consta dì cinque libri, cbÌAumti dat color dtìi tarlom : t*«t 
giitllo, rosso pritJio, rosso ^secondo, verde» Ne feci un' illustr^a 

tuttora mauoscrìtta* 

|14] Mortìllì Jacopo — BtbJiotlieea ttiauu^cripta grac^ea et U 

(15] Rinfj Benedicti — Li ber de siiiipUt-'ibtis. 
Questo codice erbario trovasi alla Marciana sotto il N- 
della Classe VI. Ne feci un* illnt^t ragione tuttora raaiioscntu, 

[16] Silvatico Matteo — Pandectariutii tneflicinae, 

[17] Soravia Pietro — Tecnologia botanico-forestale. Belli 
Deliberali, 18 TT. 

118] Tra veli a. Stefano — Regno vegetale, Milano 1869. 

(191 Valentìnelli Giuseppe — Bibllotheca inanuneripta St, M; 



CRONACA DELL'ATENEO VENETO 



XXIII. 
Vedi : Anno XXYI - Voi. II - Fase. 3 - 1903. 



AJ Lettiere : 

Neir Adunanza 21 Decerabre 1903 lesse il prof. arch. 
Giovanni Sardi le sue Considerazioni tecnico-artistiche sulla 
ricostruzione del campanile di S. Marco^ destando grande 
interesse nel pubblico numeroso che V ascoltava e riscuo- 
tendo vivi applausi. — V. nostra Rivista Marzo-Aprile 1904. 

Nel 7 Gennajo 1904 — il prof. D.' Giuseppe Naccari 
lesse una sua importante Memoria intitolata: L'universo 
stellare^ illustrandola opportunemeute con un suo Atlante 
astronomico. 

11 Gennajo 1904 — il prof. Luigi Vianello diede let- 
tura d' un suo poemetto in versi dialettali dedicato a Nico- 
IfJa Goldoni. Il lavoro pieno di vigore e di vita, nel quale 
erano rappresentati alcuni interessanti episodi della vita 
della fedele compagna del grande commediografo, venne 
alla sua fine calorosamente applaudito. 

14 Gennajo. — Il prof. Ettore De Toni proseguì la 
interessantissima sua memoria intorno a Pietro Antonio 
yiichiel e l'opera sua. 



24 



- jr^ — 



f 



18 Gennajo. — 11 cap, Luciano Petit ìutrati*»rHie Ti 

follato liditorio sulla Sulemazioìft' tH porlo di Venezk 
reìaziùnt' alle pin facili vd ecmiomichc comunicazioni m 
fen-ufcrma, tema di capitale iuteresse per la nostra cit 
che venue perciò, com' anche per le varie proposte d( 
l'Autore, attentameute ascoltato ed applaudita. 

21 Geiiiiajo, — Il Prof. Daniele Hiccoboni dà letii] 
deir ititereissante memoria del Sìg, Jubert Joseph soi 
Victor Emmmmei HI nHmiiìmnì&^ memoria già pubblio 
nella nostra Rivista, W f risei colo Marxo-Aprile a. corr 

25 Geiuiajo. — Il Prof. Melchiorre Robei'ti intraitif 
r Ateneo sul CmuraUo di lavoro nei Comuni medimi 
riscuotendo gli' applausi dei molti uditori. 

28 Geanajo, ~ 11 D.'" Prof. Domenico D* Armari n 
i suoi studi su le Modi^ntc forme d^ tdetfrrUernpia m* 
conoHciuie , . » , alfrove instillando uelF uditorio il v; 
desiderio che anche qui vengano studiate e praticate. 

14 Marzo, — LMng* cav. Domenico Marchiori spf 
le sue Poesie giovaniii o perle e macerie intìorandole di niu 
richiami e aneddotti curiosi, in tal modo da destare il 
vivo interesse ueir uditorio. 

24 Marzo. — Il Prof. I.ionelto Levi dà notizia so 
Timoteo di MUeto e una stia lirica rccenlemetde scofM' 
segiialandoiii per profonda dottrina e pel brio dell' t?s] 
sizioue. 

7 Aprilo» — Il Prof. Ferruccio Fiorloli Della L 
parla della Fanzione ò'ociale df^l medico, aflermaiidti spi 
didamentfì priucipìi che sono air altezza dei tempi e > 
r attuale civiltà. 

14 Aprile, — Il Co. Emilio Niuui porta uu Sm 
di una collezione di molla sehi eduli dei nmre e dtlta la^ 
di Venezia ; argomento di sua speciale competenza, d 
tameute illustrato con splendidi esemplari e che riemj 
nel prossimo fascicolo buon numero di pagine della no: 
Rivista, 



— 373 — 

21 Aprite. — Il prof. D/ Luigi Paladini rivista con 
non comune splendore di forma le Delizie pittoresche dei- 
t* Asolano, riscuotendo meritati applausi. 

10 Maggio. — Il cav. Girolamo Dian prosegue le sue 
diligenti e minute ricerche sulla storia della farmacia 
veneta ai tempi della Repubblica, e finalmente il 

30 Maggio — il Co. Filippo Nani Mocenigo parla 
degli avvenimenti politici svoltisi nel tempo dell'ultima do- 
nìinazione austriaca dal 1849 al '66 \ argomento del più 
alto interesse storico e patriotico, e che venne accolto da 
molte approvazioni ed applausi. 



B) Con fé renile 

Anche in quest' anno vennero tenute da preclari autori 
le solite conferenze a scopo di beneficenza, frequentate 
più forse che negli anni precedenti da numeroso pubblico 
il quale non mancò mai di tributare i dovuti applausi 
ai conferenzieri. 

Diamo qui le date, gli Oratori e gli Argomenti relativi : 

15 Gennajo. — Prof. Eugenio Musatti. — Gli ultimi 
aneliti della Serenissima. 

22 id. — Prof. Attilio Gentille. — Le maschere e la 
commedia dell'Arte. 

29 id. — Comm. Antonio Santalena. — La democrazia 
a Venezia nel 1797. 

5 Febbraio. - D.' Cesare Musatti. — In piazza ed 
al teatro (motti e motteggi popolari veneziani). 

19 id. — Prof; Taddeo Wiel. — La sensitiva di 
B. P. Shinley. 



— 371 - 

22 Febbrajo. — Ghtìrartlo Ghirardiiiì. — I^e siaiue d 
Galli mi mmm uìrkmiogicu di Vmeziu. 

20 ìd. — Ma ti frolli prof. Camillo. — Prima e dof 
Lepanto, 

20 id. — Cmtofferi Giovanni. — Un* ani i e un 
poma (A tomi vissui de un broiitolooU 

4 Marzo. - * Ab, Prof. Kitiilio Silrestru — Ch int\ 
fafjìie doloviì atiramrso i secoli, 

1 id. — Prof- Ippolito Tito D* Aste. - Anmra *« 
palcoscenico, (DiiDeuticati del secolo XIX), 

21 id, — Prof, Francesco Bertolini. — La nave ntL 
origini romane. 

22 Aprile, — Co* Prof, Federico Pellegrini. — Lui{ 
Carrer, 

Di inkiativa dell' Vteiieo ed in concorso del Municipi 
venne tenuta nel 15 Maggio a, corr, in occsLSioiie th 
centenario dalla nascita di Daniele Manin una mleim 
Coiumemorajsione Ietta nella Sala dei Pregadi in Pala;j: 
Ducale dal Comm. Avv. Alessandro Pascolato — alla qmil 
intervennero la Presidenza dell* Ateneo, la Giunta Mnn 
cipale e tutte le Autorità della città col concorso di u: 
pubblico line e numeroso. 

Questo splendido e magistrale discorso sarà stampai 
nella nostra Iti vista (punt, Luglio-Agosto anno corr=^ 



CJ I^exioiii eli Storia Veneta 



Le le^iioni di storia veneta furono in fiuest* auiio ii 
numero di dieci splendidamente impartite dal valente Vvoì 
cav, Camillo Manfroni delK Unìvej*sità di Padova, 11 pub 
blico veneziano che avea saputo app recare altra volta 



— 375 — 

meriti altissimi del chiaro docente, volle anche in que- 
sV anno accorrere numeroso ad ascoltare le interessanti 
lezioni. 

Diamo qui sotto i titoli: 

1. Venezia prima della caduta di Costantinopoli (sto- 
ria politica) 

2. Il governo di Venezia nel XV secolo. 

3. La vita privata, 1' arte, i commerci. 

4. La caduta di Costantinopoli e le sue conseguenze 
per la Repubblica. 

5. La politica italiana e la politica coloniale (1470-1492) 

6. La fine del secolo XV. 

7. Alla vigilia della lega di Cambrai. 

8. La lega di Cambrai. 

9. Venezia e Carlo V. 

10. La Prévesa. - Fine della politica italiana di Venezia. 

Alle lezioni si iscrissero ventitre alunni, dei quali 
sei concorsero agli esami che ebbero luogo la Domenica 29 
Maggio. Ed eccone i risultati: 

1.** premio a parità di grado ai Sig. Brunetti Mario e 
Jole Lazzari. 

1.* menzione onorevole alla Sig.* Calza Anna. 
2.* menzione onorevole al Sig. Anzil Aristide. 

La premiazione seguì in forma solenne col concorso 
delle Autorità (il R. Prefetto si fece rappresentare dal 
cous. cav. Spirito) la domenica 5 Giugno dinnanzi ad un 
pubblico scelto e numeroso. 

Aperta la seduta il Presidente Co : Comm. Filippo 
Nani Mocenigo tenne il seguente breve discorso : 



:ìto - 



Sfg^ori e Signore 



Arictip ìli quest'anno è tli mìo sommo cofiforto» ili 

finmio giorno lieto, porgere un saluto e un ringraKiamentc 
vivissimo alle autorità, ai spignori e signore che vulli^n 
onorare di loro presenza questa cerimonia della distribu 
done dei premii ai giovani frequentatori dalle legioni di 
Storia Veneta. Un particolare saluto poi maiulo, non 
disgiunto da un plauso sincero aìl* illustre professor* 
Camillo Manfroni della Uuiveriìità di Padova, profondo € 
geniale conoscitore delle storiche e navali disciplirM», 
valoroso scrittore, facile e simpatico oratore, in possessi*! 
di tutte le fonti che risguardano la Veneta Storia, e ogmm 
in ricerca di nuove. 

Egli seppe nelle dieci lezioni impartite in i]uest\mni\ 
con larghi e sicuri tocchi presentare alla mente dogli 
ascoltatori, le vicende, le gesta di un dato periodo della 
Storia di questa città. S'abbia egli adunque i nostri ria- 
graxiamejiti, neir augurio che per il corso di molti anni, 
si ripercuota la voce di lui in quest* aula ail istriueioae t 
diletto dei nostri Conci ttadinL - Se lo studio della Storia, 
venne considerato sempre di grande importanza, tanto più 



- 377 >- 

esso viene stimato ai giorni nostri, nei quali esso non 
conosce confini, ma approfondisce le indagini, consulta i 
monumenti, e raffronta le fonti con giudiziosa critica, 
affinchè la luce della verità risplenda, e valga a diradare 
le tenebre, onde potessero essere avvolte le azioni delle 
precedutesi generazioni. E perciò è tema allo studio dello 
storico, tutto quanto costituiva la vita di un popolo 
scomparso, i suoi pensieri, le sue preoccupazioni i suoi 
desiderii, gli entusiasmi, gli ideali agognati, i sagrificii 
degli averi e della vita, le battaglie delle armi e quelle 
della parola, la religione, i riti, le scienze, le leggi, 
le arti. — Che se la Storia di ogni popolo serve di 
ammaestramento, quanto e più non lo sarà per noi la 
Storia di questo antico popolo Veneziano, che per tanto 
volger di tempo ebbe il dominio del Mare, fin da quel 
giorno famoso cioè, in cui Pietro Orseolo 2°, salpò da 
Venezia colla sua numerosa flotta ad occupare le coste 
deir Istria e della Dalmazia. 

F\ì da quel momento in cui Venezia potè dire che 
l'Adriatico fosse suo, dando ad esso il suo nome. 

E noi nel nostro cuore di cittadini, sentimmo con 
gioia ridestarsi V antico amore per questo che fu veramente 
mare nostro ; e lo studio della Storia di Venezia non 
potrà essere che un continuo e necessario commento a 
quel problema dell' adriatico, che tanto preoccupa le menti 
più colte ed elevate del paese, e che vivamente deve 
interessare non la sola nostra regione, ma la nazione 
intera. — Sia pertanto 1" Italia concorde e forte sul mare, 
abbia una flotta numerosa e potente, e la sua influenza 
sulle sponde dell' Adriatico si imporrà da sé stessa. 

L' Ateneo la cui vita si esplica nel sereno campo delle 
scienze e delle lettere, non ha per questo rinunziato 
air eminente concetto della patria, e a quanto ad essa 
concerne ; e non può di conseguenza non manifestare 
r intimo suo compiacimento, per essersi fatto partecipe 
ai recenti omaggi resi a Daniele Manin, che è il più 



1 



— 378 - 

fulgido astro della Storia moderna veneziana, e per esse 
stato scelto ad oratore coir accordo del Comune, TOiior 
vole Alessandro Pascolato, già preside benemerito ili ques 
nostro sodalizio, che parlò in modo degno di Venezia, 
degno dell'uomo illustre diesi voleva commemorare, 
che perciò a nome dell* Ateneo pubblicamente ringrazio. - 
Kd ora o Signori ho V onore di cedere la parola a Camil 
Manfroni che vi dirà f[ual si convien** di questa: 



Gran pupilla del mar Venezia ecceJbS. 






- 379 — 

Il Prof. Camillo Manfroni lesse poi una sintesi del 
periodo di storia da lui trattata nel corr. anno e che qui 
integralmente riportiamo : 



Signori e Signore 



Le parole benevole e cortesi che, in presenza degli 
illustri rappresentanti della provincia e della città di 
Venezia, mi ha rivolto l' amato nostro presidente, mi 
commuovono e mi turbano. Nessun merito io ho avuto 
Dell'impartire queste mie lezioni ; che mi stimolavano allo 
studio ed alla ricerca, il fascino grande che esercita su 
tutti la storia veneziana, così ricca di prove di sapienza 
politica e civile ; m' era potente stimolo Y attenzione, la 
diligenza, V interessamento di questo simpatico uditorio, 
del quale io serberò sempre memoria gratissima. Unica in 
Italia, Venezia ha voluto istituire una cattedra popolare 
di storia cittadina dando così bel)' esempio di educazione 
civile, che dovrebbe trovare dovunque imitatori ; ed il 
concorso, giammai venuto meno, del pubblico, e i risultati 
del pubblico esame debbono essere argomento di vivo 
conforto e di profonda soddisfazione, tanto pei rappresen- 
tanti di quei corpi morali che col loro contributo manten- 
gono in vita la patriottica istituzione, quanto per chi ha 
avuto r onore d' esser chiamato ad impartire V insegna- 
mento. 



T,' 



— 380 — 

Poiché vuole la coiisuetudijie che riusegiiante faccia 
udire la sua voce, anche nel giorno in cui quelli che più 
hanno mostrato il' approfittare de! corso ricevouo il premio 
del loro studio, io coglierò T occasione per presentarvi, 
in una brevissima sintesi, il frutto delle nostre comuni 
fatiche, per abbracciare con uno sguardo complessivo il 
cammino, che abbiamo percorso insieme, 
j Potente per commerci, per ricchezza, per clientela, 

I per dominio territoriale in Italia e fuori ci si preseut? 

Venezia a mezzo il secolo XV ; ma, a chi ben consider 
j e studi in tutte le sue manifestazioni la vita pubblica i 

la storia politica della città, non possono sfuggire cert 
sintomi di debolezza. Le colonie mal custodite e quai? 
abbandonate a loro stesse ; scarsi ed inefficaci i provvedi 
menti per allontanare o rimuovere il minacciante perico]< 
turco, mentre tutta V attenzione, tutto lo sforzo è rivoli* 
air Italia, a quel dominio territoriale, che ha per c^jnfiii 
il Po e TAdda, ma che già tende a varcare quei limiti, ; 
spingem al di là di essi. Mentre grosse somme si spendom 
annualmente per l'esercito di terra, che deve sorvegliar 
i numerosi nemici, per la marina da guerra, potente mezz' 
di difesa delle colonie, nulla o quasi si fa ; ed ogni spes 
anche piccola, par grave e quasi intollerabile. Perch 
questo!* E come mai ad uji tratto la grande repubblica 
cosi mutata ? 

11 problema par quasi insolubile, tanto scarsa è l 
luce che ci viene dai documenti contemporanei, dai ria; 
sunti delle sedute di quel Senato e di quel Collegio, n* 
quali si concentra ormai il potere esecutivo della citti 
Né si può credere che tanti illustri uomini, esperti d. 
maneggio dei pubblici affari, senza ragione trascurasser 
quello strutnejito potentissimo di difesa, che è la mariti 
da guerra. L' unica congettura^ che si presenta meu 
improbabile, è che, persuasi ormai che ad allontanare 
pericolo sempre più incalzante dei Turchi ogni sforzo isi 
lato fosse inutile, e che nelle condizioni politiche dliali 



— 381 — 

e d' Europa uno sforzo collettivo fosse impotsibilo, il 
governo veneziano, pur non rinunziando alle suo colonie 
in previsione d'una prossima rovina, tentasse di assicurarsi 
con tutti i mezzi il dominio italico, quasi a compenso dei 
danni imminenti. Questa sola congettura permeterebbe di 
comprendere qualche cosa negli intricati avvolgimenti 
della diplomazia veneziana, ogni volta che si tratta della 
guerra contro i Turchi, di spiegarci come all' agonia 
dell' impero bizantino assistessero impossibili e freddamen- 
te crudeli i discendenti di quell' Enrico Dandolo, che 
aveva piantato V insegna dell' alato leone sugli spalti di 
Costantinopoli ; come, all' annunzio dell' assedio posto alla 
grande metropoli da Maometto II. si inviassero e con 
grande lentezza, soccorsi derisori : come infine e per 
lungo tempo, Venezia rispondesse con rifiuti, più o meno 
aperti, alle calde insistenze dei Pontefici per indurla alla 
guerra. 

Di questa tendenza non sempre prevalente, ma accetta 
alla maggioranza, parmi si possa trovar qualche traccia 
nelle istruzioni, date dal Senato ai capitani ed agli amba- 
sciatori suoi-, da Pietro Loredan, il vincitore di Gallipoli, 
fino ai più recenti, Diedo, Corner, Giustiniani. 

Per il momento si tirava innanzi, come meglio si 
poteva ; ora assumendo un contegno minaccioso, ora pie- 
gando agli accordi col solo scopo di guadagnar tempo, di 
permettere ai legni mercantili e alla mude di galee di 
frequentare i mercati, di trasportare a Vrnezia quelle 
merci, che essa poi diffondeva in tutta l'Europa cristiana. 

Che questa politica non fosse egoistica, che non fosse 
prova di gretto mercantilismo, come hanno affermato recenti 
scrittori stranieri io credo di avervi largamente dimostrato; 
e d' avervi provato eh' essa era 1' unica che in quel mo- 
mento fosse possibile mentre tutta ì' Europa era dilaniata 
(la guerre fierissime e nessuno offriva il suo braccio e la 
sua spada per la liberazione dell' Oriente. 



— 382 — 

Ma fu essa vantaggiosa ? Certamente no, perchè, 
mentre non salvò da una rovina, più o meno prossima, 
tutte le colonie ed i possedimenti veneziani, diede tempo 
ai Turchi di consolidare la loro potenza, di sfruttare la 
recente conquista, di diventare sul mare, come già erano 
in terra, potentissimi, di acquistare il predominio, togliendo 
a Venezia lo scettro dei mari. 

E se volgiamo lo sguardo all' Italia, se ci facciamo 
a considerare gli effetti delle conquiste territoriali, vediamo 
che i risultati della politica, seguita dal doge Foscari e 
dai suoi successori non diede quei risultati e quei compensi 
che si potevano aspettare. La pace armata non fu meno 
grave e meno dispendiosa delle guerre di conquista, sicché 
mentre da un Isfto scemavano le entrate, dall' altro cre- 
scevano smisuratamente le spese ; e sotto V aspetto morale, 
mentre gli insuccessi navali di Negroponte e di Capo 
Malea riuscivano a detrimento della reputazione militare 
e navale della Repubblica, la sua avidità di acquisti ter- 
ritoriali le concitava contro gli sdegni, le diffidenze, le 
gelosie di tutte le potenze italiane, la rendeva sospetta 
alle potenze straniere. 

A stento si può credere quanto odio, quanto livore 
contro Venezia traspaia dai dispacci degli agenti papali, 
fiorentini, milanesi, napoletani durante tutta la seconda 
metà del XV secolo, e specialmente dopo la mossa d'ar- 
me di Bartolomeo Colleoni, e durante la guerra dì 
Ferrara. - E noi abbiamo veduto quanta influenza ese^ 
citassero quegli odi sulla politica coloniale, quanto essi 
contribuissero ad esacerbare le relazioni coi Turchi, infine 
com' essi fossero talora diretta causa di guerre marittime. 

Anche coloro, che un momentaneo interesse stringeva 
a Venezia, anche quelli che essa difendeva e proteggeva, 
appena cessato il pericolo, si affrettavano a gettarsi dalla 
parte opposta, a farsi incitatori dei nemici di lei, e si 
mostrano lieti, se col loro abbandono riuscivano a so^ 
prenderla ed a recarle danno — Venelia exosa — è il 



- 383 — 

motto che iii pieno umanesimo più freqnentemente ricorre 
nei documenti diplomatici ; e il violentissimo atto di accusa, 
presentato dai Fiorentini a Pio ir, o V altro non meno 
violento, pronunziato poco dopo V invasione d' Otranto, ci 
sono prova manifesta del grado d' esaltazione degli animi, 
della fierezza delle inimicizie. 

Noi abbiamo procurato di vedere qual fondamento 
avessero le accuse, di aver tradito la causa cristiana, e 
senza lasciarci commuovere dalle tirate retoriche degli 
accusatori, né dalle proteste sdegnose degli accusati, ab- 
biamo potuto constatare che spesso, molto spesso, se T ap- 
parenza pareva condannare i Veneziani della loro colpe- 
volezza manca assolutamente ogni prova seria, mentre le 
prove abbondano per convincere gli stessi accusatori d' aver 
fatto anche peggio di ciò che rimproveravano ai Veneziani. 

Ma la calunnia ha, come tutte le male erbe, radici 
tenacissime che strappate e ristrappate, tornano a pullu- 
lare, ed oggi la leggenda della mala fede veneziana fa 
ancor capolino negli scritti di certi autori, francesi o 
tedeschi, dimentichi che i loro re, i loro imperatori 
abbeverarono Venezia di fiele e d' aceto e diedero prova 
verso di lei di un' iniquità tale che supera ogni imma- 
ginazione. 

Calunniata, odiata, indebolita dalle guerre italiane, 
stremata di forze dalle infelici sue guerre coi Turchi, 
Venezia vereo la fine del XV secolo è colpita anche da 
due gravi calamità commerciali, alle quali (lo abbiam ve- 
duto) essa non poteva in modo alcuno portar rimedio, 
perchè esse rientravano in queir ordine di fatti ai quali, 
per quanto potente, V ingegno umano non può trovare nò 
scampo né compenso. Abbiamo esaminato e discusso i prov- 
vedimenti presi da Venezia all' annunzio che i Portoghesi 
avevano scoperto e cominciavano a frequentare la via alle 
Indie per il Capo di Buona Speranza, e, mostrate le con- 
seguenze di questa scoperta, siamo venuti alla conclusione 
che la Repubblica fece ciò che poteva per isconguirare la 



- 384 -^ 

catastrofi>, che colpiva iJ pi li fiorente dei suoi commeni 
e che qualsiasi altro provvedi mento i^^arebbe riuscito iuef- 
tìcace. Quanto al piano^ ventilato ma non mes^o in *!:>et'ii- 
zione, di consigliare al Sultano 1' apertura di utu via di 
couiuiiicazione fra il mar Rosso e il Mediterraneo uoi 
abbiam dovuto concludere che, se V idea era nuova p ^f^ 
uiale, troppi pregiudizi e troppi ostacoli si snrebbfro 
opposti air esecuzione, che solo T età nostra, in mem 
a difficoltà iV ogni specie doveva vedere compiut.% E 
percic^ che riguarda V America, che pur ebbe, sebbene 
indirettamente tante conseguenze fatali sui comtiierfi'^ 
e sulla ricchestza di Venezia, abbiamo veduto che nullii. 
proprie nulla avrebbe potuto fare Venezia, ne prima ii' 
dopo il grande avvenimento per iscongiurarlo o per isfrui 
f tarlo, e che anche in questo campo gli accusatori '1^ 

Venezia mostrano di noJi essersi reso ben conto del vff" 
stato delle cose e di non aver compreso quale profoiuì-i 
e radicale trasformazione avrebbe dovuto subire la niAru 
neria veneziana per porsi iti grado d'erjtrare in liz^ii ^'^'^ 

(Portoghesi e cogli Spagnuoli e di contendere loro ii doiin- 
nio delle vie oceaniche. 
^ Abbiamo anche avuto occasione di notare ^-he p^r 

^ istrana coincidenza, gravissima, quelle scoperte fecero semi rv 

I i loro primi amarìssirui frutti per il commercio vnne^iarr^ 

nel momento iti cui circoJirlata da mille pericoli \>u^j?i^i 
si trovava alle prese con mezza Kuropa collegata ai ^n<n 
danni, uè poteva aver la calma ed i mezzi necessari pv 
attutire (che impedire era impossibile) le prime fntiLli 
conseguenze delle scoperte stesse. 

E cade qui in acconcio di ricordare come un remj^ 
tissimo lavoro di scrittore italiano, a proposito della calaTa 
di (.'arlo 8," su fragili fondamenti di infonuaziuni ^ìiJJk^- 
matiche contemporanee scagli contro Venezia F accusi* ili 
impre veggenza e di egoismo, e poco manca che non ii»ci>lpi 
la Repubblica d'aver ad arte favorito la calata de<^li ^trv 
nieri, per trarjie vantaggio e sfruttarne le inevitabili c*»J^' 



- 385 — 

seguenze. Non è questo il luogo uè il inouiento di pole- 
mizzare: ma evideutemente nel giudicar di Venezia si è 
tenuto conto soltanto di un lato della queslioc'e; si è te- 
nuto d'occhio il contegno della Repubblica solo rispetto 
alla calata del re francese, dimenticando la strana condi- 
zione in cui si trovava Venezia, minacciata da un lato 
dai Turchi e dall' altra lusingata dalle promesse del re 
francese, che nel suo grandioso programma aveva annun- 
ziato una ripresa d'ostilità contro gli Osmani, una grande 
guerra, da lui stesso capitanata, il cui piano abbracciava 
persino il riacquisto di Costantinopoli, il ristabilimento 
dell' impero latino d' Oriente. 

Date le relazioni, punto amichevoli, di Venezia con 
tutte le altre potenze italiane, data la pochissima stima 
eh' essa aveva di Lodovico il Moro e della sua onestà 
politica, data la profferta d' aiuto del re francese contro i 
Turchi, impreveggente e veramente stolto pare a me che 
sarebbe stato il governo veneziano se si fosse apertamente 
schierato contro il re, e si fosse ciecamente abbandonato 
ai torbidi raggiri del Moro. D' altra parte, a chi conosce 
la tradizionale politica veneziana verso Francia non può 
far meraviglia che il Senato non si preoccupasse troppo 
d' una calata, annunziata tante volte dai re francesi dal 
1400 in poi e che avrebbe dovuto sostituire con una di- 
nastia straniera nel reame di Napoli un' altra dinastia 
che non aveva mai saputo rendersi nazionale. 

Facile cosa il sentenziare e il condannare, allorché 
gli avvenimenti sono compiuti ed hanno dato i loro ultimi 
frutti : ma ben difficile pare a me dovesse essere il pre- 
vedere quali conseguenze avrebbe avuto per l' Italia una 
spedizione, al cui deviamento contribuirono tante cause 
diverse, improvvise, occasionali. 

Certo Venezia, s^sunta nel 1495 la nobile e generosa 
parte di tutrice dell' Italiana indipendenza, seppe sfruttarne 
a suo vantaggio le conseguenze, consolidò la sua posizione, 
tentò di allargare il suo territorio, cercò d' afferrare ìa 



— 3S0 — 

direzione della polilica ìtatiana ^ di volgere a suo profìtto 
gli tu*rori degli altri ; ma dal riconoscere questo a scor- 
gere una premeditazione iiua ci corre, e molto ; e il nuo 
vistìimo tentativo di giustificare Lodovico iJ Moro aggra» 
va rido Venezia non mi pare riuscito, 

Coll'aprir^ji del secolo nuovo, ineuire nelle fumé 
esterne, nelle pompe, nei sollazzi, nelle arti Venezia ostpnia 
una potenza^ una ricchezza, una magnificenza, che a stfnfo 
si crederebbe se non ne avessimo testimonianze indiscutibilL 
appaiono già i primi sintomi dei mali che travagliano e 
minacciano V esistenza stessa della superba città. Testiinoui 
oculari degli atti di debolezza militare di pochi ttj^tm 
cìifadini, i Francesi difl'tjndono in tutta Europa, esageran- 
dola ed amicammfc coment andola la notizia die i Veneziani 
non osano battersi ; e quella diceria, passando di bocca in 
bocca, acquisterà sempre maggior consistenza e peserà poi» 
come una cappa di piombo, stilla politica veneziana, pro- 
curando alla sereniysiina infirjìtà dolori ed nmilisizioni. 

E mentre da un capo all' altro del Mediterraneo con 
sorriso di scherno si parla del valore veneziano, in 1 tallii 
s'alza un coro di jn'Oteste sdegnose contro T ambizione 
e r avidità della Repubblica, accusata di voler divortitt 
ognnìw, di voler farsi sigiiora delT Italia intiera, d'aspi- 
rare air egemonia della penisola. Che i|uesto fosse il s*^ 
greto disegno dì Venezia, allorché alla morte di Papa 
Alessandro occupò la RomagJia e tentò di far sua tutta 
la rt*gione, su cui Cesare Borgia aveva estest* il suo (Ìi> 
minio, fu ripetuto da molti e tutti autorevoHssiini scrittori 
cominciando dal Machiavelli, venendo fino a receatissiaìi 
autori dei giorni nostri, E che V impresa non fosse impos- 
sibile nel momento in cui Francia e Spagna si straziavano 
nel ve\;no di Napoli, contendendosi il mal acquisi aio ►lu- 
minio aragonese, e Firenze era lacerata dalle faxioiu. ^ 
la sedia apostolica era occupata da un vecchio, che ^i 
credeva debole e facilmente maneggiabile, poteva parer 



— 387 — 

credibile agli uomini politici di quell' età ; ma che tale 
fos^e r intendimento dei Veneziani non pare. 

Essi speravano solo di acquistare le terre^di Roma- 
gna, opportuuissirae per il loro commercio: ad una signoria 
non che di tutta V Italia, dell' Italia centrale nulla era 
pronto ; né v' ha alcun indizio che ci permetta di creder 
probabile tale piano. 

Certo conveniva al diplomatico fiorentino spargere i 
semi della discordia fra il Papa e i Veneziani, e presen- 
tare r impresa di questi ultimi come una minaccia all' in- 
dipendenza del Papato, come un' usurpazione iniqua : certo 
conveniva a coloro che tanti danni avevano sofferto per 
la guerra di Pisa, attizzare le ire italiche, inacerbire il 
nervoso pontefice, preparare contro coloro, che avevano 
osato proteggere Pisa, una levata d' armi generale : ma, 
se queste voci essi facevano correre a bella posta, non è 
presumibile che un uomo, cosi pratico della vita pubblica, 
quale il Machiavelli, in buona fede credesse possibile 
J' egemonia veneziana. 

E Dio avesse voluto che es. a fosse stata possibile : 
che si sarebbe risparmiata all' Italia l' epoca tristissima 
della servitù straniera, e forse, come la propria, Venezia 
avrebbe saputo difendere l' indipendenza di tutta la peni- 
sola. Invece il fatale concetto di autonomia regionale, il 
più fatale concetto del temporalismo portarono alla lega 
di Cambrai, nella quale, stolti ed illusi, gli Italiani con 
alla testa il pontefice, non s' accorsero che le loro piccole 
ire servivano soltanto di pretesto agli stranieri, spagnuoli 
tedeschi e francesi, per gettarsi tutti uniti contro 1' unico 
stato, che veramente fosse in grado di contrastare loro il 
dominio dell' Italia. 

Stolti ed illusi, e quando festeggiavano la sanguinosa 
vittoria di Agnadello, e quando, dopo tante- umiliazioni, 
di Venezia, dopo aver sfruttato abilmente la sua sconfitta 
dal petto dall' incoscio pontefice erompeva il grido di 
fuori i barbari^ quei barbari eh' egli aveva sollecitati. 



35 



- 388 — 

invocati t raccolti a diffusa, non d' uu suo diritto, ma dd 
capriccio suo. 

Quf'stn guerra di Cambrai, checché uè peusino e ne 
scrivano molti autorevoli storici, non doraò soltanto 
r orgoglio veneziano, ma fu principale causa della roviiKt 
d* Italia. Essa veramente spalancò, le porte delia penisola 
agli stranieri, rese possibile il dominio di Spagna, e fiac- 
cando r unica potenza, che ancora fosse in grado di con- 
trastare alla prevalente do mi udizione spaglinola, fu non 
ultima cagione de] nostro asservimento. 

Qualche frase dei due diartsU, il Prinli e il Sanuto, 
il primo ilei quali ancor in gran parte inedito, T altro 
intieramente pubblicato con gran lode della nostra H* 
deputaicione, ha indotto autorevoli scrittori, come il Gre- 
gorovius, ad affermare che i Veneziani provocarono in 
tutti ì modi Giulio II e che V ambasciatore Pisani, alla 
vigilia della grande guerra, si cojitenne verso il Pontefice 
in modo cosi inurbano, da esasperarlo, mentre le sue 
intenziojii erano tutt' altro che favorevoli agli stranieri 
Questo proverebba soltanto che Giulio II era un uomo 
collerico e vendicativo, e che, conoscendo il perìcolo in 
cui si trovava Venezia voleva approiittarue per estorcere 
da lei concessioni, intierameute contrarie a quei diritti 
dei quali Venezia era gelosa custode. E che cosi fosse lo 
dimostrò anche T esorbitanza dei patti, impossibile dopo 
la vittoria e prima di proclamare la così detta lega mnlrL 

Più giusta forse l'accusa rivolta dal Priuli alla nobil- 
tà veneziana d'essersi curata più dei propri interessi, 'ii 
quelli della patria: ma noi abbiamo veduto che, se alcuni 
nobili inancarorjo al proprio dovere, altri molti seppero 
egregiamente cojidursi in quella dolorosa circostanza, ed 
esposero sf renainente averi e vita per la difesa della patria, 
come il (fritti, il Tonta ri ni ed altri assai* E senza dubbio 
alcuno ammirabile fu il contegno del popolo veneziano, 
che ni Jiel omento del maggior pericolo si mau tenne calmo 
e fidente nella saggezza del Governo. 



— 383 — 

Non senza sdegno leggiamo nei più recenti scrittori 
di storia papale la descrizione delle cerimonie, colle quali 
il pontefice umiliando i Veneziani, li riammise in grazia. 
Ben possono compiacersi di questa umiliazione gli stranieri 
perchè veramente essa rese facile la soggiezione deiritalia 
intiera ; noi Italiani, pur ammettendo le colpe di Venezia, 
vediamo in queir alto superbo il principio della rovina. 

E la rovina è rapida, immediata. Qualche glorioso 
episodio rialza ancora le sorti della Repubblica : la bella 
difesa di Padova, i combattimenti sotto Verona, la nuova 
lega con Luigi XII, e poi con Francesco primo ci sono 
prova d' una certa vitalità. Ma il colpo dato a Venezia 
era mortale ; per un prodigio essa sfuggi alla morte ; restò 
tuttavia parallizzata per sempre. Era prima il più florido, 
il più potente stato d' Italia ; fu da quel giorno uno dei 
meno deboli stati italiani, esposto a continui pericoli, e 
fatto segno a minacce d*ogni maniera. 

Nelle due ultime lezioni siamo venuti esaminando 
questa dolorosa condizione di Venezia, insidiata dagli amici 
più ancora che dai nemici, costretta a navigare in un 
mare pieno di scogli, è fra i due potenti monarchi, che 
si contendono il dominio d* Italia, obbligata ad una politica 
di infingimenti, di esitazioni, di incertezze, per salvare 
1' unico bene che le era rimasto, l' indipendenza. E ancor 
peggio fu quando la lega di Francesco I con Solimano 
il Magnifico e le imprese di Carlo V contro i Barbareschi 
vennero a riaccendere il pericolo turco, che pareva sopito, 
a trascinare, quasi per forza, Venezia ad una nuova guerra ; 
nella quale (l' abbiamo dimostrato ampiamente) ben più 
pericolosi dei Turchi furono per Venezia gli Imperiali, 
alleati di lui, e che non esitarono, auspice il D' Oria, a 
tenderle l' iniquo agguato della Prévesa. 

Venezia, la Venezia, che tanti timori suscitava e tante 
g-elosie nei concittadini del Machiavelli e del Guicciardini, 
la Venezia balda e superba, del Mocenigo e del Foscari, 
la cui alleanza era ricercata e sollecitata dai re di Francia, 



I — 390 ^ 

dagli imperatori, dagli AragOiieai, più non esitate, }(m^ 
aocora la magniiicfìnza esterjia, il lusso, la pompa; restoo 

I le meiitorie gloriose, i trofei delle antiche vittorie; ma 

' r animo dei reggitori è accasciato ; ma la granile politia 

è abbandonata, le forze sono stremate, Je colonie quaai 
tutte perdute; i commeixi languenti. 

, Un ultimo guizzo, come di lucerna presso a spegnersi. 

< tiara ancora la marina VeneKiaaa a Lepanto; un'ultima 

prova d' energia darà la diplomazia veneziana resìsifMi<li> 
alle ingiuste pretese di Paolo V ; ma questi lampi, p^r 
ragione dei contrasti, mostrano ancor più evidente^ h 
profondità delle tenebre 

Doloru:?o periodo, o signori, è quello che abbiarau 
studiato insieme; ma non così tristo, come alcuni receati 
scrittori, in grari parte stranieri, hanno creduto tli pm^rd 
rappresejitare, servendosi di relazioni di diplomatici, o.^TÌli 
per proposito a Venezia. Certo si commisero iinprudejiih 
errori e leggerezze anche dai Veneziani ; certo una mag- 
giore energia, una maggiore vigilanza avrebbe \iO\nU' 
evitare, o rendere meno gravi alcuni mali ; ma da ciò, 
eh' io soii venuto esponendo nelle mie lezioni stilla M^ 
di documenti di valore inJiscutibiln, appare evidente che 
la ni aggio r responsabilità dei mali, che colpirono Venezia, 
deve risalire agli stranieri, che colle arti più iiiinue, coli* 
frode, col tradimento, collo spergiuro le vibrarono pi^ 
colpi mortali, senza però riuscire nel loro intento ultimo, 
di renderla loro ancella» 

Ed ora che, alla meglio, ho riassunto i risultati dell* 
nostre lezioni, o cortesi uditori, che m'avete dimostrata 
tanta simpatia, che avete fatto sempre cosi cortese acco- 
glienza alle mie parole, concedetemi di rivolgerri oil 
amichevole saluto, un caldo ringraziamento insieme al- 
r augurio, che delle mie molte parole non tutte vadaao 
perdute ma, che serbando buona memoria di me voi raiii- 
mentiate talvolta anche ì miei poveri insegnamenti. 



— 391 ~ 






Ambedue i discorsi vennero calorosamente applauditi. 

Per tale modo anche in quest' anno T Ateneo con 
crescente attività tenne alto il prestigio della nostra Isti- 
tuzione eccitando la solerte cooperazione dei soci che pre- 
sentarono in buon numero il risultato dei loro studi e 
delle loro ricerche. 

La rinsaldò ancor più il chiarissimo Presidente dell' isti- 
tuzione stessa co : Filippo Nani Mocenigo con la sua ge- 
nererà donazione di L. 10 milla fatta per un premio bienna- 
le ad un giovane veneziano autore di una memoria stori- 
ca o d* arte o di commercio di Venezia che verrà giudicata 
a suo tempo da apposita Commissione, come verrà prov- 
veduto air uopo da speciale Regolamento. 

E superfluo aggiungere che tanto il Consiglio quanto 
il Corpo Accademico commossi dal magnanimo Atto votarono 
all'unanimità un indirizzo di plauso riconoscente al bene- 
merito Co : Comm. Filippo Nani Mocenigo, indirizzo che 
gli verrà in apposita pergamena, firmata da tutti i soci, 
presentato in speciale Adunanza del Corpo Accademico. 

I Direttori daWAftueo Veneto 

Prof. Cav. Luigi Qatnbari 
Prof, Cav. Daniele Riccoiwni 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



NOTA LETTERARIA 
F^oesie di TJffo Foscolo 

(Kuoim edfzhiii' cri fica i>cr vnra dì GiitsfpjM Cìdurlni - LiTOniii, B. Bìaiii. IR* 



Da quando le cessate t;uro dei pubblici uffici ndoBaroii& Gin- 
«ejjpti Chiarini al la feconda e operosa quiete domesiioA p a;i^i 
nlnbi ti, sospirati o:il intellcìltuali, le lettere riebbero un valorc^^ 
campione^ le Mu.se un siteerdote ispirato ; e fu proprio ve.nlurA 
por noi, i quali atiiianio gli studi, ch'egli abbia abbandonato^ vittiui» 
di sterili gare e di pi l- coli odi politici» 1' ufficio suo a Roma, p' i 
ritornare, uomo libero tra liberi uomini, alle lettere con rìano\;ti'' 
e giovanile vigore. Che ae ie cure ùe\ pubblico governo e rs 
obblighi verso la patria rubano molte volte per sempre ali ast' 
fervidi a vigorosi ingegni, altri ad essa .'ipoutaneamenU: riionijin' 
O scorati o vinti da ingiuste lotte, come iu porto >sÌeuro, 

Il ChiariQi adttiitpie, ripretide ora quei prediletti studi foscoUartf 
pei quali si acquistò, fino da IT anno 1882, primissimo postr^ tr:i ■ 
biografi e critici del poeta, quando il tipografo Fraiicewo Vi-i 
pubblicava T apprezzata edizione critica delle * Poesie -/che disili 
com'è noto, ispirazione al Carducci ]ier alcuni mirabili scritti -n 
primi anni di L'go, rimasti sfortunatamente incompiuti, Og^i 
bciiement'O editore Raffaello Giusti di Livorno, ripubbHea iu mi 



— 393 - 

grosso volume della sua bella collezione storico - letteraria, il 
lavoro poderoso e paziente, sul quale è prezzo discorrere con una 
certa larghezza, poiché non è di tutti i giorni la lode, che noi 
possiamo dare, anzi rinnovare, piena e meritata al Chiarini, in 
mezzo air affannosa produzione, che inonda e trabocca da ogni 
parte nel nostro paese. 

Leggiamo attentamente le ventiquattro indispensabili pagine 
della prefazione, che ci mette dinanzi con chiara e rapida sintesi 
il netodo tenuto nel lavoro e lo illustra con ricche indicazioni 
critico-bibliografiche. — La prima edizione Chiarini ana segnò un 
fecondo risveglio di ricerche intomo ad Ugo Foscolo, cosicché oltre 
al Carducci su nominato, l' Ugoletti, coi suoi studi sui Sepolcri, 
il Martinetti, l'Antona Traversi, il De Winckels colla copiosa biogra- 
fia, il Trevisan, il Biagi, il Mestica, il Ferrari ed altri molti, discus- 
sero e trattarono sul poeta e sull'opera sua, ciascuno considerandola 
in generale o nelle diverse particolari manifestazioni : alcuni 
(come il Biagi, il Mestica, TAntona Traversi e Martinetti) corressero 
anche poche imperfezioni sfuggite al Chiarini, per cui nella nuova 
presente ristampa questi potè largamente valersi degli ulteriori 
studi fino ad oggi compiuti, con senso però di lodevole indipendenza, 
ogni cosa confrontando coi manoscritti e colle stampe, tutto sotto- 
ponendo a pazienti e rigorose indagini. 

Il volume, come nella prima edizione, é diviso in quattro parti, 
precedute da un lungo saggio sulle poesie liriche e satiriche di 
Ugo Foscolo e sulle Grazie, « rifuso in parte quanto alla forma, 
» sfrondato di molti particolari ingombranti, ma non alterato nella 
sostanza » (pref. pag. XXIV ). A questo proposito il Chiarini scrive 
che preferisce lasciare allo scritto le sue deficenze insieme alla 
data della prima compOvSizione, piuttosto che rifarlo di sana pianta, 
mancandogli a ciò la lena e la voglia ; ma noi al troppo modesto 
autore risponderemo che anche tali come egli volle lasciarle, le 
sue pagine sono e rimarranno sempre uno studio fra i più acuti 
e geniali che la critica della nuova Italia abbia dedicato al grande 
cantore dei Sepolcri e al suo genio poetico. 

Esaminiamo ora partitamente le quattro divisioni sopra ac- 
cennate. 

La Prima Parte (da pagg. 1 a 46) comprende le Poesie Liriche 
pubblicate e riconosciute dair autore, le più perfette e compiute, 
cioè le Odi, i Sonetti e il carme dei Sepolcri : e ben a ragione il 
Chiarini, quantunque il Biagi e il Mestica siano stati di opposto 
avviso, seppe liberarsi dai pregiudizi, in questo caso, della cro- 
nologia, pubblicando primi quegli scritti poetici, pei quali soltanto 
il Foscob é grande ed ammirato: * i lettori veggano per prima 



~ 394 - 

1 tosa , , , le* oppre aliti quali egli volle iiffldato il tiotno suo di 
» poeta : sa poi ftvniTi vog'liji di cert^are per loro ragioni iipeciiilì 
» ftiKrh^i le ciarpe, svoltino pagina e le troveranno * (pref. png. 
IX I, — Per ie Odi e ì Sonetti il Chiarini ha seg-iiito in quej^U 
edizione l'ulnnia fitampa approvata dal Foseolo .sieseo i Poesie lìì 
U* F, \ seconda cdÌ2* aLH*re.«i(:iuta: Miiaiio MDCCCIII ; Tip. di A ^' nello 
Nobile), ad eeeessionc chv. per il 8 ometto X ( Cn tlly k' io non arìdi^^ 
Kcmprc fuggendo .,.J ristampato più tardi dall' autore^ eon quakhf 
eorressione nel volumetto ^ V^estigi della Storia del Sonetto itpljimr» -; 
tli qui, adunque, lo riprorfuee auehe il Chiarini. — Del l'ainfìs-i 

Sonetto VII {Solcahì ho fronte ci é dato per intero anehi' il 

ritaeimento (VII hW) pubblicato dal Fos^colo nel 1H08 a Bivsrin, 
in foglio volante^ da Nieolò Bettoni ; — pei Scpolen il te^to è quello 
di Breseia [Nicolo Bettoni, MDCCCVIIf che il Foscolo disse - ire 
eolpabiJe *. K f|ui, giacché tocchianio del canne famoso, vogliamo 
notare, a ti colo dì curio.^^ìtA letteraria* comò nei documenti illustratici 
!pagg. tìOi-tìOo' il Chiarini riponi^ dall' Enropean Revievv del 1824> 
un Iratu incuto tr.idotto in inglese e precij^aniente quel versi che 
dalle parole « *1 egregie rosr , , , . * arrivano alle altre ; • . , . f 
(Hìf* parcfip il cmito ». Non troverà eerto il dotto lettor** nella 
nuova veste straniera le dolcezze e insieme T impeto del subliou' 
endecasillabo foscoliano, ma in eoni penso diligente e rigorosa ledelii 
air origina le^ non tacite ad ottenersi in ^simili e malsieurì lenirti vi. 
La Parte Seconda ipagg. 47 a 317 j dcd libro coui prende W 
Gradii e e si divide in due sezioni ; la prima riproduce cronolo^cn- 
niente i Frammenti del carme Hcen/Jati alla stampa dali'aìitorc ; 
la sei:oiida i Frani m cinti dai mauo^icrìtti, con modifìca/ioni di iia- 
pr>r£anza particolare dalla prima edizione chiartuiatia d&ì 18^2. Vi 
aceainiiamo hrewinente. In questa seconda sezione é assediato 
il primo posto ai Frammenti delle Grazie in un solo inno, e il 
secondo ai Frammenti delle Gra/Jc In tre inni : una decina l 
vari frammenti collocati nella prima edizione in fine dei tre iniv 
e nel volume « Appendice aMe opere di U. F. *■ (Le Monnien 
i litro fi otti per la maggior parte tiel testo stesso del carine^ qui iits- 
vailo posto tntti» im^ect', ordinatamente o rei testo, o nelle note*, 
o nelle varianti. Vogliamo soltanto avvertire di un errore^ che ^^ 
ripete anche in questa edizione^ sfuggito al Chiarini * per nu^ 
strana aliueina^aione ", ma da lui sinceramente eonfcssatei e correi us 
del resto, in una nota a pag, 313, quando ormai tutti ì frammenti 
delle Grazie erano li ni ti dì stampare. — Nella presente parte aecoo4*i 
speciahnente, Gfuse]ìpe Chiarini dimostra perizia somma e dtscer 
nìmento critico che e dì pochi soltanto in queste pròve diOi^iJi * 
laboriose. 



— 395 — 

Nella Parte Terza (pagg. 319 a 427) leggiamo le Poesie Postumo, 
le Traduzioni e le Imitazioni, con notevoli miglioramenti derivati 
dal riscontro coi manoscritti. Il sonetto pc^r il ritratto dipinto al 
poeta dal Fabre {Vigile è il car sul mio sd^^ffuoso aspetto), tolto dalla 
prima parte, trova qui sua propria sede (pag. 327) ; dalla terza alla 
quarta, fra le poesie giovanili, passa invece T altro : « Quando la 
terra è d* ombre ricoverta» (pag. 463), il quale appartiene certa- 
mente al poeta — qualcuno ebbe a dubitarne ! — quando si pensi 
che il pensiero e i concetti medesimi informano Taltro componimento, 
approvato dal suo autore, che comincia: 

« (Xsì gli interi giorni in liwgo incerto 
Sonno gemo ! » (pag. 20). 

L* epigramma notissimo contro il Monti : 

« Questi è Vincenzo Monti cavaliero 
Gran tradnttor dei iradutt&r d' Omeiv » 

è tjlto dalla raccolta. Che sia proprio dì Ugo, insieme all'altro: 

« Di Monti il Bardo andrà col Tasso al pari » 

dubitò, fra gli altri, il Mestica e delle ras^ioni addotte si mostra 
persuaso anche il Chiarini : alle parole dei due valentuomini pos- 
siamo interamente attenerci. — Il sonetto estemporaneo a rimo 
o'^blig-ate sulle « Calamità d'Italia », non ricomparisce in questa 
sccoada edizione, poiché fu dimostrato da Ulisse Papa essere non 
del Foscolo, ma di Angelo Anelli, mediocre verseggiatore : — 
finalmente sulla « Novella sopra un caso avvenuto a Milano ad una 
festa da ballo » riprodotta in questa edizione da una copia con 
correzioni autografe, posseduta dalla Biblioteca civica di Trieste 
(pag*. 389), discorre il Chiarini nella prefazione ^pag. XIX) e con- 
clude ch'essa è la meno felice fra le satire del poe'ta, tutte molto 
mediocri, e, almeno in parte, opera di lui. 

Nella Quarta Parte (pag. 431 a 511) trovano luogo più cor- 
rettamente e compiutamente i versi giovanili e dell'adolescenza, 
sconfessati dall'autore. Seguono ancora tre appendici: la prima, 
di note bibliografiche in ordine cronologico, è ricchissima di notizie, 
(li indicazioni varie, dì correzioni ; — la seconda contiene la de- 
scrizione dei manoscritti delle Grazie, che si conservano nella 
biblioteca labronica; — la terza raccoglie alcuni documenti illu- 
strativi : un sonetto di Odoardo Samueli e un'ode di Fernando 



iì9a 



Vftini in lode di Ugo Foscolo ; un piano ili studi dd }KM5ta serointt* 
uti autografo in fac-sìinile pubblicato da Leo Benvf^nuti ; tffe^J 
(iocuineiiti d' amore \ alcune notizie intorno a Luisiia Palìavìcìuh 
un cenno di VV. Clark Russici sulla bara dì Nel.son ; la traduitinnf 
inglese^ sopra rìiata^ di un frammento dei Sepolcri ; una letler* 
tti Giovila Seal vini, colla quale questi iuviò nel l^l*i al dmik: 
della Biblioteca Italiana alcuni frammenti delle Orarie. C il ^tvs.^' 
volume dì 612 pagine e compiuto. 

Ognuno vhv ci abbia (In qui seguiti nella rapida cstK>siziotir é 
quest* opera egregia, che il Chiarini, dopo rinnoviate ricircliD, b 
ridato agli studiosi di Ugo Foscolo, potrà da solo concbiutl»*fi* rMi 
parole di ricono&icenza e di lode per T aeutÌHS^i ni o critico. 11 qtm te 
guidato o sorretto i»empre nel suo aspro e pericoloso famniiao rtjt 
un intuito accorto e felice, è altamente benetnerito di qufsrli sm^li 
eruditi, per cui anche l'Italia letteraria oggi più che mnìM»* 
\ia s pi endidan Lente a quella meta gloriosa, che un tempo era «Inii 
speransfa, Invidiato, ambito miraggio di pochi nobili ingegni^ 

LtlGl 2»ESi)S] 



* Parole semplici * di JfonAtnm (Zina Centa TartariniK 



La marchesa Lina Centa Tartirini, nota nel mondo letter*ri<' 
e giornalistico sotto il pseudonimo di I^oUAfina, pub bl ira in 'pi' '^ 
volume < Parole semplici per T anima dui popolo » alcune*»* 
lu/ìoni da lei fatte in una scuola di operai a Homa, uni ài'W^- 
quali lezioni. « I diritti non si ereditano, ma si eonqui?!^^'^ 
avemmo la fortuna di nsL-oltare noi pure dalla vìva e cnìda 
della gentile e valente Signora, allorché fu a Venezia, e c^t v 
mente aderì air invito fattole di parlare alla Se f /ohi Ubera /io/^'^' 
dove entusiasmò t nostri buoni operai che, in ultimo, vulkrr 
stringerle la mano, riconoscenti, e la pregarono di tortum' » 
ìntraitenerlij segno evidente che era riuscita a parlare verjtnii'ni' 
all' animo loro. 

Nella ben fatta prefazione Rossana ci die* in qual mf^tt" 1* 
nasce,sse T idea d'aprire nella Capitale una scuola d' cdueitJ*"^ 
civile per gli operai. Xarra come, tre anni or sono, assi^^'^^■ 
nulla .sala del Collegio Itìinauo, alla inaugurazione dciri-Jii^i*'^^*^ 



— 397 — 

popolare ; come ella riflettesse, andandovi, che il nuovo istituto 
democratico, per il quale, da parecchio tempo, molte città italiane 
si erano infiammate, dovesse avere por sco;ìo di « chiudere in un 
ciclo di conferenze semplici e chiare, tutti gli elementi di scienza, 
lettere e arti, elementi portati alla loro massima chiarezza, me- 
diante lo strumanto della parola facile, parlata, viva, malleabile. 
Elementi che dovevano essere alla portata del popolo, cioè di 
quella massa di coscienze e d'intelligenze che, pressate dalla 
necessità del lavoro e del guadagno giornaliero, non hanno potuto 
e non possono frequentare la scuola, e sì trovano cosi impreparate 
alle nuove scoperte della scienza, alle nuove esigenze della vita 
sociale ». 

Invece, la sala imponente raccoglieva un pubblico eletto e 
raffinai) di signore e signori eleganti, e neppur T ombra di un 
operaio, né una rappresentanza, proprio nessuno. « Si distribuivano 
— continua la prefazione — dei foglietti rosei e bianchi col 
programma universitario. Erano là stampate le materie che si 
dovevano trattare e i nomi dei professori che dovevano svolgerle. 
Io rilessi i nomi più chiarì, più elevati, più dotti della Politica, 
della Medicina, della Letteratura, delP Antropologia ». 

La egregia donna, alquanto meravigliata, si domandò subito, 
a quella lettura, se il buon popolo romanesco poteva frequentare 
quella scuola, e la risposta fu negativ.i Infatti, non la frequentò 
mai, e per diverse ragioni che ella analizza finemente. Anzitutto, 
la sera, l'operaio è stanco, affaticato, con i vestiti in disordine 
la blusa sporca, le scarpe rotte, e siccome ha il suo orgoglio, la 
sua dignità, non può salire in quello stato, il monumentale sca- 
lone del Collegio Romano, dove vanno prìncipi, ministri, letterati. 
Né si sente la voglia e la forza di ripulirsi e eambiarsi di vestiti ; 
inoltre poi, come può V operaio che ha frequentato soltanto la 
scuola obbligatoria, ormai molto lontana, capire una lezione scien- 
tifica, artistica o letteraria, detta o letta da uomini avvezzi a usare 
un linguaggio troppo alto, e tecnico ; a esprimere idee e teorìe 
che, per essere afferrate e seguite nello svolgimento loro, han 
bisogno di una buona preparazione ? 

All'operaio occorre « l'amico intelligente — dice Rossana — 
che, con quattro parole alla buona lo metta al corrente del fatto, 
gli spieghi il fenomeno, gli risolva il problema ; diversamente, la 
scuola sarà per luì un' altra fatica, una perdita di tempo, uno 
sforzo inutile ; giacché T operaio nostro non ha ancora le basi 
rudimentali sul valore dei vocaboli. Sentendo tanto sfoggio dì 
sapere egli farà uno sforzo per capire ; riconoscendo di non capir 
niente, la prima sera se ne dorrà, la seconda si addormenterà pia- 



398 — 



cìdaincntG j^ulla ^crlm^ la H^rza egli tnanderà a qtid ■ 

Uiìi versila popolare ehe rappresenta por lui uti rttbtjÈ iniellr 

In parte lu egregia donnn ha ragione e noi dtviclirtujo le me 14 
ma tutto il maJe deriva dalla ?^earsità ttd la edueaiioni* pc 
lare, dai la inaneans^a dì quelle ba.sì rudimentali t'iie dU 9i€ 
lamenta, Quando l* istruzione elementare sarA meifllo ordinai 
pia estesa, gli operai potraìino ascoltare emi protìtto e diletro an: 
1«^ leaioiiì dell' Tnivcrsita popolare, alle quali intanto, intervìi 
un altra elasse dì laboratori, di un ordine un pò più ekviit 
cui tnaiiclierebbe pure il tenifioela for^a di calrivargi. Ma ton 
mo alla nostra brava signora : Ella pensò allora di i-reari^ ,. 
una scuola popolare^ glnt-chè quella alla eui inaoguraaioiH 
assistito, tale non le sembrava, * una senola semplice, tairi 
modesta, dove T operaio potesse entrare con le fH^arpe rotte» t 
la blusa .sporca, eon le reni stanche e )a fronte sudata, senatii ( 
jo i:oglÌesse nessuna vergogna, anzi orgoglioso di i|iiei aci 
del lavoro che rappresentano i .^uoi distintivi sul mpreato ik 
vita. » Gli insegnanti di qncsta scuola dovevano pure e^s^ere opt'i 
«ma operai che non hanno la tbrssa e T energia di lavorare soi 
il sole, o di portar pesi, o di londere raetaUi, ma dì qudlt t 
spendono largamente le poche energie loro sui libri e sulla càt 
con dei bambini, con dei giovanetti, iusegnaudo e predicundo | 
il bene delle coscienze e delle anime, > 

Pensò duuqne che gli in.segnanti dovessiero es>*ere mar* 
elementari, giovani protes.^orì di scuole medie inferiori, mod 
condotti, tutte persone che T operaio -^incontra ogin gioni?» m 
sua strada, che vanno per le opere loro, sudando, camminali 
come lui, sotto la pioggia, o in mezzo al fango, spinti d<iHe nm 
sita della vita « e ben pensò. 

Non fu certanumte cosa agevole trovare degli uomini di bua 
voIont!\, « Ili quali fosso rimasto nn briciolo di fede e di disÌiiteTt?ss 
ai quali potesse ancora sorridere l 'idea di lavorare e lottare ^^i 
la bandiera poco remunerativa del bene per il bene, » Ma < 
cerca trova, specie chi cerca con lìducla» con |>erse veranda, e 
entusiasmo per raggiungere un alto, nobile scopo, e fra i mm^m 
elementari appunto, fra questi poveri operai del pensiero, tro 
un elemento prezioso per la istituzione che, secondo le idee di ( 
la fondava doveva esMore un semplice apostolato tli red- 
civile e morale da attuarsi con me^zi semplici e buoni, b. 
la scuola non doveva in alcun modo avere uno spiccaKi exjàn 
politico, cosi si corcò che gli insegnanti appartenessero ad «^ 
partito, amnehè la tranquillità dell'ambiente non veoissc in jikt 



- 399 -- 

modo turbata, né fossero urtate le credenze e ì principii di 
ciascuno. 

La scuola si apri col primo di ottobre del 1902 e accolse 
subito più di due cento alunni, per la massima parte adulti, fra 
i venticinque e i quarant'anni, e cosi ha continuato con grande 
sodisf azione dei frequentatori sempre assidui. Le lezioni si danno 
tre volte la settimana, e si ha cura che non durino più di tre 
quarti d'ora; poi, finite queste, si apre la discussione sul tema 
svolto ; gli alunni hanno diritto di chiedere spiegazioni su ciò che 
non hanno bene inteso, spiegazioni che vengono date dalla direttrice 
o dagli insegnanti, i quali, in gran parte, possibilmente, assi- 
stono a tutte le lezioni, di tal guisa nascono delle conversazioni 
istruttive e specialmente educative, che appassionano e interessano 
maestri e scolari. 

Ora, in questo volume — ripeto — pubblicato dalla Tipografia 
editrice romana, sono raccolte alcune disile lezioni fatto dalla diret- 
trice di questa benemerita scuola di educazione civile. Basterà 
riportare qui i diversi titoli, per capire la elevatezza morale di 
esse, e come sieno rivolte ad illuminare, umamzzare, rasserenare 
delle anime rudi e torbide, spesso stanche e deluse dalle lotte quo- 
tidiane ; eccone i principali : « Sul lavoro delle donne e dei fan- 
ciulli *. « Fermezza e gentilezza ». « Per la pace ». « Urbanità 
e servilismo ». « Le carceri e i carcerati italiani ». «Le case di 
correzione in Italia ». ^ Atavismo del lasciar correre ». 

Tutti questi temi in cui sono enunciate gravi questioni sociali, 
sono svolti con chiarezza, con logira stringente, con intelletto 
d'amore e specialmente poi con una nota profonda di bontà e 
d'umanità, la quale fa di questo libro in vero, una lettura sana, 
utile, benefica per il popolo a cui ò dedicato. 



G. F. R. 



Ultime pubblicazioni arrivate air Atenei 



Bullo ìng. Carlo, — Domenico Schiavo. -« Estratto dal N, : 
Bollettino Araldico, Aimo III, 1904. — Venezia tip. Soi 
M. S. fm tijìo^r/ifi 1!HM. 

Cantalamessa Prof. Glul o. — Artisti con temporanei — Ani 
Hotui — Estratto dalla Rivinta * Kmjìoràim * fasi'. 110 
broirv 1JK)4. 

Cav. DdU. L. a. Baruffa Idi, emerito (conservatore dei monuir 
nelìa Connjiissiom; centrale. delF Impero, socio di Accad^ 
Italiano ed Estero, — Notìzie storiche ^ de^^erizionì re^iine 
tutario^ eostitus£Ìone Municipale e privilegi aiiticlii di ! 
Tridentina, — Hiva tip, F. Miori \\M)il 

Balladoro Conte Arrigo» socio di varie Accademie Italìaot 
Kstere. — Nozze Soaraz^ato. — Fratton IX febbraio VM 
Proverbi Veronesi InodUi — Verona tip. G. Fraiiehiiii ì^ 

Idem — Due riscontri Veronesi al * Novellino», — El pac?^ 
el sìor, — Due novellette, S_ Pietro e T Ebreo, — Alcun 
dovijìelli Veronesi. — Canasonette iofauiili Veronesi, — Vif 
tip, Franchini 19U4. 

Celorla Giovanai. — SuirEpistolario dt Alessandro Volta eMst 

presso il li. Istituto Lombardo, Nota letta nelF adunane 
febbraio 1904. — Milano tip. Turati e C, 1904. 

Camera di Comoiercio ed Arti di Venezia. — Xavig'azioi 
Commercio di Venezia neg-li anni 1902 e 1903. — Venezia 
M. Fontana 1904. 

Pilot Antonio. — L' Elezione del Do^e Mario Grimani e una 

^one inedita' — Estratto dal periodico ^ Pngine Istria 
Anno 11 l'as. 2 — Capodistria tip. Cabol e Priora 1904. 



— 401 - 

Idem. — Recensione sull'opera Antonio Medin, la storia della 
Repubblica di Venezia nella poesia. — Milano Hoepli 1904. — 
Estratto dagli atti dell'I. R. Accademia di scienze, lettere ed 
arti degli agiati di Rovereto, serie III voi. X. fas. I. 1904. — 
Rovereto tip. Ugo Grandi 1904. 

Schiavttzzi Dj B. — Il prato maggiore di Pola e i suoi impalu- 
damenti (a proposito d' una lapide testé rinvenuta a Pola). 
Estratto dal periodico « Pagine Istriane » A. II. fas. 2. — 
Capodistria tip. Cabol e Priora 1904. 

Pasini Ferdinando. — L' Accademia Roveretana degli agiati. 
Capodistria tip. Cabol e Priora 1904. — Estratto dal periodico 
« Pagine Istriane » A. I. N. 11. 12. — a. II. N. 1. 2. 

Idem — Spigolature Montiane. — Estratto dal periodico « Pagine 
Istriane * A. II. N. 2. — Capodistria tip. Cabol e Priora 1904. 

Romiti prof. Guglielmo. — Discorso inaugurale pronunciato il 14 
Settembre 1903 nel IV Convegno Zoologico in Rimini. — E- 
stratto dal Monitore Zoologico Italiano anno XIX Decembre 

1903. Firenze tip. L. Nicola 1903. 

Idem — Per la storia del tessutto connettivo reticolare. Estratto 
dal giornale Italiano delle scienze mediche N. 1. 

Vivante Dott. Raffaele, libero docente d' igiene. — La tubercolosi 
polmonare in Venezia, sua diffusione e profilassi. Venezia tip. 
C. Ferrari 1904. 

Boccazzi Prof. Isotto. — Il latino di Antonio Laudi, Storia Vene- 
ziana del XV secolo. — Venezia tip. F. Garzia e C. 1904. 

Giovanni Visconti Venosta. — Ricordi di gioventù. Cose vedute 
e sapute (^1847-1860). Milano tip. Cogliati 1904. (acquistato) 

Umberto Ferrari • Bravo ed Arturo Marconi. — Daniele Manin 
e i suoi tempi. — Venezia tip. Comm.^« 1904. (acquistato) 

Il Sindaco del Comune di Vasto. — Per il 50.""^ anniversario 
dalla morte -di Gabriele Rossetti, la città nativa. 26 Aprile 

1904. — Roma tip. Rip«imonti e Colombo 1904. 

Santalena Comm. Antonio. — Pei promotori, per la fondazione 
a Venezia di un museo Commerciale ed Industriale. — Rela- 
zione ed atti del Comitato Promotore. — Venezia tip. Scara- 
belin 1904. 

Dlan Cav. Girolamo. — Cenni storici sulla Farmacia Veneta, al 
tempo della Repubblica. Parte IV. — Venezia tip. Orfanotrofio 
Gesuati 1904. 



— 402 

Fontana Dolt. Vittorio Prof, al B, Lituo Jaeòfio Sii^tHiiL L4 
ciemità del iiensicro civile ucUo opere di Francesi-o l*vin 

Con t'vTiì ir/M t('iiuui H Udine fi 27 Aprile per le - . 
al IVtriirca iudetii^ dui Coni ita lo Udinese . Udine 
Bianco mU. 

Ofìgaro M&x* — Ln prÌtn!ÌpaUi causa dei danni ni inhìn 
Vime/Ja ^ DefornmKÌone ed origina l'tà del Palazzo 1 
Estratti dal Monitore teenien N. 4. II. — Anno X. — Mi 
SoL'ietìi teciUL'o Edit. Seientìflco 1Ì104. 

Carusi Enrico. — Una lettf^ra di Gio.^Ìn acquaci va ni In citi 

Snhnona (11 Gni|rno 143il). Ei^tratto ilalln * Rìvii^ia Abruzsi 
di sciènze, lettere ed arti, anno XIX fas* V, — Teraiio ] 
sta Abrua^e^e ItW. 

Rendiconto della seconda riunione delT Associaslorie Ita! 

per gli nitidi sui inriteritili dì costruxio&te tenula ìu Wuj 
nei gìoriil 29 e 30 Marito 1904, nel palaKRO Miiiìtctpalr 
Farselti). — Bolog-ua tip. Zjiniorani e AlberUixxi VMH. 

Ottolenglii Doti. Raffaele. — Pomponia Gravina e le firittu* 

crlntittue. — E-itratto dal fas* di Maggio 1004 datla ilv 
d'Italia — Ronia \mL 

Martini prof- Tito. — Sulle varie ipnteii Intesta a splex^^ri- j 
letto Povillet (calore svolto nel bagnare le polveri *• i « 
porodk Nota storica crìtìen. — Venezia tip. C. Fermri 1 

Levi Cesare Augusto. — A ine^ssEO cielo. — n 111 me ilrìét» 

Kuaiùfo ila Tort^ello. — Venezia tip. U. Draghi JH*Xt, 



Direttori della Uì vista : 
Luigi Gambari — Ijakible RicutJBOXt» Vìc^iH^akhnfi dell'off 

Faithpo Róva gerente rc^^ponsabiU^ 



La Gazzetta Ufficiale del 29 Gennaio 1904, N. 23, pubblica : 



ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOU IN BOLOGNA 

(S. Miclnele in Boaco) 



AVVISO DI CONCORSO 



È aperto il concorso al premio Umberto I. 

Questo premio, di L. 3500, verrà asse- 
gnato, secondo il deliberato del Consiglio 
Provinciale di Bologna, « alla migliore opera 
od invenzione ortopedica». 

A tale concorso possono prendere parte 
medici italiani e stranieri. 

Le modalità del concorso e dell' assegna- 
zione del premio sono fissate da apposito 
regolamento, che sarà inviato a chi ne faccia 
richiesta. 

La domanda di concorso dovrà essere 
rivolta al Presidente dell'Istituto Rizzoli in 
Bologna. 

Il concorso si chiude il 31 Dicembre 1904. 

Hologìia 1 Gennaio 1904. 

Il Presidente 
RODOLFO SILVANI 



L'ATEIEO VENETO 



RIVISTA IH sriKXZK. LFTTKRK ED 



VH\:/:/A \r \ khon.vm i:nto 



IV^r Venezia h per il Rej^u 

Per r E.stero 

Pei ROéi c<irrÌJ^iitmcU?iit' f^rintii TìTm 
fVirpi fiìorali 

1 pajranienti posfioim ettbttiiarsi auolir h».*in*^ 
in Gennaio e Giugno, 

Lelteri» e plichi ulla Dìrmone c|iO}\l/f 
Cainpn 8* Funlino. 

Gli ubbonamenti eì rloevono ^uiiMntM jm « 

nintrazione tMV Ateneo, Campi » ^ V ih ini. 



/L^ ^^, //*'^ 



Anno XXVII. - Voi. II. Fascicolo 1 



L'ATENEO VENETO 



RIVISTA BIMESTRALE 

DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 



Iiuglio *- Agosto 1904 



VENEZA 
Tu». Okfaxotkov'io ui A. Pellizzato 

1904 



i O 'P_. 



ZIsTIDICE 



Meuiorio : 



Ancora ilei broi^dio nella Republica Veneta. — Anlo- 

iiio Piloi ........ 

Sag<a:io (li nna collezione di Molluschi eduli del Mare e 

della Laguna di Venezia, ecc. — Kn/i/io Ninni 
Moderne forme di elettroterapia mollo conosciute , . 

altrove. — iJoft. Domoiko DWnrKtn 
Lai^aj di '' Nenii ,. - Versi -- Anita Ciheie . 
Note sui Comuni Rurali Bellunesi. — Prof, (rian/fn't/i 

Aììdrirh — Fine del Capo III. (Contirtnn) 



Rawfiiegiia Bibliograliea : 



Amante A. — Il mito di Hellerofonte nella letteratura 
classica in particolare gi-eca. — Oriti il lo Cessi 

Co, Fulco Tosti di ^'alminuta, tenente di vascello. — 
1/ antica tiavigazione bolognese. — Gius, Dalla Sf/7ì/a 

Attilio Centille. — « Chiare, fresche e dolci acque » una 
canzone del Petrarca commentata. — -ri. iS'. . 

Nicolò (.'oboi. — Di Pietro Kandler. ap])unn e memo- 
rie. — .1. Genfillv 

Ultinn» pubblicazioni arrivate all' AttMieo 



ANCORA DEL BROGLIO 

NELLA BEPUBLICA VENETA 



Dirà qualcuno che i mìei capitoli soa come le famige- 
rate ciliegie che 1' una tira V altra, ma tant' è : V aver 
«lato di cozzo d' un tratto contro questo argomento che 
mi piacque e V aver rinvenuto una discreta messe di 
notizie e una piccola letteratura a sé mi spronano a 
ritornare una seconda volta sul sentiero già tracciato. 
Di rado sogliono le poesie volgari testimoniare, nella vita 
dì Venezia, la parte men bella di essa: parve attribuito 
soltanto al sonante dialetto il carico di mettere a nudo 
le magagne che la maculavano. E il broglio, oltre al resto, 
fu, da un dato momento in poi, malattia comune, e gli 
sgtiizari come affermavali chiaifaati il Sanudo (1) continua- 
rono fino alla morte della Republica a prender danari da 
chi aspirava alle cariche publiche. Gli uomini, si sa, so'n 
come i tegoli che 1' uno ... la dà a bere all' altro ; nel 
ceto dei nobili il grande aveva bisogno del piccolo, questo 



(1) Diari. Tomo XXVIII e. 65: passo citato nell'arguto e 
interessante articolo del dott. Cesare Musatti « Motti del popolo 
Veneziano » v. Ateneo Veneto (Gennaio-Febbraio 1904) p. 29. Cfr, 
ivi anche un'altra citazione dallo stesso in materia di broglio. 



9 



di quello : doade uà* adulazione smaccata, couciludmli 
imiti orali, raccomandazioni gelose, giuramenti, spergiuri 
e tradimenti. 



Molti rifiutai! lo comune incarco ; 
Ma il popol tuo sollecito risponde 
Senna chiamare, e grida: « Io mi sobbarco! » 



Cosi il divino poeta pariando di Fioren/*a e cosi 
ripeteremo noi nel proposito de' nobili della SereiJÌS5Ìai;t 

Quando pubblicai, or sou pochi mesi, un capitolo, sino 
allora inedito, contro il broglio (1) ricordai alcuni decreti 
che contro codesto malanno erano stati promulgati : V uno 
nel 1478 (H Marzo) e gli altri due nel 1588 (IStHtobrp) 
e nel 1023 (21 Ottobre), 

Ma non furono i SfOli : futt' altro ! il più antico cV 
mi fu dato rinvenire, quando desiderai di allargare le ric^^ 
che sull' argomento, è del 1424 (18 Marzo) e via via alln 
29 decreti ricorrono nel solo 500 conn^ un piccolo esercito 
di cani invano slanciati contro il nemico ferino, e cb*' 
ritorna la coda vergognosa e le orecchie ciondoloni, Co^io- 
chè altri decreti ancora vide il OOO : ma il male mu 
iscomparve. 

Il capitolo vernacolo che ora publico è appunto tlt*i 
primi anni di codest^ ultimo secolo ; improntato d* tn^ 
piacevole dirittura d'animo e d* un caldo amor di patrizi* 
Il codice Cicogna donde lo traggo alla luce* separaiid(*ty 
da altri due compagni che gli terrau poi compagniii io 
un'altra occasione, non fornisce schiarimento alcuno sul Fan* 
tore: il capitolo perciò rientra nello sterminato campo ééh 
poesia popolare anonima così fiorente e pieno di iute^e^^^€. 



fi) Vedi Ateneo Veneto cSetteiTibre-Ottobre 190JÌ) VoL IL 
2/' l>, 544 e ^gg. 



fuc* 



— 3 — 

A noi moderni qualche accenno dovrà necessariamente 
sfuggire, né alcune ricerche mie ebbero buon frutto : ma 
l'insieme è chiaro si da lasciarci sorvolare su certi par- 
ticolari. 

L* anonimo impensierito deir andazzo pericolosissimo 
per la republica, ora che il male « in colmo s' ha sunao », 
inforca leggiadramente il cavallo della rima e trascorre 
via, di terzina in terzina, portato dalla vaghezza e dalla 
paura insieme deir argomento. Fargli impossibile che gli 
antichi Veneti « bon brighenti » avessero accolta in loro 
tanta malignità, e che tante « prattiche > delittuose anche 
allora facessero salire agli altri gradi i men degni. E si 
duole che non sia in lui autorità da cacciare neir inferno 
ond'è uscita, codesta fiera 



che devora 

r anema e 1 cuor la nostra libertae. 



Oh ! non cosi sognò egli Venezia, ma « monda e polla » ! 
non quella era libertà, poi che ognuno si legava con 
giuramenti ma « servitù molta > ! Povera libertà ! rincal- 
za r anonimo e aggiunge con bella ingenuità e naturalezza 



Libertà vate à scondi in le palae, 
dàspò che ti ha voleste farte schiava 
per tò interessi : tuo mò ste stochae 



Cosi infatti si andava incontro alla rovina e i più 
meritevoli vivevano dimenticati neir ombra e i broglianti 
trionfavano. Ma non tanto la cosa in sé V addolora, poiché 
« sti gradi > si convenivano pure per « conservar el 
stado »; il modo^ il modo V offende ! 



4 — 

Se le sue parole sortissero un <|ualclie buon efletii 
< Che dolce conversar, che dolce vita » quando il ma 

fosse stato vinto ! Tornino dunque Ì cittadini alla relig^ioi 
ed alla giustizia e afferrino, come uu di Giuditta Olofero 
codesta rnalida nel cerebro e finisca al Lajizaretto o al 
santissima casa di Loreto. Affatichiamoci sì per otttìue] 
cuori ma sieri quelli del cielo eterni e non i terreni ci 



in pe de portar giubilo e couteiito 

per el più si se stenta iu sempiterno 



Descritto poi vivameate I' affaccendarsi per la cacci 

delle cariche e le mille sguaiate broglierie conchiudf 
Ritorniamo alla giu^tis^ia e alla religione ! 

Qua e là il componimento, nobilmente satìrico, 
iutiorato di squisite imagini tolte specialmente dalla vit 
marinaresca; qualche modo di dire originalissimo, eh 
non trova più riscontro nel moderno dialetto uè è ricordai 
dal lioerio* ci attrae ancora e se uon riusciamo a sviscerarle 
lo gustiRino parimente per la fori^ji del seuso : nel luti 
si prova come un'ansima di voluttà nuova e il cuore < 
dà un tuffo per quest' altra modesta ma non inutile pagin 
del gran libro del leone ! Venezia, la gran Maga, attrai 
sempre con benevolo invito a dir sì delle suf viriti coni 
de^ suoi Tizi ; tanti secoli di gloria non invano la viden 
tìorente, sicura, valido propugnacolo dì libertà ! Circe nuor 
e più blanda ella ci tramuta in tanti nani pargoleggiaai 
a' suoi piedi e par che aspetti ancora e guardi, inintit*: 
sirena vigilata dalle onde, lontano lontano .,..,. 



Antonio Pìl*>t 



CAPITOLO PRIMO SORA EL BRQGIO 
fatto l'anno 1603 ^ 15 Ag.** 



ÈI sé assai tempo^ che tegDO in la mente 

un certo mio pensier cosi nascoso, 

quasi eh' el par eh' el non importa niente. 

E si mi el stimo per si fastidioso, 
diabolico e perverso fin' in cao, * 
e per la Patria mia pericoloso. 

Questo sé un mal, che in colmo s' ha sunao, 
dove '1 s'ha fatto compagno del morbo, 
tanto per tutto si l' ha penetrao. 

Ogn' un el sente, e '1 vede, se ben orbo 

fosse nassù da la nativitae, 

che sto mal vien da quel' infernal corbo. ' 

E possibel che nella antighitae 

de i nostri boni vecchi bon brighenti* 

fosse regna tanta malignitae? 

Come se adesso per sti zuramenti 
falsi, che l' un per 1' altro si se fa, 
e gongolemo de sti tradimenti? 



^^ — 

Temo che Dio si no '1 comporterà, 
ae la giustitìa distribuiti va ; * 
ne *1 prossimo che sé sta sassi nà. 

Da Dio prima dal qual si oe deriva 
el nostro beo ; un el femo boa sanser 
de stì nostri sporchezzi à son de piva 

De la giustia* pò, chi no è beccher, 
che la sinermzza per darghene à tutti ; 
se vaga pur a sconder dal triper, * 

Del prossimo iio digo : perche i putti 

no '1 cognossando vorà dir la soa ; 

e si ì dira che i no se troppo in strutti. 

Mo quante volte s'hà tacca à !a eoa 
de sta giandussa' el fuogo, cou el far 
tante la^e per trarla fuor de stoa.* 

Con tutto questo vedo incarni nar 

tutto el contrario, perchè i polerinì * 
si no se vuol desiuor dal so trottar. 

K pur stessala anchora in sti bambini, 
mo V è pezo, eh' el pesce dal bon cao 
si puzza più, eh' èl fiel de i zaixgariui. *" 

Mo chancharè '* che V è un bruto babao, 
che per slargar le maneghe tal* un, 
no 1 stima Dio ne i santi d'-alcun cao. 

E crederemo pò che mai uigun 

drio de sta scia si no ghe diebba andar ì 

anzi pur el se fa troppo da ogn' un* 

Dove se chimerìza col pensar 
tanti anni avanti, per ottegnir pò, 
un fumo una spuazza da sventar. 



Per questo tante prattiche che so 
se fa d* incchiette " finte e simulate, 
per tirarli al dessegno : digo mò. 

Che se dirà delle- compagnie fatte 
de casini, reduti, anche contrae ? 
maniere e usanze troppo contrafatte. 

Ò Dio perche non hogio uttoritae, 
da levar questa fiera, che deverà . 
r anema e *1 cuor la nostra libertae. 

Voria che sta Regina, eh' è signora, 
si stesse da par so monda e polia 
e no si sporca, co la sé d' ogn' hora. 

Ogn'un se specchia in te la signoria, 

e veda co i par bon si ben vestij ; 

e i diga in te 7 so cuor: quesVè la via. 

De farme i vestimenti si polij 

(de r anemo parl^indo) e rubiconde, 

de carità, de fede, e tutti pij. 

Perchè à sto muodo restaremo mondi, 
e da sto mal nu se liberaremo ; 
donde cosi ghe vederemo el fondi. 

E si temo che presto nu andaremo 
in luogo à render conto, che no tien 
scusa, che da per nù dir saveremo. 

No so s'el valerà dir, che per ben 
e per honor della famegia s'hà 
lagà quel bpu, e vogiù quel da fen" 

E che per brogio ste cose se fa 
centra conscientia, centra leze sante, 
e sto remorso no ne tegnirà? 



_ 8 ,_ 

El del piaaze, Ja terra, e tutte quante 
le persone eh* el sa» i venti e '1 mar, 
da terra fernia per fina in levante, 

Mo Tè pur cosa ò Dio da lapremar 
veder tauti intrigai de sto zambello " 
che i se voria del tutto destrigar ; 

E sino tagiarghe el tìleelo. " 

dirò quel eh' havè a far per liberarve 

da sto Attila, " che ne vostro flayeUo, 

Quest'è la vera via da destrigane, 
quando vù fare vodo " à no zurar, 
e zorando pdpar; per liberarve. 

Ma che el patto e *1 vodo da osservar 
sia in ogni tempo, luogo, e da per tutto ; 
ne in altro ni nodo si no se puoi far. 

Quest' è un venen si pestifera e acutto, 
ohe dove solo el pouze una sol volta ; 
Té diflìcil guarir; ma infetta el tutto. 

Cari signori non è la mo' stolta 

e da matti sta nostra libertae 

che nu chianiemo : ma è servitù molta. 

Libertà vate à scondi in le palae, *^ 
daspò ^^ elle ti ha volesto farte schiava 
per tò interressi : tuo mò sta stóchae. 

Libertà giara quella eh* o^n' un dava 
sen^a respeto algun la so baJota, ^^ 
dove che la conseientia ghe dettava. 

E i altri se mandava alla bigota*^ 
k farse della salsa per la cena, 
e cosi i feva quella antiga Iota. 



~ 9 ~ 

Mo adesso tutti va per la carena 

sia chi se vuol, pur che col zuraiuento 

ghe fazza saver boa quel lievro à cena. 

Questo se fa, perchè con sto talento 
se crede aver vanzà (quando se vien) 
la gratia de culù si mal contento. 

Horsù disemo pur ch*el no sta ben 
i eccessi delle cose: ma de questa 
roadona ambition no se convien. 

Perche se mai ghe fu persona honesta 
sol questa doverla portar la palma, 
ma r è la più sfazzada e des' honesta. 

Con ella no aspetè bonazza calma, 
perche da ogni banda suppia i venti 
de i so appettiti per vencer la palma. 

1/ è tanto ardida, che niancha i conventi ** 
no sé seguri da sta mala. razza, 
che la se cazza fin ne i pavimenti. 

Per questo vitio tutto va alla mazza" 
à squazzafasso à sacco à tradimento 
à ferro à fuogo d'una pezza pazza. 

Ò Dio che gran delito, e gran contento 
saria, mentre eh' in brogio da ciascun 
se fesse brogio senza el sagramento. 

E che come se fa à un per un 
sol se disesse al balotao, signor 
ve son sta servidor al par d' ogn' un. 

E pò nel domandar qualch' altro honor 
per el pregai, nigun si ghe zurasse, 
ma ghe disesse sol, farò signor. 



10 



Se mó le cose de sto muodo andasse, 
se vederia di bei spiriti vìvi ; 
che così la foptuna ghe voltass*?. 

Ma perche in questi ponti i se fa schivi 

de tirar le so Jinee circoiar, 

per qqesto i vien tegiuri da semivivi. 

Mi cognosso de quei che non ha par 
nel governo de stado : e perché i n' ha 
di quei pò u talli che i fazzai inalzar ; 

I scovien ** star stentando fina qua, 
ne ghe vai haver da sazo *^ sì boa 
del so valor e da tutti lauda; 

che i scovien retirarse in t' un canto n, 
no per altro se no, perche col ssuro 
i no se vuol far strada al rampegon. ** 

A tai se ghe die creder fin al scuro; 
perchè ghe n' è beu ancha chi no vuol 
zurar, taf un pò niancha col sconzuro* 

Horsù diròj che quei che vuol si puoi 

dise *l proverbio fatto per latin, 

eh' el visti ** za da un gramo straxEaruol, 

Ma temo che quel ponte à S. Fantìn ^ 

nominao dì fuseri impedirà 

el passo : azze no se ghe veda el fin. 

L^ è pur la brnta cosa, eh' ogn* un sa 
d'esser fusao'* da tanti, chi noi vuol 
e si tase, e soffrisse co se fa. 

Mi credo certo, che questo se puoi 
scriverlo anch'esso nel tìor de vertù, 
o in specchio de pacientia à drasol. 



— 11 — 

Ma perche ghe sé puochi turlurlù, *• 

che i crede quel che i vuol, quel che ghe piase 

quésta vertù da puochi è cognossù. 

Mo se Camilla adesso con tai rase, '^ 

che le parole silabe e i concetti 

se squadra, e se mesura à mo'^ le case. 

Con tanta diligentia che i deffetti 
del cuor se crede de poder scovrir, 
che Dio solo è patron de quei secretti. 

O Dio che no se pensa de morir 
mai mai, ma solamente d^etternar 
in sta gabbia da matti? el vogio dir. 

Chi pensa casa soa nobilitar 
col merito di tante ambassarie, 
generali da terra, anche da mar. 

Questi al fin galde'* le procurathie, '^ 

e tar un Dose ; dove i so retratti 

vien visti in casa, e in te le chieresie '^ 

E si chi è causa de tutti sti fatti ? 

solo Fambition fatta signora, 

che ha forza da far savij ancha di matti. 

So che sti gradi se convien d' ogn' bora 
per conservar el stado : ma V è '1 muodo 
per ottegnerli quel, che me dolora 

Temo che naveghemo per vuodo, 

che habbiemo perso el bossolo e '1 timon ; 

che femo pelegrini per invodo. 

Ho sentio dir, che là a s. Pantalon 

i se ghe pela : cosi anche sarà 

dal Diavol quelli del sagramenton. ^ 



- 12 — 

El gìC è un proverbio che da ogn' un se sa, 
che Tè un dolce imparar à spese d'aliri; 
ne aspe t temo al morir come se fa- 

A star qua ne besogiia d' esypp scaltrì 
per resister à ì colpi de i neiuìsi 
nostri infernali; oltra de tant' altri 

Che in ciera mostra d' esser veri amisi, 
in prattica restretta, e in carni nar 
sempre tacerai à un co se i tamisi'* 

Dio sa pò al resto del so balotar 
come la va: mondazzo furba?zo, 
bestia eh' in ti si se vuol infidar. 

E se tal' un stì fida, prima un lazzo 
al colo se ghe taca, e pò una pìera 
in cao lip^a, per cavarse d* impazzo. 

E io aqua si se buta à bona ciera» 
che cosi '1 finirà le so fanihie " 
I.a vita el Jìii, el di loda la sera. /*" 

Vorave ben che ste parole mie 

fosse accetae da jielo de bon cuor, 

e no messe in risagio ** e in frascharie. 

Crede che questo sia pi bel lavor 
di quello de la zonta ; co se sa, 
che sé sta fatto ponte levador, ** 

E priego quanto posso, chV anche qua 
per ben della Hepublica se lieva 
sta maledetta usanza indiavola, 

De sti sconznri : che certo ni' agrieva *' 
tanto nel cuor, veder sempre sti mostri; 
quando che vegno in brogio, co soleva. 



— 13 - 

Vorave che ste carte, che sti ingiostri 

havesse forza della calamita, 

per tirar à bon segno, i cuori nostri. 

Che dolce conversar, che dolce vita 
saria quel praticar sempre alla piazza 
mentre sta peste restasse sconfita. 

Ma cosi tutto tutto va alla mazza; 

e se ben par, che Dio si no ghe veda 

per st' ocio e per sta pase in che se sguazza. 

Dirò (chi me U vuol creder si me '1 creda) 

vegnirà tempo che no vai era, 

pentirse in tempo ; per che Dio la veda 

Disse quel Furioso infuria, 

(il giusto Dio, che li peccati nostri 

della remission passato n' ha 

Il segno, che giustitia ne dimostri)** 
e quel che segue : prego che mai sia 
ma r è pericoloso à i tempi nostri. 

Horsu se sforza ogn' un tornar in via 
col temer Dio, i Santi, e la Giustizia, 
recorrendo alla Verzene Maria. 

E pregarla de cuor, che sta malitia 
da sta città (fonda sotto el so nome) 
vogia levar del tutto, e sta pigritia. 

Perche a sto muodo nu faremo, come 
fese quella donzela à quel Zigante, 
tagiarghe el cao, chiapparlo per le chiome. 

E per troffeo che portemo ste piante 

si pestifere e infette al Lazaretto, *^ 

e la che le laghemo tutte quante. j 

j 



Ò pur le porteremo la ìl Loreto 
à la casa santissima attachà, 
col sigDO del iuvodo benedetto. 

Crede signori che se esaudirà 
cosi ogni cosa, che doraandaremo 
perche '1 signor ptacao si resterà. 

Altramente se nu seguì taremo 
sta maladetta usanza de zurar, 
più presto che credè se desfarenio 

E Dio permetterà, eh' in terra e in mar 
d'ogni banda ne vegna tal mina; 
che da per nii, no se peremo aìdar. 

U vero qualche altra disciplina 

per castigarne, come e quando e! vuol ; 

eh* el io sa far da sera, ò da matti na< 

E perche i vitij publìci se suol 
publicamente correzer anch* essi, 
però schiveuioi quanto che se puoL 

E più no i tamisemo tanto spessi 

per dar un bon principio : ma laghemo 

ogni consegìo brogizar con essi. 

Dove che à puoco a puoco vegnireino 
con r agiato de Dio, A desusarse 
de znrar : e cosi contlnuarenio. 

Ma se per grandi honori affadigarse 
im voremo per galderlì in eterno ; 
fermo '1 per quei del ciel à irapossessarse. 

Perche questi del mondo se un* inferno, 
che in pe ** de portar giubilo e contento 
per el più si se stenta in sempiterno. 



— 15 — 

Mg dir che me fadigo e che me stento 

per aquistar un fumo d* un honor 

che n'ho si presto habuo, che son scontento. 

E pò se r allegrezza de bon cuor 
nel principio la sento : immediate 
qualche spin s'intraversa da rancor. 

Fago tal bota ** certe recercate, ** 
per sentir se sto canto me responde 
in tutte {e so parte, che v' ho fate. 

E si vedo eh' el tutto corrisponde, 
perche sto canto fermo si no fala; 
nel diesis col b. mole se confonde. 

Mo che fadiga è quella à star in ala, 
e in tirola *' la in brogio co se fa, 
si assiduamente che puochi ghe fala ? 

E specialmente adesso, che Fé va 
verso quel mese, che se fa vendema 



Confesso ben che sti vostri problema 

no i so ressolver ; come fa tal' un, 

che à primo boto ghe trova el gilema. ^' 

A pena che mi in st' abaco qualch' un 
numero so levar; e a pena stento 
del tacuin saver quel un fla un. 

No no de questo mi no me lamento ; 
se ben me agrieva no saver tal bota, 
come se fa sti conti su '1 momento. 

Mi de ste cose no me fico in frota, ' 
perche no g'hò peusier, che me tormenta 
de governar, co fa qualche marmota. 



16 



Chfs i comenza pensar Ja su quoi trenta 
anni» d' ìntrar no iniga ijtravacaate ; 
ma d'ordinario co mia bona penta"' 

E per farse stitnar da tutte quante 
r altre famege de i so concor^entì^ 
se procura de far pratiche tante. 

Ogn' un se tien a caro i so parenti» 

^ pò con ei fa tajita njarcantia ; 
quanta sa far i homeiii valenti. 

Che in piazza, in Giesia ^^ e ancha in inarxaria, 

e qualche volta à casa si se va 

sn rhora tarda, in ver TAve Maria. 

Con preghi e con scamoffie " che se là, 
e con offerte etterne de servir 
se procura avanzar (coinè se sa) 

Quella balota : che per conseguir 
anch' esm grati a da sto tal sugge tto, 
ghe Kura de volerlo ben servir* 

Fenio che sé quel zoriiO beneiletto, 

che se fenia la fiera d' i barati ; 

tutti eh* io qua, ch'in là si se fa netto, 

E quel che con parole e più con fati 
haverà ben Servio de bon in giostro, 
r è iegnù in stima co .se fa d' i gati : 

Ctie se tien cari, fin eh' al fato nostro 
i serva a piar" sorzi grandi e grossi ; 
e ^i ghe fa un viso pò da mostro. 

E dove prima con archi e colossi 

de promesse se feva, adesso à pena 

no Tè un magìoto^* d'un ciistello d'ossi. 



17 



Xo me raccordo ben se in quella cena, 
che giove fese à i Dei, fosse nig' un, 
che s' avodasse per far bona schena. 

Perche co vedo in filza, che tal' un 
alza la testa, e un' altro sbassa '1 cao ; 
digo tra mi, che no me sente alcun. 

Questi me par (ne credo haver falao) 

quei mantesi " da favro, '• eh' un va in suso, 

è r altro in zoso, eh' ha '1 fuogo irapizzao. 

E che tutti responde a un solo buso ; 
come ancha questi, eh' ha un solo pensier 
tutti d' intrar, perchè cosi sé 1' uso. 

E questo si si tuoi per gran piaser 
la mattina per tempo anche la sera, 
che à pena se tuoi tempo col tagier, " 

Vedo che sta fegura sé de cera, 
perche la se descola tutta quanta ; 
per questo mò se torna far la fiera. 

Fiera no fiera, ma ben festa santa 
vorave che se fesse in sti consegi; 
e che sta fiera si restasse infranta. 

Mo no è vergogna, che fina i famegi 

si fa scorti nio ** sora i so patroni ; 

e si é puoco che i vien da sapar megi ! '* 

E chi sentisse questi furfantoni 
i dise de si belle bote •^ anch' essi ; 
robba da no tegnir su i rampegoni. 

Mo r è mo pezo, che da loro stessi 
i fa giuditio ", e i dise, mio missier 
no puoi intrar per sti tanti interressi. 



18 - 

Deh via signori à muar" sto mestier 
admso presto ; no più sta maiaera 
de .sformai protestanti ; mn un peusier 

Fermo e costante tutti à buona ciera 
de lagar al presente, e pò io cutter no 
sto Titio ; e frantumarlo a miera à mìera. 

che dolor che sentirà V inferno, 
ò che allegrezza tutto el paradiso, 
eh' el galderemo tutti io sempiterno. 

Se ino con veri effetti questo aviso, 
che ve vien sporto da parte de Dio 

r accettare con un aliegro viso 

E chp co! cuor e con T anemo pio 

vii pregherò '1 Signor, che ve dia forza 

de raffrenarve come è '1 so desio ; 

che questo, e ogn' altro vitio si ve smorza. 



19 — 



3sroa?E 



(Segno con lettera B gli schiarimenti tolti dal Boerio, con la 
lettera R quelli tolti dal dizionarietto che il Rossi accodò alla 
bella edizione delle lettere del Calmo (Torino, Ermanno Loescher 
1888) e con la lettera M alcuni dei quali son debitore alla cortesia 
del chiaro dott. Cesare Musatti.) 



* capo, da capo a fondo. 

* Pesce di mare eh* è specie di Ombrina ecc. {B.) Nunzio 
malaugurato (ilf.) Certo qui non à il senso primo suggerito dal 
B, e, per quanto vaga, la frase accenna a una qualche maligna 
influenza. 

' Compagni affabili : voce frequentissima nel Calmo. 

* allude alla partizione delle publiche cariche. 

' cosi il codice, ma evidentemente sta per « giustitia » come 
sopra. 

* Venditore di trippe. 

"* Equivale propriamente a piccola ghianda, poi significò per 
similitudine dei gonfiori in alcune parti del corpo e infine peste 
« certamente in causa di que* tumori glandulari o buboni che 
accompagnano il tremendo malore, e che il volgo, come dice il 
Muratori nel suo libro Del governo della peste, chiama appunto 
gbiandusse (cfr. D.'' C. Musatti Amor Materno ecc. nota 2 a pag. 
50. — Venezia 1887, II.» ediz.) 

' Razza di cavalli. (jB.) Qui = per impedire al male di pro- 
pagarsi. E infatti Mandar i cavali a la stoa significa : mandargli 
alle loro femmine per la generazione {B,) 

* puledrinini. 
«• 2 

'* Il B. nota soltanto Oh cancarelot come maniera antiquata 
di meraviglia o di sdegno equivalente a Canchero t 

La forma presente parmi equivalga come V altra registrata 
dal B. Cancaraxxl, espressione di meraviglia pur essa. 

•• Fieno: ma il senso proprio non so rilevare quantunque, 
genericamente, risulti chiaro dal contrapposto. 



— 20 



1 



'^ T. nni* Imbroglio; Intrigo; Imph^cìo, iB) 

" Pìccolo filo, legnmc. 

*■* E?;pressinne notevole iti batc.ft crun cH?icen*U*n te degli miriti 
Veneti infliggiti ai massacri del tlagt^luin Dei ! ictr. lì m 
L'è un AtiiM jlluiicrato dal Musatti nel T accennato articolo pag. i 

*** voto, e cosi poi lavodo r^ in voto, 

'♦ Tra le palitìL'ale: efìpressione della quale nel S. non Irt 
nkun esempio. 



i» 



por. 



*^* ptr la vota;sione* 

'^' Specie di boa;sèllo, elio h?i fiei fon invece di pnìcgglf 
quali s{M*vono a tendere le corde degli albori nelle navi (J?.i T 
vocabolo ricorre nella lettera 16^ del Calmo . Lib. IV^^ : * Be*iO|fiii 
esstir boti strologo a i^aver iiidìvinar de tÌor eossa che v^aìtilA 
per la t'antasia, per la bigota e per la glositae .,..,» ip. - 
ni A il lignificato che il E. dà al termine, derivandolo dal 6. e 
pargli convenire at caso suo. 

Nel noi^tro invece pò sigiai no tenerlo per certo dato il voimI* 
ear^nm che ricorre poco dopo : anche qui però rie*ee posMfc 
afferrare soltanto il senso generico. 

^i Una bellissima frottola contro le monache e nn capitolo 
risposta, entrambi del secolo XVI, pubblicherò tra breve. 

2* Coia^ in italiano ; la frase però è da interpretarsi m'COh 
i|Ue.sta del fì. AìiHmentl eì io fusto vm mIIa mmMmm; inadatta 
servire, destinata alla rovina (trattasi di nave.) 

^'^ Conviene che , , , devono piir forza , . . . 

** saggio, prova. 

^'' Ba.mpone : qui metaforicamente. 

*" vidi, 

*' L'allusione f; oscura. 

** Sfuggito iAf}II H. spiega con ingannatrice f la frase *MìnÌ<ii 
fusadora * che ricorre nella lettera 37^ del Calino, libro IV. 

^' Il B. annota soltanto Turlulù: chiurlo, allocco, balortl'»- 

^' Matiziei frodi. 

=** come. 

^^ gode: antiq. 

^ Abitazioni dei Sì procuratori di S. Marco, 

** Congregazione del clero. 



— 21 — 

35 Anche qui T allusione é oscura : forse quelli del sagrimenton 
sono quelli che giurano di dare il voto : quanto al primo accenno 
la spiegazione è ancora più difficile. 

^ stacci. 

3^ infanzie, fanciullaggini {R) Nelle lettere del Calino é Tequi- 
va lente Uuttle, 

^ Petrarca : nella nota canzone « Nel dolce tempo de la prima 
etade > str. II. « 'L savio trombon de le rime, Checo Petrarca » 
come lo chiamò il Calmo era adunque ancora nelle bocche del 
popolo, oltre che della classe colta! 

^Specie di rete da pescatori, ed anche Rete fatta a guisa di 
cono rovesciato, col vivagno attaccato alla circonferenza d'un 
cerchio di botte, che ha un buco inferiormente, per cui s' intro- 
ducono cautamente nei vivai le anguille, senza pericolo che fug- 
gano. (B) In codesto senso metaf.<^ il B. non à alcun esempio. 

*'* ponte levatoio; anche qui T allusione è alquanto oscura. 

^* m' aggrava, mi affanna. 

« V. Canto XVII - str. I« 

^^Fino al 1468 fu cosi semplicemente chiamata T isola in cui 
gli eremitani avevano fondato già dal 1249 la Chiesa di S. Maria 
di Nazaret. Fu,, in varie riprese, ricovero agli appestati ed ebbe 
il nome di Lazzaretto vecchio quando nel 1468 se ne fabricò un 
altro : // nuovo. La cosa parve necessaria per il purgo delle mer- 
canzie e l'accoglimento dei soldati soggetti a contumacia. 

** invece. 

*•"» tal volta. 

*® É r intonazione fatta sottovoce prima di dar principio al 
canto. 

" Star in ala dicesi degli Uccelli da caccia quando vanno 
a spasso per V aria girando (B.) Il contrario significato, annotato 
pure dal (/i ;) é Andar o Vegnir a tiro che parmi corrisponda alla 
curiosa frase dell' anonimo. 

** Si barattava nel Gergo brogliesco quando concorrendo tre 
o più persone a due cariche cimili « due uniti in fede reciproca 
concambiavano fra loro i favori ad esclusione del terzo o degli 
altri. « Questa e qualche altra notizia teorica che do più sotto 
attingo da un codice del fondo Cicogna che farò conoscere più 
ampiamente in seguito. 

« ? Soluzione ? 

'•'* Spenta z= spinta metaf. 



QO 



•\\ 



ìì 



** Chiesa. 

5* Smorfie, leziosaggini. 

^ Pigliare. 

"^* Il B. nota solo Magio s.® m>^ Ferriera, Luogo delle foi 
tlovt^ si cola e lavora la vena di ferro. Anche in questo ca 
metafora chiara di per sé è difticile a una nuda interpretaz 

-'^ Mantici. 

■■* fabbro 

■'^ Tagliere, ma metaf." accenna alla parte nien nobile del < 
umano. 

^ Squittinio < qui si dicono le radunanza d* amici o pn 
nei quali ad uno ad uno si esaminano \ì nomi di eiasena vot 
e fatta divisione di favorevoli, indifferenti, e contrarij e 
no tutti li mezzi per persuaderti gli uni e Huperar gli altri'. 

^ Migli, biada minuta e conosciuti^ima, 

'^^ Nel senso di botte e risposte (M/) 

^' « si levava anche la distributiva al Maggior ConsJÌgH* 
che quando due ò più concorrevano (n una carica, uoii manca 
soggetti ben gravi, che sotto specii* di fra jion ersi per un aiini 
aggiustamento s'avanzavano À sentir giudicìarìameate le r& 
d' uno, e deir altro, decidendo in via di sentenza, a chi do 
loecar la carica, che se qualche parte s' offendeva del giat 
si sosteneva poi dal spurio giudice la «sentenza eoa tal vi 
che non era possibile al partito già soeeouibente ne in quelJ 
in altre occasioni più prevalere ►. Qui veramente non si t 
di * soggetti ben gravi » si bene di * famegi « ma la teoria 
medesima. 

'^* mutare. 



SAGGIO DI UNA COLLEZIONE 



DI 



MOLLUSCHI EDULI 

M Mare e Mia Lapia li Veiezia 

Con un nuovo progetto per V allevamento delle ostriche ed una 
breve rassegna dell'industria e del commercio delle conchiglie. 



Conferenza letta in pabblica adunanza accademica (XVIU) 
all' Ateneo di Venezia li 14 Aprile 1904 dal s. r. 

EMILIO NINNI 



PARTE PRIMA 



Capitolo I. 
Introdvizione- 
Signorl, 

Nel presentarvi oggi questo modesto € Saggio di una 
collezione di molluschi eduli del mare e della laguna di 
Venezia, con un nuovo progetto per V allevamento delle 
ostriche ed una breve rassegna dell' industria e commercio 
delle conchiglie », intendo di offrirvi soltanto, non già una 
perfetta collezione, ma bensì un semplice materiale, un 
primo contributo a chi in seguito vorrà e certamente con 
più competenza arrichire con nuovi studi e materiali, simili 
collezioni, atte più che la parola anche del dotto e dello 
pratico ad insegnare e quindi farne e nello stesso temp^ 



— 24 ^ 

trarne profitto, delie ricchezze che ogni gionio ci prei 
il nostro marf ; quauto io ho t' onore dì leggerai <* fi 
della mia sola esperia» Jiza. 

Quante yq] te gìraudo su leggera barchetta per le a 
della laguna infocata da splendido tramonto, il qunlt 
che ammirarlo e' invita a riflettere, dove tutto e* im 
un' infinita pace» una beata solitudine, e Io spirito m 
se n tesi rialzato come da sovrumana fors^a a nuove r 
che eccitate dai misteri che racchiude il mare, vero 
bolo del cuore umano» quante volte invece, soprafau 
vento furioso che face» akare i marosi dalla eresta schiu 
giante e di color presto verde-smeraldo, presto dì « 
della terra oscura e pare ano voler sommergere la fr 
barchetta in cui mi trovavo, «juante volte mi ricorre 
alla mente la memoria dell* avita grandezza d' un L 
d' un Chiereghin, d*un Renier, d'un Contarini, d'un ^' 
e di mio Padre A, P. Ninni e di tanti altri scniiatori t 
Fauna Veneta, permettetemi o Signori, e nello stesso U 
compatite se io, come allora, oggi, quale modesto seg 
di tutta quella ycLiera di illustri concittadini natura 
invìi loro da questa aula, custode della scienza^ un 
luto riverente, quale tenue omaggio del vostro umile 
feren?:iere. 



CAlTiorji li. 



Cotu mesti bill là delle sperfe. 



Nel raccoglie l'e le presenti specie, volli espressami 
scostano i dal metodo seguito dai miei illustri predece>i 
per la semplice ragione che, annoverarono Eglino, mìu 
quelle note e poste piii in voga nel commercio dalla mag 
parte degli abitanti di Venezia, raa molte sono ìaveo 
specie, delle quali nutresi la grande classa povera 



— 25 — 

pescatori ed abitanti che conducono la loro vita lungo quei 
litorali che dividono la laguna dal mare, e queste, come 
cibo e sapore, possono benissimo competere colle più in 
voga, adunque io ritengo, anzi ragione vuole, che esse 
debbano figurare in una collezione di molluschi eduli. 

L' Ab. G. Olivi, nella sua Zoologia Adriatica, parlando 
per esempio del Cardium del quale come mangereccio in 
tutti i cataloghi viene citato il solo C. edule (capa tonda) 
dice : « Ma se il C uculeatum, il C. echinaium, il C. rmti- 
cum ecc. presentano un' animale consimile, se in queste 
spezie esso è ancora più grande, se abbondano tanto nel 
nostro mare in vicinanza ancora del Lido, se sono crasse 
e carnose, perchè non si pensa a profittarne egualmente ? 
(pag. 104). 

A questa giustissima osservazione fece seguito quella 
del Martens e quella del Nardo, ma perchè domando io, 
non pensarono allora questi due scienziati a porre le specie 
da loro citate: per esempio: sarebbero eduli — anche il 
mare benché ricco in questa classe di oltre trecento specie, ce 
ne fornisce pochissime di commestibili, quando molte po- 
trebbero essere — sarebbe cibo egualmente stimabile la 
Vemis longone, Olivi, detta volg. longòn — lo stesso dicasi 
della T'. aurea, L, V. virginea, Gm. F. laclea. Poli, ed altre 
che trovansi più o meno copiose, perchè adunque non porle 
come eduli ? 

Le frequentissime escursioni in laguna e in mare, 
le tante ore passate in compagnia dei pescatori, il condi- 
videre spesso alla loro frugale mensa ed il saper domandare 
informazioni senza destare alcuna diffidenza in quei animi 
proclivi al sospetto, possono produrre allo scienziato la 
perfetta conoscenza dei loro usi e costumi e da loro di 
conseguenza la pratica dei luoghi da dove ne ritraggono 
il giornaliero nutrimento e guadagno. E di non lieve contri- 
buto, v' è da annoverare ancora in questo capitolo, è Io 
staccarsi da quella cieca fiducia che ancora oggi ponesi 



m 



26 



!i! 



^ 



da tanti alle osservazioni fatte da vecchi naturalist 
ripetendo cosi in buoaa fede gli errori da quelli citati. 

Ed è per questo eh' io come specie eduli posi nell 
.seconda parte di questo lavoro, il Peciuncidm liolucesctm. 
il Murex erinaceti.s, la Lima in fiala ecc. ecc. perchè u 
fui io stesso testimonio oculare della loro commestibilit;^ 
e specie poi queste assai note ai pescatori portando ess 
un nome volgare ben distinto come : sangue ik /nr*^ 
bo^setli de mar^ caragoleft de la Sìgnnra ecc. ecc. 

Di tutte le specie che entreranno in discorso io voli 
convincermi della loro commestibilità assangiandone d 
crude, di alesse, e perfino in graticola condite con oli< 
e pepe come la Pinna nobili& (palòstrega). Ne trovai d 
saporitissime e delicate, alcune un po' tenaci al dente, aj 
tre che sapeano da marinazzo, giammai però quelle ra 
cagionarono o pesantezza o dolori allo stomaco, prov; 
questa di già eseguita dall' ab. G. Olivi, del quale cono 
scinta era la sua gracilissima e lualatticcia complessione 
che lo condusse anzi tempo alla tomba a soli 26 anni d). 

Dal lato igienico, di queste .specie, che, come fu dettt 
non si vendono entro la ciità di Venezia, anzi neppure 
sono note, si può farne uso liberamente e posso portar*: 
esempi di famiglie intere, che, nutrendosi quasi esclusiva- 
mente di molluschi e crostacei godono un'invidiabile salute. 

Per il suo sapore delicatissimo 1* ostrica prende il 
primo posto fra tutti i molluschi eduli. I tedeschi i^h*^ 
sanno distinguersi da altre nazioni per le tante loro buone 
qualità, fra le quali anche quella dei lato gastronomico, 
dicono che, il vero gusto dell' ostrica lo prova sohaoto chi 
r assorbisce lentamente e la mastica. 

L' aspergerla col succo dì limone, come generalmeiite 
usasi appo noi, ne toglie il vero sapore e la rende pesante 



(1) Cesarotti M. - E log-io dell 'Ab. Giuseppe Olivi ed analisi delle 
fiue opere con un saggio d\ poesie inedite del niedesinio. -^ Pa- 
dova 1796 80 con ìntrod. 



i 



— 27 — 

allo stomaco, neppure è consigliabile d' aspergervi il pepe, 
o, come si fa in alcune parti della Francia, di prepararla 
con una salsa di aceto, pepe ed aglio ben triturato. Col- 
Tostrica dovrebbesi bere sempre del vino bianco, in Francia 
usasi molto i vini di Chablis e quelli di Borgogna, meglio 
ancora i vini della Gironde o il St. Peray spumante. In 
Germania è preferito il vino bianco del Reno, della Mo- 
sella, ed imitando T esempio degli Inglesi bevesi anche il 
Porter o Ale. Trovandomi in Amburgo vidi mangiare 
r ostrica quasi sempre con quest' ultima specie di birra. 

Noi siamo modestissimi in questo punto e mangiamo V o- 
strica col succo di limone ed un po' di pepe aspersovi sopra, in 
quanto al vino questo poi è una pura questione di borsellino. 

L' ostrica era molto ben conosciuta anche presso i roma- 
ni per la sua virtù stimolatrice dell'appetito. Plinio racconta 
che fu Sergio Orata il primo ad inventare 1' ostricoltura, 
e prima ancora della guerra contro i Marzi, fondava a Baia 
e poscia nel Lucrino i primi allevamenti dell' ostrica. 

I romani adunque, la servivano come primo piatto, 
nella coena o antecoena. In Francia fino ai tempi dell' ul- 
timo Re Luigi servivasi questo mollusco come una prefa- 
zione alla prima portata o antipasto d'un pranzo, in 
Germania e da noi conservasi ancora quest' uso, ma se- 
condo Malortie ed altri, 1' ostrica al suo stato normale, 
dovrebbe venir mangiata a colazione od a cena soltanto. 
La cucina poi s'impadronì da lungo tempo dell' ostrica, e 
si conoscono famose zuppe preparate con l' ostrica già 
nel XVII. secolo. Grimaudde la Reyniére elenca un numero 
grande di pietanze da farsi coll'animale di questo mollusco. 
Sulle tavole signorili del giorno d' oggi si usa presentarle 
anche fritte od in ristretto in ispeciale come contorno 
agli intingoli e salse ; in Inghilterra sono apprezzate le 
zuppe ed i pasticcini d' ostriche. In America 1' ostrica è 
un cibo nazionale a buon mercato e popolarissimo (1). 

(1) Meyer's Kotiv. Lexikon. 



— as 



I 



(Ili 



Il valore nutritivo dell* ostrica si può paragoiiarl 
quello Mìe migliori sorte dì caniami, e ereilti non 
gè rare dicendo aiìKi migliori di quelle. Il doli, Oira/zi 
dice d'aver veduto diverse persone molto deboli e deli< 
di salute, che restavano nauseate alla vista del soliti 
ridurre la loro dieta a sole ostriche con un po' tii p 
e del vino akoolico* L' ostrica è di facile digestione, 
in media circa V 80^'/,, di acqua e contiene soltanto 21,5-^ 
di materie solide ; co ni eti e rido azoto, composti orgn 
fosforati ed ancora parti non piccole di ferro riet^^re 
Cibo ricostituente. 

L'ostrica poi e un mollusco del quale puossi cil 
sene per tutto T anno sejiza che porti quei disturbi : 
stomaco che la maggior parte ritieue quando la medes; 
è da ififte. È vero che nel Veneto la proibizione d^ 
vendita delle ostriche rimonta ancora ai tempi delb S< 
nissima (2) ma noi non abbia juo più ragione a stare 
cora ligi a quelle antiche prescrizioni ; io vidi di spi 
mangiarne nei famosi mesi senza V R, ne mangiai e mi 
io stesso, ne vendono per tutte le strade specialmeaic 
Lido con grande piacimento dei consumatori, in ogni itji 
lascio seguire V articolo di mio Padre, il contenolo 
quale sarà certamente più apprezzato, di quanto io 
vessi scrivere in proposito, * fi divìefo della vemtita H 
mln'clie nella esihm stagione: 

<t La proibizioijp della vendita delle ostriche preg 
rimonta ai tempi della Serenissima» Il magistrato dt 
riiustiKia vecchia ai iO di luglio 1590 ed ai lo dì lu| 
del 1598, decretava che • non si possìno né prendere 
vendere ostriche nei mesi di Giugno, Luglio ed Ago 



(1": Ostricoltura e iiiitilk'r*Uiir?i — MmninU Hfjpli — Mi!atiolf^ 

(2) 1590, 10 lug-lin — Magistrato Gius^tlda Vecchia ^^ Capita 

ros^so, carte 221 tergo — non si poèssiino uè prendere uè vendere Oti 

che iipi metti di Giugno, Luglio, ed Ag-osto [M»reliè piecolc e rtfic 

alla snkUe — Ig ste^.^0 nel 151^8. 15 luglio. 



— as- 
perelle piccole e da latte e nocive anche alla salute. » 
La esperienza e V esempio di quanto vien fatto nelle altre 
città non modificarono punto l' opinione che le ostriche 
lattiginose sieno un commestibile pernicioso, per cui anche 
nel corrente anno V autorità municipale volle aggiungere 
il solito divieto a quelli portati già dall' art. 24 del Re- 
golamento per la pesca narittima. Ma questo decreto ha 
ragione di esistere? Mi si permetta di analizzarlo. » 

€ Il sindaco di Venezia avvisa che in riguardo dell'igie- 
ne nei mesi di maggio, giugno, luglio ed agosto, le ostriche 
di qualunque provenienza devono esser tolte al consumo. 
Supposto pure che per peculiari circostanze l' ostrica 
veneziana possa arrecare nell' estate gravi perturbazioni 
gastro-enteriche, ciò non potrà ammettersi per quelle Ta- 
rentine. Spezine, Genovesi ecc. che vengono mangiate 
cuotìdianamente nelle rispettive città durante la calda sta- 
gione, per cui gli ostrecultori tengono in conto il guadagno 
che ricavano dalla vendita del mollusco ai numerosi forestie- 
ri che visitano quelle spiaggie. Ma se . si dicesse che 
permettendo T introduzione delle ostriche forestiere, vi 
sarebbe sempre il pericolo che fossero smerciate le nostrali, 
alle quali si vuol dare 1' ostracismo, io dirò che la proibizione 
municipale non consegue il suo scopo, poiché le mie 
osservazioni dimostrarono che l' ostrica può andare in 
fregola dal marzo al novembre e che i mesi nei quali 
questo fenomeno é in maggiore attività, sono 1' agosto ed il 
settembre. Ciò prova che l'autorità cittadina per isgravio 
di coscienza, conferma una costumanza sancita dalla con- 
suetudine che é inutile per la pubblica sanità e dannosa 
al commercio. In tal modo di tutti i bagnanti che visitano 
periodicamente i lidi italiani, soltanto gli ospiti dei 
Veneziani sono* costretti di rinunciare al prelibato mollusco. 
In di cui salutare azione è tenuta in pregio dalla terapeutica». 

€ Il divieto è basato unicamente sopra la credenza 
(non esclusivamente italiana) che le ostriche da latte 
sieno cibo malsano nei mesi senza /?., credenza questa 
che è assolutamente erronea. » 



^ im 



€ T.e ostriche pregna*, comprese le nostrali, ikj 
arrecaìio inalaiiui tali da iiioritare mia speciale proibizioi 
da parte delF autorità ; tutt' uì più esse posano, soM 
certe coiidizioiiì e secondo il grado dì tolleranza iudjriduali 
recare uell' uomo quegli stessi disturbi che si mauifestaTi 
anche coli' uso, o meglio coli' abuso, di alcuni couchifer 
Io ho visto mangiare impunemente ostriche da latl« ; m 
iiu queiito proposito, per quauto Io comporti lo spazio, àiii 
meglio citare le opinioni delle persone più competeutj, 

€ Gervais et Van Beneden dichiarano che non 
fondato il timore che le ostriche nei mesi senjsa H sieri 
nocive, Blanchard scrive che ì casi d' avvelenametit 
prodotto dalle ostriche hanno nulla a che fare coir epe 
della riproduzione ; Brocchi scrive che gli accideuU cau^a 
dalle ostriche non furono giammai gravi, ed il prof. Mai 
tegazza per sua esperienza e per quella di alcuni ^m 
amici ha constatato che moltissimi hanno maugiato ostricl 
lattiginose senza averne alcun danno. Ma come fec* 
prof. Man tegazza citerò anche io V alta auiorita in nvp 
mento del mio amico prof» Ca razzi rli Spezia, il quaì 
attesta che le ostriche uiififivmtrte, come le chiamano 
Taranto, sono assolutamente innocue, Agirìunge poi ci 
a Spezia si vendono più ostriche in estate che in inverna 
benché molte sieno pregne ; egualmente può dire per X^|iol 
per Fusaro e per Taranto, nella qual ultima località n 
ebbe a mangiare anche nello scorso agosto, ì> 

€ Il prof. Issel, tanto competente nella materìa, n 
assicurava che anche a Genova non vìge alcuna dìsposizioti 
proibitiva e che per tutto T annoisi trovano colà os^ 
esposte in vendita, facendosene però maggior cou-,.... 
in autnuuo e neir inverno. E' opinione generale iiell 
Liguria che l'ostrica possa mangiarsi senza inconvenieiii 
in ogni tempo ; quando ha il latte è però meno gratA ^ 
palato e raeuo ricercata. Anche il prof» Camerario ai 
scriveva che a Torino si vende sempre il testaceo, uo 
essendovi disposizioni che lo vietino: lo stesso si usa a Rapali 
dove si smerciano le ostriche coti dian amen te ai bagnanti. 



— 31 — 

€ Posso aggiungere ancora le seguenti notizie fornitemi 
(lai signori A. Valle e R. Allodi. A Trieste non esiste, 
come misura igienica, alcun divieto per la vendita del 
mollusco durante i mesi di Maggio, Giugno, Luglio e Ago- 
sto ma secondo il sig. A. Valle si teme V ostrica da latte. » 
« A Vienna se ne consumano in ogni tempo. » 
« Chi visitò l'Esposizione di Parigi avrà mangiato o avrà 
veduto mangiare ostriche durante la buona stagione, e la 
canicola. In Francia fu modificata la disposizione proibitiva, 
come può vedersi nel Journal Officiel de la Republique 
Francaise dell' 8 dicembre 1889, nel quale si legge che fu 
abolito il periodo d' interdizione di vendita delle ostriche 
dal 15 giugno al 1^ settembre di ogni anno, e ciò dietro 
parere favorevole emesso dal comitato di igiene publica, 
il quale non si credette autorizzato a dichiarare che l' ostrica 
in fregola sia dannosa per la salute durante la estate. 
Questo decreto fu ritenuto provvidenziale specialmente 
ad Archagon dove si desiderava da molto tempo che il go- 
verno abrogasse un disposto ritenuto ingiusto e dannosis- 
simo al commercio nell' epoca del concorso dei forestieri. > 
€ Negli Stati Uniti d' America si mangiano ostriche 
per tutto il corso dell' anno, e non è che in Inghilterra 
che non si fa uso di questi molluschi dal maggio all' agosto. » 
€ Ho voluto atttingere alle fonti migliori per dimo- 
strare che r avviso del Municipio di Venezia è, per quanto 
so, r unico che comparisce in Italia e che tutto concorre 
a provare eh' esso riposa unicamente sulla nota creden^^a 
popolare e non su serie ed indiscutibili esperienze <ihe 
occorrendo V Ufficio igienico municipale sarebbe in gl'ade 
di fare. Mi sembra adunque che la decisione dell' autorità 
comunale danneggia senza ragione alcuna, l'industria ostrei- 
cola che avrebbe invece tanto bisogno di essere protetta ed in- 
coraggiata, mentre le disposizioni dell'articolo 24 del Rego- 
J amento per la pesca marittima, non si applicano alle ostriche 
provenienti dai vivai d' allevamento e da stabilimenti 
di pescicoltura. » 



!\0 



II 



« Del resto jujii possed^^iulo il Muiiicipiu gli oc 
flVArgo, abusi V amen if* si vendono e sì ventleraniio itein 
iisiriche In ogni estate^ quindi il decreto non coriiej 
intieramente il suo scopo* Ma ^luelli die giovauu potentiMU 
te a togliere la supposta causa di avvelenamento 3*>iio 
stessi venditori, poiché ijuando si accorgono, sgusciai 
le ostriche, della presenza del hitte, lasciano fluire dt 
valva il liquido conteriutOj prima dì porgerle al couipmu 
Per tale ragione si può stare tranquilli anche nel e 
che sì trattasse di quelle ostriche che conteugono i 
poltiglia di color cenere, poiché brutte a vedersi e di pi 
gusto sarebbero certamente rifiutate, 5e T ostricaio, 
proprio Interesse^ non eseguisse V operazione auzìdei 
Queste sarebbero le sole ostriche che, secondo alcu 
potrebbero portare qualche disturbo gastroenterico, n 

« Chiuderò questo uiio artìcolo dicendo che il iìvì 
non può applicarsi a quelle osstriche di ottimo aspetto p 
veiiiejiti da acqne sane, per cui il nostro migliore mollu 
iioji presenta eventuali proprietà nocive maggiori di qu* 
fli altri cibi che non richiamarono speciali decreti, 
regolamento igienico geuerale basta a tutelare la pi 
blica salute. » - Dott, A. P. Ninni - giornale VAdnm 
7 aprile 1890. 

Nel Veneto sono appressiate le gustosissime zu| 
preparate coir animale della ^^eroùicuiana piperafq (capar 
zolo dal scorzo sutil) quelle col Cardifim edule (capa tou* 
col MytUus gallo pronjieiaih (peocio), cibi questi e 
compariscono sovente sulla tavola anche dei ricchi. 

Kìcercatissime sono le cape sante \ Vota Jt^cobnea) le qu 
comparendo sul mercato in numero assai limitato costa 
dai 20 ai 50 cent, cadauna, comunemente vanuo cucini 
in graticola con olio e pepe ìsulla loro propria valva, a 
pure 1 Pecten (canestreli) dei (juali riesce anche delia 
frittura, il Solrn vngimt (capa loiiga da deo). Ghiotli^sii 
poi ne è il popolino della Gìbbitkt ndriafka (caragoi tou< 
Cmfhhiììi vnlf/afum (caragoi longhi) Murex òrfintltnA 
truncHlns (garusoli) non ne parliamo poi del Cardium cdt 



— 33 — 

(capa tonda) del quale un buon stomaco impunemente può 
mangiarne anche un Vi migliaio. 

Domandando io un giorno ai pescatori il perchè non 
cercassero fare un tentativo di commercio con le specie 
sconosciute sul mercato, ma pure buonissime, mi risposero : 
che se il popolo non volesse seguitare sempre gli usi 
tramandati dal bisnonno, dal nonno, e dal padre, forse si 
potrebbero smerciarle col contento degli acquirenti. Espres- 
sione questa giustissima, sebbene sortita dalla bocca d' un 
povero pescatore, ma pur troppo caratterizza completamente 
l'indole di questa umile classe dei lavoratori del mare, 
che hanno T ingegno pur svegliato, ma dotati per € quel 
famoso atavismo » di queir apatia generale, d' un indolenza 
loro propria nella favella e nei movimenti, la quale minac- 
cia divenire cronica dato V abbandono perfetto in cui si 
trovano. Ài sociologi, ai filantropi spetta T arduo compito 
di scuoterli ed imprimere loro un po' d' energia e spirito 
iV intranprendenza, senza questi giammai miglioreranno 
la loro situazione economica ed intellettuale. 



Capitolo III. 

Catalogo ragionato 

delle specie di mollnsehl citate come eduli da aatorl 

che trattarono della Panna Yeneta* 

1792 — -46. Giuseppe Olivi — Zoologia Adriatica 

In questa importante opera che a quel tempo il giovane 
naturalista riscosse i più ben meritati elogi dalle più in- 
signi Accademie di tutta Europa cita ben 18 nuove specie 



— u — 

dì mailuschi e seguendo sempre il metodo dì Li'iiii^i 
descmioni, brevi raeraorie ed osservassiouì sue pmpr 

« DaJ loro complesso risulta un' ;ìì ti ili asso di fatt 
tutto nuovi, di deduzioni di feiiomeaì da cause per 
nauzì scouosciute, di modificazioni, spif^gazioui, applica 
non sospettate, cosi che la zoologia è una doviziosi^ 
raccolta di fatti *^ di raziocini veramente interessfài 
preziosa. * 

L'Ab* Olivi, s'interessò in un apposito articolo 
commestibilità delle specie del loro gusto» e ci dà in 
dati interessanti nuI loro commercio. Le 23 specie ^e^ 
eduli sono le j^egnenti : 



Pholas dactylus, L, 

Soleii vagina, L. 
> sìliqua, L> 
» callosus, Olivi 

(Jardium edule, L. 

Mactra corallina, L, 
» .stultoruni, L. 



datolo 

capa longn nmtmua 

^ » f nanna 
cuparùzzido èottHf 

bibaròn de marina 
eniramùe tiuesfc xpedt* 
ù(f**. a mnmjinrai, Atipo 
voiuminose, né di di) 
fiige-^tiom' ; eppure non 
iti um» 

caparàzzolo scorzo grùu 
In fi gnu 
capa santa 



— cunexh'Htì di mare 

— camstrHli 

— òstrega 

— mùssolo - cibo dei pnv^'i 

— peòeiù deli* ArserKtff 
~ paiùstrega de Pùrtn^ *4rt 

emìiìmstibitf^ 
Strombus pes-p*^lecaiii, L. — zamarùgoia 



Venus 


decussata, L. 


» 


longone, Olivi 


Ostrea 


Jacobea, L. 


% 


plica L. 


» 


sanguinea, L. 


y^ 


varia, L* 


w 


glabra, L» 


n 


eduli s, L. 


Mvtilu 


is barbatus, L, 


» 


edulis, L. 


Pinna 


nobilis, L. 



— 35 — 



Murex brandaris, L. 

» trunculus, L. 

» alucoides, Olivi 
Trochus varius ?, L. 



— Bullo maschio 

— » femina 

— caragòlo longo 

— » tondo 



1838 — G. V. Marteus — Reise nach Venedtg. Ulm 

Di quest'autore non puossi tenere lunga parola perchè 
troppo severamente s'attenne al suo predecessore; neppure 
volle staccare la famiglia delle Oslree da quella dei Pettina 
che il Miiller distinse per due generi separati e che l'Olivi 
digià ne fece osser\'azione. Non so poi comprendere come 
il Martens abbia posto come edule il Teredo navalis, nes- 
suno autore di mia conoscenza lo pose come tale. (1) 



Trochus varius L. 


— caragòlo tondo 


Cerithium vulgatum, Brug. 


— caragòlo longo 


Murex brandaris, L. 


— bullo maschio 


Murex trunculus, L. 


— bullo femena 


Strombus pes-pelecani, L. 


— zamarugolo 


Patella crenata, L. 


— Scinta-Lena - wird zuweilen 




gegessen. 


Ostrea edulis, L. 


— ostrega 


» Jacobea, L. 


— capa santa 


» plica, L. 




» sanguinea, L. 




» varia, L. 


— canestrelli de mar 


» Pusio, L. 




» glabra, L. 


— canestrelli 


Mytilus edulis, L. 


— peocchio 


» barbatus, L. 


— mussolo 


» lithophagus, L. 


— pevarone 



(1) Neir opera « liulien » (Stuttgart 1846) dello stesso autore, 
trovansi più dettagliate descrizioni sopra i molluschi. 



— m — 



Cardìum ruKticiim, L, 
Veiius decussata, L> 

» virginia, L. 

3> gallina, L, 
Mactra corallina, L, 

> solida, L. 

> piperaUi, L. 
Soleu vaglimi Ij. 

» silìcjua, L. 
Pho]as il ac tri US, L. 
Te redo ixavalis, L. 



— mpa ionda 

— caparozzoto tini scorso gr 

— lontjòn 

— biherazza, pt*vernzza 
- bìharùn de manim 

— cnparozzùlo soffile 

— capa ifmgti um(rtina 

— » » marina 

— dnmh 

^^ bisne dei legni 



1847. (k B. Nm-do — In Venezia e ie sue iugum — Tivtó 



Questo insigne zoologo cita Ili specie eduli dand 
speciale valore del loro gusto e maniera di preparazii 
Deplora aiicL' Egli come molte specie di ì^aporilo p 
non siano poste io coiiuiiercio. Dice che tra noi non v 
1 * u so di e i b a rsi delle /¥« a e, voi g. pa lo sfrega , m e u t re a 
sembra questo erroneo, come io esalta trovo la citaci 
delle ostriche fie paio, de (e pivre ; da noi si cojiO«»c 
oltre altre denominazioni quelle tk pahio^ ite xm»o < 
altre specie che pure mangiansi e citate da altri aiti 
qui mancano. 



Pecteo jacobaeuSt I^K, 
Cj^therea chione, LK, 
Pholas dactylus, L, 
Solen siliqua, L, 
5* vagina, L> 
Scrobicularia pìperata 

Veuus gallina, L. 
Venus decussata, L. 
Cardium edule, L, 



— mpa sania 

— isHoione 

— daffiio 

— rapa longa^ da dm 

— * » marina 

— (Sokn caliOÈìi^^ Oiirt'Cij 
roz^oio scorzo m(tii\» 

— bibarazza 

— capurozzolo dai scordo ^n* 

— cupa tonda 



~ 37 — 

Cardium rusticum, LK. 
» clodicnse, Ren. 

Mytilus edulis, L. — peochio 

Pecten glaber — canesfreli 

» varius 

» plica 

Ostrica aedulis, L. — Ostrega de mar^ de palo, de 

te pieì'e, de i canali 

Trochus albidus, Gm. — caragòlo (ondo. 

Cen^thium vulgatum Brug. — Caragòlo rotondo 

Murex trunculus, L. — bùio maschio 

» brandaris, L. — bùio femena. 

Chenopuspes-pelecani, Phil — zamarùgota. 



1880, Ninni dott. A. P. — Saggio dei prodotti e delle in- 
dustrie della pesca nelle lagune e nel mare di Venezia, 
inviato all' esposizione internazionale della Pesca in Ber- 
lino. N. 25 del Catalogo. 

È questo il lavoro più coscienzioso e più utile, più com- 
pleto che noi possediamo in materia, contiene brevi, ma 
esatte notizie, che danno in Lui subito a discernere la reale 
pratica conoscenza e dei luoghi e degli oggetti, dote questa 
apprezzabilissima e non comune in un scienziato. Il Ninni 
A. P. vi annovera 28 specie delle quali per il primo pone a 
lato il loro relativo prezzo. Annovera anche alcune specie 
che decorticate vengono poste in commercio per la fab- 
bricazione di monili, ed ornamenti muliebri. 

Murex. trunculus, L. — Garusolo femena 

» brandaris, L. — » moscio 

Cassidaria echinophora, L. — por zelata 

» Thyrrena, Cheran. 
Chenopus pes-pelecani, L. — zamarùgola 
Cerithium vulgatum, Brug. — caragòlo tondo 



Gìbbula adriatica, PhiL 

> albìda, GmeK 
Patella coerulea, L. 
Pholas dactyhis, L. 
SoJen siliqua, L. 
Soleij vagina, L. 
Doim^c truriculus, L- 
Scrobicularia pìperata,Gm, 
Veiitis gallina, L. 

Tapes decussatila, L. 

» aure US (fin. 
Cardium edule, L. 
Mythilus galloprovincialis» 

Lam. 
Modiola barbata, L, 
Pinna squamosa, Lamk. 

> launcata. 
Arca Noae, L, 
Pecteii va ri US, I^. 

> opercularis, L. 

1» p o l V m r ph u s , Bra ni , 
Vola Jacobaea, L. 
t.*strea ednlìs, I^. 



caragoleii da gaidHknr 
mrrtgolo (OfUio 
paniulèna 
(infoio d^ mar 
mpulonga nostrana 
» de mar 

catzimi 

capBivzzolo dal scorasi 
bibarassu 

faparozzolo dai scorzo tjt 
ionr/ùn 
mpa^ capa (onda 

peòvio 
pmeiù pelóso 

paiostfrega 

^ asterà 
mmmli) 

ennmfrello da una rer**i 
cune.strelh 
cnne^lrdlo 
capn mnfa 
iX^frt'ffff. 



1S9G — Natalo doli, G, Molluschi della Venezia — > 
nia VoL XL 



È questa una ^f?niplice contribuzione alla Frimia uva 
logica di Venezia, nella quale V egregio Autore Jiile >! 
commestibili aggiunse quelle usufruite dall' industria* 



- m 



Capitolo IV. 



Cenni snl tontati?! d'ostricoltura nella 
lagnna di Venezia. 



Uno speciale interesse posi nel campo dell' ostricol- 
tura, essendo Tostrica la specie edule più importante. Al 
giorno d' oggi, io credo, nessuno pensa più ristudiare 
scientifico e praticamente questo capitolo dei prodotti del 
mare che potrebbe, anzi deve essere, buona, continua e 
sicura fonte di guadagno, mentre nelle nostre lagune, 
eh' io so per pratica, in certe località, sebbene non co- 
stanti, abbonda il prezioso mollusco (in ispeciale in questi 
ultimi anni) malgrado le micidiali condizioni atmosferiche 
alla vita dell' ostrica che di tratto in tratto la fanno 
scomparire, non esercitasi una speciale pesca, perchè le ostri- 
che si raccolgono pescando altri animali, ad eccezione 
d'un numero assai limitato di pescatori della nostra laguna 
che si dedicano esclusivamente a questo mestiere. — Ma 
noi abbiamo posizioni eccellenti per la vita dell'ostrica, 
pur troppo, come si vedrà in seguito, queste posizioni non 
possono offrire che una garanzia assai limitata di tempo, 
perchè dato un congelamento o collo depositarsi troppo 
sovente del fango nell' interno del guscio, essa muore, e 
da anni sarebbe digià del tutto scomparsa, *- se dal mare 
e dalle dighe dei porti, quali grandiosi magazzini, non 
venissero importati novellamente gli embrioni, i quali 
trovate località adatte per mezzo ddle loro ciglia vibratiili, 
vi s'affissano e crescerebbero ottimamente col vantaggio 
poi di una non lontana propagazione ed abbondanza, se, 
la mano dell'uomo, avida di solo guadagno non distruggesse 
anzi tempo l' impianto creato da natura Provvida. 



m — 

L'intensa amore eh* io porto allo studio tielle s&i 
naturali, ai prodotti del nostro suolo ed a quei acqui? 
spinsero ii fare nuovi studi e ricerche suir ostricai 
il risultato dei quali, mi |>eniietto oggi^ o Signari, ; 
gerii in proposito, a guisa d' un semplice e breve vesoo 

Tessere la storia dei tentativi che si fecero sulF < 
coltura sarebbe cosa troppo volumiuusa, io pass^ìru soli 
in rafisegiia i principali che furono fatti fino ad ora i 
nostre lagune : 

L* ostrica un tempo, era dovunque abboudautp, mi 
sappiamo per dolorosa esperie ri /.a che iu questi ultimi 
scomparve quasi del tutto I Comineiossì osservare qi 
mancanza del prezioso e gustosissimo mollusco in \\ 
località della laguna poste vicino a terni -ferina, grai 
mente s* aumentò anche nella laguna viva e tale n 
venne da molti attribuita, come T immissioue dell** u 
dolci e dagli scoli delle risaie in laguna. 

Ne condivideva pienaiuente questa opinioue il 
cav. Antonio BullOi anzi questi in una relas^ione dal 
risposta dalla Camera di Tommereio della Città di 
nezia al I<, Ministero {!) ebJje a dire: In quaiilo 
nostre coste di mare nel veneto, devo dire che e 
non si prestano affatto, né mai si prestarono airallevam 
ed alla coltivazione delle ostriche. 

Sia per Je sabbie convogliate da tanti fiumi che ha 
foce in queste coste, sia per le correnti d* acqua d 
che sovrabbondano spesso nel litorale, portate in giru 
moto radente e dai venti, non poirebbesi mai arrii 
nelle coste ad avere qualsiasi utile risultato. » 

Chi legge o consulta tale scritto, conoscendo 
fama la competenza del Bullo iu tali materie, deve ce 
mente trovarsi assai disili u«?o, perché si energicatui 
pmnunciarsi, può imbara^srare non lievemente chi 



(1) Gìoniale « il Tempo * 27 m«rzo IHld N* 73, 



— 41 — 

amore della scienza e per il bene del paese sacrifichi 
gran parte della sua vita. 

Come siano del tutto diverse le opinioni, cito invece 
quanto il Carazzi (1) scrisse a proposito dei miglioramenti 
possibili negli impianti esistenti oggi in Italia. 

€ In tutto il litorale dell' Adriatico V industria è ancora 
bambina, ed io sono convinto che in questo mare essa 
potrebbe assumere uno sviluppo tale da superare molto la 
coltivazione del Mar piccolo e quella di Taranto ». 

Fra queste due antagoniste opinioni ci si presenta però 
il seguente divario : mentre quella del Bullo basasi su 
nessuna esperienza pratica, la seconda, quella del Carazzi 
è frutto di lunghi anni di esperienze : ecco il perchè che 
in quest* occasione, e per la pratica da me acquistata della 
laguna, io mi stacco senz' altro dal suggerimento del Bullo 
per condividere quella del Carazzi, tenendo poi conto dei 
progressi che fece la scienza in questi ultimi trent' anni. 
Ma prima di venire ad una conclusione, vediamo quali 
siano altri motivi che m' inducono parteggiare per la 
seconda di queste due illustri persone, per ritentare una 
nuova prova d' allevamento, passando in rassegna, come 
disssi, i tentativi che si fecero in questo interessante ramo 
rleir industria peschereccia. 

Il Governo austriaco già cercò vari mezzi per ripopo- 
lare le nostre acque del gustosissimo mollusco e ne affidò 
quindi la cura al cav. D' Erco. (2) Ma poco pratico questi 
delle nostre lagune volle seguire il metodo preciso di 
coltura che usasi nella baia d' Archachon e lungo le coste 
della Francia e del Belgio, costruendo nel canale di S. 
Antonio delle claires ! Ma che avenne ? Questo metodo si 



(1) Ostricoltura e Mitilicoltura. Manuali Hoepli, Milano 1893. 

(2) Vedi Nardo Dott. G. D. — Informazione sulle pratiche 
attivate e che si vanno attivando a cura del cav. D*Erco pel 
migliore coltivaiiiento delle Ostriche e de' Mitili nel veneto Estua- 
rio (Atti Ist. Veneto Anno 1863-64 pag. 95). 



42 — 



\ 



rese tlel tutto inadatto alla coltura, perchè i raggi €OC4^ 
del sole fece risalire T acqua ivi rinchiusa ad un cai 
grandissimo e ad un grado di salsedine eccessivo, le ostii< 
di conseguenza perirono, così pure i mitili* In brévt 
cav, !>' Krco dovette smettere i suoi tentativi ; pure p< 
buoni risultati diedero le ricerche del Prof- Molìu es**gu 
in una valle a campo d' esperienze, (1) 

11 com. co. Torelli, già regio Prefetto di Vene 
istituì una commissione « avente per iscopo di studiar 
proporre i mezzi più acconci a porre un argine alla mio 
ciata scomparsa delle ostriche. Questa commissione, pércoi 
la laguna, indagò ((uali potrebbero essere i siti mìglio 
per tentare V allevamento e la riproduzione ;siudiò le cai 
che ostaggionavauo la vita del mollusco e venne a condud* 
che la priacìpale si è F inuDissioue nel bacino laguu;^ 
il elle acque dolci che provengono dai terreni liniitroÉt, 
tjuale unita forse ad ftltre meno note cagioni, porta % 
lenti e continue alterazioni da rendere sempre più \m 
portuni molti luoghi alla vita delT onirica, 11 r^golam#*i 
lagunare oppendosi poi alle chiusure nella laguna vii 
nel quale ultìnio sito si poteva forse dare con bu< 
successo a questa coltura, fece escludere n prkm da 
Commissione prefettizia tutta questa vastissima zooa* 

Mio Padre, il D/ A. P. Ninni col co, Sormani More 
presero in affitto la Valle Riola Verta per lo scopo di ei*f 
rienxe e di estendere V allevajueutg delle ostriche. In iju 
sta valle aperta^ ove, si può dire, veniva l'acqua direttala^] 



(l) Rapporto sulla colti vascione d*>ne t>gtrÌL-ht' « din triitili nv\ 
porzione ni ed in ed inferiore delJa In^nnia vi^netn in : Gai^un 
Venezia N, 3 (5 gemiaio 18(>%i, 

Secondo rnjiporta che tratta della cnltTira deik otstrichi* tiH 
bigunn superiore, iti : Gazz, di Venezia N. 4 (7 gemi* 1^ vi 
un' aggiunta carta topografica, nella quale nono e$^pres»<i a ittfl 
reiUi colori le differeuti coltane da iutrodnr?ìL 



- 43 - 

dal mare per il porto di Malaraocco, le ostriche riuscirono 
perfettamente, molto ben fatte (con termine pratico) ed 
assai gustose e piene. Si seminavano a lunghe striscio in 
diverse direzioni e siccome V accrescimento delle medesime 
(e questo succede sempre quando V ostrica vien portata 
lungi dal luogo dove s* attacca V embrione) era assai lento, 
si cominciarono a vendere dopo due anni. Ma nel 1890 
causa un fortissimo ghiaccio, il quale nella bassa marea 
si depositò sopra esse, e causa ancora bufere continue che 
sconvolsero il fondo, queste morirono. Il Co. Sormani 
Moretti mi riferì ultimamente che durante queir inverno 
morirono oltre due milioni d' ostriche. 

Nel 1885 il medesimo dott. A. P. Ninni presentò un 
« Rapporto a S. E. il ministro di agricoltura e commercio, 
sui progetti della ditta Grego per estendere la piscicoltura 
ed introdurre la cocleocoltura nel fondo situato nei comuni 
censuari di Lugugnana e Caorle. Con un'annessa corografia 
dei siti, il dotto relatore espose un dettagliato studio sulle 
ostriche, ma per ora, non voglio inoltrarmi nel citare il 
contenuto perchè non ristretto per la laguna di Venezia. 

Neir ultimo decennio sorsero due Società, una gestita 
dal Gorin nella quale erano principali azionisti il co. Da 
Schio r avv. Baschiera ed altri capitalisti veneziani ; 
dopo alcuni anni, e dopo aver preso un premio al K. 
Istituto Veneto di Scienze, la Società si sciolse. 

Di poi si ebbe una seconda Società di ostricoltura, 
gestita dal Cav. Eugenio Scarpa che fece coltivazioni a 
sistema Tarentino, ed anche questa non sorti buon esito 
finanziario e si sciolse. (Neptunia Voi. XVIII N. 2 - 1902 

Si fecero in seguito altri tentativi di minor importanza 
tra qnesti, alcuni signori formata una società vollero 
ritentare l'allevamento e lo sviluppo commerciale dell'o- 
strica. Ma a quanto pare e per ragioni che ora non ci possono 
interessare anche questo tentativo andò fallito a carico 
però di quel tale che credeva di fare dell' ostricoltura 




afdtoM, e 
dai prstid, fl 
«M fingo 

1^ CM» ddie aofM doki area fR9r ra^ìMe 4* «abl 
Mi te^ri PW»ti pereàé al pìoniD d* €««] fe grandi op 
yras&he die dewlmmm i wspiftH eorsi «T uqtta idi 
iMiwi cMaame le «Mlision drfle aci|iie «kUa top 
reueta. Ed i scoili dtUe risaje ritraotì dalla nacp 
parte cooie l'eoie prìmo oocito alla rita deìVo 
On si può dire, oou e:^biifio piò, perchè latti ♦:" • 
furono ildoitt ad agmoltara, la mano japìeiitr 
nel corso dì pochi atinì seppe traroe rantaggio qod He 
ora si vedono campi ooltivati a grauturoo e fru 
vasti g^betti e la vite cresta fino alf altimo aif il 
diride la laguna dalla terra - ferma, rvumeros€ bian^ 



— 45 — 

case colouictie iuterrompoiio la monotouia di quel bel 
verde lussureggiante, mentre una volta colà crescea la 
piantina del riso rigogliosa nel!' acqua putrida che di 
mano in mano dovea scolare in laguna, luoghi deserti 
paludosi abitati da stuoli immmensi d' uccelli i quali vi 
trovavano colà sicuro asilo ; il solo cacciatore rimpiange 
ancora egoisticamente quei luoghi e quei tempi. Il canale 
Nuovissimo, V Osellino, il Taglio del Sile che cooperano 
moltissimo a questo miglioramento, sebbene ancora oggi 
sbocchino in laguna il Marzenego, lo Zero, il Dese, il Canale 
di Lugo, Cornio ecc. ecc. ma questi canali dalle acque 
pure inquinate non possono nuocere alla vita dell' ostrica 
gran che, (seppure di gran danno per il pesce e questo 
domandiamolo ai nostri esperti vallicultori) anzi porto 
r esempio che nel lago delle Tezze si trovano sempre 
ostriche gustosissime ed una volta in qualche abbondanza 
i mitili, cosi pure ne vengono prese rimpetto alla foce 
del canale di Fusina e nei paludi di Pellestrina. Nell'ottobre 
di quest' anno (1902) fui presente in pescheria grande 
dell' arrivo di centinaia di canestri d' ostriche provenienti 
da quesl' ultima località, furono vendute a 60 cent, il 
canestro, esse erano « ben fatte » di un contenuto chia- 
rissimo, crasse e d' una grandezza che variava da 5 a 
8 e 10 centimetri. 

L' acqua dolce poi non è si nociva come lo si crede 
air ostrica e questo è noto da lungo tempo. Il grado di 
salsedine dell' acqua lagunare si presta molto bene alla 
vita di questo mollusco. La gravità specifica superficiale 
dei mari italiani come osserva il Prof. Issel, laddove non 
affluiscono acque dolci variai da 1,027 e 1,029 e crediamo 
che sia un po' troppo elevata per l' allevamento delle 
ostriche, ma nell'Adriatico scende a 1,026 e nella laguna 
a. 1,018, neir atlantico sulle coste francesi ed inglesi 
oscilla fra 1,022 e 1,027. Cqrae vediamo da queste cifre 
risulta che 1' ostrica prospera a perfezione dove 1' acqua 
è meno satura di sali, e per 1' esperienza ancora da noi 



1 

1;/ 



L\ 



— 4(i - 

fatta é ch^ T ostrica di laguua è luolto piii gustosa da qu 
che proviene dal mare e dai porti. 

Per me il ritentare una nuova prova d* all^viuin 
io laguna da quanto ho cercato d' esporre sarebbe d; 
^eludersi affatto : 

h non per V acque inquinate, ma per il freddo 
ogni anno potrebbe ^opraggi ungere e far gelare la lag 
morta : 

IL per il depositarsi di continuo del fango nell'iuh 
delle ostrichtì : 

IIL per il divieto assoluto di poter costruire in laj« 
« riparo o difese di qualunque specie», ancorché non fos 
contìnui e non fosse impedito il passaggio delF acqua 
golamento lagunare). 

IV, per la difficoltà di sorvegliare per bene rìtupi; 
costruito. 

A noi resta, come si vedrà nel seguente eapitoi 
scegliere un sito nel quale, abbandonando qualunque 
todo adoperato in Fraficia, Olanda ecc. piantarvi colà 
allevamento, il quale senm danno alla laguna, alla p 
ed alla navigazione possa svolgersi nel corso degli t 
come è nel nostro desiderio ed io nutro la piena fidu 
che ci darà un rigoglioso prosperìniento. 

Signori, per quiinto deboli siano in materia If* 
ragioni, pronunciate solo dalF amore eh' lo porto 
nostra città, oggi occorre un margine se non si vi 
ripiombare domani in un disastro, un margine edifi< 
solidamente tanto dallo scienziato quanto dal pnino 
che tale opera sìa poi custodita da chi, con volontà fei 
sappia far rispettare la legge provvida, atta a chi 
seguirà ridea a rinfiorire le condizioni di tale pesca, 
questo modesto lavoro una nuova pietra miliare su qti 
strada che ci deve condurre alla sospirata mela. 



— 47 — 



Capitolo V, 



Progetto d'nn impianto d'allevamento d'ostriche 



Chi ha in animo di far sorgere un' impianto d'ostri- 
coltura od anche un semplice allevamento d'ostriche deve 
anzitutto considerare, e seriamente, il sito da scegliersi, 
se riparato o no dai venti e dalle mareggiate, come ne 
sia composto il fondo del mare o della laguna per quel 
tratto da scegliersi, Ja salsedine dell'acqua, se soggetta ad 
elevarsi troppo in estate causa 1' evaporazione e la tem- 
peratura dell'acqua. 

Dopo d'aver girato e rigirato la lagana, come esposi 
poco prima, esclusi la costruzione di qualsiasi impianto 
nella medesima, e quale luogo adatto, per simile coltiva- 
zione, scelsi quella località, ch'io ora mi propongo descri- 
vere, la quale sorge alla diga Nord (di levante) del Porto 
(li Lido. 

Questa diga, descrivendo una curva grandissima, for- 
ma dalla parte del mare una sacca (seno) la quale coU'an- 
dar degli anni, se non vi si porrà rimedio, per il continuo 
alzarzi della sabbia gettata dalle onde resterà un vasto 
Jago, per poi scomparire non avendo più comunicazione 
con esso, al giorno d' oggi la punta dei sabbioni si può 
(lire non esisti più, si formarono in luogo di quella tre 
promontori, il n. 1 dei quali tende congiungersi ai sassi 
della diga. Ma di questo ne riparleremo, osserviamo in- 
vece la parte che guarda la laguna alla quale sta rimpetto 
il litorale di S. Erasmo, il Castel di S. Andrea colle opere 
fatte per il siluripedio e la punta nord di S. Nicolò di Lido. 
Naturalmente quando infuria la bora (vento da N. E.) 
questa posizione è pressoché alla completa bonaccia ed i 



— 48 — 

venti (la garbi h (S. 0.) non possono formare onde codh 
voli per la ragione che desse sono costrette a lravr> 
banchi di ^sabbia sili a pochissima profondità i iiuali 
volta (prima della costru?iioiie della diga ^ud) ostruì 
coiiìpletameute il Porto dei Treporti e di coiìsegui^nza s 
quello di Lido, (Riferisco qui alcune notizie sopra 
sto argomento tolte dal Tassi ni), (1) Il tratto che d 
la diga Nord dal litorale di S. Erasmo è conosciuta 
pratici come canale di S, Felice, anche se proprian 
sia vero porto, causa V estensione sua grandii^simi» 
tanto da una, quanto dall' altra parte la profondità è mi 



\\) * Il Dr. Tassini G. (Lido - Ctìiuii *; tori d Vai<?iia itm U 

elice: cht^ l'inibciniineìito del [mno <ii Lido cc*miiiL-iò già djil 
tnivando una leg^g'e in queir anno ehe » pertnettF ni rasi** 
gettare neU" onde parte dtjUa loro suoni a prima d'aecost 
(Nisl causa ii eressi tati?" ad iìitTaiidinn in Poitum Ri va HI - 
Mann, citato dai Fìliasi) ed almi li^ii-gì dttl \ì)^\\ danno a di* 
ehe i irrandi v^ascellì più non |iiTie\ano poi uredesimo eatr; 
laguna. Nel 185lt percossi di Hcavarto eoi mandarvi cinque \ 
barche piene d^ uomini a rawchiarue it fondo ^ e ftirappanip J* 
mediante rastrelli di ferro. Si cercò pure di nettarlo coi lo spìn 
entro l'acriua dei fiumi Padovani raccolti in un m>1 alveo, 
l^^ntativi si fecero nel l-'ìtX) e l^ltl estirpandosi i folli canneti 
scinti coIA per la inescolan?^a dell'acque dolci colle salse* Ne 
mille nomi Ili vennero impiegati a scavare un'ampia barrita 
inatani appresso. Nel 1425 volto^si la Brenta dì Filicina difettai 
verso questo porto» e La si deviò da qucdlo di Malamocco, ' 
però fu inutile^ e le cose giunsero a tale che nel 1&41 una grui 
ad un remo solo, poteva con lutta sìcurci&5£a uretre ed entrai 
porto di S, Nicoìò» Soltanto coli' andar del teini>o esso poco a 
inconijneiò ad acquistare nove! /a profondità» talché negli 
tempi della Repubblica ritornavano a passarvi le gaU*e, noti 
legni minori ', 

Al j4nortìo d' oggi» grayJe alla co lassale op*\ra della cmxrm 
delle due dighe, di ^ià accennaci, la profondilA del porto va^i 
crescendo» pennettendo V entrata t5 l'uscita a vapori di grossa i 
nonché ai piti gratkdl vascelli da guerra. 



— 49 — 

lasciandovi più verso la diga un canale che varia in 
profondità dai metri 3.5 ai 6. 

Quando V acqua del mare comincia ad entrare in 
.laguna,-segue la linea retta formata dalla diga e poi 
inoltrandosi, si stacca da essa causa la curva e va di- 
ramandosi in tutte le direzioni. Appunto entro questo 
spazio segnato ^ dal corso d^ acqua, il quale è assai più 
lento, ed il fondo ne :• è ^ ricoperto di pietre occorse alla 
fabbricazione della diga, sarebbe mia idea d' impiantare 
r allevamento d' ostriche, il quale col contributo del seno 
di già descritto alla parte Nord della diga si potrebbe fare 
(Iella vera ostricoltura. Scelsi appunto questa posizione perchè 
gli embrioni di ostriche quando portati da corrente troppo 
rapida e come succede appunto nel porto di Lido al tempo 
del flusso e riflusso, diflicilmente si attaccherebbero sopra 
gli oggetti artificialmente posti dall' uomo a questo scopo. 

Sui sassi delle dighe si trovano sempre attaccate 
moltissime ostriche, il numero delle quali sarebbe incalcola- 
bile se la mano deir uomo non ne asportasse di continuo. 
(Hi embrioni provenienti dalle ostriche madri del mare e 
ila queste succitate seguono la corrente d' acqua e vi si 
affissano quando trovato un luogo adatto. Su questo punto 
basasi la mia scelta del sito, preparando a questi embrioni 
appoggi artificiali, dovendo essi entrare in questa specie 
di risacca, prima della loro peregrinazione per la laguna, 
trovandovi poi gran parte di loro una certa morte. 

A questo scopo, come vedesi nella figura, bisognerebbe, 
partendo dal punto A, fissare fino alla distanza della diga 
di circa 10, 20, 30 metri (dopo questi trovasi il canale) 
una serie di pali distanti fra loro una ventina di metri, 
ed. uniti .fra loro da un filo di ferro zincato ^B) o da una 
corda. Da ogni palo partirebbe ancora un altro filo (C) 
iu direzione N. E. fissato da un sasso della diga. 

A questi fili, o corde s' attaccherebbero delle fascine, 
le quali saranno state spalmate con cemento idraulico 
misto a sabbia onde agevolare l'adesione dell'embrione 



50 



**d ili seguito rentier^ più facile lo staccare gli ostr 
Sarà di somma iniportanza che le fascini! con tocct 
fondo. Auclie in quesito io feci le mie prov'e e s* 
in minima scala pure ebbi risultati ottimi, perchè s; 
un' illusione il credere sufficiente V iiumorsione di f 
od altri oggetti credendo poi di ritirarle dall* acqun 
ostrichinì attaccati* (1) Fra queste fascine, propor 
costruzione di tre cassette di legno (Dj il fondu 
quali formato da assicelle distanti fra loro cÌpcj 
centiruetri, e fra queste porre stivate ostriche «' 
cioè di 3^ 4, 5 anni, le quali tenderebbero al 
della sortita degli embrioni a fare da madri. Seri 
forse superfluo questo provvedimento, ma mi fu sog 
in un' ultima ispezione che feci alla diga dove un pes 
praticissimo iu questo capitolo, mi mostrò un masso e 
ricoperto da molte ostriche, a primavera i sassi ali* ìi 
erano del tutto privi d' ostrichinì mentre in g< 
di quest' anno in ìspeciale dove vi erano iacrust 
potei vederne un bmon numero, io riteugo prove 
da iiuelle ostriche luadrt, perché se vi fossero state os 
antecedenti e portate via dall' uomo, si sarebbe \ 
benissimo il luogo della loro a (fissione. 

Cresciuti gli ostrichini alla grandezza opportun 
essere staccati dalle fascine, da noi si può rispettai 
anno dalla loro nascita, dovrebbero venir semimii 
seno nord della diga dove V acqua è in continuo movi] 
e di una ragguardevole corrente, questa di asi 
necessità aUa loro vita portando cosi abbondante e 
tinuo uutrimeuto« 

^011 potrei consigliare di gettare questi ostrichìi 
fondo, ma in apposite casse ; queste si possono far p 
giare per mezzo di barili vuoti mentre nella b^L^sa n 
quattro piedi attaccati alle delie casse noo permetere 



{%) Vedi H" parte — O^^iren editi Is. 



— oi- 
di toccare il fondo, Metodo questo inventato dall' ostricol- 
tore Sig. de Karrado (Allodi pag. 64) (1) (E). Il fondo di 
queste casse dovrebbe essere ricoperto di rete metallica, affin- 
chè la sabbia portata dalle onde possavi passare liberamente. 
Se all'opposto V animale cosi ricoperto ed impossibilitato 
ad espellerla è costretto di ricoprirsi d' un' altra so- 
stanza madreperlacea, e spesso succede che questa, causa 
l'immenso lavorio e nuova costruzione, la valva supe- 
riore più non combaci colla inferiore lasciando l' animale 
in piena balla dei nemici, e quante volte succede d' aprire 
ostriche, che al minimo urto per staccarvi il callo, questa 
nuova crosta si rompe, lasciandovi a nudo il fango poco 
prima nascosto. (2) 

Le ostriche poite in casse possono con facilità venir 
pulite, mentre per quelle nel fondo naturale, sarebbe un 
lavoro improbo e di gran perdi tempo. 

La profondità di questa insenatura varia da uno a 
tre metri e più, questa sarebbe indicatissima potendo 1' o- 
strica venir allevata a pochi metri d' acqua, ed i banchi 
grandiosi di Schleswig di oltre 100 metri di larghezza e 
di 1000 in lunghezza trovausi ad una profondità da 1 a 9 
metri e gli allevamenti d'Ostenda hanno pure la profondità 
di soli 2 metri (3). 



(1) L* ostricoltura e mitilicoltura in Francia. Trieste 1890. 

(2.) Nella collezione di molluschi eduli da me depositata alla 
scuola di Pesca in Venezia, esistono esemplari che dimostrano 
quanto io dissi in proposito. 

(3) Secondo il Prof. Moebìus, si trovano ben 47 banchi consì- 
mili lungo le coste dello Schleswig-Holstein, tra i quali i maggiori 
misurano tre chilometri e mezzo di lunghezza con larghezza as- 
sai inferiore nella massima parte sono coperti almeno da 

due metri d' acqua, durante la marea bassa, e non si estendono 
a profondità maggiore di 6 a 9 metri (Issel Prof. A.) 1 molluschi 
eduli. - Annali dell' industria e del Commercio 1880 N. 28 pag. 5. 

Un' altra località pure adatta tissiraa sarebbe V insenatura 
che forma il litorale di S. Erasmo, e credo pure la punta Nord 
del litorale di Lido; 



— 52 — 

Cresciute infliie le ostriche alla graadezzii v^ 
<Ia]la legge, ed atte quindi d* essere poste in ci^tutii 
per togliere loro quel sapore troppo salato o da tmtrii 
perchè provenienti dal mare, tlovrebbero venir poste i 
grandi ceste o cas^e per un tempo di 48 ore neir a 
dì laguna che è meno satura di sali* 

Nel porto dì lido il grado di j^alsedine (Luglio- Ag* 
è di (Huisso) 1,022 (riflusso) 1,020 mentre a S* Miche 
di 1,019 ed a Mazzorbo, (Durano) 1,017 e sappiamo 
ostriche adulte possono vivere per diverso tempo io a 
al 1 ^/,, di salsedine, non cosi le larv^e» alle quali $ 
sogna almeno il 3 *'/,,. 



CAIMTtH.O VI. 



L^ indussi ria delle eoiiehiglie 



Anca de quelle se fa un uso bou 
Perchè lisse ridotte^ e beii pulie 
Grazie ai continui studj del bon ton. 
Vedo de quelle andar dame forni e* 

Venere nata in mar, voi che le vaga 
Dei pater ùi tesori anciio adornae ; 
bestia chi biitta (i nelle scorge in strada 
Se le xe con rasou tanto apprezìsae. (l) 



(t) L- Marti g^nòn — Eaccolta Poesie veneziane* I carA^«^ 
Parte I. — Treviso l«26. 



— o3 — 

Negli annali dell' iudustria e commercio (1880) n. 28 
il chiarissimo Professore Arturo Issel parlando delle ap- 
plicazioni delle conchiglie cosi dice a pag. 20 : La faSbbri- 
cazione dei monili e dei braccialetti di Trochus decorticati 
e attraversati da un fiio^ non ha forse tale importanza 
da poterla comprendere fra le industrie propriamente 
dette ; credo tutta volta che se i Veneziani si studiassero 
di migliorare alquanto quei loro lavori e di accrescerne 
lo spaccio ne ricaverebbero ragguardevoli profitti. Sarebbe 
bene che le conchiglie fossero infilate nella seta anziché 
nel cotone, e che si ponessero ai braccialetti acconci fer- 
magli d' argento. Altre conchiglie, specialmente erotiche, 
potrebbero proficuamente costituirsi al Trochus adriadcus 
od accompagnarsi ad esso. 

Io sono il primo di tutti che dà perfetta ragione a 
questo utile consiglio, conoscendo per fama la somma 
competenza dell* illustre Professore, ma questi oggetti si 
fabbricherebbero con ogni sorte di lusso se non fossero 
soggetti alla sovrana delle regine, alla moda. Di questo 
vi accerta la poesia di Martignòn, il quale pure parla 
della moda allora in voga d' abbellirsi coi monili fatti di 
Gibbula albida. 

Quasi quasi, al giorno d' oggi se questi braccialetti 
ed altri monili, non fossero posti in mostra in qualche 
negozio . forse non sarebbero neppur conosciuti dai Vene- 
ziani (1) da una minima parte di loro, mentre una volta 
erano in voga certi medaglioni rappresentanti assai al 
naturale, rose bianche e d' altri colori, formati dai gusci 
della Lonpes tacietis, L. A questi si apponevano acconci 
fermagli che il tempo di 20 anni non seppe ancora alterare. 

Nella Monografia della Provincia di Venezia troviamo 
scritto: Conchiglie lavorate; oggetti di curiosità. — La 



(1) vanno venduti specialmente ai forestieri. 



— 54 



facilità di raccogliere sulle spiaggìe del litorale svari 
sìme conchiglie « gusci di testacei marini ha da circi 
anni dato origine ad una speciale lavorazione nou f 
di pregio. Le conchiglie, ripulite dalle sabbie e le^i 
[>^r modo da fare risaltare i belli e svariati colori e I 
dato a madreperla, vennero intrecciate con co uteri 
guisa di vezzi, di braccialetti e d* altri ornamenti mi 
bri e se ne ritrasse cosi nei primi tempi uu valore 
si calcolò daìie 400.000 alle 500,000 lire air anno. Ve 
meno però le ricerche all'estero di quei prodotti si i 
rono e diede mano anche ad altri lavori, come p* < 
stipi, porta-orologi galanterie e gingilli d'ogni sorta. 
benché ora quest' industria sia per diminuita voga, 
per la lunga schiera di venditori girovaghi che si e 
cane particolarmente e con insistenza unica a smer^ 
a prezzi disfatti le manifatture, non abbia conservai 
importanza che s* avea per qualche tempo acquistata, 
tuttavìa se ne fa cenno perchè forse, mercè altre i 
gnose ed artìstiche combinazioni e perfezionanientt 
ritortiare in moda e ripigliare vigore, come si può ìnd 
dal vedere quelle materie prime di gusci e conchiglie 
rilucenti essere richiamate smontate in Francia ed alt 
per legarle e formarne svariati e graziosi oggetti ed 
ticoli di commercio. 

Se Je ricerche vennero meno air estero quest 
dobbiamo ricercare nella causa dell* apertura dell' i 
di Suez perchè la Francia acquistava molti artic4> 
commercio; come in con terie e perle per corone moni 
per iscambiarle col Senegal contro equi preziosi, 
gomme, insoniuia per un valore annuo di 200 a 25i 
lire- 
Ora invece i porti di levante richiedono dal mei 
veneziano questi lav^ori di conchiglie, esse vanno vei 
colà da dove sì recano neir interno dell' Africa, tìiu 
rAbissinia, Congo, Guinea ecc. 



— oo — 

Un' industria propriamente detta di conchiglie esiste 
pure a Venezia, (1) e per dire soltanto quello che vidi, volli 
visitare uno stabilimento, quello del Sig. Adolfo Spada, al 
quale per vero debito di coscienza debbo porgere pubbli- 
camente vivi ringraziamenti, per la cortesia sua che volle 
condurmi, mostrarmi e spiegarmi tutto, liò stabilimento 
del Sig. A. Sp^da puossi dividere in due parti, in quella 
superiore vi stanno le conchiglie preparate, in grandi 
casse di legno o in eleganti scatolette bianche, prontje per 
la spedizione. Colà trovansi pure gli ornamenti muliebri 
ravvolti in carta rossa che fa spiccare tanto più i loro 
riflessi madreperlacei. In un' apposita vetripa si osservano 
le grandi e belle conchiglie esotiche pure decorticate. 
Nella parte inferiore composta di cortili e di magazzeni 
vedonsi le conchiglie gregge, conchiglie di qua, conchiglie 
di là, ed a mucchi si grandi di oltre 40 e 50 quintali 
alle volte di una sola specie. In casse, poste le une sulle 
altre fino all'altezza del soffitto yedonsi quelle pronte per 
il passaggio al piano superiore, o quelle che non aiìcora 
subirono l' intera loro toiletta per divenire lucenti come 
lo vuole il loro proprietario. 

Un buratto è sempre pronto ricevere i Trochus per 
venir questi assortiti in tre diverse grossezze. Vediamo ora 
quali operazioni subisca p. es, il Trochus adriaticm, o cara- 
goletti da galanterie o veneziani, : — Gibbula adriatica^ Phil.) 

Dai pescatori il Trochus vien preso in laguna in enormi 
quantità, e dopo d'aver fatto in barena (2) della buche, entro 
queste si pongono i Tmchus fino a completa macerazione 
dell' animale, questo impiega circa alcune settimane. Passato 



(1) vi sono quattro stabiliineiiti per la lavorazione delle 
conchiglie. 

(2) bareìia : quel basso fondo di laguna o sia quel ridosso 
rilevato di natura arenoso-eretosa tutto sparso di piante erbacee, 
che non va coperto dall'acqua marina se non nel tempo dei 
jjirandi colmi V. il Boerio-Dizionario dei dialetto veneziano). 



— m ^ 

questo tem[>o, si lavano ^ rilavalo \n'r bene iu i 
acqua, e ì&enz* altro vengono trasportale allo stabìlìiii 
Qui per primo subiscono un' iramerMoae couc^utra 
muriatico, da questo ne esconu decorticata io mod^ 
penderle di quel bel colore madreperlaceo. 

Dopo la pulitura col muriatico vengono di bel ri 
poste in un bagno di cloruro di calce per renderla 
bianche ed antigro metriche. 

In commercio distinguonsi Tmchm di I* e II* qi 
e questa <H!ferenza, come si può vedere nella seg' 
tabella, sta che il N. 2 ed il N, 4 non souo perfettaii 
vuote che, durante le varie manipolazioni hanno s 
dei guasti e vengono vendute a 4mj ricamato ri più ari 
a ii>età pr^ymo. 

Le altre conchiglie, cioè quelle dal N, 5 al 17 e<l r 
le rape mnte subiscono prima il bagno di cloruro di 
e poi r immersione nel muriatico. Per il Tvochm, 
abbiamo detto avviene tutto V opposto. 



N. 1 — caragoletti puliti P. qualità per 100 Kilo 

- » » IP- » » » * 

- caragolì »!%»»»> 

- if » n\ )i » :ì » 

- Parigini » » > » 

- (ìarusoli y^ )► » > 

- Bocche roverse puliti . . * j» » » 
• Canestre! li puliti 11/ qualità » » > 

- Cappe tonde pulite » j* » » » 
5^ cantori » » 3> » » > 

- Cappe Telline * .... si » s 

- Foglie di rosa » ^ » 

- Negri ni ...,...» » 



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fi) si comprenderà che, per deUentezxA, tioiì mi in fV»? 
|>orre il relativo prezzo. 



— 57 - 

N. 14 — Campanelli per 100 Kilog. 

» 15 — Peroli » » > 

> 16 — Arca Noè » > > 

> 17 — Cappe nere » » > 

» 18 — Cappe matte » » » 

» 19 — Raccolta » » » 

> 20 — Cappe sante pulite per 100 pezzi » > »• 

Per farsi tm' idea della grande quantità di conchiglie 
che vengono poste in commercio dal Sig. Spada mi basta 
citare eh' Egli per la sola pulitura delle medesime consu- 
merà in media da 1200 a 1500 quintali d'acido muriatico 
(cloridrico) air anno, (in lit.) 

Il Trochus adriaticus decorticato o vien posto in casse 
e spedite cosi, o viene adoperato per la fabbricazione di 
braccialetti, collane, ecc. ecc. A questo scopo viene forato 
dalle sbusaresse (foratrici) e passa poi in mano delle mistre 
(maestre) che per mezzo di fili e perle, per la maggior 
parte bianche, viene intrecciato formando eleganti monili. 

L' industria della fabbricazione di cofanetti, porta- 
orologi, cornici per quadri, per ritratti è piccola assai e di 
nessuna entità per il commercio. 

Sulle parti esterne e sul coperchio di questi cofanetti 
s' attaccano con gomma i Trochus ed i ,gusci di Mytilus, 
Tellina, Cheti ecc. Nella collezione da me ceduta alla Scuola 
di Pesca si possono vedere tutti gli oggetti qui sopra 
citati, nonché una completa collezione delle conchiglie 
adoperate in commercio. (1) 



(1) Emilio Ninni. Collezioni didattiche della Scuola di inesca 
ed Aqaicoltura di Venezia riguardanti 1 pesci che si coltivano 
nelle valli delT Estuario Veneto (in serie di sviluppo) ; i più 
importanti pesci d'acqua dolce: i crostracei ed i molluschi eduli 
del mare e della laguna di Venezia, inviate all'Esposizione di 
Brescia 1904. 



- 58 — 



PARTE SEClJNDA 



Molluschi e d u 1 1 p 



Patetla coerufea L, (Panlalèiia)» 

Non si vende eutro la città, pochi ne fanno uso esc 
cibo. Dopo la costruzione delle dighe che fornLEiio il pt 
di Lido i massi di sasso si ricoprirono di questa conchi^ 
la quale trovasi pure attaccata alle pietre degli ediJJH 
Venezia* I Bu fanelli vanno attorno ai ha^timenti e 
vendono a pochi centesimi ; uè dubito però assai di qu< 
loro asserzione, in modo speciale però che rlì !jiì eseiap 
possano ricevere 20-25 centesimi. Il nome vernacolo Pi 
iena^ dice il Nardo, proviene per una qualche rassc 
glianza di forma con le antiche medaglie di questo non 

Gibbuta albìda Gm. (Caragòlo tondo) 

listremaniente abbondante e fornisce al popolimi 
oeziauo ed ai pM*>si circonvicini un appetitoso cibo. 

« ('on uu agheto in raaa tiradi al sol 
Brusando una fascina alla spagnola 
Qual dileto ghe xe a questo poi 
Andar forse al rlessora, e che consola f 

Caldi che i scota, ve li da una man 
Poco pulia che odora da freschi n 
Ma la scorza ripara ogni malan 
S' et pili bon xe Ioga nel coresin, » (1) 

(1) I earaj^ioi rant. cil.) 



1 



Si vendono allessi e sempre caldi, ricoperti da grossi 
panni, per le vie della città, gridando: Co grossi e tondi! 
I gè caldi / / » I gusci vanno semplicemente gettati in 
strada e vicino specialmente agli stazi dei facchini, tra- 
ghetti ecc. il suolo ne è alle volte letteralmente ricoperto. 
Per estrarre 1' animale servesi di uno spillo. 

Se ne pescano in tale quantità che gli abitanti del 
nostro litorale (Malamoccx), Pellestrina, San Pietro in Volta) 
ne traggono dal guadagno, giornaliero vitto. Adoperasi a 
tale pesca la cosi detta raschetia una rete a borsa, V aper- 
tura della quale formata da un telaio triangolare ; nella 
stessa guisa pescasi assieme il caragol iondo^ il caragol tango 
(Cerithum vulgatum) posti in commercio i primi chiamansi 
« veneziani »; Un canestro di 2 a 3 Kg. costa dai 20 
al 40 centesimi. 

La Gibbuta adriatica, Phil. (caragoleti da galanterie) 
non mangiasi, il nome vernacolo, stesso indica il suo scopo, 
servono a fabbricare braccialetti, collane ecc. e se spedisce 
una grande quantità all' estero, anche questa specie sotto 
il nome di ^ veneziani >. 

L' Osilinum articularis (caragolo tondo grosso de mar) 
mangiasi soltanto dalla più povera gente di mare. 

Murex trunculus L. (Garuselofemena). 

É specie che fornisce pure al popolino di Venezia 
un cibo ricercato, Vendesi allesso. 

Murex brandaris — L. (Garùsolo màscio) 

È cibo assai migliore del primo perchè non sì pesante 
allo stomaco. Sono specie queste che diedero a diversi 
2SOologi orìgine di studi e scoperte interessanti come al già 
sovente citato ab. Olivi « Della scoperta di due testacei 
porporiferi ecc,. pag. 156) » Il dott. Bigli ne scoperse 
perfino il rame. 



— 60 — 

Ambitine queste specie usarisi in commercio, 1' 
pero di fabbricare portasigari iìbii esiste più. I pese 
chioggiotti chiamano l'mia hido mascio l*altra bniii ft^m 

Prezzo : i balatrèn (corba bassa di sponda ^ prói*v€ 
di due maoìglie) di circa 3 kiL in media uoa lira t 1 t 
50 cent. Una cnrga da fiume (Naiato) if>-ltt kil, lire 
1,50 a 3, 

Il Murex erinmms è specie che mangiasi dai pò 
11 suo gusto è assai « pipe rato ». 

Anche le specie Nasm nitida e Nassa mnfabiliìi veo 
mangiate soltanto dai pescatori che abitano il lite 
si usano perii molto in commercio sotto il noui 
* pirigini )» 

Cassìdarta echinophora^ L. (Por;;elèta) 

Non è si tanto frequente* L' ho veduta sempre vei 
assieme ai Murex, coi quali si pesca, posta ^opra il mu< 
quasi più per bellezza che altro. Collocata sopra le 1 
ardenti (Dice 1" Olivi) da un copioso glutine porp< 

opportuno per la tintura. 



Chenopus pes - petecanl, L< (zamarùgola) 

Quando il mollusco è vivo o allessato chiamasi z 
rugoia, posto in commercio r aversi e dai raccogli tai 
conchiglie ho sentito di spesso chiamarlo anche « diartn 
Abita il mare. Da pochi mangiasi sebbene sia gustosi§siu 

Una ventina d'anni or sono i chioggiotti forma 
una compagnia di 5 br^goz^i e pescavano a zumur 
coir Qstregher. (Rete a borsa clie serve per pigliar soj 
ed ostriche). 

Si pagavano allora una lira la cassetta (da peli 
per il primo e secondo anno; nel terzo anno i compr 
posero il 5V(j di refialo, nel quarto anno il 10 '*;„ fi 



— 61 — 

nel quinto anno per le troppe pretese imposte ai pescatori 
questi sciolsero la compagnia. 

Cerithium vulgatum — Brug. (Caragòl longo) 

Vendesi allèsso per le vie della città, è comunissimo, 
ed è cibo per il popolino assai appetitoso. Un canestro di 
2V, K. a 3 costa da 25 a 40 centes. 



li 



Ostrea edulis — L. (Òstrega) 

In commercio si conoscono quattro specie di ostriche 
cioè quella de mar, de sasso, de patào e cte canài: consi- 
«lerate queste quattro dal punto di vista zoologico appar- 
tengono ad una sola specie, air 0. edulis. Ben distinta 
invece è la variazione veneziana Issel, caratterizzata per 
la sua valva inferiore a marcate scannellature, assai 
incurvata « per la distesa verso destra obliquamente e per 
le lamelle che sono foggiate a pieghe assai risentite e 
più sollevate alla periferia, massime sulla salva inferiore. » 
Tali spiccati caratteri possiedono ancora più quelle ostriche 
che vivono in luogo chiuso (ostreghe de vale) e ritengo 
ciò possa derivare dal lentissimo loro crescere. Delle 
osiriche di mare io vidi tante e tante forme che non è 
facile cosa 1' esprimere un giudizio sommario, credo però 
poterle dividere in due grandi gruppi : q,uell6 a forma 
rotonda, ovale, e quelle a forma oblunga col guscio disteso 
a destra, come uno stivale, in speciale in quelle dell'età 

di 3 anni.' 

Quest" .ostrica trovasi in alcuni cataloghi annoverata 

come 0. cri$ia(a. L. 

L' 0. crislata è una forma a coste più grosse e meno 

numerose, la 0. lamel/osa è la 'forma massima, grossa 

assai, di Novegradi. 

Tutte queste forme e qualche altra varietà dipendono 

dai fondi ove vivono né mostrano assolutamente nessun 



i 



carattere fìsso il quale potesse* farcele ricjonoscere, p< 
ritengo che tutte la forme eduli adriatiche apparteDj 
ad una e soia vera specie, cioè alT 0, dulh della q 
una varietà è la pi tea (u la V altra, la rvnefmnn. Vi 
spesso esemplari di forma bislunga ed a coste gros 
poche, conterebbero adunque dei caratteri della crinh 
della plkfiluUi^ ma anche questi sono più individuali 
altro- Nella Monografia delia Provìncia dì Venezia 
Sorraaiii - Moretti) é pure notata V 0. cùchleaì\ Poi 
questo a torto» perchè essa è piccola, a guscio sem 
(cioè non composto di tanti strati) duro, bianco m 
concave e si trova soltanto nei fondi corallìgeri i 
Dalmazia e Mediterraneo, ma mai nei fondi veneti (S. 
Sina, in lit.) 

L* ostrica nel veneto Estuario cresce rapidament 
nel terzo suo anno d' età è atta aJ commercio, Neil; 
colle^Jone tengo ostriche di varie dimensioni ed èta, 
di queste, un vero colosso ha le seguenti dimensi 
lungh. 17 cm, larg, 13.50 ed uno spessore od altera di f 

Di spesso accadde che tale accrescimento è sì 
che, i margini delle valve si espandono tino a formar* 
sottili lamine, dando all' ostrica no aspetto assai «tinge 
L' ostrica presa dal sito natio e trasportata altrove 
allevamento cresce allora lentamente, riesce però, < 
usasi con vocabolo tecnico, assai « ben formata », 

Le migliori per gusto sono indubbiamente quel! 
laguna n de paluo costano circa 60-00 cut, alla doj 
(circa di 3 anni) le maggiori invece 12-15 fino a W 
cadauna. 

Quelle di mare hanno poco pregio, per il loro j 
da « marinazzo », Buonissime sono quelle di canale, 
per6 poco frequenti, causa la infrenata pesca. 

' Un canestro di 50 ostriche della lunghezjsa di 7 \ 
ha il valore dì L. 7.10 (A, P, Ninni). 



— 63 — 
Pecten varius — L. (Canestrèlo da una recia.) 

È poco frequente T uso di cibarsene dell' animale, 
i pescatori, secondo il Nalato, lo ritengono come il maschio 
del P. opercularis. 

Pecten polymorpbus - (Brora. Canestrèlo). 

Come il precedente, monta in laguna in Maggio ed 
ai primi freddi ritirasi in mare. Io ne vidi abbastanza 
numerosi perfino in lago delle Tezze. 

Pecten opercularis — L. (Canestrèlo.) 

Fornisce un cibo pregiato, anche per le mènse signo- 
rili. Usasi in pescheria toglierlo dalla conchiglia e porlo 
in casse di legno per il trasporto. Cosi preparato è 
buonissimo per « le fritture miste > di pesce. Mangiasi 
anche come si è detto sulla graticola, nel proprio guscio 
/i^on un po' di pepe ed olio, molti amano aspergerlo con 
limone (a scotadeo). 

I Pecten sono estremamente abbondanti. Si pescano 
specialmente nel verno colla draga^ ostregher anche colla 
coda. Costa una carga di tre chilg. circa dai 20 ai 5() 
cent. In laguna servesi della « volega » per la pesca del 
medesimo. Hanno questi molluschi la facoltà di innalzarsi 
ed ascendere dalla profondità di cento e più piedi fino 
alla superficie dell'acqua. (Vedi Olivi pag. 120.) Tale 
movimento viene prodotto dall' aprire e chiudere le valve, 
da cagionare nell' acqua stessa una continua reazione che 
spinge il corpo all' insù. Specie adoprata in commercio. 

Vola Jacobaea, — L. (Capa santa.) 

Ricercatissima. Per lo più mangiasi cotta nel proprio 
guscio. La conchiglia (scorzi) in commercio va venduta per 7o 



^ u ~ 

.servasi presentare nei grandi pran/J i ragouti» coti 
gusci. Pescasi soltanto ìli mare* Cosi ano tlai 15 ai 50 
cadauna. 

I giovani di questa specie e le minori *Iel g^euere P 
chiamansi in vernacolo Santar^ùi Sunfnrfiio (Ninni) 

Credo che il seguente brano di Paolo Lioy iCuri 
(litania IGOl) debbasi riferire alla sola Jacobaea. i 
Egli dice, che san Giacomo di GaJlizia dava per io 
air ordine dei Pellegrini una conchiglia marina, e < 
conchiglie marine era formata la collana di ^. Mi 
col motto : fmfncmi tnmur Oceani ; - le conchiglie 
vano servire da talismani onde V arcangelo sgominasi 
la tempesta i nemici di Francia quando osassero appr 
sulla spiaggia innanzi al monte della sacra Abbazia, 
costuma era vivo anche ai tempi dì lleranger, poiché « 
romei che s'avviavano col sarrocchino e col bordone fa 

eoquines rosaire et bourdotiK 

Ln Lima inftaift, lÀ. mature) questa bella cuu: i 
ha un' ottimo sapore e con ragione viene mangiala 
povera gente di mare. 11 Nardo scrive a pag. Ili: 
meraviglia trovarsi as.sai spesso coperta da veste ind 
mente in tessuta di foglie di zostera ed Alghe^ ji 
superiormenle, che sembra nido di piccoli uccelli ». 

Ciò succede non industremente, ma perchè la £. i 
trovasi nei primi banchi di sabbia vicini alla splag 
travolta dal fondo da onde forti causate da burr 
assieme le alghe, che ivi allignano, %dena rigettai 
banco con moto rotatorio dal continuo alzarci ed a 
sarsi dell' onde. 

Pinna squamosa (nobilis, nmricata eco*) PalóstP 

llsaasi rararneute cibarsene. Sono invece molto i 
in commercio^ e nei negozi di Vciiezia trovansi in ve 



— 65 — 

le valve di questa specie, nell' interno delle quali vien 
dipinto ad olio qualche punto artistico della nostra città. 

Mytilus galloprovinciaìis (Lara.) Peòcio 

Di questa specie che offre un cibo squisitissimo anche 
per le tavole signorili, tempo addietro ricercatissimi, erano 
quelli del R. Arsenale di Venezia. 

Ora non più, e fattone io richiesta all'Egregio Sig. 
M. Camuffo, redattore della Rivista di pesca ed Acquicola 
tura « Neptunia », cosi egli mi scriveva : che una volta 
quando le carene delle barcaccie erano foderate di zinco 
siccome le barcaccie stesse venivano emmesse in bacino 
per la pulitura della carena a periodi molto lunghi di 
tempo, si trovano sempre degli splendidi esemplari di 
« pifoci ». 

Ora invece in bacino di detti galleggianti si effettua 
di sei in sei mesi e per conseguenza non si trovano più. 

In alcune posizioni della laguna ed in qualche valle 
dell' Estuario trovasi tale mollusco in una certa abbon- 
danza, ma allora sono di sapore cattivo e magrissimi. 

Il loro guscio è quasi sempre corroso, che io attri- 
buis ad alghe e più probabilmente a qualche minuta 
specie di spugna. Il M. galloprovinciaìis trovasi nelle valli 
assieme una grande quantità del M. linealm? Gm (1790) 
M. crispus, Cantr. (1835), M. Baldi, Brus. (1864) visto 
però che il noin.e dato dal Gmelin non è certo, il Prof. 
Brusina (in lit.) nella Ipsa Chierighini Conch. adottò il 
nome di M, denticulatus Renier (1804). 

A Venezia viene importato da Trieste una quantità 
ragguardevole di « peoci » il commercio ne è importante. 
La diga di Lido offre ora una certa quantità di ^ peoci i^ 
la pesca dei quali, se fosse tutelata da una provvida legge 
potrebbe essere una non dispregiabile fonte di guadagno, 
e tenuti ragionalmente, in pochi anni non si avrebbe più 
bisogno di ricorrere all' eterno Estero. 



^ m 

Quelli (li tuare possono raggiungerà coiisirler*^ 
grandezza e quasi sempre sono ricoperti dalla (hro 

Noi mesi più caldi delPantio i mitili i*otio luigl 
Il loro prezzo varia Ha L, 0. 30 a 0.75 il chilogn 

Medio fa barbata^ — L. (Peocio peluso) 

Da pochi usasi niangiariie, av^*JHlo quo^^ti nn | 
« piperato »* 

Arca Noè — L. (iMussolo) 

Anche di questa spet'ie non aiohi no fanno uso t 
cibOi sebbene abbia diverse volte sentito dire, essere Tan 
le di questa conchiglia tenero e buono. Usasi cuocei 
condirla con oHo e pepe, però sempre dal solo basso popò 

1/ Arca hnrbatu offre le stesse qualità ma è t 
cornane della precedente perchè vive nelle regioni algos* 

Il Pecfuncitlus viotacescms - detto xmigm de T 
raramente maugiasì, il nome stesso vernacolo ci d 
conoscere la sua proprietà colorante, 

Cardium edule — L. (Capa tonda) 

É questa si può dire la specie più in «so e 
commestibile, perchè dal ricco al povero, vien luaiq 
o cruda o cotta formando cosi il succoleuto rr 
colle cape, o scottata nelle brage ; quest* ultima mm 
usasi più dai nostri villici* 

Il popolo di Venezia sa distinguere diverse - 
cape tonde. La migliore di tutte è quella dei 
Malghera, o cape margarote^ sono queste gros5Ì^in 
gustosissime perchè non hanno quel gusto salmastrt> e 
quelle di laguna, le quali quasi sempre sono pìccol* 
d* un colore rossiccio, dipendente dalla natura del so 



- 67 — 

così pure quelle di sacca, che sono bianchiccie. Quelle dei 
fossi che intersecano gli orti del litorale sono grosse molto 
e dal guscio più fragile. Da Febbraio ed anche prima, molta 
gente, in parte donne, ragazze e fanciulle, si recano dalla 
terra ferma (Lugo, Lova, ecc.) nelle valli, e colà giunte, 
mezzo ignude sfidando la rigidezza dell' acqua pescano a 
mano le cape; caricati cosi grossi cesti ed anche sacchi, 
se ne ritornano per venderle a 10 - 12 centesimi il chilogr. 
Forse dipendente dal fondo fangoso ove allignano, queste 
« cape » non hanno gusto buono. 

Le cape tonde si pescano anche colla vaschetta^ e i 
pescatori ne ritraggono non indifferente guadagno. 

Il prezzo varia sempre da 40 a 75 ent. il chilgr. 

Il Cardium acuieatum vien mangiato da pochissimi,, 
così pure r echinatum e specie affini. 

Venus gallina^ L. (Bibarazza. Pevarazza). 

Specie comunissima che trovasi mezzo sepolta nella 
sabbia dei nostri lidi. Durante l' inverno ne vengono portati 
anche in pescheria, ma non posso dire venga mangiata 
questa specie in quantità giacché essa è poco pregiata. 

Il Nalato dice che si pesca con la draga, o con la 
raschetta. Vendesi ordinariamente da 30 a 32 centes. al 
Kilogr. vicino a Natale anche a 40. Se ne fa commercio 
con Napoli. 

Tapes decussatus, L. (Caparozzolo dal iscorzo grosso). 

Apprezzatissima specie. L'animale mangiasi cotto col 
riso, producendo i gustosi risotti di caparozzoli. Vive in 
Laguna. Gli esemplari grossissimi non sono ricercati. Va- 
riano assai di colore secondo il fondo in cui essi vivono. 
La grande pesca dei Tapes, dice il Nalato, si fa da 
Settembre a Natale ed oltre, quando non faccia troppo 
freddo, da compagnie di pescatori con la draga e la 



— 68 - 

raschetta, nel le regioni faiigose della I^aguna* Se ii 
esteso coiiimercio con Genova, Toscana, Napoletauo, V 
cita che viene ricercata e mangiala nella ba^sa H 
glia ove i nostri pescatori ne portano in vendita : dal 
commercio entrano in questo paese annualmente W 
lire venete all' incirca» 

Un canestro dì circa 3 Kilogr. può vaier*^ <J: 
ai 70 centes. 



Tapes MureuSf Gni. 

Queiìta specie è abbondantissima in laguna, eri in 
e vieu pescata insieme al T. decussatus. Io Tho sentii 
nominare /?^^.*o/^ anche semplicemente mparozzoÌi\ ina^ 
mai « lougùn. » Maio domando allora quale è laloiì 
deir Olivi ? Io confesso la mia igtioran^a, né so vej 
fuori su qnesto punto : Petit de la Sauss^age, Dau 
Carus ecc , . e quasi tutti gli autori la dicono sino 
dì Tapes rhomboides Penn. (la stessa Venus virgin* 
prò parte V, edulLs Chemn.) io invece dico esser cìd 

La ligura dell* Olivi (tav. 4. fig, 4) è molto n 
ma questa e la descrizione che ne da a pagina 311, farei 
supporre doversi riferire alla 1\ aureus. Questa sai 
la mia opinione, qualora 1* Olivi stesso non F avesse 5C 
per ciò che a pag. HO dice che « trafora 3* e sta inrei 
come le « foladi i> nel marmo d' Istria. 

Quale .sia dunque veramente la specie che V 
nomina Longone e quale la specie che l imi vasi nei 
deUa diga portali dall' Istria? 

Io del resto sono propenso a credere che la € honp 
fila il 1\ aurens, mentre quella delle dighe certaiueni 
la Fetricola lithophaga (Rez.) appunto perchè abita 
pietre della diga », Non e* è da stupire aver ailoru !'< 
confuso due generi ben differenti. Dt più trovo nella coli 
ne di mìo padre (A. P. Ninni Museo civico di Veri 
un esemplare ravvolto in carta con questa scritto: *E 



— 69 — 

piare donatomi dal Dr. Nardo come tipo della Venus Longo- 
ne, Olivi, sarebbe invece la Venus aurea, 2 Aprile 1869. » 
Questo scritto è dello Stallo e tanto più ciò conferma 
J' incredulità mia dell' esistenza di questa specie conoscendo 
la profondità dello studio di questo autore in quanto con- 
cerne la malacologia della Venezia. 

Nel T. aureus trovansi delle belle varietà, o meglio, 
mutazioni di colore, nella collezione che trovasi ora alla 
scuola di pesca ed aquicoltura, vi posi la partita e la bicolor. 
Il Tapes geographicus trovasi pure nelle Lagune, però 
non mi fu mai dato di vederlo con si marcati caratteri 
di colore e disegno come lo indica il Chenu. 

Donax trunculus — L. (Calzinei) 

Raramente mangiasi, è specie più ricercata per il 
commercio che altro. Vive in prossimità della spiaggia. 
I^o st^so dicasi per il D. semislriata, 

Scrobicularia piperata Gm.(Caparozzolodal scorzo suttil) 

Specie ricercata con la quale si preparano i risotti. 
Vive in Laguna nei siti fangosi ed io ne pescai numerosi 
nel fango alla profondità di 7j metro e. più. Quelli che 
vivono in località poco fangose sono bianchissimi, si trova- 
no anche all'imboccatura dei canali di acqua. dolce. 

Una mastella costa da L. 1,25 a 2. Un Kil. può valere 
dai 32 ai 40 centes. 

Specie pure buonissima, ma non in uso perchè poco 
abbondante è la Gastrana fragilis, la quale vive come 
Ja S. piperata, formando però alla profondità di 30 a 50 
centimetri nel fango un vano grande come il pugno di 
un* uomo. 

Solen vagina L. (Capa longa da deo) 

E specie che trovasi lungo il litorale, comunissima e, 
fornisce un cibo non disprezzabile ponendo Y animale 



-^ TO — 

vivo sulla graticola, ed appena aperto per il calore sul 
ijtante-i vi si asperge olio e pepe con unapeuuadi acc^l 

Abbontlaoti pt^sche si fanno quando havvi riflt 
grandi, (magre d' acqua) 

Si pescano queste coUo ^peo (spiedo) il quale é pr 
veduto alla sua estremità dì un bottone. La eapa im 
rimanendo in posizione verticale (in candela) il p* 
non fa che infilzarla una ad una e qnando lo -^ 
carico di queste lo capovolge per farle cadere nella bai 
E così di .seguito ed è interessante ad osservare la son 
maestria che posseggono nel dare la hofu (il colpo) Ch 
fa qnando il S. vagina trovasi nei fondi sabbiosi della log 
ed alle imboccature dei porti. Lungo la spiaggia invece 
marina) nel tempo dei riflussi, nella stagione fredda, n 
predarle muniti di un badile. Visto il foro che denunci 
pesenza del mollusco, con un colpo di badile Testraggi 
chìamansi queste « cape lunghe d^ rumegada, * I vendi toi 
mpe iongh entro la città di Venezia, usano verso Tiinliru 
rischiarare il loro prodotto con una candela fmoa 
costano al centinaio circa 40 a 50 c<*nt. 



Soien sìliqua, (Capa lonyu de mar, capa tònga tabueeh 

Specie che vive in mare* Non è apprezzata pe 
ha la carne più dura della precedente e gusto da tabi 
Dai Bnranelli girovaghi che vendono il pesce nelle v 
campagne e che si spingono tino oltre Oderzo Fho %*« 
esibire ai campagnoli per la S, vagina. 

La S. siliqua adoperasi come esca per i paraugali I 
specialmente per la specie Umbrina cirrhosa, L. {corbo. 
belo. Dai pratici si distingue anche la mpa longa di 
la quale è più piccola della vagina forse per la posL 
ilei sito ove si trova. 



> 




r 




/^^^:^y 



ALCUNI PIÙ MEMORABILI AVVENIMENTI 
DELLA STORIA DEIJ.A LAGUNA 



(Carta topografica itinerario della Provìncia di Venezia disegnata 
dairing. Pietro Marsich >- 1869). 



Anni D. C. 896. La laguna si congela. 
906 - Le sabbie ostruiscono il porto di Albiola tra Pele- 
strina e Chioggia. 

1043 - I Vicentini derivano dal Bacchiglione il canale 
Bisatto. 

1189 - Si scavano i canali di Este e Monselice. 

1209 - I Padovani prolungano il canal Piovego da Ro- 
venta a Strà. 

1283 - Il governo Veneto dona a' privati e conventi grandi 
tratti di laguna morta, che vengono posti a coltura. 

1310 - Il gov. Veneto . rivolge una speciale attenzione nel 
savio ordinamento delle acque della laguna e dintorni. 

1314 - Primi decreti di rigore contro chì^ manomette la 
laguna. I Carraresi aprono il Canale fBreutella. So- 
stegno di Limena. -^ 

1327 - Si devia il Brenta a Fusina, onde allontanarlo da 
Venezia, ed immetterlo nfel bacino di Malamocco. 

1351 - Si chiude il porto di S. Erasmo. 

1360 - Si riapre il detto porto. 

1361 - Canale navigabile fra Mestre Marghera« 



^ 7^^ 



a^ — 



1379 - IVr la guerra ai Chio^gia sì sburra la ìmm 
intonio alla città, 

- Si chiude Portosecco. 

- Il governa v*^neto dichiara il tliritto dello Stato ^ 
intangibili gli argini dei fiumi e quelli che miUf- 
HUiKiJio la laguna* 

- Siccità generale. Si costnascono le prime cisternf, 

- Il Uuge Fo?tcari rimette, per esperi me a tu il Bi^iita 
a Pusilla, che Tanna appre^sso è escluso per sempre 
di Liguna. 

- Sì apre il diversivo ora detto Brenta secca, 

- Il Piave è riconosciuto vei-o nemico della hgmix 

- Si torna a chiudere il porto di S. Brasine. 

- Decreto che devolve la materia delle ac^jue al (Con- 
siglio dei X. il quale elegge 3 Savi iucariaio 
iV informarlo. 

- Il Brenta è imme.sso nel nuovo alveo detto Breniaiie. 
' II Senato rimette iu vigore il Collegio delle Mqm 

- È decretato ed e.^eguito /' Argine di S, Murm contro 
le espansioni del Piave, 

- Scandaglio generale della laguna, 

- Sammicheli costruisce il castello di S. Andrea. 

- Si erige il sostegno di Dolo, 

- Si costruisce la Botte di Conche, 

- Presa di Cipro e battaglia di Lepanto. Si sospendono 
i lavori delle acque, 

- E ^statuito soleuneinente il principio di tenere la h* 
guna quanto più ampia è possibile. 

- I^otte sotto il Brentone eseguita. 

- Si fonda il poute di Rialto* 

- Si apre il canale di Loreo fra T Adige ed il Po. 

- 20 Febbraio — Decreto che proibisce il taglio «iei 
boschi. 

- Decreto del Senato che approva il gran taglio di 
Po per scaricare questo fiume nella Sacca di Gom 

- Maggio — il Po è immesso nel nuovo taglio di Ctaw. 

- Scavazione generale del canal (Iraade, 



i:j90 

Hi-: 

1424 
1437 

1457 
1403 
1474 
1501 

1507 
1530 
1534 

1542 
1544 
1547 
1556 
1570 

1579 

1587 
1588 
1589 
1598 

1599 

1604 
1007 



— 73 — 

1610 - Scaudaglio generale della Laguna. È ultimato il 
taglio novissimo da Mira a Conche, il cui argine 
sinistro viene stabilito quale confine della Laguna. 

1615 - Torcello è dichiarato per la malaria inabitabile 
causata dai fiumi Marsenego, Dese, Zero, e Sile. 

1630 - La navigazione col Friuli viene attivata pel canale 
Cavallino invece che pel canal Caligo. 

1640 - Le valli di Laguna sono sottoposte a publica 
ispezione. 

1655 - Il Livenza è immesso nel nuovo taglio che sbocca 
a S. Margherita invece che a S. Croce. Ultimato il 
taglio di Mirano pel Musone. 

1660 - Scandaglio generale della Laguna. 

1664 - Dopo 22 anni di lavoro il Piave è derivato da 
Porto Jesolo a S. Margherita. 

1675 - Il porto di S. Erasmo chiuso una terza volta. 

1681 - Rotte del Piave che tende a Cortellazzo. 

1682 - Il Piave squarcia V argine a Londrona e si getta 
a Cortellazzo. 

1683 - Il Sile deviato nel vecchio alveo di Piave. 

1685 - Il Senato adotta V idea di Montanari di lasciare 
che il Piave sbocchi a Cortellazzo. 

1686 - 5 Nov. — Spirando fortissimo scirocco, V alta 
marea sormonta le strade di Venezia. 

1690 - Scandaglio generale della I aguna. 

1690 - Il canale Cavanella di Po è interrato per incuria 
dell' impresario che viene processato. 

1097 - Il porto di Malamocco è ridotto in stato di non permet- 
tere il passaggio di grosse navi armate. T. Malipiero 
suggerisce il canale di Poveglia. 

1703 - Alzamento continuo dell'alveo di Brenta: minac- 
ciano rovine sopratutto a Stra. 

1709 - Congelazione della Laguna. 

1740 - A Pellestrina si cominciano i murazzi. 

1741 - Straordinaria rotta di Brentone. 

1748 - Piena memorabile di Brenta. 

1774 - Si costruisce 1' edifizio di Limena. 

1777 - Il colonnello Lorgna presenta un piano radicale 
per la sistemazione dei fiumi veneti. 



74 



1787 - Artico publica due memorie, e il 30 Luglio il pr 

suo famoso piano di sistemazione. 
1790 - 12 Maggio — Nuovo progetto Artico* 
17^ - 20 Die, — 11 governo veneto sanziona Fult 

progetto Artico. 

1796 - Si costruisce la Botte dì Lova, 

1797 - Il magistrato alle acque sospenrle ogni operaci 
1800 - Sì costruiscono al Lido quattro granrJi cislern 
1803 - Wiebeking è spedito <ia Vienna per studiare 1 

dinameiito dei fiumi veJieti. 

1805 - Si ricostruisce il regolatore del canale Bteaii 
Longare* 

1806 - Il goverao italiauo istituisce a Venezia il m 
strato centrale alle ac(|iie con le stesse attribtiz 
deir antico Veneto. 

1807 - 7 Die. - Piena devastatrice liel Hrenta che 
a 0,38 sopra il livello di Limeua. Nello stesilo giori 
Venezia Napoleone I si decide per il secotjrlo pi 
Artico, Si fonda la parte interna della diga di 
iamocco. 

1813 * Si compie il taglio di Brenta ad Allichiero* 
1817 - Si imprende lo scavo della cunetta da Fossalov 

a Corte. 
1823 - Si scava il canale di Po veglia dovendo uscir* 

mare la fregata liei Iona. 
1827 - Piena di Brenta che rompe gli arg:lHÌ a Fi( 

inondando 1M0,()00 ettari, (Jue^a rotta è hi venie!> 

dopo il 1810. 

1829 - L' imperatore ordina che %m sentilo il voto 
Ministro toscano Fosìsombroni. 

1830 - Il generale Vaccani stende una memoria s 
Laguna onde coadiuvare FossombronL 

1835 - L' ingegnere Paleocapa va a Firenze in assisi* 

di Fossombroni. 
1830 - Fossorabroni presenta il suo piano airimper.ìt 
1839 - Gran piena di Brenta che rompe a Dolo ed ali 

le campagne tra Padova e Dolo. - 15 Die. T^ 

delibera che il Brenta sia gettato in Leu 

Chioggia, 



— 75 — 

1840 - Il Brenta corre io Laguna di Chioggia (28 Aprile). 

1845 - Piena di Brenta a 6,62 sopra il pelo ordinario. 
Nessuna rotta. 11 Ottobre - Sovrana approvazione 
della memoria Paleocapa confermata al piano Fossom- 
broni. 

1846 - Agosto. - Incominciano i lavori per la regolazione 
del Bacchiglione. 

1847 - Si incominciano i lavori per la nuova inalveazione 
della Brenta. 

1848 - É apero il tratto di cunetta da Stra a Porte. Sono 
sospesi i lavori di sistemazione. 

1850 - Ripresa dei lavori. 

1854 - Apertura dello scaricatore del Bassanello a Ca' 
Nordio. 

1856 - Il Bacchiglione inonda la città di Padova. Rotta 
del canale di Battaglia. 

1857 - Brenta e Canale Piovego scorrono in cunetta. 

i866 - Alta marea in Venezia che guasta le cisterne. 

1807 - Una commissione del R. Governo italiano presie- 
duta dair idraulico Paleocapa decide di una stazione 
marittima foggiata a bacino venga eretta sulla Laguna 
ad Ovest di Venezia. 



MODERNE FORME DI ELETTROTERAPIA 



molto conosciute altrovi 



Mpmorm letta alT Ateneo Veneto la ser^i del 

28 GeriTifiio Vm^ dal 

D.^ DOICENICO B'ÀBlfÀN 



I 



L' argomenta, sciemificameute dLscusso, ritiscir* 
troppo noioso, perchè troppo noto ai medici e troppo a 
ai profani. Lo svolgimeato poi ne dovrebbe esser tre 
luogo per gli uni e per gli altrL Non mi par duo 
opportuno -ed' altronde sarebbe compito superiore 
mie forze — trattarne colla dilfusione e col liiigu^j 
che la scieum esigerebbe. Ne parlerò invece alla bu 
essendo mio unico scopo sontribuire alla divalgazioni 
modalità terapeuticlie poco usate a Venezia, E. per 
abusare rlella vostra lj<?nenevola attenzii'ine, eniperò sei»^ 
tre premesse, in argomento : 

Incomincierò dalla forma di elettroterapia ni'/A 
più in voga . .... s* inteude . . . alfrovt* : La Frank 
terapia. È una cura che incominciò ad adoperarsi o m* 
a riadoperarsi 20 anni or sono, e che divenne mode 
sima dopo la meravigliosa ed utilìssìima . , , . , nitrot 
scoperta di Rontgen. Eppure essa è forse la più ai 



— 77 — 

elettroterapia propriamente detta che vanti la storia della 
Medicina. Risale a un secolo e mezzo fa e nelle sue prime 
applicazioni, grazie ai suoi effetti inaspettatamente benefici 
fece gridare al miracolo. Aveva però allora molti e gravi 
inconvenienti. Prima di tutto non era la più adatta alla 
cura delle malattie contro le quali veniva richiesta, malattie 
di varia specie ma tutte appartenenti al grande gruppo 
delle nervose, la maggior parte inguaribili con qualunque 
mezzo terrapeutico e, in ogni caso, meglio curabili con 
altri rimedi. Poi le macchine elettrostatiche allora adope- 
rate non erano sempre ugualmente utilizzabili. Lunghe 
paralisi della loro funzionalità, specialmente nella stagione 
calda, le rendevano inutili per buona parte dell' anno. 
Tanto che qualche medico ebbe a dire che esse erano 
capricciose come le isteriche ; povere ammalate di cui in 
quei tempi anche da non disprezzabili Esculapi erano 
ritenuti capricci i reali tormentosissimi sintomi di molto 
seria e punto simulata malattia, povere ammalate calun- 
niate anche oggi, del resto, come le macchine elettrosta- 
tiche. Le quali, benché allora rudimentali non erano punto 
capricciose. 

Esse funzionavano quando le comdizioni atmosferiche 
loro permettevano di funzionare. Il torto era del medico 
che domandava loro ciò che dar non potevano, come 
sarebbe del fuochista che se la pigliasse col carbone perchè 
non s' accende quando è bagnato. Non il capriccio dunque 
ma r inconveniente di funzionare solo in ambiente secco, 
più ancora che la poca conoscenza delle malattie che poteva- 
no ricavarne maggior vantaggio fece abbandonare la inno- 
cente macchina elettrostatica appena la grande scoperta di 
Volta integrata da quella di un altro nostro immortale, il Gal- 
vani, diede in mano ai medici una forma di elettricità che essi 
potevano applicare agli ammalati in qualunque stagione, in 
qualunque giorno dell'anno, con qualunque condizione igro- 
metrica dell' aria. E più che il valore terapeutico, per quanto 
reale e non piccolo, la facilità e la sicurezza del funzionamen- 



- 7H — 



to fece trionfare per molti lustri dovuuque la corrente Oi 
cu, mai abbaDdonata,quarjtuufjiie per un certo terupi» - \ 
agli studi pru fondi ed tMitussiasti di Ducheuué - detrou 
flalla mrrmie Faradica. Qnest' ultima è - in certi limit 
cosi facile produKiorie che ne usaruuo e ne usano 
sempre iti aoceu temei» te, i ciarlatani che sulle tìe 
campagna la applicano per ischerzo ai sani e a Ve 
snl serio agli ammalati, è - ciò che più meravig 
dovrebbe meravigliare - non sempre contro la voleri 
medico. Ma la macchina elettrostatica era stata e 
dalla terapia ingiustamente. Essa doveva presto o 
ritornarvi. 

Chi ebbe il merito della resurrezione fu uno d 
itlustri, dei più valenti, quantunque non dei più clai 
elettroterapisti viventi : ftomuno Vigourou^, Nou ci 
meno del suo ingegno, della sua competenza spes ; ' 
tìua cocciutaggine di studioso e del suo eutu- 
apostolo per risuscitare la difettosa sip ma benefica mai 
elettrostatica. Non vi contribuì poco però la indi 
autorità di quei grande patologo e clinico delle m 
ner^'Ose che fu lo Charcot, Cosi dal GabineltjO 
Salpetriere la Franklinizzazione uscì trionfante ed < 
10 anui si trova in tutti i gabinetti di eiettruti 
K vi funziona primo forse fra gli apparecchi. II Prof 
dicht di Vienna, il Nestore dell' elettroterapia in l 
* Nestore, eppur intellettualmente ancor tanto giovai 
congresso elettro biologico di Parigi ebbe a dich 
solennemente che egli rinunzierebbe a qualunque 
mezzo elettroterapico prima che ali* elettricità a 
Senonchè, oggi il campo patologico in cui essa m 
alquanto mutato. Essa si usa ancora nelle paralisi « 
nevralgie, ma non sempre, né sola, ne qual mezzo prin 
Essa predilige il campo delle nevrosi e quello vasto e 
sterile delle malattie del ricambio organico. Si usa 
moltissimo e viene molto spesso indicata - ben inteso . 
aUrove - nella nevrastenia, nell' isterismo, nelle 



— 79 — 

anemie, nella gotta, nelle varie artriti croniche, nell' obesità, 
nelle atonie gastriche ed intestinali, per tacere di più 
gravi malattie nelle quali si sono usati e si usano. moJ- 
tissimi rimedi, forse perchè esse non ne hanno alcuno. 
Taccio pure di altri impieghi della Franklinizzazione perchè 
ne parlerò in seguito a proposito della radioterapia e delle 
correnti ad aita tensione e ad alta frequenza. Mi limito 
a dire che la macchina elettrostatica, viene ritenuta da 
alcuni come il più comodo e il meno pericoloso appa- 
recchio produttore di raggi Rontgen e di correnti di 
Tesla. E vengo a queste ultime, cioè ad un altra forma 
ancora più moderna di elettroterapia. Basate sulle espe- 
rienze di Hertz, studiate nei loro fenomeni fisici dal Tesla, 
e presentate con nuovi istrumenti alla pratica medica dal 
D' Arsonval le correnti ad alta frequenza e ad alta tensione 
sono si può dire quasi, coeve ai raggi di Rontgen, senza la 
scoperta dei quali forse non si sarebbero cosi diffuse nella 
terapia elettrica. Meravigliosa scoperta, la quale entrò 
quasi immediatamente nel campo dell' elettrodiagnostica, 
campo non tanto vasto quanto importante pel numero e 
e pei gravi bisogni di mietitori. Si trattava di ossa fratturate 
e viventi alla constatazione precisa delle cui lesioni prima 
fatta dal senso muscolare e da quelli del tatto e dell' udito, 
si aggiungeva - grazie ai nuovi raggi - il senso della 
vista, senso che qualche volta risparmiava all' ammalato i 
dolori inevitabili dagli altri mezzi di indagine. Si trattava 
delle pulsazioni del cuore che nell' uomo vivo si potevano 
non solo avvertire col tatto e coli' udito, ma constatar 
colla vista. Poiché dei raggi invisibili - è giusto ricono- 
scerlo - si impossessarono primi e in tutto il mondo 
civile, i medici. E portarono per prima conseguenza il 
bisogno pratico, molto sentito, molto urgente, di un apparec- 
chio elettrico che da più di mezzo secolo era relegato 
come semplice curiosità nei gabinetti di fisica : il vecchio 
rocchetto di Ruhmkorff. Nel 1896 le grandi officine di 
istruHtenti elettroterapici ebbero a lavorar più che mai. 



HO — 



Era un lavoi^ nuovo che cos(ò tigli operaj uhh-cj 
inolia fai icaf^d ai primi sfrultatori (utili anch' esisi quii 
volta) iiiolii denari. Poiché, anche a confessione ilei ] 
cipali tecnici che vi presero pìirte^ non era itiipreìsu f 
ricostruire grandi rocchetti che da mezzo secolo m 
costruivano si può dire quasi piii» Pur troppo io < 
abilissimi meccanici dei teiegraiì Sìj^/' Sperauzin (ìius 
e Jovon Vittorio miei disinteressati collaboratori ne 
piamo qualche cosa. 1 primi e forse i :«oli rocchett 
Ruhmkorff costruiti nel Veneto, Io furono a Veupzi 
Loro e colla mia anche materiale coopera/JoDe, C 
mente il nostro non era un tentativo industriale 
scientifica!. Non ci fu quiiidi g:uadagno ma perdita: pei 
di lavoro da parte dei miei disinteressalis^^imi collabora 
ed amici, pf^rdita di lavoro e di denari da parte mia, 
ci sarebbe mancato il concorìso quantunque uon rich 
di industriali ... se non in apparenj^^a, in j^iosla:. 
^la noi abbiamo loro opposto la for/a potente per 
:^imulàta delP indifferenza. Fiuaimariameiite perderunio 
fummo i primi a Venezia e forse dopo il prof. Visei 
rli Padova in Italia, a riprodurre ì raggi di Rooli 
ma il primo rocchetto di HuhmkorfT, funzionante a 
taggio di ammalati d' Ospitale nel Veneto, fu mm 
funzionò per lungo tempo e funziona tuttora beniv 
uell' t^ispitale di Udine. Non posso però dissiniulaiv 
esso è in buone niaui, poiché lo adopera T illustre, T: 
ed onesto clinico P/ Papinio Pejinato medico Primar 
Direttore di queir (ospitale che per opera sua è uao 
migliori d' Italia. Ciò che si è fatto a Venezia lo fu : 
contemporaneamente . , . o poco dopo, con più poi 
mezzi finanziari, e in ambiente meno sei rofcaie, a Mil 
e fuori d' Italia. Il rocchetto di iiuhmkorfr eomiuciò 
i^olo a non esser più una curiosità scientifica, ma iiep| 
una rarità commerciale. (Juali importanti con^pguenzi';il 
prodotto questa volgariscs^azioue del rocchetto di Kuhmk- 
si comprenderà di leggeri quando si pensi che le corr 



— 81 — 

sui alta frequenza e ad alta tensione — benché ora sì 
derivino anche dalla macchina elettrostatica — si deriva- 
rono dapprima solo dal rocchetto, e che il meraviglioso^ 
telegrafo del nostro Marconi ha nel rocchetto il suo 
principale e indispensabile elettromotore. 

Tornando alle correnti ad alta frequenza e ad alta 
tensione ci sarebbero molte e molto nojose particolarità 
tecniche da descrivere sulle quali naturalmente non mi é 
lecito soffermarmi. 

Basterà dire che queste correnti — parlo di quelle 
adoperate comunemente in medicina — derivano dall' in- 
dotto di un rocchetto di Ruhmkorff capace di dare una 
scintilla di circa 30 centimetri, o dai collettori di una 
macchina elettrostatica di sufficiente potenza, che i morsetti 
rappresentanti le estremità dei filo indotto (o i poli di una 
macchina elettrostatica) sono posti in comunicazione colle 
armature interne di due bottiglie di Leyda, le cui arma- 
ture esterne comunicano voli' induttore di un altro roc- 
chetto, dal cui indotto vengono in modo vario applicate 
mediatamente od immediatamente sul corpo dell' ammalato, 
mentre la scintilla del rocchetto scocca fra le estremità 
ili uno spinterometro. 

Il rocchetto di Tesla che si immergeva, a scopo di 
ottenere un maggior isolamento delle varie parti, o nel 
petrolio, neir olio di vaselina, è stato vantaggiosamente 
sostituito da altri trasformatori a isolamento d' aria o di 
ebanite che si chiamano anche risonatori quali sarebbero 
il risonatore Oudin, ijuello Oudin-D' Arsonval, ecc. Le 
correnti ad alta frequenza e ad alta tensione pare abbiano 
sull'organismo azione analoga a quella delle correnti 
statiche (srit venia verbo). Agirebbero anch' esse sul ri- 
cambio organico come acceleratrici e riordinatrici. Sareb- 
bero quindi indicate nel!' artritismo nella nevrastenia, nel 
#!iabete, liell' obesità, e in varie forme di anemia e disemia. 
Avrebbero secondo alcuni (il Doumer per eseriipio) una azio- 
ne più efficace di quella del bagno e del soffio elettrostatico 



— 82 — 



ìli alcune malattie della pelle quali il lupus, V 
cronico, la prurigine ecc. Contro il lupus, l' iJ lustre pn 
mer di Lille crede che il soffio ruonopolaro e le scili 
risonatore sieno eflìcacì quanto la fototerapia alla Fiu 
raggi Rontgen sui quali meizì avrebbe il grande va 
delia innocuità della maggior facilità di applicazioi 
costo molto minore. Un altra malattia grave ed ostina 
ti rio del paziente e dell' oculista, in cui si sono vai 
speriamo con ragione — successi relativamente bi 
soffio del rimnaforv è la contjiuniimle granuimu, ì 
non meno importanti pare si sieno ottenuti anche 
certf^ nevralgie ribelli, contro lo ;;o.</pr e contro la c< 
feamm spiniemlyka io cui Doumer usò di e 1 è* Km. li 
a comleusatore* 

Passo ad un altra forma di elettro terapia 
conosciuta * , . . iiltr<ive : La fotoelettroierapia, 
colla luce prodotta dalT elettricità. Da qnetsta 
meravigliosa può emanar luce di varia specie, Esì 
già riscaldando un filamento di carbone può r 
incandesc<jnte lino a produrre una luce bianca in cui 
raggi dello spettro solare sono rappresentati ; può» p 
da un grosso cilindro di carbone ad un altro p 
una luce ricca di raggi violetti ; attraversando con 
tpijsione mia ampolla di vetro in cui l'aria sia a 
rarefatta può produrre i raggi chimici che noi \ 
nei bellissimi tubi di Geissler ; può finalmente illui] 
una ampolla di vetro, a rarefazione ancora più 
produrvi quei raggi catodici che il genio di Rònl^ 
trasformarsi in quegli altri meravigliosi invisibili i 
per la retina umana) che egli chiamò raggi X 
queste luci farotio utilizzate nella terapia: La lue* 
delle lampade ad incandescenza fu utilisszata nel h 
luce elettrica, bagno che può essere generale e p 
secondo che tutto il corpo o una parte di esso il 
sottoponga all' azione dei raggi emananti da an 
più o meno grande di lampade a incandesceoxa. 



— 83 — 

Questi raggi, se il vetro della lampadina è bianco, 
saranno bianchi e quindi misti, mentre se il vetro è rosso 
saranno rossi, se il vetro è. d'altro colore, saranno del 
colore del vetro : azzurri, verdi, gialli ecc. Se si considera 
quali eflFetti diversi sugli esseri organizzati producano i 
diversi raggi dello spettro, se si ricorda quanta importanza 
si diede, per esempio, alla cura delle pustole vajuolose colla 
luce rossa e alla cura di varie psicopatie, specialmente 
delle cosidette psiconevrosi^ con celle rischiarate da vari 
raggi isolati, (fra cui predominanti i rossi e i violetti) si 
può comprendere come a produrre i benefici effetti del 
bagno di luce elettrica, oltre al calore dei raggi rossi e 
del vetro da essi riscaldato, debbano contribuire anche gli 
altri raggi che fanno parte della volgare luce bianca delle 
lampadine, e come sia possibile, anzi naturale, che isolando 
i vari raggi si debbano ottenere dal bagno di luce elettrica 
effetti vari di cui usufruire in vari casi patologici. 

Ad ogni modo, e non volendo tener conto che dei 
raggi caloriferi, il bagno di luce emanante da lampade 
ad incandescenza è forse il più efficace, il più comodo, il 
più graduabile e il più rapido mezzo sudorifero offerto 
dalla moderna fisicoterapia. Nei casi in cui i raggi chimici 
sono più indicati si pensò di sostituire alle lampade ad 
incandescenza quelle ad arco le quali abbondano di raggi 
violetti. E si fecero bagni generali con sole lampade ad arco. 
Questi bagni usati poco e da poco tempo non han- 
no ancora la sanzione della pratica. Hanno però a 
sostegno della loro potenza dei buoni precedenti : La 
cosidetta Finsen-terapia, quella forma di fototerapia che si 
propone a bersaglio quasi unico il lupus, usa forse più 
che dei raggi chimici isolati — mediante ampolle ripiene di 
soluzione di solfato di rame — dai raggi solari, di quelli 
della lampada ad arco (modificata poi in vario modo con 
elettrodi di ferro come nella lampada dermo, con elettrodi 
di carbone inclinati ad angolo come neir apparecchio del 
Bellini di Milano ecc). 



Tutte quelite forme di fototerapia si fivinlatio 
trasformazione delT energìa elettrica in calore, jl 
reiiflendo iiicaridescenti alcune sostaiise si trasforra 
xialmeiite, in luce. Altre due forme di fotuterapia 
fondamento un po' diverso. 1/ energia elettrica in 
si trasforma in luce, ma prodncendo poco calore, 
t;he si parlò di imi freddt\ Tali sarebbero quelle d 
od ampolie a ì^Ufìtt}^ tubi di Geissler dunque, di Ci 
di Hittorf, Fpcft^ ecc* I tubi di tieiss^ftr al polo m 
enianaiio raggi violetti che furono sperimentati é 
fisiologico, e proposti ali* elettroterapìa dal prof 
di Nantes. Egli ne usò — pare mn qualche 3i 
— in alcune malattie cutanee. 1 suoi esperimem 
ebbero poco eco nel mondo niedico, non Tanto 
non Uè meritassero T attendatone, quanto perchè il i 
(leissler ha un possente rivale nel tubo di Croak 
raggi violetti del primo nei raggi iper- ultra 
del seconde, cioè nei raggi di Rontgen, Anche 
violetti freddi del tubo di Geissler, però, non ^ 
dispreizarsi, almeno dal lato pratico. Infatti, mentn 
di Geissler costano in media o lire per ciascuno, q 
Orookes costano in media dieci volta tanto (ci se 
tubi per radiografìa che costano 250 lire), mea 
illuminare un tubo di Geissler basta un rocchel 
dia qualche millimetro di scintilla, per illuminare a 
di Crookes ci vogliono ordinariamente almeno ^ 
metri di scintilla. Per cui un bagno generale di h 
tubi di Geissler potrebbe essere fatto con un pìcce 
cbetto radiogratìco, mentre un bagno generale di ragj 
gè II sarebbe praticamente molto difficile ed es!| 
ampolle radiografiche molto piccole e a vuoto 
i.'^olatori molto resistenti e accuratamente oollocati 
tissimo rocchetto di Kuhmkorff eccitato da un coi 
vole Wattaggio elettrico. 

Ma dove il tubo di Crookes ha tutu i vanis 
tutte Je altre forme di fototerapia è dove uoo sì tr 



- 85 — 

agire suir orgaDisrao ia, generale ma sa di una parte am- 
malata di esso, la quale si trovi ad una certa profondità, 
quando dunque il nemico da assalire è la tubercolosi o un 
tumore viscerale, un carcinoma, per esempio. Se si tratta 
di dermopatie altre modalità di luce elettrica ed altri 
agenti fisici possono sostituire i raggi X provenienti da 
una ampolla radiografica. Cosi, contro il lupus, il metodo 
di Finsen rivaleggia colla radioterapia, mentre sta facendosi 
strada nel campo della dermoiatria una sostanza da poco 
scoperta (dal 1898) da Curie e Bemont, la quale si presenta 
piena di promesse in parte già mantenute : il radio. Non 
ne parlo e perchè fuori nel mio programma e perchè i 
giornali politici ne hanno parlato forse anche troppo. 
Attualmente il prof. Fiocco, Primario specialista per le 
malattie della pelle del nostro Ospitale Civile ed in Venezia 
unico fortunato possessore di una certa quantità di radio, 
lo sta sperimentando sugli ammalati della sua Divisione. 
I risultati sarebbero piuttosto buoni. Il radium si sta 
sperimentando anche nella Divisione d'Oculistica del nostro 

ospitale Ma non posso dirvi di più per non peccar 

troppo di indiscrezione. 

Un altra forma di elettroterapia che da lungo tempo 

si usa altrove è il bagno idroelettrico. Il primo 

bagno idroelettrico a Venezia fu fatto circa quindici anni 
or sono non a scopo di cura ma di esperimento da me, nel 
nostro Ospitale Civile. Io mi vi trovava allora in qualità di 
medico secoìidirio aggiunto e prestava servizio anche nel 
Gabinetto elettroterapico. Il bagno idroelettrico era una 
novità appena comparsa nel figurino terapeutico. Natural- 
mente credetti mio dovere di esserne il primo bagnato. 
Se non che, dovendo come medico sorvegliarmi e come 
studioso di elettroterapia studiarmi, il mio bagno durò 
poco meno di due ore, interrotto da varie emersioni a 
corpo nudo allo scopo di notare i numeri segnati dagli 
istrumenti di misura interrogabili in quella circostanza 
(milli Amperometro, Voltmetro, temperatura dell' acqua e 



80 



fìeiraria ecc.) Mi pigliai unapoteutissima iufivdiiàtm 
cui coniiegiieiue avrebbero potuto esser più lievi e j 
tenaci. Pochi mesi dopo terminai la mia lunga (di 11 
carriera d* ospitale. Da allora art oggi, cioè in 15 
furoJio fatti nel nostro ospitale non più di 20 I 
idroelettrici. Ricordandomi di questo dato statistici: 
creduto giusto annoverare anche ^^nesta forma di eli 
terapia fr^. quelle molto conosciute .--.,. altrovi 
bagno idroelettrico oltrecchè nelle malattie da alt 
ricambio organico fu indicato anche dal nostro Maggi< 
in alcune cordiopatie. 

>i'on parlo d^^lla corrente monopolare e delia siuus 
la prima mai domandata, la seconda mai ne domai 
né praticata a Venezia, 

TS^è vi parlerei della cataforesi elettrica delle sosi 
medi cani f^n tose mediante la pur tanto usata ed abusai 
non altrove pur troppo - correnfe Gaiianim, se 
avessi ricevuta pochi giorni or sono una visita d; 
dilettante di elettricità, uomo inteliigente, ma non mi 
il quale mi venue mandato da un mìo collega a coi « 
a parecchi altri si era rivolto per esporre una sua ii 
come egli modestamente la chiama v-a - su di una 
possibile e che egli credeva nuova, coU* elettricità, 
lutti i miai col leghi interpellati ebbe compi imeni 
incoraggiamenti. Nessuno gli disse che Tw/ea (sorta 
in Uii sehs^a suggestione nlcuna) aveva tauio di h 
t>ra io non mi meraviglio che il brav*uomo la credesse n\ 
E non mi meraviglio neppure che la riteni^ssero o 
alcuni miei del resto tutt* altro che ignorami ed te 
colleghi. Quello di cui mi meraviglio e che deploro < 
con tanta e direi quasi tanto poco evitabile ignonin^ 
parte dei non specialisti delle sempre crescenti fon 
delle sempre crescenti indicazioni delT eletTrotei 
scelta della forma di elettricità da applicarsi all' a:,... 
non sia sempre lasciata allo specialista. Forse sta ii 
la ragione del fatto che a Venezia — concessa qui 



— 87 — 

rara eccezione per qualche medico superiore e molto al 
corrente anche dell'elettroterapia - non si domandano 
che la corrente Faradica e la corrente Galvanica, e neppure 
in tutte le loro modalità, e che le forme moderne d' elet- 
troterapia da me citate sono per usar d'un grosso eufemismo, 
trascurate, e qualche volta sono imposte al medico da 

ammalati veneziani che si son fatti curare altrove 

Tali ammalati poi si meravigliano che a Venezia non ci 
sia, per esempio, la corrente sinusoide che dal 1895 mi 
fu chiesta una volta sola ! 

Pochi giorni or sono, una Signora americana mi 
domandò una seduta di raggi Rontgen per la cura radicale 
di un callo al dito mignolo del suo piede destro e si 
meravigliò : V perché io non aveva i raggi belli e pronti 
II** perchè contro ogni mio interesse le feci ossen-are 
come pel suo callo ci sarebbe stata qualche altra cura da 
fare prima deir applicazione dei raggi, cura più efficace e 
meno costosa. Mi sono sforzato di scusarmi. Ma non ho 
avuto r animo di far sapere a quella Signora come dal 
1896 a tutto il 1903 io avessi spose pei raggi di Rontgen 
più di 5000 lire e non ne avessi guadagnate mille e còme 
dallo stesso anno 1896, cioè in più che 8 anni, la sua 
fosse la 16 * seduta di raggi Rontgen a scopo terapeutico 
eh' io faceva in Venezia, io unico medico possessore degli 
istrumenti necessari a produrre detti raggi in una Città 
di oltre 150000 abitanti. 

Fortunatamente per voi, pazientissimi Signori e Signore 
sono vicino alla fine. Permettetemi di arrivarvi con una 
ricapitolazione che mi sforzerò di render breve : 

Da quasi un decennio, oltre alle solite vecchie correnti 
Galvanica e Faradica e qualche nuova modalità della loro 
applicazione, la moderna elettroterapia ci indica : I^ V elet- 
tricità statistica (conosciuta anche dai nòstri bisavoli) 
IP Le correnti ad alta frequenza e ad alta tensione 
III** Le correnti monopolari IV^ Le correnti sinusoidi 
V** Il bagno idroelettrico e la cataforesi elettrica VF I 



^ 88 — 



Ijagui di luce elettrica VIP La radioterapiat Sum 
forme, relativamente nuove, di cui io solo — tìuo ad 
a Vene/ìa possedetti f|uasi tutti gli i^trumeutì pru*] 
Dico : (mo ad ora prima perchè non sou profeta, poi 
la beiiemerita Atuniiiiistrazione del uostro Ospitali- 
sta ora trasforruando il suo Oabiuetto Elettr4j(era| 
raodo che <^sso diverrà — speriamo fra pochi jupjìì 
dei migliori d* Italia* Dico poi fjumì tu (fi glt ut// 
pei-chè il bagno di luce elettrica che duraute Y ì 
fmi;?;ioìia uel mio gabinetto privato, durante la s 
balneare si trova nel!" Istituto idro-elettroterapic* 
Società dei Bagni di Lido che ebbe Tolti ma ìde-a (i 
il prezioso acfjuìsto. Anche il bagno di luce elettri e 
sia a Venezia ehe al Lido agi.sce sotto la mia dii 
Posso t|uindi ben fsire una statistica del numero é 
cagioni fatte a Venezia cogli istrumeutt principal 
moderna elettroterapia. Ebbene : Se faccio mimiìn 
r elettricità statica, la quale in questi ultimi 4 nuni 
da me — non sempre dietro indicazioni di coUeghi ve 
uè in ammalati veneziani — con relauvameiite medio 
quenza adoperata, il numero delle sedute per le 
forme di elettroterapia, in lU armi e in Veuezi 
raggiunse le 200, 

Ora io non posso supporre che la maggior pa 
miei colleghi non conosca almetio superficialmente 
rica mente nelle loro indìcazioDi più banali questa 
di elettroterapia. Tanto meno posso ammettere che 
avendo tale conoscenza - non la usino, sia pai 
parsimonia, a vantaggio dei loro ammalati. Mi ♦* 
dunque ammettere come spiegazione della strana difl 
fra Ja terapia usata a Venezia e la terapia usa fra i 
che il con -ridetto genio morboso sia a Veueda 
diverso del genio morboso di altri auibientl, e ci 
sieno rare eccezioni le seguenti malattie ; Ne uni 
isterismo, gotta, obesità, anemie, colle loro più fre 
conseguenze ; atonie e dispepsie gastriche ed Jiitrj 



— 89 — 

esaurimenti vari di varie funzioni, insonnie, nevralgie, 
fenomeni spastici e paralitici, malattie tutte in cui la cura 
colle forme nuove di elettricità, è fra-le più indicate. 

Taccio di altre malattie più gravi contro cui altrove 
si invoca la elettroterapia moderna la quale, in ogni caso, 
avrebbe ad attenuante dei suoi insuccessi, gli insuccessi 
non rimproverati di tutti gli altri mezzi terapeutici 
talora costosissimi : taccio dunque dei diabeti, della 
tubercolosi viscerale e cutanea e dei tumori maligni, 
malattie poco guaribili e, se si eccettui il lupus^ anche 
poco vantaggiosamente curabili colla moderna elettroterapia; 
la quale potrebbe non essere stata mai invocata in questi 
casi dai miei colleglli per uno scetticismo, se non giusto, al- 
meno spiegabile e degno di rispetto. 

E concludo : che essendo a Venezia molto meno 
frequenti che altrove i morbi in cui è indicata la nuova 
elettroterapia, sia da ritenersi naturale che i miei colleghi 
non ne usino perché loro manca l' occasione di usarne, 
per cui quelli che non conoscono, per loro fortuna, i 
progressi di questa branca della terapia sieno i Veneziani. 
In questo caso io non posso che unirmi a loro neir esprimere 
un voto - meno generoso di quello che passa, apparire 
da parte mia - e cioè che le moderne forme di elettroterapia 
diventino, al più presto, poco note anche . . . altrove ! 



LAGO DI "NEMI,, 



I 



Occhio che t'apri azzurrflinenttì intento^ 
sguardo celeste all'alto eìel rubato, 
Ugo di Nemi, dai eoIU serrato, 

che pen»l ? 

Il tuo pensiero è fatto tlì sgoifiento 
]3cr le domande che non hnn rìnposia : 
il tuo pensiero è Uuiauitù che j^àsta 

da t<*»npo; 

è UmanitA che vìve neir istante, 
pendula ai bordi del tuo i-iglio tolto, 
protesa sovra te come in ascolto, 

(^ chiede. 

Oh ! se di tanta Umanità pensante, 
lago di Nemi, nel tuo sguardo puro 
serri il passato ed ospiti il futuro, 

rispondi 1 

Rispondi con la tua bocca soave 

di limpid' acqua cui dà T aria il ìnoio, 

tu che pria fosti bocca di tremuolo 

fumoso ! 



— 91 — 

E salga e salga e le pareti cave 
empia de' colli lazYali il suono, 
s'espanda, imperi c^me impera il tuono 

sui nembi ; 

nasca da tutta la dolcezza tua 
tanto vigor che Roma si sgomenti, 
tomi il tuo cuore, trton£ando, ai venti 

latini ! 

Ed, aggiogato alla possanza ^ua, 
il vulcanico cuore il cuor del lago 
alzi e s'arresti; qual titano pago 

dell'opra. 

Ecco apparir, come feriti mostri, 

le navi di Tiberio Imperatore : 

l'Impero morto dalle morte prore 

rivive 

• 
e, per virtù de' figurati rostri, 

vigila ancora sulle verghe d' oro .... 

Tu, tu scesso rivéli il tuo tesoro, 

o Nemi ? ! 

Ma per le voglie delio spirto umano, 
lago che sembri d'innocenza pieno, 
altro tesoro ascondi nel tuo seno 

azzurro ! 

Se, con tremor di carezzevol mano, 
han moto e suon primaverili fronde 
sull'acque tue, nel Parco in cui le sponde 

tu bagni 

e il colle verso te volubilmente 
balza e protende i morbidi scaglioni, 
quasi al desio che a veder te lo sproni 

cedendo : 



— 92 — 

^e Ia gloria del stòle e la diente 
beltà df^irnria dorjiìiiftn lA viia* 
si che aneor saero apjvaiH alln rmmm 

eeeo l'insidia penetrar lo spirto 
Kùn la doicesuia della rua pupìUn, 
ove fu a^ìduo balanio 9*iii»tÌlUi 

la luce ì 

Come un fiore del mar» steJJato t*d irto 
d'aculei radTanti, in te fìorLsce 
Il Penster maliardo o lo nutrisce 

il icin[H>: 

d a 1 r i n fi II i ta inii n erston di egua rd ì 
nella pure^s&a del tuo .^guardo solo, 
gii atomi stioì g^li ^'cngono, col volo 

dell'ore j 

e soTio gli occhi piccoletti dardi • 
che incìdono .^nll'ali del minntf> 
e tempi e razze « fedì, ogni vissuto 

invento ! 

Lag^o di Neml, se il tuo breve giro 

la caseYenza della vita serra, 

la luce e T ombra della vasta terra 

matt^ma, 

il piinco, il sogno, il più eeiato spiro 
d«irUomo, verrà dì ehe gli risponda 
serenamente *i nella tua profonda 

pupilla ? 



Uomo, Marm 1904. 



Amta Cibkj-k 



Prof. GIANLUIGI ANDRICH 

Socio corrispondente della R. Deputazione Veneta di storia patria 



Note sui Comuni Rurali Bellunesi 



(^Contin. - V. Anno XXVII, Voi. I, Fas. 1, Gennaio- Febbraio 1904) 



Ciò era la stessa cosa, perchè col saccheggio veniva 
privato dei frutti, che spettavano a lui personalmente e 
ilei quali doveva essere spogliato perchè non era più 
difeso dalla comunità, per ciò ritornavano, con la con- 
lisca non regolata (cioè il saccheggio) ovvero con quella 
regolata, alla Comunità. Ma, come già notavo nel citato 
lavoro, siccome la sua infamia non si propagava alla fa- 
miglia non se uh distruggeva più la casa ed i beni quando 
fosse morto, ritornavano in uso del capofamiglia nuovo, 
che con la sua morte acquistava tale qualità e con essa i 
diritti di regolière. 

Quantunque si abbiano esempi che anche per reati 
di alto tradimento l'infamia e la pena si limitarono ai soli rei 
e quindi si eccettuarono dalla distruzione dei beni le case (1), 
però per questo genere di reati siccome toccavano troppo da 
vicino resistenza dello Stato -e quindi \^ familia del reo, 
il più delle volte, doveva prendervi parte volentieri perchè 
avrebbe acquistata una nuova e più importante posizione 



(1) Nifi Stai, di Pad, pog. 2S n.* 5. 



- 94 - 

nel Comune (1), così rimase la lioriaa che sì baudivit 
si metteva a morte e quindi $e ne distrugge vauo 1( 
Ricordo gli esempi de] conte Ugolino 2* e di I' 
Tiepolo: sulFaiea delle distrutte c.^e di questo fui 



( 



ili Nel 1375 ser Brocca da CasEcllo bcllimese eon- 
gHt're la città al R(* Sigìstnondo pi^r farlu rìioniiire nel . 
Carrarci^i, - ìioìt pai-rmlo a lui dUiimm tkìUl Àustrmcl tmifn 
ghidirami meriiarv * (Piloni Ilùitoria png. 172), sperando di 
più poti'nte quando ne avesse fatto mutare il domìni io- A 
asso<?ìaronf) naturai ni eiito 1 suoi ngìl e quindi, sfc*peni. 
giustiziati i^ la famiglia Imndita fino al quarto grado. Pu 
ta»eiidosì la norma che la famiglia st colpiiice collUid 
appiuito !>erchts per necessita di cosi\ essa diveniva tnei 
eompUce dell' individuo, sì limitò il bando alla famiglia nello 
^ensn, cioè sino al 4" grado. Si comprende da ijuestn ea^^o. n] 
Mej>otreÌ aggiungere df^glì altri, perchè, quando i i-omuuì e 
vano signoria, mettessero sempre come eondidone che tutti i 
rimanessero in questa condizione: cosa ehiaris^fnia jmr i 
per delitti cornimi, peri banditi poi per alto frAdì mento a 
tradito il (jrecRdente signore per farsi padroni del comune: q 
que fosse il signor dominante, erario dunque senrpn-pencol 
la comunità che li aveva cacciati. 

(li) Le disposizioni che ricordai di TintiuiiAuo mostra no i 
concetto che il delitto di alto tradimento fosse cosi grave < 
amniHtere scusa e ohe sì supponeva sempre la conriìven»a 
familkh Dante, quantunque sia iucarnaxioue del medioevo, H^j 
cojite Ugolino dimostra come oramai si sentisse che questn fj 
non doveva colpire la famiglia se non quando essa fosse rtfji 
11.* 1) infatti rimprovera a Pisa dì aver jtùsto n fai crùce 
del eonte traditore, perchè erano per la giovane eia iimoceii 
sono eccezioni o aspirazioni contro la regola generale (ehi' fhr 
trovava la ragione di continuare a sussistere in tutto iUuo 
per le circostanze di fatto aecennate nel testo e nella nota pr*?c< 
che sì mantenne sempre nella pratica e nella scienza (Pertìli Si 
# 1^5), Tutta la famUki risentiva, per la costituzione g^nt 
Stato, della infamia del imferfamUim. — Le questioni d- 



- 95 — 

i 
delle colonne infami (1) ad esempio per i posteri e più i 

forse perchè ivi non si rifabbricassero ; cosi diveniva impos- j 

sibile il rivivere nel Comune della familia bandita. j 

Queste famiglie, che costituiscono il Comune, non sono 
che altrettanti rami, staccati posteriormente, dalla vecchia 
famiglia dalla quale ha origine il Comune stesso. Ho già 

notato nel Comune questo carattere gentilizio : naturai- | 

inente o artificialmente esso ha questa configurazione fami- 
gliare, resa necessaria dalle condizioni del tempo. A mano 

a mano che una famiglia cresce si scinde in tante altre i 

le quali hanno diritto (appunto perchè costituenti nel loro 
complesso una gente) alla compartecipazione di quel de- 
terminato terreno che fu assegnato o che fu occupato dal 
capofamiglia originario e che venne ripartito quando questa 
famiglia originaria si aumentò tanto che la coltivazione 
del terreno fatta in comune da tutti i compartecipanti 
avrebbe portati quelli inconvenienti per cui dal primitivo 
comunismo si passò alla proprietà collettiva e finalmente 
a quella privata. E si delineano due specie di coltiva- 
zioni: quel la agricola che ha bisogno della cultura indivi- 
duale e quella boschiva e pastorizia per la quale è utile 
la continuazione il primitivo comunismo. E quindi troviamo 
queste due forme di proprietà garantite dal Comune al 
singolo regoliere, ma garantite a lui solo perchè egli solo 
vi ha diritto come regoliere. 

Per ciò troviamo una relazione costante fra libero, 
cioè capace di diritti nello Stato, e proprietà della sorte o 
lotto manso. Questa proprietà dimostra a quale patrimonio 
economico dà diritto il patrimonio giuridico dell' indivi- 



tatori dantéschi sulPepiteto figlioli dato da Dante ai figli ed ai due 
7iipoii del conte si spiegano quando si pensa che il Poeta usa la 
parola nel senso tecnico gentilizio : Ugolino é jmteìfamiliaH^ come 
tale sono suoi figlioli tutti gli agnati suoi. 
(1) Penile Storia § 145 n\ 42 



— 96 — 

«Ilio e perciò ijimudu sì deve valutar** t|ual rlaniio ecojiOii 
corrisponda alla ^^oppressione delF individuo, il maiiì 
il termine^ di paragone, ed al suo valore, itt*ce:*sa riami? 
corrisponde Tammontar*' del -guidrigildo fi]. Nelle in>i*fr^ 
gole troviamo quindi che la proprietà privata si apjdica ? 
mente in ijuanto sia necessario, per il genere di cnltura, 
sopra un determinato terreno si esplichi assolntaraenti 
esclnsivam^me la attiTità fteH' individtio (i), donile 
documenti e nella scien/.a si enumerano le facoltà 
proprietario sulla cosa sua, che nece^ìarianipnte a 
diverse a seconda della tliversa ragion d'esistere del ilii 
sulla terra. Ne viene di conseguejiza che il Comune gar 
tisce al proprio gentile la terra e quindi esclude dal g 
mento di essa i forestieri perchè, uon appartenendo alla ?/ 
non hanno diritto alla compartecipazione famigliare 
beni (3). Quindi d' altra parte il Comune difeude 
proprietà di quelle determinate famiglie perchè esso m 
e si mantiene precisamente per ciò. Da questo V isti* 
del retratto e della preempdone comunale (4) ; ildivietii 
alienare certi diritti e fondi a chi non appartiane i 
Comunità (n). Così se il venditore, alienala la cosii j 



\t} ?mìÌÈ Si^rla \\ S ITT n/ SI e 3**. 

(2 Quindi « tenniiiiitrt il rai'colto. M aprntio le fiéulaf. 
U^. Terra Belluno cJt. pag. 17, Xll, ed ì kiindl cadoritiL 

(3) Ancora nel sec. XIX a Selva furono aunncs^e atar p< 
aleutie fiHulgUtì, ma ad e^^o come prove ji«n ti da for Annerì uoi 
e once Sincro aieuni diritti dì comparirvi pn^ìone sui boschi. 

fi) Tafiiti3m II diritto dì prdmwne cit, e pi^r Roc^a Ut» Uki^ 
eìt. pag-. 72. 

{h\ 2dekauar /. r caria Uh, cit. pag- 12. Lo SUtL CmL t-ff, » 
II." £)5.ft5 fitsibiliscft che non abbiano valore le aìit»riaziftai rti ^ 
o livelli <]nao<lii mutano Ìa vrìn^htvnin del diritto alit^uaio »»»'' 
m il venditore per plftrts ftersomuf untJfmlamrlL 



— 97 — 

ne conservò egualmente il possesso per cinque anui talis alie- 
natio nullius sit valoris (1). Si stabilisce che la proprietà sia ben 
difesa: e quindi a spese comuni i due proprietari devono 
provvedere che sieao ben chiusi con siepi {sfropare) i 
fondi confinanti (2). 

E dove oramai il diritto romano ha preso o sta 
prendendo rapidamente il sopravento e quindi gli statuti 
del Comune non sono più cosi severi contro le alienazioni 
del terreno famigliare, pur sempre il padre di famiglia limita 
nell'interesse deììa gens, per quanto può, la disponibilità 
dei beni immobili da parte dell' erede (3). Mentre è ge- 
nerale r uso che r alienazione della proprietà, se non si 
fa più consenziente il popolo (4), si continui però sempre a 
fare alla sua presenza, volgarizzandogli Tatto di vendita dal 
palazzo del Comune (5). 



(1) Stat. Mei stat. XXX. pag. 34. Prescrizione quinquennale, 
che deriva per analogia da quella romana della L. I. C. Th. II.» 
37 : caso analogo trovai neg-listat. di Padova (miocit. pag. 36 n.o 8.) 

(2) Stat, Mei stat. LXXU pag. 72. Conf. i campavi e solcatori 
dì Gandlno, ufiBciali p«ibt)Iici che hanno puramente la mansione di 
reg'olare i confini (Palmieri loc. cit. pag. 28): conf. la lite arbitrale 
de finibile di cui già dissi. 

(3) Pietro de Sacho giudice scrive nel suo testamento : Item 
prohì/beo dicto meo heredi universali, ne alienet aliquam mearum pos- 
sessionnm et honorum alicui persoììe^ Comuni ei Collegio seu Capitulo, 
ilonec compleverit vigintiquinqtie annos, cum mee intentùmis sit ipsas 
rnetcìs possessiones et bona imìnóbilia remanere debere in mea et sua 
fanu'lia — Cipolla loc. cit. pag. 35. 

(4) Ciò che avviene qua e là ancora, per es. in Agordo (pag.* 
221 XI-** 2). A Rocca (mìp II laudo cit. pi»g. 83 stat. 55) vi è un 
assenso prestato negativamente in quanto la vendita è possibile solo 
IpsÌH (i regolieri) twlentibus e mere, 

{pj Cipolla loc. cit. pag. 14 e 52 riporta documenti di vendita 
ili cui il notaro in publica et geìterali concioìie annunzia al popolo 
Htaìis supra dieta rengeria de mandato ipsius domini Potestatis la 
vendita intervenuta fra privati e deve volgarizzarla. 



- 98 - 

('osi la .siicce^sioiie ereditaria n Castel iMhi Ih 
lìtultata agli appartenenti alla famiglia (i) ed in ttil 
statuti nirali ed anche fra le popolazioni cittadinpè st 
limitai issimo, negli ultimi del Cento e nei primi del Dng 
il <Iirit1o successorio (2). A qnesio ordine di dbpos 
quindi si riannodano anche quelle che né la donna «ji 
pa5?^a, per causa di matrimonio, in altra pimiìift { 
coloro, che entrano neìì^ ffiìffiiìn efrienaìificn, abbaiala 



Cosi la tradi/ione avviene nhii ]nesi^j[7,ii (Uh v'mhtì, ir 
mi <1Ì tJoiiiCiiìi.'a o iu te sta solenne (Schupfer AUndin tu'' 5t); 
corrisponde imehe qnanto notai allii nota pracecleute per Agur* 
pufA* l'atto vi<?iie reilatto in Chiusa t per T intp^essen^a chi* 
i vici in per un v<'cehio eoneetto di proprietà comune eoint! 
VII j] Ch.mo Maestro nel lav, cìt, «he si perpetua nello n 
nei conmiiL 

E avvenuto per la vendita ciò che a Konia per il Pout« 
a Venezia sì è verificato per la elezione del Doge: rullìn 
quìa della partecipa 3? ione del popolo alla elezione dogale e 
viene a 11 nini 55Ì alo il prescelto ; BeMa hìtortw n dm^ oft^re rff^rt 
eostihiZfoìtf* f Sitila jìolttka ft^nezktìut nel m^tiio ero liii *Y. J 
Vefteto tomp XIV. p. L«) pag. 45. 

(1) Zdektuar Im fìirta Uh. cit. ]mg. 50, II." 

(2) Zdekauer Ui CoHa lib. cit. pag. 28. ti diritto del S 
osHerva questo A,, è in questo tempo acccntuatissìnio ti clic 
prendo pensando che il Sìg'nore è appunto quello che ria^^^ui 
fitti della col letti vi là. 

(3) Sfat. MH XLIV pag. 47 le don ite ^posando^ii rìniin 
qualunque diritto ereditario oltre alla dote • non onfaniìlm* 
htfji hf/tbun t'H ìnrtbitit in contranum (lÙTtittìmsi i^imm iti »f 
o/HM'terct facere ìUffiùoìtem de **Ls. Princìpio comune ; cnnr R 
Llut. 102. Perule IV. § 151 n.^» 18< A Tedile donne hannt^t 
alimenti Scalvanti Gli Stai, tV Tmlì ciL pag. 4142\ coiit 
IV. § 12ó ij." V2. Si può confrontare il testamenlo di Ph 
Sacho : rdìitquo domhmm CalaUnam dlkrtisìilmam tfjt^nrm 
fjomhiftm mttHttnaiH ef usti f mei uariam omnium ìnH^rum h 
ihiuei' PÌJ[:erìt ut vOam diixerit ndual^m rf citm wr/jt filiti' 
cCiptlU /or. fìt. pag. 35 e vedi qnanto dice alla p^g* 53'. 



— 99 — 

la propria, cioè facendosi frati o. monache (1) abbiano dirit- 
to di ereditare o, almeno, conservino tutti i loro diritti 
ereditari. 

Ma poiché anche per le donne, quantunque a stento, si 
era venuto aflTermando un certo diritto a succedere nei 
beni sia della madre che del padre (2) e d' altro lato le 
accresciute relazioni fra Comune e Comune (3) venivano 
a rendere più frequenti i matrimoni! con non cittadini si ten- 
tava di impedire questi matrimonii che portavano come conse- 
guenza distrazioni,fuoridel comune, dei beni comunali (4). Per 
es. a Belluno Giovan Pietro Mezano « perciochè era am- 
mogliatosi in Caìoro senza domandar licentia al Visconte 
sendo proibito per legge Ducali far parentado fuori del 
Dominio », venne carcerato a Belluno e dovè domandare al 
Visconti che gli perdonasse la infrazione fatta (5). Ma siccome 



ultime parole limitano ogni diritto della vedova finché resta in 
famUiaj tanto più che avendo concesso un diritto molto simile 
alla proprietà del capo-famiglia (conf. il dominam masariam et 
usufructuariam col masarius, padrone di casa, ossia, come padre 
di famiglia, utente dei beni famigliari) doveva impedire che anche 
per poco tempo essi ne uscissero. 

fi) Chi entra in monastero ha la sesta parte della sua sostanza 
per lo Stai, cad, rif. ven, II^ 65 : altrove se ne apre la successione 
come a Padova (mio stat. Pad. cit. pag. 40 n<) 4). £ssi entrano in altra 
famiglia e quindi non appartenendo più al Comune sono esclusi 
dalle cariche pubbliche (Scalvanti lo stai, di Todi cit. pag. 11) men- 
tre poi essendo il Comune la continuazione della familia vescovile, 
i chierici conservano in esso certi uffici : da ciò la con tradizione 
nella loro capacità giuridica nel Comune (Fertile III.<* § 46). 

(2) Miei stai, di Pad, pag. 15 n.o 5. 

(3) Miei stat, di Pad. pag. 28, conf. pag. 27 n.* 6, 

(4) Perchè il Comune mantiene sempre il carattere di una as- 
sociazione di individui non di uno stato territoriale, per cui chi 
possiede nel Comune non è perciò solo Comunista. 

(5) Piloni Hitoria bellunese pag. 124. 



— 100 — 

d'altro iato non si poteva Itiiigaiiieiite impedire che 1 
avessero il loro corso naturale si dovettero perinett^r 
^fi mat firn Olii i, ilirò così, misti, ma per iiou daatie 
il Comune si aiaraise che sposando una cittadina ì^i ] 
iliveiitar cittadino il). D'altra parte si fecero delle i 
zioni che impedissero la resistenza» spesso simbolica, 
fnceva, in omaggio nlV antico modo di esistere dei Ci 
perchè le fanciulle di un paese non fossero condotte in 
tuonìo da individui non appartenenti alla comunità 

E finalmente si può notare come tutto il pn 
diritto statutario sia diretto appunto a garantire le vi 
del danno» in mode che il terreno dato e garantito del 
ne air indivìrluo non sia ingiustamente ilìuiinuito, Q 
cìn di cui si preoccupano i vicini per cai domandar] 
stentemente il giudizio dei danni. La tradizione p 
trice è vivamente sentita perchè in tal modo i vicini, 
la eojì.sfii*ftt4o ioci\ sentono che è ben garantito il p 
nio famigliare, essendosi ovvialo aJ pericolo che n* 
bitramenti il danneggiato non si appaghi di tomaia 
lieve (U) e cosi danneggi la propria famiiia; ciò ch« 
nume non può permettere perchè è costituito per 
re i successivi capi dì essa. 

Un' altra parte del suolo regolìere è destinato al 
ed al bosco. I pascoli rappresentavano quella parte 
rÌGtii regoliera che^ per le necessiti^ stesse del prod 



(I) Pertìle III.'^ § &4 n.*' 73. 

,;ij ZItk&uor Skffti stit. dHki 7Vrm tU Cajtot^ p^jg-. Siri 
h disimsjzione generale ne.g\i statuti ta'r4!ani l'el Trecenid 
ma si ripete nello ntaiuf, €ad, rif. t^n. 12ti* Bi coiiist*r\a i 
co:^ttimc di fare nnft resìsten^ii siraboUcn naìhi Carniii, iii*i 
nel Benunese alla tradii h delia ^iKisa, da parti» dei giovim 
terranei dì lei, quando In sjm^so ò di altro paese. 

(3j Vedi pag. 41*0 n. 2. 



— 101 — 

mauevano in comune. (1) E quindi si consideravano come 
accessioni delle sorti a mano a mano che si aflFermava su di 
esse la proprietà individuale del cittadino. Perciò le Regole 
cadorine non possono alienare i loro fondi (2) : in tal modo 
avrebbero lesi i diritti dei loro componenti. D'altra parte i 
regolieri non potevano esimersi dal mandare al pascolo co- 
mune i loro animali (3) : non potevano in certi tempi 
tener in casa animali forensia (4) : era sempre proibito 
assolutamente che regolieri o forestieri facessero pascolare 
animali appartenenti a forestieri su questi prati regolieri 
tenuti in comune (5). 

Riguardo ai boschi si sa che originariamente non 
appartenevano ad alcuno. Gli abitanti dei vicini villaggi 
ne usavano per quanto ne abbisognavano per procurarsi 
i mezzi con cui soddisfare ai loro bisogni (6). La popola- 
zione era scarsa, perciò le varie collettività non erano a 
contatto r una con T altra, quindi non sorgevano urti 
fra di loro quando i loro componenti esplicavano la loro 
attività, usando dei boschi. Ne veniva che non era neces- 
sario che ciascuna vicinia garantisse quest' uso esclu- 



di» S. Nicolò land. XLIX. 52 (Mio cit. pag. 41). 

(2) StaL Cad. rìf. ven. II. 68. 

(3) S. Nicolò laudi XXXIII. 36 : XXXVI. 38 : L. 53 : e LXI. 
(>6 (mio cit. pag. 36, 41 e 45). 

(4) -S^. Nicolò land. XXX. 33. (mio cit. png. a5). 

(5) Rocca stat. 65 (mio cit. pag. 85): stat. Mei LXXXI, pag. 
80: nullus Forensis possiti nec debeat ciim animalibus pascuUire : 
8tat. Cad, rif, ven. IL 125. 

(6) Per far fuoco e per procurarsi i materiali necessari alla 
costruzione delle case, e da questo uso derivò il diritto di legna- 
tico, ed in parte V obbligo del Comune di fornirò i materiali ne- 
cessari alla ricostruzione delle case (di cui già parlai) ; per con- 
durvi a pascolare gli animali, specialmente i porci nelle vaste 
foreste di quercie, donde i vari diritti di pascolo. 



— 102 - 

dendo le altre affermandosi proprietaria dei l>05eht 
ciò c«[itribuÌTa a non rendere necessaria V idea d 
personalità giuridica della Comunità che cosi malica 
Crescendo la popolazioiie le varie comunità veuner 
contatto fra di loro e quindi fu necessario garantirsi V 
del terreno che non era necessario occupare, essendo s 
cieiitc per soddisfare i loro bisogni che i vicim potes 
usarne per certi prodotti. Dedicatisi i minori proprietari, 
garantirsi Fuso della terra avita, ai Signori laici 
ecclesiastici» questi come proprietari del territorio 
garantirono il godimento, nelle varie forme con cui 
avevano antecedentemente goduto* ai nuovi loro dipeud* 
Così nei nostri paesi divennero personificatori della ce 
nità Vescovi e Patriarca. Quando le nuove coadiz 
sociali e quindi giuridiche portarono la conseguenza 
le Comunità si potesiìero concepire come persone giurid 
sen7.a aver bisogno di periionitìcarsi nei Vescovi, e*ìse 
vennero proprietarie dei boschi per j^arantirne V ui> 
consociati (1). Ma essendosi in tal modo separata la 
tonalità giuridica dell' ente da quella dei suoi componi 
questi non poterono vantare rlì fronte ad esso cb 
diritto di uso, che fu concepito e sorse come dii 
appunto perchè oltre a queste facoltà dei singoli su 
terreno vi aveva delle nuove facoltà il nuovo ente. Qu 
sorsero la forma di proprietà delP ente pubblico e di dii 
d'uso di certe -famiglie di consociati. Dove il Sig 



(1; ShiL Cad. rif. mi. Il 125; ^M LXXXI. SiaL 4À He 

IV, l ììì i-uì si dice a|ipuuio elu^ il Comutro ha Jn proprìell 
beni comuni per asscgmvrli in uso ai codi ponenti delle sii 
ville del lorritorìo. E troviamo che in queH* epoca osso t\vcn 
ptìr quelito a sé ì beni che prima i-oi diplotui imperiali crmito 
donati e garaiUUÌ al Vescovo; Fdùm If istoria Min n*'it*' té. Bah 
setto pn^iTia 243). 



— 103 — 

laico od ecclesiastico pot^ conservarsi, le Comunità, deri- 
vanti dagli antichi utenti, le quali si erano affermate di 
fronte a lui, sentirono di non poter pretendere il diritto 
di proprietà sui boschi, ma, in base alla tradizione giu- 
ridica, pretesero il riconoscimento, come diritto bu^candi 
e capulandi, dell' uso che i loro componenti avevano fin 
da principio ; che prima non era stato necessario di 
concepire come diritto perchè la persona del Signore, 
divenuto poi proprietario, non si trovava di fronte a quella 
del Comune rappresentante della collettività, che si comin- 
ciò a concepire come ente giuridico quando appunto le 
varie collettività si trovarono a contatto fra di loro o 
con altre persone (1). 

Dove i boschi appartengono al Comune in essi hanno 
diritto di caccia i soli regolieri. Lo Schupfer rilevava che 
il diritto di caccia, cioè V uso dei boschi, spettava, come 
compartecipazione del suolo comune al proprietario della 
sorte, per cui notava che nei documenti da lui riportati 
questo diritto era considerato come una pertinenza di es- 
sa (2): a questi documenti si possouo aggiungere per i paesi 
nostri quelli di Agordo per i quali i fondi vengono alie- 
nati con tutti i diritti che loro pertinent (3). 

La proprietà nel Comune è quindi una conseguenza 
della appartenenza al Comune stesso e perciò il regoliere 
ha sempre dietro a sé una massa di beni famigliari che 
ne garantiscono la attività. Ma nel Comune vi sono ora 
altre persone : il forestiero e chi, non appartenendo alla 
gente originaria, non é proprietario, il povero. A queste 
due categorie di persone oramai si riconosce una perso- 



(1) Donde le liti frequenti verso il 1000 fra comuni che pre- 
tendono l'uso Imscaììdi e capulandi e il Signore. 

(2) Allodio n.« 8 e n.« 30. 

<3) Doc. agordini ricordati a pag. 221. n.« 2. 



I 



ili 



m 



^ 104 — 

ualìtà giuridica : oramai si tende anche io queste i 
remote a valutare r iodìviduo non dalla propriet; 
dalla sua virtù (Ih II Comune, pur mantenendo lar 
profonde tracce della sua primìtiv^a costituzione geut 
è divenuto una consociazione che va territorìaiizzs 
e quindi in qualche Comune, ultimo ricordo della i 
coslituzionp, il rapporto fra proprietà e personalità si 
servò ma .^i è capovolto: ha tliritto di far parte dej 
gola il proprietario (2). E anche in quei Comuni, 
Rocca e ìe regole cadorine in cui più forti si sono 
tenute le antiche tradizioni della loro origine geni 
si riconobbe la personalità ed ai forestieri ed ai p 
L' aver trattato ugualmente queste due categorie di pe 
é indice della antica tradisiione. 1/ aver ammesso ci 
agire in giudizio debbano solamente dare una m« 
exjìensis indica che conservando ia regola, necessari 
vendo sempre il Comune garantire la proprietà dei] 
consociati, dei capitolari che stabilivano che ciascuno 
prova deir esistenza del proprio guidrigìMOt però, con 
accennai, per il progresso nel modo di concepire la 
sonalità deli' individuo queste nonne carolingie soud si 
dattate alle nuova condizioni giuridiche riducendosi Tel 
di provare la propria personalità economica a quel 
che è necessario per garantire quella attuale attivi!; 
ridica, che si vuole esplicare davanti al tribunale regi 
cauzione quindi di cui il comunista non ha bisogno p 
come tale, è proprietario del terreno che spetta ali 
fftmiim. 

Questo evidentemente in base al fatto che in quell< 
che e in quei luoghi, essendo ancora la proprietà 1 
strettamente alla appartenenza del consociato alla 



/li Schupfer Aifmth n. 27. 

{2} L-oiiiL* /iV*/. h'i-r(t fHfnììC ^t.^ L'^ mìù cìt. pag. Il n^' 



— 105 — 

ne veniva che si confondesse la personalità con la pro- 
prietà. 

A mano a mano si venne riconoscendo sempre più la 
personalità al forestiero ed al povero. Per ciò se un tempo 
questi, non appartenendo alla familia comunale, non vi 
potevano assolutamente essere proprietari, ora, per quanto* 
in via di eccezione, potevano acquistarvi beni (1). Ma 
con ciò no»i venivano, come nella regola della Terra di 
Belluno, a far parte della comonità. Quindi i diritti sui 
boschi, come sempre, erano riservati ai soli regolieri (2) 
e quindi il diritto di caccia si ripresentava coir originario 
carattere personale, spettando soltanto ai facenti parte del 
Comune. Questo, come qualunque altro diritto sui boschi 
non era più qui una pertinenza della proprietà, perchè il 
movimento giuridico aveva avuto la conseguenza che pro- 
prietà non fosse più sinonimo di personalità. Quindi a Rocca 
tutta la regula andava e doveva andar a cacciare col capita- 
no Ci) mentre si proibiva al forestiero la caccia nel Co- 
mune (4). 



ti) Bocca Htat, 55. 56 (Mio cit. pag. 83j e tutto T istituto del 
re* tratto e della preempzione sorte per ciò appunto. 

(2) Conf.» l'esempio ricordato di Selva. 

v3) Rocca stat. 62 pag. 84. conf. Zdekautr la carta liò, di Tin- 
tinnaiio cit. pag. 49. In tutti due i luoghi intervengono solamente 
quelli fra i comunisti che sono perfettamente capaci. A Tintinnano 
ì maggiori di XIIII anni, a Rocca quUibet masarius) come ciascun 
massario rappresenta un uomo per la difesa {stai, 41 corrispon- 
dente a quello del Cadore più antico che non si possano sequestare 
]c armi se non nel caso estremo; e un voto quindi nell' adunanza. 

(4) Rocca stat. 64 pag. 84 (seguono immediatamente quelli 65 
r*, 66 che vietano il pascolo e il taglio di alberi al forestiero) Mei 
stfit. LXXXI che vieta ai forestieri pascolo, taglio e caccia : cosi 
sfat, Cad. rif, reii, II.<> 125 : proibizione che già vien fatta negli 
statuti precedenti del 1235 e che, perchè inclusa in essi, dato il 



— lOt) - 

Il territorio cu muri ale, riguardo alle rt^Iazioiii gii 
che in cui si trovava uo con esso i coruponen ti dei 
Comujjì rurali si divideva in tre porzioni ; clam 
fabnlae, terreni comuni. 

C/atiiìnra : il tratto di terrf'no che circonda ogni si 
casa. Destinato alla soddisfajiioue di quel bisogni del 
famiglia, che presentano un carattei'e di continuità^ 
per questa ragione enserne costantemente in esclusii 
sponibilità. Quindi vi si possono tioltivare quei pr 
che richiedono che la terra sia sempre difesa da inge 
estranee, perchè sempre deve essere adibita alla produa 
e per ciò vi si coltivano gli alberi da frutto, la vit 
Quindi finalmente forma quiisi un lutto solo con la 
della quale si estende alla rlamura (altrove detta fa 
platea ecc) le nonne giuridiche prottettive, È sempre t 
a tutti giuridicameute e per ciò anche materialmeai! 
mura o con siepi, 

Fabalae : i tratti di terreno ftestinati alla coltiva 
di prodotti annuali* Perciò fin da principio furono 



loro caraitere ncceiinato jinina ili uorint^ \ivr il rissarcinici 
danno eeonomioo, dimostra ehe si riferisce seiitpr*^ r^lJa propri 
j^oHera,; xtat. 17 pag, 4?ìeol, l*^:lt^m»iqnmfm>*ifei*ÌtaHtq»U 
tiistorm rH ov^t d^? aira sol vai l^X mi. den. pm bttnuo ni fi^effil $ 
litnUtle dominorum pI m ath/ftLs ite enufis** t!.7*trtt tllsfrichtm ca 
imtmidfii iwr dtion fmteJi^ alicm a mi t taf fivi'ìt rf Hoirat LX itol. dcn.: i 
]mg. 44 eoh Ha ihm si quis in imtfi rfftìidfrU recla £«1 
Atifita hi rpcUdl hco nbi ree la tfnduntìtr ftpiit*tìeni^ «eu a riha 
fufint ili dif*y solraf XX sol. den. pi*o òattna H Ul^ qui vkhf*'i 
titi- ifofpstfdi Tiuttììfrgfart*, (canf. i*fìu no tu pn^eewìentP! ) : *lnt. : 
44 col, 11.^' Ilt^Tìi iitahiimnx quod ììhUuh foreurnH dfòeid iv 
fe.n^ ruduòrt cuìt^a (end^fidi rccki sparmtlis et kì qntM vcttén 
dfheat nmmì.tf€f*e rtcia et aveji^ el ai r/wtó ikdt^rit th oh 
ìmlvat XX mL den, pi^ ùanno^ H tjuml j^^fxft/* tiofi drh 
IMmHt eis dmt mrbtinì. 



— 107 — 

in lotti che venivano assegnati, per determinati periodi di 
tempo, più meno lunghi, perchè li coltivassero alle famiglie 
regoliere. A mano a mano, allungatosi sempre più il periodo 
durante il quale il lotto spettava, perchè nella stagione pro- 
pizia lo coltivasse, alla famiglia, esso passò in proprietà del 
capo -famiglia. Questo diritto suo ^i può dire ora proprietà as- 
soluta, perchè a differenza di tempi più antichi (1), il capo- 
famiglia, secondo gli statuti rurali, che conosciamo, lo può 
anche vendere. Però siccome il Comune mantenne sempre la 
sua antica struttura, e quindi aveva bisogno che le fa- 
miglie, che originariamente lo componevano ed erano 
per ciò divenute proprietarie si mantenessero intatte, 
perchè ancora continuavano ad aver in esso tutta V im- 
portanza politica che avevano precedentemente, doveva pro- 
curare che trovassero sempre nel suo seno i mezzi necessari 
al loro sostentamento ; ne veniva quindi che coi suoi 
statuti circondava la vendita degli immobili di grandi 
cautele per impedire, per quanto era possibile, che uscissero 
(la ciascun patrimonio famigliare. Le facoltà poi, che in 
forza del suo diritto aveva su questi fondi il proprietario, 
corrispondevano all' antico uso temporaneo di essi che si 
aveva precedentemente sul lotto assegnato. Quindi egli 
vi poteva esplicare la sua « attività, in modo esclusivo, 
soltanto nel periodo di tempo che andava dall' epoca della 
semina a quella del raccolto; come in antico solamente 
per la durata di questo periodo la collettività assegnava 
a ciascuno dei suoi compónenti un lotto da 'coltivare. 
In qnesto periodo solamente quindi il proprietario avev?i 
<liritto che la sua proprietà si trovasse nella stessa con- 



(1) Dai citati doc. agordini si ricava che nel sec. XII non si 
poteva vendere nuIFaltro air infuori di ciò che conquisitum fuU, 
non i beni ereditari. 



— 108 — 

liizioue giuridica ileUa clmunm. Le fakmtm 

c/waoe solo durante questo tempo oppMtaM fc 
tivayìone dei prodoMi annuali ; nelle alti* «poci 
aperte. Ne reni va che, fatto il raccolto di quei &wg 
produztune erano destinate secondo il XnàmoKÙt 
nessuno faceva danno entraudovì e quindi i pn 
iion potevano più avere la facoltà di inpediiy < 
M mettesse in rapporto coi loro fondi (i) ; touifi| 
entrare, perchè in una parola la proprietà sa ^ 
non poteva consistere che nel diritto del singok 
tivarli sempre egli durante il tempo opportaiw < 
fissato dagli statuti (2^ Non vi è più duuqne anaco 
di diritto quale corrisponderebbe a quella di ai f 
comunismo, per il qnaJe si può dir© che il di 
proprietà sui terreno coltivato ìu comune si» 



(1) Anche nttualiiieute si hanno ne) bellunese riki^i 
di terreno «irt-ondati da inurbi cv siepe, «he stanno «.tonio 
e sono coltivati o fon alberi da frutto od a vit^. cmì eh* 
««rio Rieno sempre chiusi « tutti. Altri tratti si dicono i 
nono quelli iu cui si coltivnno il grano ... gli altri pillotti 
»t. sono encondati d(i siepi, queste vengono riatUb- i« 
Aprile e vengono trascurate, fatto ji ra.'oolto, cioè d» O 
l«i. EsMìudosi conservata nella fujtura una disirìlMxl 
terreni uguale che periliias.ato, u^.„ali sono i bisftenidiw 
Naturalmente vi È la differeiua ehe nelk- epoche pr«cd 

«ansa del più limitato contennto dei diritto di proprietà* 
destinati alla eoltiva^sione annuale, essi erano e^.ajriiati • 
«ura ginnditan.enie nel tempo necessario, ora durante q 

nodo basta egriiagiiarli solo materialmente. 

i:ì) Air infuori naturalmentti .li quei luoghi in cui era 

eccezionalmente, in vigore la r-roprietà collettiva e nuiod 
uso solo del lotto da c-oitivarsi per un jwriodo più o mcu 

1)1 .luoate fonne antiquate oggi abbiamo e.seinpi anob.M.. 

pne.H, (conf. il mio C,w fonna di pro/meiri ,^IMH,„ „r! U 

BeUuno Cavessago IdS"). 



— 109 ~ 

neraraeno nella collettività ; perchè questa fa rispettare 
sul suolo occupato la attività sua, che esercita per mezzo 
del lavoro comune dei suoi componenti, non mediante 
una tutela giuridica, perchè fuori di essa non vi è né 
pace né diritto, ma respingendone con la forza gli invasori. 
Nemmeno nella condizione di diritto di un periodo più 
progredito di collettivismo, nel quale, di fronte al diritto 
di uso temporaneo dei singoli lotti da parte dei comunisti, 
è necessario che la collettività, allo scopo di mantener 
sempre per ciascuno di essi un tratto di terreno, affermi 
di fronte ad essi ed a questo loro diritto di uso, il suo 
diritto di proprietà. Ma in un periodo in cui, essendosi 
trasformata da gran tempo la distribuzione periodica in 
assegnazione perpetua delle sorti alle varie famiglie utenti 
della collettività, è sorta la proprietà individuale. Certa- 
mente le facoltà, che ne derivano al singolo, sono limitate, 
perchè, siamo ancora in un periodo molto arretrato, e 
quindi il diritto di proprietà spetta al singolo come comunista, 
non essendo che la trasformazione del diritto di uso 
esclusivo ed assoluto, che gli spettava, poco prima, durante 
durante certe stagioni e per un dato periodo di anni, 
sopra la porzione di suolo pubblico, assegnatagli a scopo 
di cultura, dal Comune. Per quanto la proprietà lentamente 
vada trasformandosi in un diritto reale, che rappresenta 
r esplicazione della attività dell' individuo, tanto che in 
qualche caso, come in quello della Regola della Terra di 
Belluno, il proprietario diviene perchè tale comunista, in 
via generale però si ammette bensì V eccezione che chi non 
è regoliere diventi proprietario, ma ciò non produce la 
conseguenza di farlo entrare nella comunità. Per quanto 
il diritto del singolo sulla terra sia divenuto proprietà pri- 
vata di lui, è però sempre considerato quasi come una 
conseguenza dell' appartenenza al Comune; si ricorda che 
esso ha originato da assegnazioni fatte dal Comune al pri- 
vato tanto che, come vedremo subito, eccezionalmente, tra- 



— 110 — 

sformando la coltura a cui è destinata la ieriit. si 
ancora delle assegnazioni. 

I boschi e pascoli formano la terza categoria il 
perchè, per il prodotto che danno, none rieoessario mm 
è utile che non div^entiuo proprietà privata ma 
in godimento comune* Essendosi svUnppato il tu 
della personalità deJT individuo ** come consepii 
ciu trasformato in diritto di proprietà T aulico dì\ 
compartecipazione» illanguidendosi sempre più il e 
del diritto della collettività, era naturale, che ì 
pretendessero che fossero loro assegnati, divenendo 
proprietari, anche questi terreni lasciati io comi 
infatti troviamo che nel Cadore fino a tutto il sec 
si vanno ripetendo disposizioni con cui si stabilii* 
magistrati facciano rientrare nel patrimonio rleH 
ed in uso comune tutti questi beni abusivameui 
pati dai privati. E nel 1468 il Comune bellunese 
apposito magistrato, composto di tre cittadini, i «jua 
incaricati di delimitare quelle terre che, essendo 
dovevano rientrare, anche se occupate dai privj 
demanio dal Conunie per essere da questo riparti» 
ville del terr ritorio, affinchè jie usassero io com 
abitanti di ciascuna, € Dal che si vede, scrive a pro] 
ì* ciò il Piloni (1), questi beni comuni esìgere de 
» et non de' contadini (ancora, che li sieno stati a 
» in compenso delle fattioni, che fanno per benetìc 
* città) ^. Queste parole (come ciò che avve 
Cadore) dimostrano come, anche nel sec* XVII 
scriveva il Piloni, fosse conforme alla coscienza g 
e quindi necessario, che i beni comuni fossero 
condizione di diritto perlaquale Fuso loro veniss 



(1) Hisiona beUuueM [ad. Hampnssxetto) pRg. 940 rei 



- IH — 

tito a tutti i componenti di una determinata villa. Per 
questo di fronte all'affermarsi della personalità dell'indi- 
viduo e quindi allo sciogliersi di esso a mano a mano dai 
ceppi del primitivo collettivismo che, vincolandone la 
libertà, rendeva meno produttiva la sua attività, il Comune 
che sentiva ancora il bisogno di mantenere la proprietà 
comunistica dei boschi e prati si affermava a sua volta 
come ente, che ne aveva la proprietà, allo scopo di garan- 
tirne r uso a tutti i componenti attuali e futuri della 
collettività. Questa condizione giuridica è nettamente deli- 
neata dagli statuti bellunesi, secondo i quali, pascua, et 
montes^ et valles et nemora, quae non sunt privatis titulis 
aliis hominibus in singulan, vel plurali numero assignata, 
seu praescriptione cum titulo aliis acquisita sint et esse intel- 
ligantur de bonis, etinbonis cowM/iw. (l)Era sempre il Comune 
che doveva provvedere al mantenimento dei suoi cittadini. 
Se lo sviluppo delle idee giuridiche ed il progresso eco- 
nomico andavano imponendo, in confronto dell' antica col- 
lettiva, la forma più perfezionata di proprietà, quale è quella 
individuale, per i terreni destinati alla cultura agricola, si 
ricordava però sempre che erano stati assegnati in pro- 
prietà individuale solamente perché destinati a tal genere 
«li coltivazione. Infatti quei tre cittadini bellunesi del 
1468, oltre lo stabilire quali fossero i beni comuni, dove- 
vano vedere « ancora che li pascoli venduti et permutati 
> fossero nello termine assignato ridotti a cultura » dice 
il Piloni ; ossia invigilare per conto della collettività che alla 
nuo\ a condizione giuridica nella quale si era creduto 
opportuno di mettere quei beni, precedentemente rimasti 
in comune, corrispondesse la condizione industriale agricola, 
la quale giustificava, come aveva precedentemente giusti- 



(1; Stat ndL IV. 1. 



— 112 — 



ticato ]>er gli altri, il sorgere anche per questi 
*!eJla proprifta individuale. Il crescere della jjopui 
il crescere dei bisogiu iuclividuali rendevano iiccpssa 
più libera esplica/Jorie della attività del singolo, 
tnanifestava collo stahilim della proprietà privi 
ibndi assegnati e colF invasione da parte dei più i 
abitanti del Coiniiiie della terza rimasta in coamn» 

Ma siccome ii Comune doveva mantenersi, com 
in quella stessa condizione in cui si trovava in 
più antiche; mentre accettava ia parte le aspirazi 
sìngoli e suddivideva nuuve terre perchè fossero d* 
alla coltura agricola, sì affermava uello stessa 
come ente giuridico proprie tariu dei beni rimasti e 

Cosi essi venivano sottratti alle invasioni dei 
ed assicurati alP uso di tutti» Cosi conservando il C 
la sua originaria ragione di esistere, perchè consen 
sna missioue originaria (1) si venne formando uno \ 
diritto per il quale questa terza categoria di terre 
ne proprietà dello stato perchè fosse iu uso di tutti. 

Quindi nella condizione di diritto didT epoca 
possiamo studiare queste Comunità esse presenta 
rapporti tra la perso n alita e la proprietà dei coi 
una regolazione giuridica, adattata ad un t^mpo 
s' era molto sviluppato il cojicetto della personal 
r individuo, ma che ricorda lo stato in cui si tro\ 
marca germanica. Indipendeuteaieute dalla loro < 
perchè non tutti certamente sono di provenieuzji gf^ri; 
questi comuni rurali addottarono questa forma gii 
che si può dire una traduzione fatta per questi tei 
progrediti economicamente e giuridicamente delle 



(1) Conf» a <*s, ciò ohe avvenìv*! a Rocca, vedi miti 
dt, pag-. 49. 



— 113 — 

zioai della nnrca^ perchè con essa si garantiva quella forma 
di godimento del terreno, usufruito dai consociati in 
vario modo a seconda dei diversi prodotti, che assicurava 
la esistenza di gruppi gentilizi, distinti fra di loro, allo 
scopo di poter continuar ad assicurare in tal modo la at- 
tività giuridica dei singoli consociati, i quali, nelle condi- 
zioni sociali in cui vivevano, non potevano esistere, essere 
rispettati ed essere mutuamente assicurati dei danni che 
colpissero il loro patrimonio all' infuori di una consociazione 
politica, che si affermasse validamente sopra di loro. 



Fine del Capo III** {Continua) 



RASSEGNA BIBLIOGRAF(C 



Amante A, — // mlk* di tkUemfonU mila l^^fhm furti vlm 
f^Hkolan^ f/rem, Aeircntts tiji, erario delle ferrovie* l 



In questo aei^urAto v dilig-ente studio, ehe fa eeriaDiem 
ed ni giovane autorf ed al maestro cht> l'hJi ìrii^piralo. I' 
cerea di delìneare ìu breve la storia, quasi, del niito bellei 
dn* tempi preomei-Ì(.u fino B.gìì ultimi aceennì ehe ^l trova 
opere letterarie latine, L' Ah però si restringe alle f-^ùìe foi 
rarir e, se è da lodarf^ la sua diligenza nel rieeogliore 
m*cerisarie alla ricostruzione del mito - — che solo pochi 
imi^ortantì accenni gli sono sfuggiti — , dobbiamo ìntncnt; 
egli noti si Ma occupato delle rappreì^entaKÌoni tìgurate 
sarebbe slato necessario, tatito più che egli stesso confés* 
]iortan/.a delle modificazioni introdone, anche nella In 
letteraria, da tali rappresentazioni, si che talvolta se fi te il bis 
ricordarle per confermare niaggiormeu te il risultato «leJic 
cerche critiche. Speriamo che quello che non volle fart* oi 
faccia in iitm prossima ri elaborazione del suo lavoro, 

Ammessa l'esistenza di canti sv|>eciali sul uiìto belle 
a li e he j)r ì m a d 'O m e ro , a p p oggi an do si spec i a l m e n t e a d h ? ■ 
r A. risale ad una Beìlerofonteide priniìtiva. Non |^' 
fissare il contenuto di tale poema preomerìco. si ferma a ; 
lo ,»* volgi mento del mìtn quale apparisce in Omero Z, 13(2 
fermato, con argomenti logici e critici, che sono da espungi 



— 115 . 

15S - 9 e 187 - 190 i quali ultimi dipenderebbero da A, 385 sg, e 
che gli altri sono da ricomporre cosi: 199+205+203 + 204+200+202, 
oncludech^». due sono i nuclei fondamentali intorno ai quali prin- 
cipalmente si svolgerà il mito cioè: (A) Bellerofonte, o Ipponoo, 
ha ereditato il regno di Efira (Corinto?) donde vien cacciato dal 
cu^in > Proto, figlio di Tersandro ; allora egli si reca in Licia dove, 
u,2s;isi la Chimera, divien genero del re lobate, e continua a vivere 
o.ì irato finché lo coglie 1' ira degli dei; (B) Bellerofonte corinzio, 
commessa un'uccisione, ripara a Tirinto presso il re Prete; 
rifiutando le proposte della moglie del re, viene da questa calun- 
niato presso Prete, e mandato in Licia presso lobate, in un'insi- 
diosa missione, perchè sia ucciso ; ma, superate felicemente le 
imprese, tornato da Prete per domandargli conto deirinsidia fattagli, 
più tardi cade in odio agli dei, il che é cagione della sua morte. 
Del pegaso però nessun cenno in Omero. Il primo ricordo l'ab- 
biamo in Esiodo, Theog,y 325 ma l'A. col Muentzel espunge tale 
verso, si che si passa senz' altro a Pindaro. Il mito é già trasfor- 
mato ; il poeta rielabora la materia omerica avendo per nucleo 
centrale la redazione (A), introducendo l'intervento del Pegaso 
che, dall'ora in poi, sarà parte essenziale del mito il quale viene 
ad assumere un alto significato etico religioso per l'ardimentosa 
idea di Bellerofonte di voler conoscere, se gli dei esistano realmente 
o no. Con la letteratura dramatica s'inizia «la decomposizione 
organica del mito e non fa meraviglia che nella dramatica si svi- 
luppi sovra tutto la redazione (B) per la parte principale che in 
essa avevano gli amori della moglie di Preto per Bellerofonte. Di 
qui il pathos (Rohde, Dergriech. Roman, 31 sg.), l'elemento fondamen- 
tale delia tragedia e che già s'era introdotto persino nelle canzoni 
epiche quali la Radine e la Kalyke, attribuite a Stesicoro (Rizzo, 
Questioni stesicoree I, p. 69 sg.) Dei tragici solo Sofocle, Euripide 
Astidamante e forse Teodette hanno trattato il mito di Bellerofonte 
Li' A. si ferma, con ragione, più a lungo, sull'opere di Sofocle e 
di Euripide e si sforza di ricostrurre i drami anche nelle loro 
particolarità, ed in questo troppo corre l'egregio mio amico, perchè, 
tenendosi egli pur sempre nel campo del probabile, nulla può 
affermare con sicurezza essendo tutto un lavorio ingegnoso si, ma 
incerto sempre, di semplici ipotesi. Soltanto per il Bellerofonte euri- 
pideo l'A. crede di notare nella contaminazione delle due tradi- 
zioni la prevalenza di quella indicata con (A). Di Astidamante, il 
g'iovane, si conosce solo il titolo del drama, e per Teodette si ha 
solo la congettura del Wagner, congettura si debole che il Ra- 
venna nel suo recente lavoro {Di MoschUme e di Teodette, Padova 
1903) non credette di doverne tener conto. Nella comedia, e facilmente 



— 116 -- 



we nt iuteitcìo la rag'icmc', il unto voti iva presentato -wltJ» 
i| negli aspetti che (Uvniio adito ni rìdk'olo e oosl 'J'a 
* mitico scompare assr»lutauiente ; quella meravigliosa i 
' ne univa le parti divt^rse vìe n meno ; il con tentilo e( 
» gloso t\ in gran parte, scomparso^ 1* amore èì Trasfo 
' intero come qnnk'osa di pili bas.so e di più volgarr ► 
XelTepóra roiiinna poco ri in a ite che s^ì riferisca al Mito, 
vs^o sparisca ilalla memoria popolare, che auj&i se dohbiA 
tVfde ad Achille Tazio (L «), trascurato dall' A., Vittffantio 
ttpa continuò a vivere su II e se-eiie, e s(>eciiiUiieiitc ut!" db 
iei accanto alU cf/fltma d* Kripke alla v^na di FdomHà ecc,; 
teratura nulla di nuove* j^ trnrre dal v occhio unto ^m 
disorganizzato. Ma accanto a Quinto Smirneo, a He Dìot\ 
Nonno (e cfr. anche Nomi, w nai*mt, ^d Grtgar. mr^,, I. 
ed £udoc.« 4,-ì2), a Luciano, ed a Plutarco {De mtd. vt 
sarebbe stato inopportuno notare che *i('* CaftjjfUn^mi J 
[ié. Eratostenc si narra che Fe^a^ìO volò al Cielo dopo \n 
Bellerofonte mentre gli ^Sto/* (Jerman, attestano che e-H»o*'f 
/iellerophotìtijì hìi^^ìhi erokti'erit, variante di non poca il 
resultando da nuove fonti |ier la ricostruzione del ni ito. 
Nella letteratura latina il mito arrivò scolorito e fi 
rio, fuso con altri miti coi quali avea punti di contatto 
mente con quello di Ippolito e Fedra, al quale 1' uuiscf 
caso, anche Giovenale : X, S4-8 •, che poteva citarsi 
UY, 24 e PrtperL IV, 2;l-2 (Mflll.) accanto a Flauto, Oraxi 
Cicerone. Seneca, Igino e Servio. In Servio, nota F A., < 
il ritorno allrt l'onte ]»rìnutiva uradiz. B); in Igino (A* 
Bunt) la prevaieuisn della trad, A. Forse a quesito, io 
non poco contribuito specialmente la rappresentasioue 
data da Omero, che fu certamente sott* occhio ai poeti 
ricordati, come a Rutilio llaniazìano (|nando (I» 4411 ^ 
Sic ììimmi' fiilk moiittun (wtifgmtrit Homt^tu^ lU'lht'oitl 
!m*itmlimbìin^ a Clnudinno i Z>e IV eonn, ìhmor,, 5v)8 sg. , 
in ep. XX It *29 sg. ed ep. X ad Ausonio (Ausoni, Opem^ 
n/' XXV^ XXIX* ; cfr. ibid. XXXI, 157, UH (redax. B| > 
(n.<* 509 in Fot^t- lat, mm. ed Baehr. voi. IV, 417) e sp 
air anonimo delTepigr. 542, fu Biihr,, P. L. ^f. IV. \ 
ricordarsi poi Stailo^ -Sy^f^, IL 2* 3H : II, 7. 2 e 8|>eicjalm 
lY, 60 dove la leggenda della nascita della tonte Piren^ 
del PegaJ^o h rappre^senlata con forma alquanto diver^sa da 
tradizione ( fr. Thtb. VI, 315). Cfr, per la storia del Pe| 
il cariìwn anonimo in Augiftt., ^^^ man. Ili, 2, Quanto iioi al t 
interpretazione naturalistica del mito fatto da Igino, T A. avi 



— 117 — 

to notare il riscontro con Palefato {Utp/Att, XXIX, cfr. Apostol. 16,10; 
Eiidoc. 89 ecc.) e con poche differenze Eraclito ^^Oep. 'Ai?. XV, riferendosi 
ad Omero) e l'Anonimo, de incred, che al C.VIII si riferisce a Plutarco, 
ed al XIII unisce il mito di Beller. con quello di Fetonte per 
venire alla conclusione data da Luciano {de astrai 13) che Bel- 
lerofonte ouxt t^ ?int9 ava^•l)vat àkXd ^tavèi'^. Ed a tal proposito si può 
notare che lo Scoi, ad Hes. Theog» 284 fl^ra nella salita del Pegaso 
in cielo iidtWpaat; tuv u8atuv %al vietai ffu^xpoTsT e Bellerofonte {id, 
ad T. 325) oVpovooo'i&svoc icauw xd xaxa, e che Giovanni Diacono 
Pediasimo (in Atteg. in Theog, p. 566 v. 20 sg. Gaisf.) ricorda 
Bellerofonte come o iXioi ^aH, o td PtXiQ ts piovra 9ovtJtfv. Così egli 
prelude air interpretazione che recentemente si volle dare ai mito 
bel lerofonteo avvicinandolo a quello di VrUrahan, T uccisore di 
Vritra, il mostro copritore, per la quale interpretazione si avrebbe 
XcfAacpa (per la radice di x*^V^ hiems) la furia della tempesta, e 
Bellerofonte, (il casto che rinuncia ad Anteia la nemica^ o Steno- 
bea la forte mugghiante, la niibe^ moglie di Prete il sordido)^ — 
sarebbe il sole che fugge la nube, e vince la tempesta in Licia, 
la regione della luce fcfr. Foresti, Saggi sulle fanti della epopea 
greca^ p. 154). Cosi il mito va subendo le più svariate modificazioni 
fino a ripercotersi con eco debole nella novellina boema di Vsieveda 
(il vedico Vi^vaveda) il nonno Satutto, fatta conoscere dal Teza. 
Gli è vero che tutto ciò usciva dai limiti impostisi dall' A., ma 
eg'li ben noterà come fosse pur necessario seguire anche V ulteriore 
sviluppo e trasformazione del mito perchè se ne avesse un quadro 
conaplcto. Ma non dobbiamo far torto all' A. di non averci dato, 
ciò che non ha voluto darci. 

La trattazione è semplice, chiara ; anzi talvolta, per troppo 
amor di chiarezza, l'A. diventa prolisso cadendo in ripetizioni non 
dirò inutili, ma certamente non necessarie, e sebbene in generale 
il ragionamento fili diritto e le conclusioni siano quasi sempre 
accettabili, qua e colà l'acutezza dell' A. degenera, s'offusca per 
voler vedere troppo. Infatti troppo egli vuol dedurre dal passo cit. 
d'Imerio, dal quale a buon dritto possiamo conchiudere solo che esi- 
stettero dei canti in onore di Bellerofonte, e, prescindendo pure da 
Omero, Esiodo, Pindaro, come vuole l'A., son là ad attestarcelo 
altramente e le varie notizie lucianee e l'accenno di Achille Tazio, 
tanto più che il ricordo Bellerofonte era già divenuto, come possiamo 
dedurre da Teocrito XV, 93, popolare. Ma non possiamo conchiudere 
che questi canti siano appunto i preomerici, o per meglio dire con l'A, 
la ipotetica Bellerofonteide. Che anzi se, come avverte Imerio, 
Bellerofonte in tali canti era ricordato particolarmente in grazia 
del Pegaso, che diviene parte essenziale del mito, converrebbe. 



— 118 — 



• # 



crtueluderc che tali eanti sono di t-erto posteriori ad Oim 
Esiodo se questi, eome VA. mnmette, nari ebbero cooos<!i' 
Pegaso. Inofire le diu^ rL'da7.Ìoni del luito, nntraci^inte in 
uiì part^ ehe e^i^lnrtaiio mia Belleroibnteide, che nort saprei in 
cmmj tali notizie contradditorie potessero far capo ad un 
sibbene invece a cauti separati e di diversa origioe e i4-i 
»juali poterono attitij^ere gli interpolatori omerici, o mei^Uo 
|K>stiirìori. Chtì se anche si volesse «ni metter*^ ehe al vew 
appartenesse nna !?ola delle due redazioni, ad es* A, ainu 
r ititeqMlazione della reda^. B. di qualche tempo posteriore, i 
ino spìearare come e ^u qualifoiiti aceaiito al mito A* derivi 
imniamo, dalla Bellcrofonteide, pomicia |n^rdut^, ai hìa 
lorinando la tradixioncì B. Ammetto beni? che prima d'Omei 
i^-sistiti dei canti .su Belìerofonte ; mi pare dilUctle che sìa. 
una sola e vera Bellerofonteide* 

Quanto poi al v. 325 della Teogonin esiodea mi par 
volerlo t^enz' altro espungere. L' arjaromenio, ed è il precif 
vi «i parla del Pegaso di cui non é traccia in Omero, e * 
fti conci Herebhe tale notìzia con quelle sul Pegaso date pi 
temente fv, 281 «g.) non reg^e affatto se consideriamo 
v. 325 non fa che accxmnare ad un fatto particolare del 
ed incidentahaente, laddove pin sopra parla dei cavallo al 
per quanto riguardava la sua orìgine e la sua fine, in gì 
H^n^a dcierinhiare 1« imprese speciali cui prese parte. Ta 
che sarebbe strano voler in un poenia antico, quale la 7 
rintracciare quella rigoros^ità dì trattazione che difìicìJmei 
siamo aspettarci anche da 'moderni. Che m por si considm 
speciale cn| r|ual« si venne formando la Tfogonm esi*>d( 
ci ffirà meraviglia di non trovare in tutte le parti una coni 
fin* avreblK? potuto dare T opera dì un solo poeta, e %ìkn*i 
sempre nel dubbiosi stabilire quali siano le partì primtti* 
antiche e quali più recenti, e da quali fonti sianct derì 
une e le altre, Trovando ^ìà in Pindaro ricordo del n 
Peiraso unito con quello di Bcllerofonie non par sirai 
mettere che prima di Pindr.ro esistesse] o i canti, ri con 
Imerio, e di questi ne avesse sentore anche il poeta éì 
parte d<^lla Teogouiat tanto pi Vi che m a glorio rm ente verini mi^ 
be sembrata la lotta e la vittoria di Bcllerofonte, moriji 
mostro della Chimera co» r aiuto divino incarnato nel cavetti 
Forse per questo anche i più recenti editori della Teogonia 
ceno i meno scrupolosi ed audaci, come il Flach * manieagv 
325. Altri appunti si potrebbero muovere alP autore qua e e 
sarebbe un voler cercare, come dicesi, il pel n<*ir uovo, U 



119 



in lavori come questi, i quali non possono essere mai defluitivi 
perchè fondati su ipotesi e conducenti quindi a conclusioni 
ipotetiche. Dobbiamo invece congratularci col giovane A. che 
abbia saputo, in un campo irto di tante e tanto gravi difficoltà, 
destreggiarsi cosi maestrevolmente da superare le più gravi e 
spinose, dando con questo suo saggio a sperare tanto bene di 
sé pe' prossimi suoi lavori. 

Siracusa j Aprile 1904 

Camillo Cessi 



Co. Fulco Tosti di Valminuta, tenente di vascello, L'antica naviga- 
zione bolognese (Est. dalla Rivista Marittima^ fase, di ottobre 
dicembre) — Città di Castello, tip. S. Lapi 1W3, pag. 33 in 8« 
con tre piante. 



È certamente d' occasione e riesce gradito uno studio che 
abbia rapporto col problema della Navigazione interna italiana^ 
problema che incontra Talto incoraggiamento del nostro Sovrano 
e r interessamento di tutti gli italiani. 

Il co. Tosti ha voluto narrarci in breve V origine e la storia 
del Canale Navile, che in altri secoli fu per Bologna fonte di coni- 
inc*rcio, e che, come è noto, sistemato ed aggiuntivi opportuni 
lavori, dovrebbe ricollegare quella città col Po, e per esso con 
tutta la rete fluviale organica proposta. 

Il Navile fu costruito dai Bolognesi forse nei primi anni del 
sec. XIII, frenando il Reno precipitoso colla chiusa di Casalecchio 
e « derivandolo » , come scrisse il Lecchi, « nel celebre suo canale 
» attraverso valli paludi a Malalbergo ad un ramo del Po Grande » 
(il Po di Prìmaro). Il Tosti narra le vicende della chiusa; del 
porto quasi nominale di Maccagnano e di quello di Corticella, ohe 
fu porto più di fatto. La mattina del 10 gennaio 1491 Giovanni 11^ 
B^ntivoglio, signore di Bologna, saliva il bucintoro a Corticella, 
e, seguito da uno stuolo di cavalieri, si recava alla sua città mentre 
il Vescovo benediceva il canale, il porto, le navi. Quel di, ricorda 
il Gbirardacci, s' ìneiMgxir&rono i so8tegìu\ rimedio alla forte incli- 
nazione delle acque. Più tardi toccò al celebre Vignola di spcn- 



120 



tltTiit H prò cip] Navilc, la sua 0|jera int^nigrente, Iltrnttr») 

dalle navi dopo Mulflllieriro fino al mare, dHlo Xtn^itftt^mte ii 
di cui però non sì *^ in tratteli uto T A., fu anch'esso ogg 
cure ila parte dei Bolognesi e dei Papi, tna queJla via di cuii 
andò i^euìpre più deperìndo litio quasi a perdersi at luiitri 
Nella necoììda parte dello s^criito il Tosti uurra avvi- 
s voi lisi sul percorso Hu viale Bologna - Veui^zia, ti ne i 
la f^ua importanza. Notiamo il fatto che più riguarda la 
re[>ul»HU(!a, tnoè ìa guerra cMtn battuta frn Boiog^ne^i « Ve; 
alle toeì del Po di Prìmaro, negli anni 1270-1273. L*A 
l'opera di Bolog-na, cui * spetta il vanto * eg-Ji dici* « < 
» eomìneiato a sostenere eolle armi alla mano un principio 

* t&le importanza nei diritto ìnternassionalc : il |>riiieìpio del 

• tf) dei mari * * Ed in vcritA anche Samuele Rouiatun las^it" 
e he I Veneziani venm ro allora a <* cosali tuir.si padi-oni del 
Ma (juanto ui pfirticolari della guerra le narniKinui dri 
delie due partì sono di spesso affatto opjjo.st'ts. L' A, descr 
tatti .^nlle fonti bologneì;i, e poi, a scagionarsi di parzialità, 
te^itualmente aiciine pagine disile Cmnathi^ Venesiane dì 
Martino da Canale, che rìguardajio fjuei fatti. Inutile « 
metodo non e critico : e ne conviene anche ti Tosti, che ^\ è a 
rilnieno di allettare altri alla ricerca della verità fru le d 
nn missioni. E quesito augurio e pure il nostro. 

GuH. Dalla Sj 



Attilio Genti Ile, — « Ùhiai-e, frfuvhc f dtìtcì aa/vf * — tttm 
dd Petrarca t-ommentata. — Trici^te Stah, jirt. tip. fi. 
1904, in 8," pp 95. (Estratto dal Fix^nmììtia tM ( 
romunalf mtjwriort tlt Tmstr puMtcato alia fine th 
Htùlaiffk-o imS'4). 



Attilio Gentille nentl il bi?iopmo di nortojiorré h nuovo r 
fatno.'^a canzone jjetrarche.^ca e ci diede un volunu*lto eie 
buono, in cui son diseus^ le opinioni dei eonunentfitori 
tropjin numerosi ed e e.sprcssa quella del giovane e valon 



— 121 — 

fossore triestino. Egli mostra facilmente in una prima prefazione 
r originalità del Petrarca non solo di fronte ai mioorì lirici, ma 
ben anche a Dante e varie questioni stadia neìV hitroduzicne al 
Commento, in testa alla quale pone la bibliografia della canzone. 
Questa fa composta in Valchiusa, dicono concordemente i commen- 
tatori, che non s' accordano però sulla data né suir occasione e 
sul significato da attribuirsi ad essa ed il Gentille ha cura di 
combattere le varie opinioni e di proporre una nuova interpre- 
tazione» come pure una data posteriore a quella comunemente 
accolta. 

Non dimentica poi la metrica della bellissima canzone né la 
fortuna ch'essa incontrò, ricordando alcune versioni ed imitazioni 
per passare finalmente al commento esplicativo. Chiude il volu- 
metto r imitazione che della canzone petrarchesca fece il patrizio 
veneziano Nicolò Tiepolo, V amico dell* Ariosto e del Bembo, se- 
guendo fedelmente la struttura metrica e l'ordine generale dei 
pensieri. 

A. S. 



Nicolò Cobol. — Di Pietro Kandler, — appunti e memorie f astratto 
dal periodico << Pagine istriane »] Capodistria, Cobol e Prio- 
ra, 1903. 



Il 23 del maggio scorso si compivano cent' anni dalla nascita 
di Pietro Kandler, morto a Trieste il 18 gennaio 1872; e l'Istria^ 
con Trieste alla testa, si appresta a degnamente commemorare, 
nel prossimo autunno, questo benemerito figlio. Ben a proposito 
viene la pubblicazione di Nicolò Cobol, il quale con tanto più 
calore ne può narrare la vita operosa, perché é lui stesso un 
esemplo di Indefessa attività negli studi patri. 

Forse qua e là ci sono ridondanze e divagazioni, giustificate 
però dalla forma di conferenza ch'ebbe originariamente questo 
scritto, letto due anni fa in seno alla Società di Minerva di Trieste. 
Però la figura di Pietro Kandler ne risalta viva, tutta illuminata 
da un profondo e intelligente amore di patria : egli consacrò tutta 
la vita allo studio della regione nativa, e la morte lo colse sulla 




— 122 — 

breccia, vagheorgiando ancora queJla storia dell'Istria, i 
8UO supremo desiderio e non potè compire. 

Si trovò, giovane, in mezzo a ima società che pno( 
gli studi; scarsi erano i materiali per la vasta o|>era 
ìjnmaginava. Eppure non si scoraggiò, ma diede asPoUo ai 
ed agli eccitamenti di Domeiiit:o Rossetti che fu a Trieste 
animatore e precursore degli studi; trovò nel! " amor prt 
tonte inesauribile di energia, e si illuse di poter abbrace 
suoi studi tutta la storia della patria^ tutte le dìscijilinedel 
E divenne epigrafista e racco ^^litore di documenti meilii 
occupò di etnografia e di geografia : rovistò archivi e pe 
piedi più volte tutta la Venezia Giulia, ch'egli conoscevi 
sua parte. E benché fosse avvocato e civico proc tiratoi 
materiali raccolse, tanti studi pubblicò^ tante opere ed ai 
note lasciò manoscritte da far meraviglia come una vita 
potesse bastare a tanto. 

Per le condizioni speciali del suo lavoro, il Kandler u 
quella perfezione e queir esattezza che ora si richiedono ne; 
storici, ne fece opera più vasta di argomento generale, 
bene aperse la via, col lavoro forte e costante, agli .studiosi 
vennero dopo di lui, ch'egli meritamente debba essere 
sriuto il padre della storia ncU' Istria e a Trie^^te. 



Trletite^ nel Inyllo I9f)4. 



A. Gè 



mrH 



Ultime Pubblicazioni arrivate all'Ateneo 



Universitè Saint- Joseph, Beyrouth (Syrie). — Facultè Orientale. 
— Prospectus et programme Sommaires. — Imprimerie Ca- 
tholique 1904. 



Brognoligo Giachino. — Studi di Storia Letteraria. — Roma 1904. 
[Omaggio della Società Editrice Dante Alighieri]. 



Relazione nella Laguna di Lesina, alle L. L. E. E. i Ministri 
deir Interno, dei Lavori Pubblici e dell* Agricoltura, Industria 
e Commercio, presentata a S. E. il Ministero della Commissione 
nominata con suo Decreto del 5 Agosto 1902. — Napoli tip. 
Angelo Trani 1904. [Dono del Cav. Bullo Ing. Giustiniano]. 



Gravisi Giannandrea. — Termini geografici dialettali usati in 
Istria. Estratto dal periodico « Pagine Istriane » A. II. fase. 8. 
— Capodistria tip. Cabol et Priora 1904. 



Cessi Benvenuto. — Venezia e Padova e il Polesine di Rovigo. 
Secolo XIV. — Città di Castello S. Lapi Ed [Dono deir Edi- 
tore S. Lapi]. 



— 124 — 



Cessi Roberto. — Un privilegio dell' Arie dei Drappieri iu I 
— Padova tip. F.lli Gallina 1904, — Estratto dal voi 
memoria di Oddone Ravenna, 




Olivieri Ing. Pietro I>ottore in Legge- — Il diritto dell 
sul mare territoriale, studio di diritto inteniasiionale Ma 
— Genova tip. Istituto Sordomuti 1W2- 



Bullo Ing. Carlo. — Biografia del |irof. Conun. Giuseppe ì 
di Chioggia Senatore del Regno, — Chioggin tip. Vìj 
C. 1904. 



Beda Gioachino. — Un trattato di estrad azione tra P; 
Venezia. — Padova tip. F.lli Gallina 1904. 



Gentille Attilio. — « Chiare, fresche e dolci arque » una 
del Petrarca. — Trieste tip. Caprin HM)4. 



Stroppolatini I>ott. Giuseppe. -- Saggio sul metodo dì 
in Italia, fino al secolo XIV. — Catania tip. D' Àmbro 



Ferracina Dott. Prof. Giambattista^ — La vita e le poesie 
e latine edite ed inedite di Cornelio Castaldi, glnrt 
[Feltrino sec. XV XIJ. Parte IL — Poesie con ìntr 
e varianti. — Feltre tip. Panfilo Castali 1904. 



La Sezione Nautica dell' I. R. Accademia di Commercio e 
di Trieste, nel 50." anniversario della sua Islilu: 
Trieste tip. del Lloyd Austriaco 1H04. 



Leon Roches. — Dix ans a travors 1 I^lam IWM-tnW. 
Perrin et C." Editeurs 1904 [aL^qiiistatoJ. 



125 



Ottolenghi Aw. Raffaele. — Seconda missione di Paolo, 8. Paolo 
dinnanzi all'Areopago. [Atti degli Apostoli, capo XVIII, 16- 
84 J. [Da un libro in corso di stampa : Voci d* Orierite], — 
Modena Luglio 1904 Biblioteca dell'Idea Sionnista. 



Gavagnin prof. Roberto* — Primavera € Passare facendo il bene » . 
— Venezia tip. Garzia e 0. 1904. 



Balladoro Arrigo. — Folk-Lore Veronese. — Canti. — Torino 
Clausen 1898. 



idem. — Folk-Lore Veronese. — Proverbi. — Verona tip. Fran- 
chini 1896. 



idem. — Folk-Lore Veronese. — La Vecia. [Rappresentazione 
Popolare]. — Torino Carlo Clausen 1898. 



idem. — Folk-Lore Veronese. — Voci di Paragone. — Verona 
Franchini 1897. 



idem. — Folk-Lore Veronese. — Alcune Leggende di Gesii Cristo 
e S. Pietro. — Verona tip. Franchini 1897. 



idem. — Folk-Lore Veronese. — Formule di Giuramenti, Impreca- 
zioni ecc. — Verona tip. Franchini 1897. 



idem. Folk-Lore Veronese. — Modi di dire. — Verona F.lli Dru- 
cher 1897. 



— 120 — 



idem. — FoJk-L<»re Verom^M', — Anetldotlì Satirici siti T* 
— Verona FMì Dracher 1897* 



idem. — Folk<Lore Veronese, — Sagfgìo dì Kovellinc* — 
Clauseii lem. 



idem. — Folk-Lore Veronese* Veulicìiique gLnochi fauciulie 

Torino Clausen 18*^, 



idem. — FoJk-Lorc Veronese, — 1! ilìatrìmonio dei vedmì 
Clausen IH^lì. 



idem. — Folk-Lore Verone^, — Nnovi modi di dire, 
Clauaeii 1399. 



idem. — Folk-Lore Veroues<s — SA|rir|odi modi di dirr. 
Franchini l«9tì. 



idem. ^ Il Socialìi>mo nei l*ro verbi Veneti. — Mii^ino Vi 
Critica Sociale 1W07. 



idem. — Tre Novelelte Popolari Veronesi* — Per le fai 
UQzm della contessa Felicita Murari dalla Corte Bra 
Nobile Ign&zio Cartolari. — Verona tip> Frane liini li 



idem. — Novelline Popolari Veronesi. — Estratto della 3di 
in Nozze Pellegrini Btizxi, — Verona tip, Franchini 



idem. — Nuove eaploraKÌoni delle siaxioui Incustri di Pac 
Lafo di Garda. -- Estratto dai Boilettitio di pal< 
italiana. Anno XXV, N^. 1-3, 1889, — Parma tip. Ba 



— 127 



idem. — L'antropologia Criminale nei proverbi veneti. — Estratto 
dair archivio di Psichiatria, Voi. XVIII. fase. II. Torino 
Bertolero 1897. 



idem. — Nuove ricerche nelle stazioni Preistoriche del Lago di 
Garda. — Estratto dalle notizie degii Scavi deceinbre 1895. 



idem. — Impronte meravigliose in Italia — Alcune credenze e 
superstizioni del popolo Veronese — Motti dialogati Veronesi. 
Cinquanta indovinelli Veronesi — Indovinelli Veronesi — Le 
insegne dei venditori Veronesi — Scioglilingua Veronesi — 
Dubbi ed indovinelli Veronesi — Nuovi motti dialogati Vero- 
nesi — Domande facete ed indovinelli Veronesi — Spigola- 
ture poetiche Veronesi — Altri chiapparelli Veronesi — Altri 
motti dialogati Veronesi — Filastroche popolari Veronesi. — 
Palermo Clausen 1902. 



Lanzani Dott. Carolioa. — Gli oracoli Greci al tempo delle guerre 
Persiane. — Estratto dalla Rivista di Storia Antica N. S. 
Anno Vili. fas. 2. 3. 4. — Padova tip. Prosperini 1904. 



Direttori della Rivista : 
I^L'iGi Gambaui — Daniele Riccokoxi, VicepresidenH deW Ateneo 

Fausto Rova gerente responsabile 



La Gazzetta Ufficiale del 29 Gennaio 1904, N. 23, pubblica 



ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI IN BOLOGNA 

(S. NiicHele in Bosco) 

C0D 



AVVISO DI CONCORSO 



È aperto il concorso al premio Umberto /. 

Questo premio, di L. 3500, verrà asse- 
.enato, secondo il deliberato del Consiglio 
Provinciale di Bologna, « alla migliore opera 
od invenzione ortopedica ». 

A tale concorso possono prendere parte 
modici italiani e stranieri. 

Le modalità del concorso e dell' assegna- 
zione del premio sono fissate da apposito 
r<'.uolament.o, che sarà inviato a chi ne faccia 
licliiesta. 

La domanda di concorso do\'rà essere 
l'i volta al Presidente dell' Istituto Rizzoli in 
Bologna. 

Il concorso si chiude il 31 Di(emr)re 1904. 

lìolixjrm i (ienudio 1001. 

II. Pkk.sidentk 

RODOLFO SILVANI 



t;ati:\E() xfMfu 



RIVISTA IH SCIKN'ZE, I.KTTKH 



\nu:z7A \y \ bbon ament< 

Pur Venezia e [ki il Ki^jjnu 
Per r Éìytem . 

Pei soni ecìrrìspondeiitì, T^^tfruri Edttrarivi. 

i'iwpi morali 

I paj^nimiMiti poHsojio etìiVmuim finche bìMì 
iti (Ttìininìo V (Jiujino. 

Lettere e plithì alia DirezioiiB cltll 
{*ampo B, Fan li no. 

Gli ahhonam«>nti si riceviiiiu Holtanu. j.u 



pni 



kMI.-OajAZ, /^^^{^ 



Anno XXVil. - Voi. II. FasclGoio 2 



L'ATENEO VENETO 



RIVISTA BIMESTRALE 

DI SCIENZE LETTERE ED ARTI 



Settembre » Ottobt^e 1904 



VENEZIA 
Tip. Okfa.notkofio di A. Pellizzato 

1904 



Il S -Z 



IISriDIOE 



memorie 



Alcune lettere inedite del Cesarotti al Co: Francesco 
Rizzo. — Prof, Andrea Benzoni . ► . . 

La teoria del broglio nella Republica Veneta. — An- 
ioni o T^'lftf. 

Assedio de Venezia (1848-49). Poemetto dialettale dì 
(iigio da Muran (Prof. Lui^i Vianello). — Note 
critiche. — Doff. F, Fiorìoli Della Lena 

11 sentimento dell' Arte nei sonetti di Ugo Foscolo — 
A Gambari Prof. D.** Lui^i. — Roberfo Gavaffuin . 

Un nuovo codice di Giustinianee. — Stefano Fermi . 

Gli Statuti della Repubblica di Sassari dell'anno lo 10. 

- Edizione diplomatica curata col sussidio di nuovi 

manoscritti, ed illustrata con varianti, annotazioni 

storiche e filologiche ed appendici. — Dott. Vif/orio 

Fin zi, (Continola) 



Rasiiegna Bibllografiea : 



Rossi Luigi. — La guerra in Toscana (1447-1448). — 
Giffseppe Dalla Santa ..... 

Domenico Venturini. — Di Pierpaolo Vergerio il se- 
niore pedagogista. — C. dott, M. . 

Ultime pubblicazioni arrivate all' Ateneo 



Prof. Andrea Benzoni 



ALCUNE LETTERE INEDITE 



DEL 



CESAROTTI al Co: FRANCESCO RIZZO 



Quando nella biblioteca del Seminario Patriarcale di 
Venezia trovai la lettera apologetica che il Cesarotti scrisse 
al Merian (1), nello studiare V epistolario edito per cura 
del Barbieri « figlio primogenito » deir abate padovano, 
anch' io mi convinsi che V epistolario non è completo ed 
è disordinato nella disposizione. — Lettere dell' autore 
della 4c morte di Ettore » se ne pubblicarono in varie 
occasioni (2); la raccolta più notevole è quella del Mala- 



(1) È pubblicata nel Giornale Storico della Lett. Italiana — 
Voi. XLI [anno 1903] p&gg, 324-343. 

(2) Cfr. oltre agli ultimi sei volumi dell' edizione di Pisa [vo- 
lumi delle opere 35-40], la lettera al Rizzo del 16 maggio 1806 
« Il compiacimento ecc. » pubblicata dai sigg. avv. Giacomo e 
Dott. Lazzaro Levi per le nozze del comm. Cesare Augusto Levi 
[Venezia - tip. Emporio 1886] ; Do letere de Checo Gritti e una 
de Melchior Cesarotti per le nozze Micbieli Zuccheri (Udine, tip. 
Murerò 1833) ; due lettere del Cesarotti tratte dalla collezione di 
Lettere autografe di Bartolomeo Gamba (per nozze — Venezia - 
Alvisopoli 1829) ; due lettere del Cesarotti a Giuseppe Urbano 
Pagani-Cesa (per nozze Meschinelll-Zambusi miscellanea 514 della 
Marciana); due lettere del Cesarotti al prof. ab. Daniele France- 
sconi (nel fascicolo : Lettere inedite di illustri italiani — per le 
nozze Maldura-Rusconi — miscellanea Marciana 1643) etc. 



— ino — 

maai (1) : comprende lUO lettere a Giustina ReiJier 
cMe], Il Mhzmni (2), poi il Malamaiii ricordajio i 
raccolte inedite e quesf ultimo accenna al codice i 
ciano (3) nel quale leggo usi sessaTitaciuque /4) lettéi 
co. Francesco Rizzo Pattarci Accenna, quantunqu 
una sua nota (5) sembri che egli abbia inolio stm 
quel codice; ma pubblica saio un brano di tre le 
inedite e due avvisi che leggonsi nello stesso mano* 
to (tì), gli altri squarci erano già noti, (7) 

Ed ecco la ragione per cui dò alla luce le lette 
Rizzo, Sono, è vero, quasi tutte scrìtti intimi, ma, * 
sciando di far osservare che meglio ritraggono la 6 
morale di chi le dettò — , esse contengono gitidìii ei 
servaìiioni che, spesso discutibili, sono perù tali che i 
laoo ingegno ed acutezza di mente. Inoltre esse lui 
giano, completando, le lettere edite dal Malamaui. L 
gura della Renier non è intera se non si conosi 
Rizzo (8) ; ed è strano che ì biografi di lei — ricor 



(1) Melchiorre Ctssftrotti — Cento lettere inedite a Gjustiii fi I 
Mieliiel - proemio e nol^i di Vittorio Malnmani. (Ancona Morelli 

(2) Le idee politiche di M, CeKarotli (Nuova rivista in 
rionale — Firenze tip. del Vocabolnrio 1881!, scritto ripubl 
(eoi titolo; Testiniouiausje storiche d'un letterato) nel ro|iersi 
libri e earte » (Roma, Fasqualueci 1HK7). 

(3) Mrs. Italiani Classe 10 N, 2r>9, 

(4) Le lettere sono (Ì7, però una è diretta alla Benìer, x 
gen. Mioltis^. 

(5) Nota 1 alla pagr- XLI» 

1^6} Brani ed a%'visi saranno ricordati a temjìo o|>poritin 
Malainani puhblicò anche poche righe di parti fmìdite della 
ni 122 (volume quarto dell'epistolario. 

(7) Leggonsi nel IV volume deir e pi.stolario, nelle lelU 
HT, H2, 116, (due brani), 117 :due brani). 120, 1^. 

(8) Francesco Rizì^o nacque il 20 ottobre ITTO da Seha 
e da Laura Patarol, sposatisi nel 4 tV^bbralo 17G7 ; e» per n 
d*i^ret!it4 prese anche il cognome della madre [Archivio di 
in Venezia- Commissione Araldica - Padova - NcbllJ - lette 



— 131 — 

Renier e il Malamani — (1) nulla dicano deir amore, che 
chiamerò 0mbriona]e, della dama veneziana per il nobile 
suo conterraneo. Eppure nel far menzione dei rapporti di 
lei col marito, nel lodarla come donna onesta in mezzo 
alla generale corruzione, questo episodio, per quanto av- 
venuto in un'età piuttosto avanzata (2), mi sembra non 
dovesse essere del tutto omesso. — La Renier e il Rizzo, 
che furono tra gli amici più cari del Cesarotti già vecchio 
e nel quale ebbero intera confidenza, lo fecero partecipe 
dei loro vicendevole amore, come s' rivela da alcune delle 
lettere che pubblico. Il buon abate mostrò condiscendenza 
ad una relazione che non era poi troppo lecita, ma lodò 
la Renier quando volle rimettersi sulla via retta, la in- 
coraggiò, la sostenne quasi contro il Rizzo, il quale aveva 
mostrato di non cercare niente altro che un' avventura 
f^alanfe. 



(1) Nel Giornale Ligustico, anno XII, fase. V, VI [maggio, 
giugno 1885] Rodolfo Renier pubblicò [pagg. 161-201] un articolo 
intitolato « Giustina Renier Michiel ». — Il Renier suppone 
[pag. 176] che fra marito e moglie vi fosse della freddezza, perchè 
non vede fatto cenno del marito quasi mai nelle sue lettere, né 
in quelle dei suoi corrispondenti. E del Bizzo dice solo che era uno 
dei frequentatori del salotto della Michiel e che era amico dei 
Cesarotti [p. 199). — II Malamani, diligente ricercatore e studioso 
di cose venete, scrisse per V Archivio Veneto [tomo XXXVIII anno 
1889 parte I, pagg. 5-95] parte II pagg. 279-367] gli studi : « Giù- 
stina Renier Mickiel, i suoi amici, il suo tempo ». In questa sua 
opera — forse la migliore, certo la più diligente — nella quale 
[pag. 11] ricorda perfino il Giustinian, magistrato integerrimo ed 
omatissimo ingegno, che fu il primo cavalier servente della Renier, 
nella quale [pag. 36] riporta una giustificazione della dama contro 
chi r accusava, il 1805, di aver disertate le idee democratiche 
[veramente rispondeva con parole del Cesarotti, ma la lettera del 
Cesarotti era il 1889 ancora inedita], nella quale infine passa in 
lunga rassegna gli amici della Renier, il Rizzo non è ricordato 
che in una nota colle parole « amico intimo della Renier » [pag. 87]. 

(2) La Renier aveva 47 anni, ma il Rfzzo solo 32. 



— 132 -^ 

La raccolta di queste lettere, insieme con quel 
rette alia Reuier « pone in rilievo la figura del Ce»! 
nel periodo più fortunoso dei tempi napoleonici » (1) 
colloca sempre meglio sotto il vero punto dì luce la r 
Se uno legge V epistolario, deve convenire con chi 
risee che il Cesarotti, sotto il rispetto politico, fu 
infelice. Buono egli si rivela nell'animo, portato ali 
cizia, di un sentire delicato, ma timido per natura, ì 
preoccupato di lui stesso e dei vantaggi della vit? 
quanto d* indole elevata, un uomo insomma che,, tolto 
scuola dirò meglio dallo studio, nulla valeva: i 
condanno la debolezza del Cesarotti, egli in politic; 
era debole, era una nullità. La colpa non è sua 
doveva essere cosi e la fama che godeva di letter 
ciò gli nocque : si credette (ed egli ne fu persuaso, 
compatibile) che fosse grande anche come politica- 
Delie lettere al Rìzm pubblicherò soltanto la 
dite, (2) per le altre (3) rimando all'edizione di 
Due che ivi si leggono (4) non trovansi nel manosi 
e anche ciò prova che in esso non vi sono tutte l 
tere. Dico anche ciò, perché mentre T ultima delle 1 
conservate è scritta il 27 agosto 1806, V affetto e 
Cesarotti nutriva per il conte (5) cessava solo colla 



(1) Le parole sono del Malaiimnì, il quale pero erra n& 
che r epistolario di Pisa si ferma al 17^ (p. XCIII) — L" 
delle lettere stampato dirette al Rizzo è del 27 agosto li 
altre molle nello stesso epistolario sono posteriori al lTt>*J. 

(2) E per ora solo quelle che riguardano ad un tempo i 
e la Eenìer e delle altre le più importanti, 

(3) Sono 28; 27 le^g-onsi nel tomo 4'> deir Epistolario, a 
opere (dal N. 75 al 90 incluso e dal N, 112 al 122 id.] e 
pubblicata per nozze fvedi Nota 2 pag. l], 

(4) Quelle che portano i Numeri 90, 118. 

<l>) 11 Rizzo è quasi sempre [più di 60 volte nn UÌQ 
ricordato nelle lettere alla Renier, anche nella peuultiniA 
mate : * Il caro Ei^zo » . 



I 



— 133 — 

del dottissimo abate (1). Le lettere a stampa sono quasi 
tutte incomplete, (2) e non hanno la data del giorno e 
talvolta dell'anno. Di ciò la colpa è spesso del Cesarotti, 
ma spesso si ascriva al Barbieri che — forse per disviare 
il lettore — omise la data e pubblicò le epistole senza 
curare 1' ordine cronologico. 

Agli studiosi non tornerà discara la disposizione 
secondo il tempo anche delle lettere a stampa. 

Di due non si può determinare la data (3) ; le altre 
dovrebbero seguire presso a poco in quest' ordine : 



Lettera 1 Num. (4) 77 - 15 genn. 1800 mss. pag. 128 



» 


2 


» 


75-14febbr. » 


» 


. 126-127 


» 


3 


» 


78-1 mar. (5) * 


» 


» 132 


» 


4 
5 




79, 

76 1 *«^ 


> 


» 134-135 
» 130 



Per queste prime 5 lettere la data dell' anno leggesi 
nella IV pagina di ciascuna, di mano non del Cesarotti, 
forse è del Rizzo. 



(1) Il Cesarotti mori il 3 novembre 1808. 

(2) Tranne le lettere: 83 [mss. pagg. 15-16] della quale manca 
p«rò il proscritto] ; 80 [mss. pag. 90] la JJ5 [mss. pag. 104] la 76<> 
fmss. pag. 130] e la 84^ [mss. pagg. 5-6] pubblicata Integra da 
Andrea Sacchetto per Nozze Medin- Brunetti]. — Il Sacchetto errò 
nel credere inedita la lettera 

(3) Neir epistolario [tomo IV] portano i Numeri 115-121. 

(4) Il Numero é quello che hauuo nell* epistolario. 

(5) Leggesi 1 marzo 1801, ma è certo del 1800 per T accenno 
Alla convalescenza del Rizzo, che era ammalato il mese antecedente. 



— 134 — 



Lettera 7 Num. 119 



'■■»'f ' 



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11 



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9 
10 
22 
23 
28 
29 
31 
33 
35 
47 
48 
49 
51 
52 
55 
56 
59 
63 






82 

84 

83 

81 

86 

87 

80 

118 

85 

113 

120 

122 

114 

89 

90 

117 

116 

88 



(fra il 1801 il 
principio del 1802) 

- 18 dicein. 1801 

- 9 genn. 1802 

- 15 sett. » 

- 19 ottob. » 

- 18 febbr. 1803 

- 27 » » 

- 9 aprile » 

- (tra l'aprile e il 

- 6 dicem. 1803 

- 7 aprile 1804 

- 12 febbr. 1805 

- 4 giugno 1805 

- 28 agosto » 

- settembre (3) » 

- 29 nov. (4) » 

- 21 gennaio 1806 

- 2 marzo » 

- magj?io(?)(5)» 



mss. pag. 9^ 
» » 1-! 









5.( 

15- 

18- 

26-: 

28 

3C 

dicembre 180 
mss. pag. 3^ 
» » 51 
» » 5< 
» » 61 
» » 63-- 
» » 12 

» 67-1 
» > 71 
» » 84 



(1) L' accenno agli animali parlanti del Casti, opera < 
Parigi il 1801, lascia credere che la lettera sia o della fine 
stesso anno o del principio del 1802. 

(2) L'accenno alla malattia del Barbieri mi fa colloc 
lettera 118 tra la 80 [aprile 1803] e la 85 [die. dello stesso 
Infatti in una lettera del 2 luglio — finora inedita — legg< 
il Barbieri andava migliorando — La lettera 118 manca m 

(3) L* accenno al poemetto » Le Stagioni » del Barbieri 
che la lettera è dei 1805 [vedi lettera 77 alla Renier 20 g< 
1806J — Settembre leggeri nel mss. 

(4) Questa lettera non e' é nel mss. 

(5) Per il ricordo della madre del Rizzo la lettera è posi 
ma di poco ali* aprile 1806. 



iJl 



— 135 — 

Lettera 64 La lettera pubblicata per le nozze 

Levi 15 maggio 1806 (1) » » 79 

» 65 Num. 112-27 agosto 1806 » > 81-82 



Delle parti soppresse in queste lettere già edite, scelgo 
le più interessanti. 

Ad es., in una il Cesarotti scagliandosi contro gli# 
adulatori del suo tempo scrive ; « Conquistatore dei vo- 
stri (2) cuori ho ben diritto d' andarmene più superbo che 
tutti quei sublimi ladroni che V adulazione e la bassezza 
hanno trasformato in eroi. Queste due provincie (3) danno 
prodotti ben più preziosi che V oro e le gemme e assai 
rari ai tempi nostri : ragionevolezza, moralità ed amici- 
zia. > Ed altrove (4) : « Gli Spartani scrissero a Filippo 
che gli minacciava: Dionigio è a Corinto. Io vorrei che 
potesse scriversi a tutti i scompigliatori del mondo: Bo- 
naparte è in Aiaccio. > A testimonianza (se ve ne fosse 
d'uopo) dell'incertezza politica e anche della non molta 
sincerità del nostro autore giovano i due passi seguenti : (5) 
4c Vi auguro la felicità Consolare neir estinguere pronta- 
mente la vostra cospirazione intestina. Anch' io ne ho 
sofferto più d' una, ma da qualche tempo hanno pace 
meco. Fate che sia lo stesso di voi, ma che la pace sia 
più leale e più stabile che quella d' Amiens »... « Il 
nostro destino sembra compiacersi della sua immutabilità 
e noi possiam dire col Crocifisso : Consummatum est. Che 



(1) Cfr. la nota 2 pag. 1 di questo studio — La data 27 ago- 
sto 1803 posta neir epistolario a stampa alla lettera 112 é errata. 

(2) Intendi : della Renier e del Rizzo — La lettera a stampa 
[N. 87 dice solo: « Conquistator dei vostri cuori ho ben diritto 
d'andarmene superbo. » 

(3) Padova, Venezia. 

(4) Lettera 85 [si aggiunga prima della fine della lettera]. 

(5) Lettera 113. 



— 136 — 

ne dite dell' Eroe non sau quinario ? Egli comincia a r 
ter mano alle proscrizioni. Ma tutto si fa in nome d 
legge e della Repubblica che sono le sue ruffiane, a 
la fortuna è la sua prostituta, » A questi s' aggiungi 
seguente : (1) «... Io sono Inglese con tutta T ani 
perchè questa è la sola nazione che sostiene con dig] 
e con forza la causa del si.stenia sociale abbandonata 
*mente o indegnamente tradita da quelle stupide Potè 
che credono stabili i loro troni mentre un vulcano 
menso sta minando i fondamenti del globo, > Quanta f( 
la devozione dell'abate rilevasi dal passo che tolgo d 
lettera 89 : « Se il Breviario mai capitasse, ritenete q\n 
prezioso mobile sino al mio ritorno, perchè ho trovato 
di che supplir per la comparsa. > Pare che il Cesar 
non solo non dicesse Messa, (2) raa neppure reciti 
l'ufficio. Però doveva sempre salvar le apparenze ! ! 

A che tempo risale Y amicizia col Rizzo ? donde 
occasionata ? 

Alla prima domanda ci par di poter rispondere 
il Cesarotti non deve aver stretto relazione col conte 
verso la fine del sec. XVIII (3) : diflìcile è il poter ^ 
chi fu r intermediario, se pure ve ne fu qualcuno. Io s< 
di parere che sia stata la Renier, quantunque anche 
conoscenza colla celebre donna veneziaiia sia di p 
anteriore a quella col Rizzo, Di fatto nelle prime < 



1:^ 



'< 



Mi 



(1) Lettera 79, nella qual© oltre ad altri periodi soppre^^iu 
gesi pure questo: « non e più da tiperare chu iiii?t femmina ti 
chi il capo ai nostri Oloferni, o sconfìgga la razxa esecrabile 
Filistei » 

(2) Malamani; op. citata pag. XCI, 

(3) Nella lettera 86, che è del 1KM> leggesi ; « Voi avete sap 
ispirarmi una persuasione voHÌ profonda della vostra tenera con 
lità che parmi che mi siate amico già da veni' anni. Cosi il no: 
affetto ha tutta la maturità del tempo unita al sapone d* 
freschezza. » 



— 137 — 

lettere che il Cesarotti dirige alla Renier -— le prime due 
della raccolta Malamani r~ il Rizzo non è ricordato; 
nella terza si nomina V amico di lei, ma egli, V abate, 
non lo chiama tale per conto suo. Per questo la terza 
lettera la direi piuttosto del 1799 che non dell' 800 come 
invece è opinione — sebbene non certa — del raccogli- 
tore. Ed invero nella IV, che fu senza dubbio scritta nel 
1800, r amico della Renier diventa amico comune. È da 
osservare però che fra la III e la IV lettera corre di 
mezzo un anno^ anzi fra il settembre del 1799 e il di- 
cembre del 1800 il Cesarotti non avrebbe scritto alla sua 
Giustina che una sola epistola. — C'è quindi una lacuna: 
chi sa che trovando le altre lettere non ci sia dato di 
leggere come la Renier fé' conoscere il Rizzo e fu quella 
che fé' stringere fra i due un' amicizia la quale doveva 
durare fino alla morte ! ? 

Resta a dire una parola intorno al codice marciano. 

Esso ha 142 pagine : nelle prime 137 leggonsi le let- 
tere (1), a pag. 138 il seguente epigramma indecifrabile : 

Tal Bisanzio Giovanni, e tale Ippona 
Vide Agostin sull' augurata sede. 
Tu alunno lor, tu di lor pregi erede 
Diritto è ben s' hai del par verga e corona) ; 

nelle 139, 140 ne è riportato un altro e questo in fran- 
cese intorno alla preferenza che Napoleone accordava 
all'Ossian in confronto dell'Iliade (2), la pagina 141 è 
in bianco, I' ultima ha una lettera di Enrichetta Treves 
al Rizzo. 

Il codice fu acquistato il 1880. 



(1) A pag. 100 e a pag. 103 leggonsi due avvisi ; il I riassunto, 
il II pubblicato intero dal Malamani (pagg. LII-LIII. 

(2) Fu pubblicato dal Mazzoni pag. 180 « Fra libri e carte » 



— 138 — 



A Giuntina Renier Michiel 

(1) Le lettere de' miei cari mi sono sempre a 
pnrchè si contentino eh* io rispouda quando e quanto 

Xqì perciò avete fatto assai bene a romper il vostre 
ùo elle già parea troppa Jungo anche al mio cuor 
crediate però che se non vengo a visitarci colla 
voi mi siate meno presf^ute. Posso anzi dii^ che più 
voltii se non scrivo a voi, scrivo per voi* Quando 
compor qualche cosa penso sempre più agli am 
al pubblico ; e se mi lusingo che possa esser approi 
t[iiesti non cerco di più* Voi siete una delle prime 
più care persone che Jtii stanno iuuani^i allo spirii 
volta che debbo vergar qualche carta. Se parmi eh 
che tratto mi riesca più degli altri, ah questo fon 
a me stesso, piacerà alla cara Oiustiua, e questa i 
rallegra e mi fa continuare il mio lavora con piit co 
Questo è ciò che m' accadde più d* una volta nello \. 
la lettera al Merian che jeri appunto ho termini 
Farmi di doverne esser contento, ma nou lo so l 
lo saprò solo quando gli amici e voi m' avrete del 
posso esserlo. Ho trattata la mia causa (ielle form 
del filosofico, deir oratorio e del piccante. Il Dei 
servito bene, ma la lettera non deve uscir dalle m 



(1) Mss. pag. 3-4 — l^uesta lettera va posta fìra 1* 16 
(lena raccolta MalamanL Perchè eg^li non 1» publine^ ? 

(2) Per qaesta lettera cfr. il Giorn&le storico^ fascìcoli 
dato neHa pretazioiie. — Ad esso rimando per riìitenìgeni 
epistola alla Renier ; credo inutile ripetere note ed iUustriJ 
8i leggano ancora le lettere 16, 17^ 18, 20 alla Giustiiui 
tjteaea raccolte dal Malamani (op. citata). 



— 139 — 

Merian, benché sìa fatta più per il pubblico che per lui. 
Non so perchè non siate persuasa eh' io mandi air amico 
ciò che m' accadde di scrivere per i nostri affari. Senza 
questi documenti egli non potrebbe esser sincerato di quel 
eh* io dico, né io potrei giustificarmi a dovere. Già non 
v' è uuUa di inedito fuorché il discorso sulla Monarchia. 
Il Denina veramente non m* accusa se non per il Sonetto 
in onore di Bonaparte, ma siccome altri m' attaccano per 
i due discorsi democratici, altri all' opposto per i due So- 
netti dopo r ingresso degli Austriaci, cosi crederei di do- 
ver parlare anche di questi e in conseguenza spedirli. Io 
vado a fronte aperta contro tutti i miei critici passati, 
presenti e futuri, e spiego francamente il mio piano po- 
litico-morale con una libertà nobile, ma misurata. Avrei 
fretta di far la mia spedizione a Berlino, ma potete esser 
certa che non la farò, se i miei scritti non sono battezzati 
e cresimati dalla piccola cortesia degli amici di Padova, 
dal nostro Rizzo e da voi. Ciò porterà del ritardo, perchè 
ini convien prima metter in netto lo scritto eh' è lungo 
assai, trascrivendolo di mia mano, poi farlo copiare e ri- 
copiare, poi leggerlo e forse correggerlo in più d' un 
luogo ; sicché non so se potrò spedirvelo si presto come 
vorrei. Preparatevi intanto a parlarmi con piena libertà 
amichevole senza quei preamboli di scusa e quelle reti- 
cenze che avete usate nella vostra lettera. 

Godo delle glorie d' Ossiane di quel poco eh' ei ne 
comunica anche a me, ma ciò non mi sorprende gran 
fatto. Bonaparte eh' è il Maometto della Francia potrebbe 
anche far adorare Ossian, come 1' Alcorano, e la sua fede 
Ossianesca diverrebbe un dogma. (1) Mi sorprende piuttosto 
e potrebbe lusingarmi di più ciò che intesi poi dal Gen : 
Bellegarde che in una Nota dei libri che si leggono e 
spiegano all' Istituto Nazionale trovò registrate anche le 



(1) Osservazione, pur troppo, giusta. 




— 140 — 

mie opere. Non mi disse però tutte, o parte, e 
peri'liè Io trovai nella strada; ma oggi forse an 
vederlo per sap^^r il vero con precisione. Ad ogni 
in questi paesi io non sarò mai qualche cosa di gra 
non ho 3 a bontà di morire. Cosi fece ieri il povero C 
retti e tutta Padova risuona giustamente di quegli 
eh' ei merita, ma clie ognuno prima teneva dentro 
trattandolo più volentieri da presuntuoso e da 
Ora ognuno sente che l'Università ha fatto una 
perdita ; gli scolari specialmejite e il popola stesso l 
piangono. Ter sera la scohiresca in folla gli fece un fu 
commovente, corue a suo Sìndico, e i vili suoi e* 
Professori, senz' anima, senza decoro, senza caratt* 
cusarono di accompngnar l'esequie seguitando i du 
side n ti per risparmiar la spesa doli a torcia e T ine 
della vesta. É qui la moglie del BeUegarde che ga 
col marito di coltura e di gentilezza, e tanto e tan 
suna delle bestie del Telegono (1) non si move per 
né r una ne V altro, e passano la sera soli soliss 
nella compagaia dei loro ufiziali. Fra ì nostri i 
Zacco (2), eh' è nostro ma non di Padova, va tratto 
a visitarli, e s' accorda sempre più meco nel far V 
delle loro amabili qualità, — Brava Marina che ti 
modo d'espugnarvi? Ma che dirò dì voi presso la 
il mio nome solo è uno scongiuro cosi eilìcace ? Si 
pre così^ e io ne sarò lusingato più dolcemente e 
l'onore che mi viene dal Primo Console, Addio car 



ili 



(1) S<^ ritto satirico del Cesarotti (Cesarotti, opere voi 
giiie 231-247} - V*^.di il g-ioniale storico vclume citato pa^, 

(2) 11 co. Costantino Zacco, uno dt-i IMimicipali di Pad 
rante ÌÌ governo detiiccratico, fu prtìletto dì Ferrara al t 
Napoleout!. Il Malainani (cp. (.-itata pug-. 2ri nota 1)^ lo cr 
dovano, ma T as.^erziorìc del Cesarotti si oppone a tale e 
Si legg^a nella lettera 55 alla Kenier il giudìzio che il ( 
dà dello Zacco* 



— 141 — 

La Costanzetta, e ognuno della sua «compagnia m' incari- 
cano di attestarvi tutti i sentimenti che meritate. Saluti 
cordialissimi al nostro Rizzo al quale rimando i suoi libri 
per r ottimo e bravo Dal Negro. Addio con tutto il cuore. 



Lettera 19 (XI delle inedite) 

Marzo ÌS02. 

(1) Con estremo rammarico intesi prima dal Farsetti 
dov' io mi trovavo e poi dalla vostra lettera V acerba per- 
dita che avete fatto. Anch' io la risento al vivo non solo 
per conto vostro, ma anche per le qualità amabili del 
padre, la di cui conoscenza ancorché fuggitiva m' avea 
lasciata un'impressione assai cara. 

L' afflizione che voi ne provate fa onore al vostro 
carattere e dee rendervi più caro agli amici vostri, tra i 
quali io non cedo il posto a nessuno. Se questo non fosse 
il tempo delle scuole volerei senza esitanza a voi, e mi 
sarebbe ben più dolce piangere in compagnia vostra di 
quello che gustar i piaceri più raffinati del Carnovale. Io 
non impiegherò con voi i luoghi comuni delle consolatorie ; 
voi non avete bisogno che alcuno ve li rammemori. L' a- 
micizia è il solo balsamo delle nostre piaghe e questi sono 
i momenti in cui ella si fa conoscere. La nostra cara Giu- 
stina che prima mi diede notizia dello stato di vostro 
padre entra con tutto lo spirito nella vostra situazione, 
e niuno più di lei può confluire a cangiar la vostra tri- 
stezza in quella affettuosa melanconia che onora la nostra 

(1) Mas. pag. 92. — La lettera è del marzo 1802^ perchè il 7 
n«arzo 1802 mori nell'età di 76 aimi il nob. sig. Conte Sebastiano 
Rizzo fu Francesco padre dell'amico del Cesarotti. 



~ 142 — 

sensibilità seiixa turbar la ragione, Cosi potess' io t 
a lei e divider con «ssa la coiupiaceoza d' infonde] 
che stilla di conforto huUe vostre amare^Ee, Siate 
cexHo eh* io sono con roi col più vivo senso delF i 
Brunetti qui presente. Brunetti che se non è V u\ 
però uno ilei primissimi in cordialità mi commette 
muiucand le sue affettuose condoglianze. Fatele ve 
me alla vostra rispettabile Madre, Addio amatissin: 
abbraccio col più cordiale trasporto, e sospiro or pi 
mai di poterlo fare personalmente* 



Lettera 20 (XH delle inediti*) 



Fadotm ìù aprii 

Sono conte utisi>imo d' essermi sciolto affatto 
tirannide dello speculatore di Pisa, e vi riograieio di 
viso inserito, (1) A Napoli ho già prossima occasio 
iscrivere e qualche amico e già prevenuto* Credo d 
fatto bene a concepir V avviso in modi gentili, non v€ 
provocar costui a qualche insolenza. Se tautu e 
vorrà usarla troverà chi saprà umiliar la sua petu 



(1) Per r intelligensa di questa lettera e fr : Malamanic 
pag. XLI, 

I due avvisi [i quali ho altro ve ricordato], sia quello cou 
Cesarotti « sdoglitsvasi dallo speculatore di Pisa » sia ijae] 
ì;uì ricadeva ne Un primitM-a tirannide, fhe si Jt'gg-ono a pa^. 1 
del ms^, e che .sono riprodotti il pruno in riassunto il ^ecai 
loranieiite dal Malainani [p, 411—4111) devono riferirsi al 
non, come hi vece Rositene lì su ricordato .scrittore, al 180^. 
tera infatti che qui è riportata è del ì&)2; inoltre ancora 
erana pubblicati i quattro volumi « Poesìe d' Os^sian > &eg^ 
L volume * Saggio sulla fiJosotìa delle lingTie e del guai 



— 143 — 

M' era ignoto V anatema scagliato contro i miei Papi, 
pur non ero senza qualche presentimento e appunto il 
giorno innanzi eh' io ricevessi la vostra lettera, essendo 
già arrivato al centesimo Papa avea risolto di terminar 
il mio lavoro. Sicché vedete che il colpo non mi giunse 
del tutto inaspettato. 

Io però sono indifferente anzi mi compiaccio assai 
più della vostra indignazione amichevole di quel eh' io 
m' affligga di questo vile compioto tra i bigotti e i malevoli. 
Se la collezione delle mie opere giungerà mai a veder la 
luce, i miei Papi raccomandati da questa proibizione di- 
verranno il pezzo più interessante. Zacco vorrebbe pur 
eh' io pensassi a sostituir un altro libraio al Rosini, ma 
come sperarlo in un paese ove l'avarizia e l'ignoranza dei 
biografi gareggia coli' impertinenza dei revisori? S'io tro- 
vassi una condizione onesta in Italia confesso che non 
mi sarebbe discaro npn per 1' amor della gloria, ma per 
qualcne stilla di pioggia d' oro che irrigasse Selvagiano, 
a cui va mancando 1' umor radicale che lo nudri fino ad ora. 
Sono curioso di veder i capi di storia naturale che avete 
preparati per me, ma sono più curioso di riveder voi : 
Ho detto bene curioso, giacché la vostra visita anche 
quotidiana ha sempre per me il sapore della novità. Fi- 
ffuratevi con quanta avidità desidero abbracciarvi dopo 
cosi lungo distacco. Io supponeva che in quest' anno i 



appunto nel prhno degli avvisi leggesi : * Compito già il IV vo- 
lume delle poesie dell* Ossian, egli [il Cesarotti] cessa di prender 
c^cc. ecc. » 

Le due lettere del Cesarotti al Pieri [tomo IV dell' Epistolario 
Nixmeri 66-67] messe in relazione — come è d'uopo fare — con 
quella, a S. Ecc. il co. Ferdinando di Bisinghen [Num. 47] dello 
.K cesso tomo] scritta 1' lì nov. 1803 ravvalorano il mio asserto. 

Di questa lettera fu pubblicata dal Malamani [p. XLIj una 
parte, dalle parole « Sono contento ^ alle « speculator di Pisa » 
«r ...... Zacco vorrebbe « nudri fino ad ora ». 



— 144 ~ 

vostri iateressi vi richiamassero più presto al vostro 
ma temo che questo bene mi si differisca troppo | 
(juel chMo vorrei. Alia line del presente io farò ] 
trasmigrazione nelle forme. Ricordatevi che Sei vagì 
da voi chiamato T asilo dell' amicizia e del seuUJ 
Siate dtini|ue sollecito di visitarlo, e pensate che 
eco suonerà assai spesso del vostro nome e di quelL 
cara amica. 

Trevisan (1) vi saluta cordialmente insieme col 
compagna. Ella ha cangiato di casa come di cogn< 
ha guadagnato anche in e^uesto cangiamento. L*ima 
Brunetti sente ora un poco l'umanità, essendo agg 
da un po' di febbre. Questa però non è che una te 
e dà luogo a sperare di vederlo presto sano e 
come prima* Addio amatissimo e desideratissiran 
Addio con trasporto. 



Lettera 24 (XIV delle ìmAm (2) 



Aìtn 



Ai miei Carissimi: Ràzo-Oimtina ; (}iu^titia-Rh^0 

La vostra lettera e il vostro dono mi furono 

mente cari. La rivoluzione di Francia descritta e ìiidiv 
nelle sue epoche principali è un' idea curiosa, fé! 



(1) Il co, Girolamo Trevisan pndovatiQ nominalo da Na] 
11 aro uè del regno, fu procuratore generala della Corte» d' 4 
di Venezia. 

(2) La lettera allude a Bonaparte eonssole pexp^ìtuor ^ 
scritta dopo V agOi*to 1802 e prima dd maggio 1804 — Pis 
i^enno in essa contenuto in tomo al tilpc te, io la erodo scrii 
l>iù tardi dei dicembre lW-2. 



— 145 — 

felicemente eseguita. Ella è istruttiva, ma trista perchè fa 
disperare che gli esempi del passato servano mai di scuola 
per r avvenire. Io però 1' ho letta con gran piacere. Tutto 
è ben scelto ed appropriato, e V ultima parte che appartiene 
al Console perpetuo chiude egregiamente il discorso con 
veracità e convenienza. È però un po' di mal augurio per 
Bonaparte che gli eleggi a lui fatti sieno quegli stessi che 
furono profusi a Cesare per addormentarlo sul suo destino. 
Amerei di saper il nome del traduttore che mi parve aver 
colto bene il senso degli originali (notate che non scrivo 
cosi in risposta d' una sua lettera). Per V altra opera 
tradotta e cementata dal cittadino Bettoni non ho né 
tempo né voglia d' occuparmene. Vedo eh' Ella tende tutta 
a magnificar le glorie della Francia, ed io non posso 
compiacermi dell' esaltazion d* una nazione, la di cui gran- 
dezza ha per base la sceleragine, e nella quale la perfidia 
ha per io meno tanta parte quanto il valore. Io 1' abborro 
ancor di più ora che ho per le mani un' opera tutta cele- 
ste. È questa il corso di Morale Religiosa di Necker. Non 
posso esprimervi quanto io sia incantato e rapito da que- 
sta lettura. Tutti i più grandi uomini del secolo mi pajono 
pigmei appresso un Gigante. Nessuno ha saputo al par di 
Jui smentir la falsa, filosofia col presentarci lo specchio 
della vera filosofia dell' uomo, che non è il prodotto della 
sola ragione, ma il risultato di tutte le facoltà dell'anima 
combinate e illustrate l' una per l' altra. Né parimenti 
alcuno seppe spogliare con più destra saviezza la religione 
di ciò eh' ella sembra avere di aspro, di ributtante, di 
triste per farla brillare nel suo vero carattere consolato- 
rio e fecondo delle più dolci virtù. Una metafisica deli- 
catamente umanizzata, una morale la più pura e convin- 
cente, un' unzione sentimentale la più toccante formano 
un innesto originale e perpetue. Il suo discorso é la geo- 
metria del cuore e il cuore serve di scala al suo genio. 
I^o stile é sempre animato con giuste proporzioni e sparso 
d' un lume equabile d'immaginazione che talora si cangia 



10 



— 140 — 

ili laiupo focoso, talora ia raggio peaetrativo e pi 

tbo dire che se un abitante di qualche sfera celesti 
presa forma e linguaggio uraaao aou avrebbe alt 
i|uenza che *|uel]a di Necker, Vari pexzi iulrodotl 
talmente relativi alle tragedie di Francia 5critii c< 
r eaergia del cuore ma senza fiele, senza furori 
attizzamento di vendette sparse (sic!) in (jue:^t' 0( 
interesse ancora più vìvo. Egli ha posta ìli pif*ii 
colla più limpida e sublime filosofia questa grun 
che la religione ben intesa è il fondamento della 
che la morale è V unioo fondaiaeuto delht polìiìca 
senza una politica morale e religiosa non può esÈ 
licita né priv^ata né pubblica, (1) Vengano ora tu 
trattori di ISecker, essi non faranno mai di' io m 
un uomo adorabile, e benemerito dell* uuiaaità. i 
sempre più convinto che i suoi falli politici (se i 
chiamarsi tali) nacquero appunto dalla purità d* 
morale, ed io amo più gli errori rlella bontà che 
imprese fortunate della malìzia. In mezzo alla di 
questa lettura il mio piccolo amor proprio ha li 
teaierità di mortificarsi poiché pargH che Necl^ 
i a ter nato uè' suoi pensieri, e gli abbia rapito pi-J 
idea eh' ei si vagheggiava come sua propria. Di 
mia filosofia della Bibbia era un dipresso lo stess 
4U Necker ed io arrabbio colle distrazioni sociali 
puerilità letterarie che non nvi permettono d* abban 
ai progetti favoriti del mio spirito e del mio ci 
già ordinata quest' opera che leggo ora per im 
altrui : provvedetela anche voi e sono certo che 
coir amica mi renderete grazie, e amereie di più i 



(1) Si confrcnti con questo pensiero quello che è e»pr 
lettera 63 (lomo IV a Mous. Berioli) — P(?r le sue idee 
rig:ione si leggìi la lettera i5) tomo V diOF epist4^lano, 



— 147 — 

e me. L' afifare di mio Nipote (1) è ancora un mistero. Questa 
dilazione sarebbe vergognosa per il Governo, se chi è già 
carico di vergogne potesse sgomentarsi d' una di più. È 
qui Barbieri che va in estasi al par di me nella lettura 
di Necker. Perdonate cari amici se non vengo a trovarvi 
ma siate certi che vi amo, che vi desidero, e che la vo- 
stra idea si mescola sempre nei miei pensieri più cari. 
Zacco rende alla Giustina affettuose grazie de' suoi senti- 
menti per lui, e vi saluta entrambi cordialmente. L'amico 
dubitativo, la matrimoniata Costanza, V Unico Assaggia- 
tore, il primogenito dell'Ossian, tutti mandano all'uno e 
all' altra affetti di tutti i colori. Giovedi saranno tutti a 
passar meco le ore deli' amicizia. Unitevi a noi collo spi- 
rito. Io vi stringo, v' abbraccio, e mi amalgamo a voi 
con tutta r anima. Addio. 



Lettera 25 (delle inedite XY) (2) 

Padava S dicembre 1802. 
Amico dilettissimOy 

Io era ben sicuro che la lettura del Weiss sarebbe 
stata di vostro gusto come lo è sommamente del mio. Vi 
spedisco perciò il 3® Tomo al quale aggiungo i due sonetti 
del Genthe eh' è ben peccato che non vada più innanzi e 



(1) Il Cesarotti aveva raccomandato al Rizzo il Nepote per un 
posto. Ne parla nelle lettere che pubblicherò un' altra volta. 

(2) La lettera 21 mss. p. 20-21 alla Renier (raccolta citata del 
Malamani) risalta chiara dalla lettura — da essa soltanto — di 
questa al Rizzo. 



— 148 — 

che Tioii metta in tutto il suo lurae questa pace i 
che coiismua l' igaomitna e la seivitù deir Europa. ^ 
ben volentieri il hon mot del mio Dauiel (1) e lo n 
per aggiunta tra gli Apoftegmi di Bertoldo. Il téni 
con noi ciò che fece la poatica, ci lusinga tratto 
con qualche barlume di serf>iutà, e ci burla senipn 
vorrei che avessimo a disperar di lui come già dol 
(Ii*jperare delle cose pubbliche. La Michieli è ijai d 
giorni, lo le parlai tosto di voi e replicatamente c( 
deir amicizia. Ecco il risultato delle sue risposte 
crede già svaporata in vm. V essenza amatoria, e ^-i si 
tranquillo rispetto a lei. Brama vicendevolmente il 
in calma troncando i rischiamentì, i rimproveri, 
ef^uivoci delle proteste : non si crede però ancora abba 
ferma per esservi amica come desidera. Perciò si ci 
bisogno di star ui guardia contro le reminiscenze, e 
tutto ciò che potrebbe fomentare le sedustioni del suo 
Quindi è che non rispose alle vostre lettere di che 
d' avervi prima avvisato* Per questa ragione isless 
ha risolto di non portarsi a Venezia se prima non 
che ci siale arrivato voi, acciocché senza nessun ri| 
«li convenienza per lei possiate prendere trnnquillg 
quel sistema di vita che più vi piace. Resa ella più 
di sé dopo questa accidentale separazione ritornerà t, 
sia eerta di potervi essere amica senza peri<solo e 
eoa voi la piacevolezza d* una conversazione innt 
tjuest'è dopo varie cojifereuze quel che potei ritra 
suoi sentimenti (2). Dopo ciò voi non avete bìsog 



(1) Il Daniel era il zappatore e botaiiìco, poi, come il C 
dirà scherzando [efr* lettera del 2 luglio 1«031 suo maggi^^r 
ntiuiiiro antico. 

(2) Il Cesarotti iti una lettera «Ila co ; Monelli (tomo ^ 
r epistDlario lettera 51) deorda, senjsa farne il nome* la ■ 
e scrivo « Ho la consolazione di vedere clie quesCo tra 
soggiorno ha recato qualche ristoro alJa sua saluie e che 



— 149 — 

consigli, ma se dovessi darvene vi direi di consultar bene 
il vostro cuore, e di regolarvi sopra il suo stato. Se il 
vostro attaccamento per lei è realmente ancora quello di 
prima vi sarà facile di sincerarla e convincerla, né avrete 
gran pena a richiamarla ad un affetto che in lei è soltanto 
affogato dalla persuasione che in voi sia spento. Se poi 
avete già preso qualche impegno o siete disposto a pren- 
derlo parmi meglio fatto lo sciogliersi pacificamente dai 
primi nodi di quello che continuare in un sistema di simu- 
lazione impossibile a sostenersi, fecondo di querele e di 
noie, e che andrebbe a terminare in una rottura aperta 
e inconciliabile. È già dimostrato che V amore non può 
esser perpetuo, questo è il privilegio dell' amicizia, ma per 
passar da quello a questa convien che siano prima dile- 
guate tutte le relique d' un affetto analogo, ma essenzial- 
mente diverso. Io già prevedevo che non sareste amanti 
molto a lungo, ma sarei dolentissimo che non fostjs più 
amici, e avreste ambedue troppo torto. Son certo eh' ella 
è ben lontana da questo pensiero, e lo stesso piano ^di 
cautela che adotta al presente non è che per potervisi 
mostrare in progresso tanto stabile e solida amica quante 
fu sino ad ora tenera amante. Io non desidero che di ve- 
dervi uniti per sempre o sotto un nome o sotto V altro. 
Addio amico dilettissimo. Non vedo V ora di veder la co- 
lomba coir ulivo in bocca perchè tu possa uscir dall' arca 
e appressarti a me. Ti abbraccio di cuore. 



tristezza medesima ha qualche ora d* assopimento. Ma che sarà 
Al punto del ritorno ?» E altrove (lettera 57 tomo V». alla con- 
tessa stessa) dice che la Renier benché lentamente pure andava 
mig^liorando, e con beir analisi psicologica studia a lungo V animo 
<iella sua amica. 



— 150 — 



Lettera ^fi (delle inedite XYI) (1) 

Padova^ 13 DicMohi 

lo sperava «li darvi il beo venuto con mi abb 
ma vedo che bisogna darvi con un sospiro il ben ar 
Ho consegnato il Weiss a Madama, e spero che oe 
terà. Domani ella sarà a pranzo meco col Zartvo < 
Ambrogio Perchè non ci siete anche voi ì Questa s 
il luogo e il tempo di far una vera pace e di si| 
sulle forme. Ma in tal caso la compagnia si riiìureb 
sola Triade (2). Par anche a me di travedere chi 
già compito il vostro personaggio d* amante, pens^ 
a far daddovero quello d' amico, e niostratevi tale 
tando ì diritti delle .sue fagnanze. — Leggo le let 
Ortis, ossia il Romanzo di Foscolo, Questa è un 
piena di bellezze e di frenesie sentimentali, e divi 
chi avesse voglia d* ammazzarsi (3), Noi che non 
fliamo il suicidio come un cordiale pensiamo a vi 
meglio che si può e non accresciamo i mali rea! 
vita colla mala fede o coli* ipocrisia della dispei 
La gravidanza Voltìana procede felicemente e il 
giureconsulto gìf\ si lusinga »li vedersi pargoleggi 
nanzi un piccolo giustiniano* L' Unico comparve i 
blico nei giorni scorsi con un naso priapitico o sala 
Non so quale divinità malefica, probabilmente aq 



(1) insst j^ng^ 22. 

(2) A lui, al RÌ3S3&0, alla Renìer, 

(3) Questo e il perìodo seguente Icg^ji^e^i a pag 51 4el1 
fatto dal Malamani intorno alla Michiel, studio già ricoi 
K «TU a le g-iudÌKio, espresso forse in forma più vivikce, 
al Fot^colo leggesi nella lettera 43 a GiustÌDa, Nella lesic 
del tomo V dei! 'epistolario, il Cesarotti sconsiglia il Batti 
letttira del r Jacopo Ortis. 



— 151 — 

gr invasasse il membro più eminente, e lo molestò per 
qualche tempo, ma ora finalmente tornò questo alla sua 
misura ordinaria. Io sono sempre alle prese coli' edizione 
Pisana, di cui già non passa giorno eh' io non mi penta. 
quiete, o amicizia, soli beni reali del mondo, potrò io 
almeno spirar con voi ? Addio con tutto il cuore. 



Lettera 27 (delle inedite XTII) 



Padova 5 gennaio 180S 

Mi dispiace il vostro silenzio, ma la vostra lettera mi 
dispiace ancora di più. Quello vi facea sospettare scontento, 
questa vi mostra alienato, ed io amerei piuttosto i vostri 
rimproveri che la vostra dissimulazione. Il colloquio che 
io ebbi con Zacco mi convinse di ciò eh' io già presentivo 
Se voi foste stato più ingenuo o con voi stesso o con me, 
non vi sareste poscia indotto ad esser ingiusto. I vostri 
replicati discorsi con un amico che potea meritar senza 
scrupolo una piena confidenza, mi diedero tutto il diritto 
i\\ credere che il vostro attaccamento per la Michiel a- 
vesse preso un altro carattere, e che salvi i privilegi di 
una cordiale amicizia, avreste bramato d' esser più libero. 
Né in voce né in lettera non avete più detto nulla che 
smentisce questa opinione. Ella dal suo canto era perfet- 
tamente convinta del vostro cangiamento, e di più riso- 
luta a star in guardia da qualunque apparenza di sedu- 
zione, per modo che non mi lasciava nemmen sicuro che 
lo stesso vostro commercio amichevole non ne restasse 
pregiudicato. Mentr' io mi adoperava che ciò non acca- 
desse, ella mi palesò la sua tranquilla determinazione di 



— 152 — 

riunirsi al consorte (1). Persuaso ohe questo ptogei 
vesse giovar a lei sotto tutti i rapporti, e sotto 
altri piacere anche a voi, prescindendo auche dalJ 
viste» credei lo cod fesso che questo fosse il me^seo U 
il più felice, il più decoroso, il più atto a preve 
affiigar le ciarle» a non umiliar V amor proprio, e 
parar un passaggio naturale e nobile dairamore al 
cizia. Checché io pensassi sti questo affare mi sar^ 
guardato dall' aprir bocca iatoruo di ciò se meglio b 
da voi avessi potuto credei*© che la cosa dovesse p 
tanto sul cuore* To però non ve ne feci parola, j 
non mi credei permesso d' arbitrare d' un tal ^e 
spe^^ialmente che stava ancora nelF idea, e poteva 
da lei ritrattato^ nel qual caso la mìa confidenza a 
sarebbe stata un' imprudenza che poteva turbare i 
più la vostra relazione. Toccava a lei ad avvertirv 
difatti intesi che tosto lo fece, e vi disse aucora ci 
non io solo, aveva approvato il di lei disegno. Ali 
stava attendendo che mi scrìveste, onde esser nieg 
fatto dei vostri sentitnenti, eh' io già stante le cos< 
cedenti, non sapeva creder discordi. Attenda inv; 
vostre lettere e sento poi con sorpresa eh' avete i 
il tuono d* amante caldo ed appassionato, il che v 
spiegarmi il vostro silenzio. Io vi compatisco 5e, e: 
ia passione, la cosa giunse a spiac?rvi, ina dove 
mia colpa ? da principio avete parlato meco con 
nuità. e io non potea temer d'offendere uè la ragie 
r amicizia, o foste poco sincero e in tal caso son io 
sarebbe permesso d' esser offeso della vostra poca fl 
aitine il pericolo della perdita risvegliò in voi un 



'1) Del marito della Tìenier fé perciò L-fr. l'opera dt'l Ma 
in Archivio Veneto ecc, p. 12] il Cesarotti parlerà a (iiir-^r 
nella li^ttera a lei iHretta del 30 dicembre l^ìi — N. iU r 
Malauianì, 



— 153 — 

sione sopita, e che parca quasi spenta, e allora come po- 
tete accusarmi di non aver indovinato ciò che prima non 
sapevate immaginar voi stesso ! Eccovi la mia idea esatta 
di cui non so avere il minimo rimorso. Spero eh' Ella 
debba sgombrar dal vx)stro spirito ogni ombra di sospetto, 
eh' io non potrei tolerare eon indifferenza. Se vi amassi 
meno, v' avrei scritto anch' io con disinvoltura politica. 
Comunque sia mi congratulo con voi dell' esito d' un tal 
affare. Perduto un bene io approvava che se ne cercasse 
un' altro d' un altra specie, ma io non son certo quello 
che preferisca i beni della prudenza a quelli del cuore. 
Addio. Questa volta non vi parlo di piante scandenti. La 
vostra amicizia è la scandente eh' io non voglio che cali 
a basso. (1) 



Lettera 30 (delle inedite XYIII) 



Padova, 20 Marzo (2) 

Selvagiano questa volta discapitò alquanto nella mia 
grazia. Egli mi fé perdere il bene di veder 1' amabile 
Cisalpina che cercava graziosamente di me. Potete ben 
credere che se avessi preveduto questo incontro, avrei 
ben volentieri preferita la vista d'un immagine di Pomona 
air aspetto d' una campagna inanimata, o ancora mezzo 
squalida. Figlia di Giustina, sorella di Malvina, portatrice 



(1) Questa lettera fa onore alla sincerità deir amicizia. 

(2) Gli accenni a Bonaparte lasciano credere che la lettera 
sia del 1803. Al novello Attila il Cesarotti scioglierà air urna 
cantici che, se letterariamente morranno, tuttavia saranno prova di 
un carattere troppo debole 



154 — 



iV un vostro messaggio eh' io appre^^zo bea più eh 
del Grati Co asole, quaati titoli con avea ella per 

aermi ! Scrivendole non vi scordate di attestarle ì 
dispiacere di non aver potuto proiittare del suo pa.s* 
e mandatele per me quell* abbraccio petrarchevole e] 
mi fu permesso di darle. 

Vi ringrazio con tutto il cuore del libro che mi 
bipedi to, e che ho gi;i cominciato a leggere* Ik*iich 
ci sia molto di nuovo per me, e che il soo piano ce 
con quello di Baruel, esso non lascia d* intere^ 
1/ autore é predicatore e Gesuita, ma donandogli 
ciò che compete a questi due carat(:eri» v'é quante 
per far detestare da tutti gli onesti ed i saggi 
Cabala dì filosofanti che volle innalzar il suo troni 
mine della società col pretesto di rigenerarla. Se € 
credevano d addo vero di poter stabilire le loro ci 
pacificamente e senza la sovvenzione assoluta dì ti 
principi sociali, la loro filosofia era ben bambina e i 
xesca; se poi prevedendo tulli gli orrori e gli ecces^ 
doveano seguirne vi andarono incontro seni:a rim 
di sangue freddo, meritano d' esser chiamali i 
•ielle furie. I filosofi veramente degni dì questo m 
sono contentati di cercare il vero per proprio Innn 
conciliarlo discretamente col ben reale e possibili 
ebbero sempre per assioma che non conveniva ammlni 
al popolo se non in picciola dose, masch**rato e incor 
con altri principj che ne temperassero la forxa, ben 
scendo che il suo urto e la sua attività di farmaco e 
era V avrebbe cangiato in veleno, e prodotte conv 
e delirj. Gettando gli occhi sul fine del libro ho lei 
gran piacere uno squarcio sopra il nostro despota 1 
blicano che nella storia di Venezia figurerà per ce 
posto al dirimpetto di Attila. 

Malgrado la pace non parmi che i nostri ospi 
strino fretta di sloggiare, bensì si apprestano a la: 
un pegno memorabile della loro riconoscenza. Oggi 



— 155 — 

mani avremo da loro il divertimento di un bel terremoto 
artificiale collo spettacolo di due porte volanti che porte- 
ranno per r aria le glorie della buona grazia Francese. 

L' antico Anti-Pneumatico è a Padova imbarazzato e 
incerto del suo destino. Ebbe la destrezza di sottrarsi dal 
comparire in pubblico, ma non si credè obbligato al sacri- 
ficio troppo eroico di ricusare un picciolo soccorso neces- 
sario alla sua indigenza. Non mancò di render conto della 
sua condotta, mostrandosi rassegnato alle volontà supe- 
riori. Del resto si può far voti, ma non pronostici. Egli 
ha gradito all' estremo la vostra cordialità e vi ringrazia 
affettuosamente. Ho spedita la vostra lettera al Nipote, e 
sono ben certo che s' interesserà con tutto V impegno per 
la vostra premura. 

Accoglierò di cuore le sementi milanesi. Io non mi 
ricordo né quel eh' io abbia né quel che mi mandai, giac- 
ché non sono ancora famigliarizzato col dizionario bota- 
nico, né i nomi mi sveglierebbero alcuna idea senza la 
vista delle forme vive e vestite. Venga dunque tutto, che 
qualunque sia sarà graditissimo. Lo stesso dico di Gentz 
di Mallet da Pan (1), delle lettere accennate. Di queste 
letture non avrò mai quanto basta. Addio col più caro 
trasporto di tenerezza. Addio di cuore. Un caro saluto, a 
(iiustina, alla quale scriverò in breve. 



(1) Sono sue opere: 

a) Correspondance inedite aveo la Cour de Vi( une, 1794-1795. 

b) Considerazioni sopra la natura della rivoluzione di Francia 
[Cosmopoli 1797] e sulle eause che ne prolungano la durazione. 

e) Le famose due lettere scritte ad un membro del Corpo 
legislativo su la dichiarazione della guerra contro le repubbliche 
di Venezia e di Genova [Venezia 1797 J. 



— 15C — 



Lettera U (XXI delle Inedite) (t) 



Pad&im 3£ dkemh 

*^g&i appunto volea scrivere alla cara Giustin; 
mia visita al fratello, ma prima dal Battaja sopra 
voci confuse poi da una lettera della Morelli intesi d 
clf ella si trova ammalata non so di che male.. Lai 
Sì esprime cosi: ia pomm Mirìm^i senza pn-imh i 
soffre moiio ; la vedrò si ioslo che vedrò gentt : 
ultime parole mi fanno sperare che presto ptìssa r 
male precedenti mi turbano all'estremo tanto f 
non .so intendere da che male possa esser colta, \ 
oon mi lasciate in questa incertezza smaniosa, e 
per me tutto ciò che il vostro cuore deve intenr 
tal circostanza. Attendo ragguagli esatti e solleciti, 

Addio con inquietudine. 



tetterà IM (XXII delle ineditej (2) 

Isadora ^ ^ yenn^ 

Voi mi avete richiamato da morte a vita coli 
curarmi che quella della nostra adorabile amica 
di pericolo. Ma questa vita non è che agoiiizzaD 
eh' Ella si trova in una situazione cosi dolorosa, T s 
del mio cuore, dipendono da quei del suo stalo. ( 



k\) insy. pag. 35. 
(2; mss. pa^ ; m. 



— 157 — 

la compiango d' esser priva del ristoro del sonno eh' è 
r unico confortator universale. Potessi io almeno starle a 
fianco nelle sue veglie e distrarla almeno per qualche 
istante dalle sue pene. Io lo fo col pensiero e l'accompagno 
ne' suoi gemiti. É superfluo eh' io la raccomandi a voi 
che r amate quant' ella merita ; pure assistetela, governa- 
tela, confortatela quanto è possibile anche per me, 

Il sentire ch'ella ricorda con affetto la mia persona 
in una situazione che la porrebbe in diritto di scordarsi 
di quanto esiste mi colma della più tenera e inesprimibile 
gratitudine. Lascio al vostro. cuore la cura di far l'inter- 
prete al mio. Addio amico dilettissimo, v' abb raccio con 
doppio trasporto, e sospiro le nuove migliori tra le possibili. 



Lettera 38 (XXIII delle inedite) 



Padova j 4 gennaio IS04 

(1) Io già m' immaginnava che il male sarebbe doloroso e 
la cura lunga. Pajola (2) ci assicura della vita, ma che 
vita è mai quella che fa provar in questo mondo le pene 
dell' altro ? Mi conforta la notte scorsa meno rea, ma non 
so lusingarmi abbastanza delle susseguenti. La vostra let- 
tera aggiunse nuovi pensieri alla mia agitazione. Parea 
che tutto il male dell' inferma fosse confinato nel fisico ; 
ora veggo che anche gli ingredienti morali c'entrano ad 
esacerbarlo. Qualunque sia il senso del cenno che voi mi 
fate veggo che c'è qualche co^a di cui non siete contento. 
(Jaro amico, voi ben sapete che ogni uomo per saggio e 



(1) mss : pag : 41. 

(2) Il medico che assisteva la Renier. 



m 



il 



— 158 — 

vìHuoso chfj sia ha il suo fondo tii carbone ii qua 
si sviluppa che in certi casi* Ma se la sua natura a 
è di brillante si può ben perdonargli qualche iufosc; 
t«nnporario. Non è punto strano clu* un accideiil 
inaspettato e violento abbia prodotto nello spirit 
povera amica un po' di rivoluzione. Se il suo mal 
delirare in !!iOjL!:no non è da stupirsi che restando 1( 
le continui anche nella vigilia un po' di vant^g^ìn 
Ella sarà restituita alla salute, all'anucij^ia, alla r 
ed ella ricomparirà quel brillante che sempre fu, 
^enie le sue aberrazioni metjesime debbono accre: 
vostra compassione e impegnar maggiormente il 
2elo amichevole e scemar quegli strazj che le sc^m[ 
il corpo e lo spirito. Io non oso domandarvi un:i 
zione più chiara, ma questo cenno misterioso sarà 
nel mio cuore, La Costanza che vidi ieri (poiché ] 
non era in casa) mostrò il più gran seutimento 
disgrazia accaduta, cosi T Albertini (1) e Pacchier 
e tutti mi pregano di attestar alT amica V attiizìo 
provano del di lei stato. V abbraccio di cuore, 
stancate della vostra cordialità, e guardate nella ( 
vaneggìante la Tiiustina sana e ragionevole, asp 
che possa conoscer sé per conoscer meglio le cose 
Addio addio. 



i 



HiìJJk , 



(1) Forst5 allude iiU Antonio Albr-rtinì, autore di sa e ir 
eeUierc presso la R, Corte di Ciìn stizia ncU 'Istria. 

C"}] Gaspare Fatteli ierotti fu un relcbre musico^ trhe ì*i*p 
jfodere la vitn e alla morte lasuiò granili rici.-hozzt' (vedi 
iiiiini p: (ili nota i; e efr* anuhe Archivio Storico ecc. pag. 



4 



159 — 



Lettera 3» (XXIY delle inedite) (1) 



Padova, 5 Gennaio 1804. 

Oggi si che m' avete consolato, oggi è il primo giorno 
(li speranza- Quei venti giorni dopo i quali riavremo la 
cara amica» benché siano vent' anni per la paziente, sono 
vent* ore per me che temeva che appena potessimo ricupe- 
rarla a Pasqua. Mi compiaccio poi vivamente che siansi 
così presto verificate le mie predizioni circa lo stato morale 
della vostra Giustina. Eccola ritornata quel brillante che 
fu sempre. La sua declamazione contro i pregiudizj popo- 
lari e r applicazione a sé stessa è una spezie di confessione 
filosofica che fa onore al di lei carattere. Ogni riga della 
vostra lettera fu un vero cordiale per me. Darò questa 
sera cosi cara nuova agli amici che la sentiranno con 
trasporto simile al mio ma non uguale. Non cessate di 
assicurarla della mia sempre più affettuosa tenerezza. A 
voi abbracci d'amicizia e di gratitudine. Addio. 



Lettera 40 (XXY delle inedite) (2) 

Padova, 6 Gennaio ÌS04. 

La vostra lettera mi fece balzare di giubilo ; io V ho 
baciata per gioia. Ora si che comincio il mio Calendario, 
e spero di segnarne ogni giorno con qualche nuova e più 



(1) Mss. pag: 43. 

(2) Mss : pag : 45. 



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— 160 — 

viva consolazione. Godo alT ^str^^mo che il tìsico e 
rak ti idi a cara amica concorrano insieme a mei 
calma il vostro spirito. Partecipate alla nostra ad 
(hustina le mie consolazioni, le mie speranze, i m 
guri, e assicuratela che verrò in Carnovale a gu 
nostro trionfo e della delìzia di vedercela restiiuiia, 
mio dilettissimo amico, Trevisan vi saluta cara 
egli simpatizza meco nei sentimenti per la cara i 
E come no ? si tratta di Giustina e di Cesarotti ci 
in lei» Addio. L' egregia Laura vi si raccoiuanda* 



Lettera +1 (XXVI delle inedite) (lì 






Padova^ 7 Oemti 

La vostra lettera dì oggi ha dì che amareggi; 
consolazione ili ieri ; e certo se le notìzie che mi 
avessi intese por altra bocca mi avrebbero posto in 
agitazione. Ma voi possedete Parte di unir i ik 
conforto. Veggo pur troppo che bisogna ancora pn 
alle alternative perché giungendo inaspettate non i 
un colpo trojjpo forte. Noi siamo tuttavia in alto 
il vejito non è ancora in calma, e la fluttnazione 
spensabile. Ma voi mi mostrate il porto vicino, e 
aiferro col trasporto del desiderio. Grazie vivissima 
lustre Pajola che mi conforta con questa beata s| 
e grazie a voi njìo carissimo che siete il Pajola 
cuore. Le vostre lettere sono il mio barojnetro, s< 
sereno e lo stabile. V abbraccio di cuore. Brun^ 
sopraggiunge vi saluta cordialmente e si mostra ai 
penetratissìmo di questo caso funesto. Addio. 



I 



(1) Mss: pag; 47. 



m 



161 — 



Lettera 42 (XXYII delle inedite) (1) 

Padova, 8 Gennaio 1804. 

Non ci volea meno che la carissima vostra d' oggi 
per medicar la piaga fattami deiraltra di ieri. La vostra 
sentita e ragionata di soddisfazione mi reca il più pre- 
zioso conforto e non mi lascia altra pena che quella del 
desiderio. Al diavolo tutte le croste che impediscono le 
suppurazioni del coi pò e del cuore. Ringrazio Morfeo che 
comincia ad esser cortese. Ora si che lo credo degno di 
essere sposo d' una Grazia, poiché viene a ristorarne 
quella che le vai tutte. Fatele animo e ispiratele soffe- 
renza anche per me, confermandole V annunzio della mia 
venuta. Zacco e Barbieri qui presenti vi mandano i loro 
cordiali saluti e le vive loro consolazioni. Spero al mio 
arrivo di poter portar meco una copia del nuovo Poemetto 
del mio Ultimo genito eh' è un vero capo d' opera. (2) 
V abbraccio e vi ringrazio con tutto il cuore. Addio. 



Lettera 43 (XXVIII delle inedite) (3) 



Padova, lo Gennaio 1804. 

Ninna nuova buona nuova, dice il proverbio, ed io 
ne fo r applicazione ben volentieri. Ma questa è una con- 



(1) Mss: pag: 49. 

(2) Allude certo al poema descrittivo e Bassano » che il 20 
die. 1803 il Barbieri stava componendo (cfr : la lettera 45 alla 
Kcnier). 

(3) Manoscritto pag: 51. 

11 



-" ìììl ~ 

colazione negaih'a, o uà pò di positivo iiiì uon^ 
di più. Mi giova sperare che la Repubblica di San 
5Ìa già sul punto di prender congedo dalla carta 
fica, ma sospiro il moiin^nfo di sentirla già spari 
cor più di sentirlo da quella che dovrà profittarf 
sparimento. Oggi ho fatto la mia chiacchierata 
e siccome sono Professore dell'Alfabeto cosi ti( 
[larlar gravemente deirAlfabeto stesso. No a mi i 
«^he di aver lo staffile in mano per luaneggiarlo 
di scettro onde aver tutta la decorazione che si a 
alla mia dignità. Pure i miei scolari e uditori si 
rono co latenti del mio pedatit esimo m bel esprit, 1 
Treves(l) che mi doniandn ansiosaraente nuove ti 
Giustina. Ella si raccomanda por averne tratto 
più dirette, giacché io iiou posso vederla se non 
Jiarbieri e Zucco vi salutano caramente* VVjvbbi 
cuore. 



Lettera ii (XXIX delle iuedite) (2) 

Pttdara, fH f^mt 

Sento con vìva consolazione che la cara am 
di giorno in giorno avan/aadosi nella strada det 
e mi giova sperare che al mio arrivo la trover 



(1} KnrlL^hettii Treves della illuHtr^ faml|rlia di Padov 
dì Venestìa I ta molto versata nella letteratiira ingteise « 
dì Htoria iiftlfiiiile. — Net lass^ da cai ho tratto 1^ 

Cesarotti leggesi uua lettera della Treves al Riisio (\ 
111 mr altra Ietterà al Rììeko/ il Cesarotti ehìama la T 
Geofltin della Razza di Giaenbbe * leti. 117- 
{2) Mss. pag, r>a. 



— 163 — 

mente in possesso di questo tesoro tanto più prezioso 
quanto fu più acerbo il male sofferto. Io già non potrei 
venire che verso la fine del Carnovale. Il rivederla come 
rinata in corpo e in anima sarà per me il più bello e 
caro spettacolo che possa oflFrirmi Venezia. Sento, il con- 
fesso, con qualche compiacenza, che le Relazioni (1) in- 
contrino grazia. Io ne stava alquanto dubbioso, temendo 
che ciò appunto che può farle piacere agli uomini di gu- 
sto, oflFendesse i professori di pedanteria e di bigotismo. 
Ciò accadrà senza dubbio, ma quando il favore d* un 
opera è già dichiarato, i morsi della critica e della ma- 
lignità vengono tardi e non fanno eflFetto. 

Non ho veduto il Gressel, (2) né credo d' aver per- 
duto molto. Bensì vedrei volentieri il Milton del Corner 
per il quale il vostro giudizio mi previene favorabilmente. 
Mi lusingo che la traduzione resti bella anche a fronte 
dell' originale, giacché sarebbe poco merito di esser bella 
solo al confronto di quella del Martinengo. È qui il Re- 
sini col quale ho concertato il piano dell'intera edizione. 
Egli mi mostrò la traduzione di Persio del Monti : il poco 
oh' io ne lessi mi parve assai cattivo. Questo sarà un 
trionfo per Giani. Intesi anche da lui con precisione l' in- 
tero catal ogo delle opere inedite d'Alfieri originali e tradotte. 

Originali : La morte di Abel — Alceste — Comedie 
sei — Satire — Il Misogallo — La sua vita. 

Tradotte: L' Alceste d'Euripide — I Persiani d'E- 
schilo — Le Trachinie di Sofocle — Le Comedie di Te- 
renzio — L' Eneide di Virgilio — La storia di Sallustio. 



(1) Tomi XVn-XVIII delle opere. 

(2) Allude, credo^ a qualcuna delle commedie di Gio. Batta 
Oressel (1709-1777) di Amiens. — La più celebre delle commedie 
da lui scritte, e e he qui U rse ricorda il Cesarotti, è Le Mechant. 
Poco più che ventenne sali a grande fama per alcuni poemetti 
oomici, fra cui Vert-Vert II suo discorso sulla « influence de3 
moeurs sur la langage » da lui letto quando fU fatto direttore 
dell'Accademia francese destò varie e vivaci polemiche. 



— 164 — 

Dìcpsi che saranno stampate a Bologna, i 

credo, il Misogallo, 

Il poemetto dì Barbieri noe posso mandar 
forse porlario. Egli lo spedi ieri a Bassano al Re 
che deve stamparlo, Sarà da questo trasmesso a 
per licenziarlo, e tra la scrupolosità dei revisori 
Veneti e 1* indugio necessario della stampa ehe s 
labilmente adorna dì qualche rame passerà poco 
un mese. Siate però certo che la vostra a^pettazi 
largamente compensata. Questo è un canto d< 
Oscar, (1) anzi il padre Ossian potrebbe avergliei 
rlia, se questa potesse cadere in un padre Caled< 
Addio di cuore (3). 



Lettera 45 (XXX delle Inedite) (4) 

Padotkì, iJ frU 

Benché mancassi ili notizie precise sullo stat 
mica inferma io mi riposava ancora sulTantico pi 
Non sapea però sperare ch'ella potesse cosi pres 
di casa dopo un male così doloroso, e preveder 



(1) Osi^ar era, come è iiotOj il Bglio dì Ossian. 

(9) Cioè delta Scozia. 

(3) Per conoscere in te ramo «te tutto il periodo il+ it^i 
della Renier, ìej^gasi la lettera Mi dal Cesarotti iserittìi a 
e che é eerto del 1804, 

(41 mass, p&g, 55. Il brano dalle parole < Io ftra rx 
alle parole «di molte specie che s' incontrano leggenti 
in Malamani p, Xf.VI** Il giudido incorno al Kant è 
Ipa^. 181 n, 2) da Vittore Alemanni nella sua Of>ora • I 
delle lettere * parte 1." (1894 - Loescher Toriuói* 



— 165 — 

iiua debolezza V avrebbe obbligata ad una riserva un pò* 
luiìga ; credea bensì che potesse sorger di letto e passeggiar 
per la stanza, e stava aspettando la nuova di questo felice 
proemio della sua guarigione. La vostra lettera mi disin- 
gannò tristamente. La temerità di quella impertinente 
Repubblica non mi lascia tranquillo, e vorrei che il bravo 
Pajoli si mettesse in picca di sterminarla. Duolmi poi 
air estremo che le cause morali siano venute cosi a con- 
trattempo ad aggravar lo stato della povera paziente. Una 
piaga non poteva che esacerbar V altra, e il peggio è che 
nelle piaghe di questa specie è spesso egualmente aflBittivo 
il male e il rimedio. Il metodo della cura non è il più 
facile a scegliersi, ma non so credere che il più violento 
possa mai essere il più opportuno. 

Del Kant non ho nessuna curiosità. Le chimere meta- 
fisiche non sono tolerabili se non quando sono abbellite 
dalla grazia dello stile e dai colori abbaglianti dell' ima- 
^nazione II Milton del Corner a quel che aveva già inteso 
non è punto più felice che quello del Martinengo (1). 
Qualche mauvais ptaisant potrebbe dire che i nostri Patrizj 
non sono fatti per il Paradiso. Il Pepoli però sembrava 
mostrar V opposto, ma questo era un animale anfibio. Certo 
è che il suo saggio facea sperar assai bene, e ci prometteva 
la miglior traduzione che avesse ancora V Italia. — Io era 
occupato a rivedere e metter in ordine le mie cose Latine 
per la stampa di Pisa, ma la stravagante edizione di Persio 
mi destò il capriccio di venir alle prese con Giovenale. 
Ho già quasi compita la prima satira, e parmi anche con 
sufficiente felicità, malgrado gì' intoppi di molte specie che 



(1) Nella lettera 101, tomo 4. del r epistolario lettera al Mar- 
tinengo il Cesarotti lo ringrazia del Milton lo loda per il ten- 
tn^tìvo ma si riserva il giudizio dopo lettura attenta della versione. 



106 



s' iticoutrano (1), Non ra' impegno però di contin 
giacché a Pisa si sollecita la traduzìon dell' Odissf*; 
Barbieri è a Venezia e V avrete forse veduto. Se la 
amica fosse in caso di stanti r qualche pezzo del suo Poen 
potrebbe questo esser un calmaate piacevole alla su; 
stezza, come lo era V arpa di Davide allo spirito di S 
Potrete consegnare a lui la corrispondenza del La I 
che bramo di riavere. Assicurate F inferma della mia 
ansietà di sentirla pienamente sana e tranquilla. Il Tr^^ 
che saluterò alla prima occasione cambia di casa, e 
a starmi poco lontano. Pensate s^ io godo di quest 
sraigrazione. Addio di cuore. 



lett^^ra 46 (delie inedite XXXI} (2) 



febbraio o ffión 

Il principio della vostra lettera m' invita a tra 
lizzarmi, ma il progresso non m'aiuta abbastanza, 
di potermi rassicurare che non vi sia pericolo d'ul 
disgrazie. La sentenza di Pajola è consolante, ma 
sogno che ci fu di chiamarlo mostra che il mole € 



(1) In una lettera al Pieri | epistolario forno i« l«U 
Cesarotti rìcorrla la sua trado:£Ìr>ne dette suiìre di iii 
qna^ì coIIh stesse parole^ dice che ne aveva già tradocie *r 
(tue la lettera al Pieri è fmsterinre a questa ed aìiterìoroj 
del 6 seUi.'inbre [tomo VI ultima lettera deireplntol ano | di 
Rosiui, che allora * era * inoltrato nella 4 *. 

(2) Mas. pag', 86 — La lettera, ohe non ha datA, i* c< 
11^04, e pomhè quando fu scritta la Eenier giaceva aiDuin 
credo la lettera anteriore & quella del 7 aprile (n, 55 delJ 
la rio Tomo IV; e posteriore a quella det 2 febbraio. 



— 167 — 

via in fermento. Quelle vigilie ostinate interrotte da va- 
neggiamenti tengono in vigilia il mio cuore né lo lasciano 
in riposo su questo articolo. Ho inteso con qualche con- 
forto da una lettera di Toni a Catina che la povera pa- 
ziente siasi cambiata di letto. Voglia il cielo che questo 
non meriti il nome dell'altro. Chiunque conosce o ha solo 
inteso a parlare di questa creatura adorabile è in pene 
per lei. Ieri il gen. Viellegarde me ne domandò con pre- 
mura. Cosi oggi lo Strasoldo. So che Zacco vi scrisse. 

Barbieri e l'ottima Laura si uniscono meco a iar voti 
al sonno, e pendono col cuore dalle vostre nuove. Addio 
colla maggior tenerezza e ansietà. 



Lettera 50 (XXXII delle inedite) 

Selvagiano 6 Luglio (1) 1805 

Ho ricevuto dal Paoloni le lire 330, e vi rendo altret- 
tante grazie. Giustina mi calunnia per amore. Quanto Ella 
vi disse di me è tutto falso, e ho fatto con lei le mie que- 
rele, n mio contegno è della più grande esemplarità. La 
febbre tentò invano di far nuova breccia sopra di me ; 
ella mi trovò ben premunito da ogni parte e si diede per 
vinta. I mille zecchini sarebbero una rugiada eterea per 
Selvagiano, ma non sono per me. Questo magnifico premio 
è proposto a quell' Italiano che farà l' elogio più sublime 
in prosa o in verso di Napoleone il grande cominciando 



(1) miss. pag. 118. Per gli accenni air incoronazione di Napo- 
leone la lettera dev' essere del 1805. La lode a madama Staél 
« ella è degna di suo padre > leggesi anche nella lettera (65) alla 
Renier. Cfr. lettera (34) tomo IV deir Epistolario. 



— 108 — 

dal punto che cominciò Ja sua carriera eroica fin 
sua incoronazione. Se si fosse proposto di farne la 
aiiclie per minor pres^^o si potea tentare il ci mei 
soggetto sarebbe stato più limpido, e la penna sì 
corsa senza intoppo. Calmate la vostra gelosia per M; 
Stael, Ella non mi scrisse una lettera ma un bigli 
d' avviso fli avermi mandato per mezzo del Oen. 
garde 1' opera dei Mannscritti dì suo padre, ai qua 
premise la di lui vita. Ella è degna dei padre st€ 
se poteste leggerla piangereste per tenerezza di compì.' 
e per trasporto d' ammirazione. 

Voi avete detto una gran verità che il mondo p 
ha più buon senso del politico : aggiungo che ha 
probità e di gi astica. Io cerco di vivere in questo, 
caio a quei pochi che sono degni d' abitarlo* Addi 
coijcìttailino e collega. Addio di cuore. Grazie e sali 
la buona Maura, 



Lettera 5S (XXXIV delle Inedite) 

Martedì^ Feàòraio 1 

Quale spettacolo ! e con qual bocca potrò esali 

10 restai sbalordito, lo vado tuttavìa vagheggia ud* 
mostro a chiuuffue viene coii vanità di cuore e di s 

11 mio cuore si gonfia per adeguar la mole del don< 




(1) yu, paj,^. 124. Ho poisto la data « Fi^bbraio l!^H> » 
r aeecuo alia malattia del Ristzo di cui pùrlafìi anclie iiolla 
H'> aHa Petiier dol 20 Giugno IKMi, i>ìa pi^r T aml>ascLi[a 
Kizzo s tosso doveva hir^ a Giustina i^cfr. le t torà S() aJIa ^l 
5 marzo 1806). .■ 



— 169 — 

gratitudine. Ho battezzato questo sasso per Bostrico di 
Filadelfia, (1) termini che denotano T uno il nome vostro, 
r altro la vostra cordialità. Ardo di voglia che la buona 
stagione mi permetta di veder quei due gemelli collocati 
degnamente. Credo però che la sala contrasterà colla 
grotta circa la preferenza, ed io pendo a dargliela vinta: 
ma ci sarà tempo a pensarci. Io rinunzierei volentieii a 
tutte le grazie d'Apollo poeta per aver quelle d'Apollo 
medico affine d' impiegarle tutte per voi. Questa divinità 
capricciosa è ben ingrata ai meriti della famiglia ricam- 
biandone in tal guisa un prezioso individuo. Voglio però 
lusingarmi che queste non siano che reliquie che non 
tarderanno a dileguarsi. Voi non siete fatto per star male,, 
ma per goder del bene e comunicarlo agli altri. Io ve ne 
debbo una gran parte, e ne attendo ancora di più. Non 
so se la Michiel abbia ancora veduta Fanny. (2) Giorni 
fa ella mi scrisse di no, e me ne dispiacque doppiamente 
perchè ciò m' era un cattivo pronostico del vostro stato. 
Salutatela caramente, ma sgridatela anche un poco per 
me. Conviene eh' ella non abbia potuto contenersi di fare 
qualche cenno del mio tragitto Carnevalesco. Marina mi 
scrisse V altrieri un biglietto aflFettuosissimo stimolandomi 
ad affrettar il mio progetto e aggiungendo che Fanny mi 
pregava pur caldamente, benché nemmeno con questa 
non mi sia lasciato scappar dalla penna il minimo indizio. 
Io risposi d' averne bensì qualche pensiero, ma lasciai la 



(1) PoaTfwxos riccio ; nel veneto dicesi rizzo chi ha 1 capelli 
ricciuti. 

(3) Varie lettere riboccanti d'affetto e che non mancano di 
pensieri elevati leggonsi nel tomo V deir epistolario [lettere 45 60] 
dirette alla co: Francesca Morelli [Fannj']. — .Fanny fu donna 
colta [secondo l'asserzione del MalamaniJ specialmente nella let- 
teratura francese e tedesca, affettava un po' si sentimentalismo, 
amava gli uomini di lettere conviveva con Politeo Niseteo e s 'era 
acquistata la simpatia del Cesarotti, col quale ideò e pubblicò per 
sei mesi il Giornale di Letteratura straniera. 



\ 



!: 



1 . 



— 170 — 

cosa in forse facendola dipender dalle occupazioni 
ì<tagione. Fate che ripari al fatto s' è r^a, ino 
tratto tratto di dubitarne. Io però non ritiro la 
Verrò quando non fosse per altro che per darvi i 
grande come il vostro Colosso. Addio con tutto il 



Lettera 60 (XXXVU delle inedite) 



Pmhcii^ 30 ma 

(1) L'inversione sarebbe felice se nella prima s 
rapplicaxione non fosse falsa, Cesarotti non mai 
a chi Io ama e ha diritto d' esserne amato ; egli 
manca né col cuore né colla uienioria, E solo la su 
che (nd codia* ti uno xgorfm) qualche infedera ap| 
percliè spesso gli cade di mano per la stanche/ 
bisogno d' iniernùttenze e riposi. — Vi ringrazio d 
fkdmolUwù ; lo scorrerò inteiTOttamente ; ma t 
che già ne lessi preveggo che mi piacerà un po' u 
alla no,stra amica (2), Voi ni' avete fatto prima vai 
e poi ridere colla vostra bizarra pONcritui, Io noi 
avvertito alP altro libro più pìccolo che avete ai 
storia, e lo cre<levono un' appendice di quella. Per 
sapeva intendere che volesse dire con // itòrt a i 
delia Cadila (3), e sentendola venuta tre volte per 
darli meiitr' io era fuori, la credei feconda di pazzi 



(1) thhs, pag-. 74 - 74 

(2) Nelle lettere jilla Reiììer dt^ll'anuo 1806 il Cesa 
at*ceniia a]roi>era qui rÌt!Ordata, 

(3,1 Questa Cali ria doveva e>ij^ere una donna di serv 
Kenìer - cfr, la lettora 47 dcMla R^nier .stessa del Ceserò! 



— 171 -- 

poscia in mano il libricciuolo credei che fosse uno dei vostri 
scherzi, e che voleste dirmi eh' essendo ora fatto ricco 
potrei mercanteggiare in grande e avrei bisogno di tenere 
scrittura doppia. In tal caso lo scherzo sarebbe stato mal 
applicato quasi tanto come V inversione. Poiché se noi 
sapeste la pensione non si è ancora verificata (i). Spero 
però che debba esserlo di giorno in giorno, quando non 
si voglia con questo ritardo stuzzicarmi V appetito protra- 
endo il digiuno : ma nella cessazione indefinita degli 
stipendj V appetito è già prossimo a diventar fame. So 
che il Zacco ne scrisse alla Giustina perchè vedesse di 
accelerar la risposta che si attende dall' Amministratore, 
e che non può soffrire veruna difficoltà. Rinnovatele V ufizio 
anche per me, e assecondatelo col vostro zelo. E a pro- 
posito di Giustina anche la vostra ante scritta fu per me 
un ghiribizzo inesplicabile. Quella N. D. che mi riverisce 
è un linguaggio antirivoluzionario. E cosa son poi quelle 
doglie colle quali gùtó la carta? Voi mi fareste pensare 
che voglia darci un Giustinello. Egli sarebbe il ben venuto 
donvunque venisse portando V impronta della madre. E 
perchè no ? la Mitologia non dice nulla né sul padre né 
suir epoca della nascita di Cupido. Ditelo di grazia in vol- 
gare se volete che v'intenda meglio, e intanto dite a lei 
che siamo in Pasqua, che 1' amo, e che 1' attendo con ansietà. 
Non cessate d' insistere coli' Albrizzi per le vite dei 
Papi (previa sempre la notizia del frontispizio giacché non 
vorrei prendere un qui proquo. S' io sono ancora condan- 
nato ad metalla o alle petriere letterarie continuerei più 
volentieri quest' opera che cominciarne un' altra. Sono 
persuaso in ogni punto del vostro giudizio salla Canzone 
di Pieri. (2) Ella è della bella e nobile maniera italiana. 



flj Gli era stata prtìmessa fino dai primi di febbraio [lettera 
79 alla Renier. 

[2] Canzone per V impresa di Napoleone etc. 



— 172 — 

Ho perù anch' io insistito molto per fargli ometter 
culli tratti piccanti. Ma egli ha già rinunziato alla j 
per la letteratura e voi sapete che non si fa bea la 
a uoa bella senza mordere le sue rivali in gal ante r 

lì caro Momolo si compiace molto della buona e 
ri tosa compagnia che gli tenete. Non cessate tlì co 
tarlo e provocarlo al riso dì cui ha gran bisagno oe 
bligo perpetuo della sua rappresentazione procuratoi 
che vi pare dell* eroismo del caro amico ed aiuaule { 
mi fece una descrizione del suo viaggio che mi di 
molto. Arlecchino non fu mai più eloquente. 

Baciamani e baciavolto per me air egregio MioU 
e baciatutto a Giustina, a Tonin e a liizzo. 

Addio con tutto il cuore. 



Lettera 61 (XXX Vili delle iuedite) 



Padma iO Aprik iS 



Amico diletiùsimo, 



iRÌeù con vivo senso d' amarezza la perdita 
avete fatto della vostra cara ed egregia madre, pe 
che mi ri usci ancor più acerba dopo le speranze im 
temi che potesse riaversi. Entro con tutto il cuore 
stato del voistro, e ducimi di lion esservi vìciao per 
attentarvi col fatto la parte che prendo a! vostro tr 
giusto cordoglio e andarci a temperarlo non con fi 



[IJ Nel febbraio 1806 em dis^ui^tnco eoi MtoUb. com^ali 
dana Ji»ttera 79 alla llenienj 
[2] ìTìAs, pag, 75. 



— 173 — 

consolazioni raa col dividerlo meco, Vi suppongo al pre- 
sente assediato ad un tempo dall'afflizione interna e 
dagl'imbarazzi domestici, ma forse questi vi saranno op- 
portuni procacciandovi a forza quella distrazione che non 
sapreste né vorreste darvi da voi stesso. Se poi i vostri 
affari ve lo permettessero (1), Padova sarebbe il lenitivo 
più salutare della vostra piaga. Io mi terrei fortunato 
di potervi abbracciare in tal circostanza, e dedicarmi 
tutto al vostro sollievo. Addio amico dilettissimo : vi 
stringo colla più cordial tenei'ezza. 



Lettera 62 (XXXIX delle inedite) 



Padova 28 api-ile 1806 

Accolgo con tenera gratitudine la confidenza del 
V^ostro cuore, e mi compiaccio che mi abbiate creduto 
degno di si tristo e caro sfogo. Non vi siete certamente 
ingannato. Quando non avessi altri titoli per amarvi e 
stimarvi, basterebbe questa sola lettera per dar un giudizio 
complessivo delle vostre virtuose qualità e per farmi 
attaccar a voi col più vivo senso d' affetto. Un esempio 
cosi luminoso d' amor figliale in questa brutale dissolu- 
zione di tutti i legami domestici, in tanta corruzion di 
costumi, in tanti prodigi del vizio, è un fenomeno con- 
solante che non lascia ancora disperare della natura 
umana. Io v' amo, vi compassiono, e v' ammiro, ma con 
tuttociò non cesso di bramare che il vostro spirito vada 
lentamente rinfrancandosi, e si adatti alle leggi dell' uma- 
nità. Ogni uomo spezialmente a questi tempi dee ripetersi 



[1] Segue una parola illeggibile. 



— 174 — 

'il detto di queir amico; Ferie viinm tt( oPferì: 
ragione, «è Ih religrione, né la natura nou voglio 
ci abbandoniamo ad un dolore ìnconsoIabiJe. Se co; 
r esser .supremo che ci creò ci avrebbe fatti naso 
post amente per una suprema ed incessante miseria, 
uiuno fu mai al quale non yenisse a mancare 
assai per tempo una madre, un figlio, una sposa^ ui 
una parte la più cara di sé* Datevi adunque ani 
guite r ispirazione celeste, toglietevi da quei luoghi 
cari e funesti che vi ricordano la vostra perdita, 
a Padova ; forse Giustina vi seguirà, e in ogni a 
ver e te anche nei mio seno il cuor di Giustina. Io n 
beato di poterai sollevare nelle vostre tri^stezze e 
teoerezza saprà giustificar V onor che ini rende la 
fiducia. Addio amico dilettissimo, v' abbraccio ( 
tenero sentimento (1), 



Lettera m (Xh delle inedite) (2) 



La situazione in cui mi trovo e la più atta 
altra a dar il barometro de* miei affetti amichevoli, 
delle cose e delle persone mi al va dileguando i 
Alcune sono già. svanite del tutto, altre non le sco 
in ombra, quelle pochissime che ravvilo ancora i 



U) iiisss: pag. tu. Sì ffr. con qu^te d^e la leut'm i 
Rizzo i^tesso tiuando gli inori U babbo (lì. 19J e quella 
Livia Dragoni per la morte del manta [temo 4. dell' Ej 
— lettera 54] — Come r ra affettuoso 11 Cesarotti ì 

[2] Dì quelita letteni ooii sì può indicare con esaitczsa 
Io i*erij la credo oou di molto anteriore alla mortci d<*l C 



— 175 — 

mente e di cui desidero la vicinanza convien che m' abbiano 
piantata nel cuore la più profonda radice. Fra queste po- 
chissime r imagine vostra e dell' amica sono le dominanti. 
Sabato ne avrete una prova giacché sarò ad abbracciarvi 
e a passar due giorni con voi. Concerteremo allora i mezzi 
possibili di conciliar i varj interessi del mio cuore. Addio 
intanto con vero e vivo sentimento. Addio ad entrambi. 



LA TEORIA DEL BROGL 



NELLA REPUBLICA VENETA 



lu ogni tempo e in ogni luogo furou sempn 
belli e decorosi gli uffici e 

, , , , , come far suole 

Chi retro agli uccellìo stia vita perde 

vi s* affisarono continuaraente gli occhi delle geoe 
il broglio ne fu una conseguente necessità che, 
xia specialiueute, sorpassò il carattere normale e 
licito in sua legge. Parlavano chiaro i magistrali 
vano alto; ma chi à mai saiinto imbrigliare V urna] 
(ligia? e tuonarono i poeti contemporanei ma il ir 
i»*comparve. Quando il Maggior Consiglio nel 21 D 
1697 emanò una legge più delle altre precit^ia e l 
tal proposito, caddero di mano ad un anonimo ( 
considerazioni che ora, a tanto spazio di tempo, 
scono inutili; perciò srugginandole d*lla patina are 
le infosca cercherò di rie.sporle atteneudomi a 
scorta cui man mano concederò piena la parola, 
Eran dunque le cariche riservate ai soli iiobii 
sima parte; tra di essi quindi si esercitava spec 
il broglio che diventò espressione particolare dt 



(1) vedi Cod. Cicogna {Bm) SIH2 n: 2. 



— 177 — 

usurpata poi universalmente a significare il far ufficio: il 
trovarsi nella necessità di dare la scalata ai sommi onori 
o r avercisi a trovare era stimolo al prepararsi bravamen- 
te il terreno « da qui ne nascono la prattiche, le cortesie, 
e le finezze, che terminano finalmente nel chieder, promet- 
ter, e dar il voto favorevole all' occasioni, e doppo il fat- 
to renderne conto, come cosa di somma gelosia 1' esser 
creduto leale, fedele, e corrispondente à favori ò ottenuti, 
ò sperati ». Si aveva cosi un unico e curioso risultato : 
uguaglianza di dipendenza in disuguaglianza di condizione 
poiché r uno aveva sempre bisogno dell' altro ed anche 
uguaglianza di dominio in disparità di fortune poiché e il 
più facoltoso aveva bisogno del meno favorito dalla sorte 
e questo di quello. 

Non dirò, seguendo il mio anonimo, miglior Republica 
essere sta'ta la Veneziana che non l' ideale Platonica però, 
egli conclude « nella nostra .... avemo comune l' inte- 
resse, e r amor vicendevole; e non comuni le sostanze, dà 
che fortunatamente ne nasce, che essendo per necessità 
ilifferenti le mansioni del Dominio, ivi sia seggio cercato, 
*nl occupato di buona voglia dà ogn' uno ». Ma il broglio 
era desso davvero sempre riprovevole e da condannarsi? 
o non piuttosto solo quello che desse origine a «disordini 
e sconcerti? » Quando non fosse levato V arbitrio alla giu- 
stizia distributiva era egli mala cosa codesto accordo dei 
molti chiamati e pochi eletti alle cariche dello stato che 
r un r altro s' incorava a render meno viscido V albero 
della cuccagna? L' aprire l' animo proprio a parenti ed 
amici e il domandarne consiglio ed aiuto quando si fosse 
desiderata una carica era egli nient' altro che un atto vir- 
tuoso come prova di diffidenza, in causa propria, del pro- 
prio sentimento? Fosse sillogismo d' onore o. più difettivo, 
d' interesse o entrambi, che facessero in basso batter V ali 
non era « che un atto di moderazione, e saviezza il non 
fidarsi di se stesso, ma comunicar, e consigliarsi, con chi 
si stima disapassionato, e sincero ». E il mandare scolte 

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-- 178 — 

alla iipìccuolata qua e là, il rie.'^amuiare assirfu: 
(juaritilu numerica anche ilell' avversario, 1' assaj 
.scaraumcce più o meno letali non fu sempre u 
te di buon imperatore? E pet'che dunque il nob 
be dovuto alT impazzata dar di morso nella polv 
aver prima esaminato i propri favori? Voglio e 
aver ppìma ponderato il lungo ordine delle sue 
eri a^lereuze, ove più ove meno Tamicizia s' abb 
ove non appariscente si diffondesse la trama de 
tradimento? die Jion fu sempre indecoroso e pusiJ 
Il arse u« a mani vnote^ le pive in sacco? Percb 
^ si ha da obligar un Nobile gettarsi ciecamente 
pegno di cui non possa sperar riuscita decorosa 
sì prova per esperienza, che riesce sensìbile V 
spoeto » i E perchè porre nell* impiccio la magg 
dei nobili del maggior Consiglio in materia di 
che essi vuoi per ragione d' età, vuoi per ragion 
ciò loro no il conoscevamo affatto o assai men chi^ 
mente i nuovi eligendi^ ^^g^i*'^ cosa era ad un 
cojioiscere, saggia cosa che si andasse promoven 
ressT del supplice mettendo in mostra tutte le b 
lit<l che r adornasii;ero e il som nino ve re parenti 
sguinxaglian<lo qua e colà nuite di cani ad ai 
vento se fido o infido. « Quanto la pnblication 
gioni de concorrenti sia Jieccessaria non lo pn* 
noji chi sa per esperienza ffnanto sia ditìicile u 
xione fondata il' ogni soggetto questo è un Innif 
s'acquista, chft con una pratica lunga, et assìfi 
parte de' Nobili che foi'mano il M: C: ò per 1: 
ù per li loro impieghi ne sono alT oscuro : e qt] 
sono illuminali dalF otficio votano si può dir à 
questo credo io non sia espressa in alcuna legg 
hizione di far palesi le proprie convt^nienze, s^K 
era codesto se non un felice legame che avvìm 
ri tra più persone? H se T amico Tizio peccava 
tia per Caio e figurava come un buon gi-^vane n 



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— 179 - 

be dovuto bastar ciò ad un terzo per raccomandarlo e 
spezzare più che una lancia in suo prò? 

Fin qui del broglio per gli altri: e' era poi quello 
che ognun faceva per sé. Allora V eligendo stesso cercava 
di accaparrarsi il favore del Nobile votante con far mo- 
stra dei propri meriti pregando, dichiarando T avversario 
e cosi via; cose tutte nelle quali il mio anonimo altro 
non vede che un atto d' umiliazione doverosa verso di 
chi era il superiore disponendo delle cariche «. . . . quan- 
do io dimando il voto non lo dimando ad' uno col riguar- 
do d' essermi uguale ma d' essermi superiore, essendo quel- 
lo che ha dà decider della mia sorte. E che incompetenza 
v'è eh' io mi humilij al mio supe"^ : E qual violenza fa una 
semplice ed umil preghiera ; pensi chi vota Ha à far la 
giustizia, che intende. Eh ! che è troppo grande felicità 
r aver à vicenda la soggezione, e il Dominio, e l' esser 
(si può dir) di giorno in giorno, e di momento in momen- 
to tutti nel caso stesso. Quest' è che fa comparire il pro- 
miscuo bisogno, che ha Y uno dell' altro e che tiene tutti 
in una ragionevole, e vicendevole soggezione e guai se 
cosi non fosse. À questa proposta richiede la civiltà, che 
si mostri facilità, e propensione, quando non s' habbia 
interesse tutto diverso, che noi permette all' ora la pontua- 
lità, onde con maniera addattata si promette aver consi- 
derazione air instanza alle persone, ai meriti, alle raggio- 
ni; con termini generali, e proteste di senitù, e di rispet- 
to. Sin qui v' è altro, che tratto onesto, e civile. Qui non 
v' è impegno, che tradisca la giustitia, non so veder legge, 
che oblighi à risponder senza cortesia. Che se, chi è offi- 
ciato, avesse impegno totalmente, contrario, manifestandolo 
con propria maniera, non incontrerà certamente l'opposizio- 
ne di troppo officioso, perchè chi dimanda voria trovar 
più tosto* ben accolte le proprie che l'altrui convenienze. 

Questo per mio credere è ciò, che vuol dir far broglio 
onesto, e discretto, in ordine al voto secreto, ma per che 
4>!tre di questo v' è la balla d' oro, o sia voto di nomina. 



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^' 180 — 

eh' è voto palt^sp, bisogna spiegar anche q:'** chi 
render compila T informazione. 

Il Mag. '' Coas, et lutti li altri ancora dìspongon 
le cariche a voti secreti; ma nel Mag:'' Cons. non ; 
mette Sfirnpre la nomina de soggetti secreta, anzi qiu 
rariss,'"* in e.sso. Per esser ammesso alla prova dt 
sedere ti bisogna esser nominato dà alcuno di quelli 
avendo avuto la sorte di cavar la balla d' oro sono i 
ti nel numero degli Ellettori, fatta questa nomina si pi 
al >L C, tanto il Nominato che il nomtnajite che di ] 
si sottoscrive sotto il nome del nominato, onde si 
voto palese, perchè è publico reso manifesto dalP o 
che si osserva; questo si dice pieggiare, il nominante 
gìo, il nominato pieggiato quasi chi nomina savia si- 
e pieggieria della sufficitMiza, dignità, ò altro del nomin, 

Ed anche questo voto publico era preparato di 
mano an:^i con maggiari cautele ancora trattandosi i 
ri che per solito s' attribuivano ai membri stessi 
famiglia o a strettissimi ajiiici e parenti ^ passando i 
sioma, ò proverbio, che la balla d' oro va con la r 
cioè ove V* è maggior congiunzione, trattandosi del I 
tado; e con tal parità trattandosi degF altri. Non 
perchè non si falli in questa disposizione resi a q 
d'ordinario in arbitrio de Padri, Capi di famiglia, e 
superiori per supponersi essi più ìji formati, e pili 
iji tali distribuzione, 

E chi o per errar, 6 per passione facesse tor 
alcuno in tale proposito resta verse del Publico con 
jion leggiera, e con disapprovazione universale. » 

Quando i concorrenti fossero stati due chi primo s^'a 
turava il premio era suo: quindi una lotta a preocc 
r animo del votante e un disporsi al Consiglio prim 
tempo destinato, per dar Tassalto alla rocca, E eh 
voto palese era preferito poteva ben dorjnire i sonni 
quilli, quanto al segreto, che il suo mecenate non V a 
be abbandonato di certo e più se ne ottenevano di ] 
e più eran sicuri gli altri, ■ 



— 181 — 

Ma v' era anche la nomina per biglietti segreti posti 
in un' urna a ciò atta che, spiegati dinanzi alla Signoria, 
si manifestavano poi al Consiglio senza il nome dell* elet- 
tore e poiché alcune cariche del Senato si ricercavano 
altre si fuggivano, nel primo caso V interessato dava il 
biglietto col suo proprio nome a chi dovea votare « che 
s* alcuno ha difficoltà à prenderli vigile tto per Toposizione 
interpretata -di qualche legge, se lo fanno dà per se » quan- 
do poi si fosse trattato d' onori non ambiti si faceva « di- 
fesa » allontanando da sé quello che si sarebbe convertito 
per particolari ragioni in amaro calice, la qual difesa 
< suggerisce anche nominar altri, ò in voce, ò viglietto 
della cui ellezione si speri il sollevo.» 

Ed era broglio ancora il render conto del proprio 
voto « il che se non é universalmente fatto, con espressa 
dichiarazione d' haver voluto nel bossolo bianco (frase 
solita nella rillassatezza del broglio) e però fatto con qualche 
officiosità, che lo significa, come d'aver servito, obbedito, 
conservato rispetto, servitù il che poi finalmente niente 
conclude, se non mostrar la premura, che si ha di tener- 
si ogn' uno ben afietto per poter sperar nelle proprie oc- 
casioni la pariglia.» 

Vedremo in altra occasione i « disordini e sconcerti » 
del broglio: ora pongo fine alla cicalata offrendo ai lettori 
un nuovo capitolo contro di esso tolto dal medesimo codi- 
ce del fondo Cicogna onde ne trassi un altro (1) ed opera 
dello stesso anonimo che anche qui si rivela uomo timo- 
rato di Dio ed amantissimo della sua città come qua e 
là sarà facile rilevare chi mi voglia seguire nella lettura. 

Antonio Pilot 



(1) V. Ateneo Veneto Voi. II fase I anno XXVII ^Luglio- Agosto) 



— 182 — 



CAPITOLO SECONDO SORA EL BROi 



fatto l'anno 1603 - 15 Decennbrc 



L' è cressua taoto in colmo in sta cittae 

r ambitioa, de sora ogni peccao; 
che regna tanto in te la nobiltae* 

Questa giera da prima un cha Balao, 
adesso Ve cressua co è Fcampaniel 
de san Marco, eh' ha V Anzolo indorao. 

De sora via la par tutta de miei, 

e per questo procura licar tutti 

quel doice: se ben dentro T ha gran fieh 

E intorno a questa s' affadiga i putti, 
i horaeni, ancha i vecchi più golosi, 
che no sé i sorzi intorno d' i persutti- 

Terao che questa ne fazza odiosi 
al signor Dio, e à tutto V universo; 
co i nostri muodi si facinorosi. 

Ho gran paura che nù habbiemo perso 
e 1' anema e U cervel per sta ribalda ; 
tanto iu sto vitio s' ha verno somerso, 

El no ghe se fortezza tanto salda, 
che custia non' ardissa d' assaltar; 
e col so fuogo tanto ne rescalda. 





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— 183 — 

Non so quel che pensemo d' avanzar, 
se no thesaupisar 1' i;*a del cielo ; 
che ne dieba per tutto castigar. 

Procurai d' avisarve da bon zelo 
con quei tercetti fatti da sto Avosto; 
e pregarve de cuor e bon fradelo. 

Che la sententia de Missier Ariosto 
non fulminasse d' ira in contra nù, 
che dove è '1 fumo, se ghe trova el rosto. 

E vedo adesso ben che 1' è veguù 
in essecutioQ quella sententia 
che in spirito ne sé sta prevedù. 

Che diremo de sta maledicentia, 

che regna in tutto el stado de quatj'ini 

falsi, eh* à i boni è puoca defferentia? 

Che niancha in questo i homeni più fini; 
e più valenti della signoria, 
si no sa terminar questi confini. 

Ò Dio che in 1' abondantia carestia, 
in te l'ocio la guerra si se senta; 
e in sanità sta peste si ghe sia. 

Rotte dei fiumi Pò Ladese e Brenta 

questi sé tutti segni de castigo 

che Dio ne manda; perche si se stenta, 

E de questo si é causa quel che diga, 
i tanti zuramenti che nu femo; 
esca da fuogo del nostro nemigo.. 

É possibel che mai s'arecordemo 
de convegnir lagar sta ambition 
si maledetta; e che se desfaremo? 



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— 184 



Signori chi è al governo del tioion 

iie sta povera nave iiigalonà, 

procura far quel che die' un boa paron, 

K se ben temo, cho no valeWt 
alguu soccorso, che sia sta mtkma; 
e che nigun reniedio poderà. 

Con tutto questo fé che non se las.sa 
d